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SUMMARY:Giusy Calia
DESCRIPTION:Giusy Calia\nAmore\, ti prego ricorda\n\n 04.09  –  04.10.2009 \n\n\n\n\n\nPer Autunno in Barbagia\, il MAN\, in collaborazione con il Comune di Bitti\, presenta la mostra di Giusy Calia Amore\, ti prego ricorda. Le opere esposte nella sala del Museo Multimediale del Canto a Tenore sono accompagnate da un video della stessa artista. \n≪Le molteplici Ofelie che abitano quei mondi d’immagini che Giusy Calia da tempo pone in essere per loro\, sono creature bellissime\, silenti\, solitarie: affiorano\, in quei mondi di acque e di luci riflesse\, di fango e di fiori\, leggiadre e intangibili come ninfee\, assorte in un sogno senza fine\, in un rammemorare segreto\, dilemmatico e dolente\, come una navigazione notturna e senza stelle≫ (Gavina Cherchi).
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SUMMARY:Cristian Chironi - Abitare è un linguaggio
DESCRIPTION:Nell’ambito del programma annuale dedicato alla ricerca sui linguaggi del contemporaneo\, che ha visto il MAN di Nuoro presentare nei mesi scorsi artisti come Massimo Grimaldi\, Alice Guareschi\, Luca Spano oltre al piano speciale di residenze condiviso con la Fondazione Monte Verità di Ascona\, il museo annuncia una personale di Cristian Chironi (Nuoro 1974) a dieci anni esatti dal suo ultimo progetto per il MAN. Vincitore di Strategia Fotografia 2023\, bando del Ministero della Cultura che ha consentito l’acquisizione di nove opere della sua produzione giovanile\, Chironi svilupperà al MAN un percorso inedito intitolato Abitare è un linguaggio e dedicato all’“Arte dell’abitare”. \nInfatti\, da tempo la ricerca di Cristian Chironi si sviluppa attraverso progetti che prevedono che l’artista viva e lavori in case e residenze d’arte in varie parti del mondo. Il più noto è My house is a Le Corbusier\, in cui la vita di Chironi si intreccia alle architetture disegnate da Le Corbusier in 12 paesi. \nChironi è stato inoltre residente a Casa Wabi\, architettura progettata da Tadao Ando nelle vicinanze di Puerto Escondido a Oaxaca. Ha abitato la casa dell’architetto\, designer e urbanista Pierre Jeanneret a Chandigarh\, in India. Ha vissuto nella casa della scrittrice Victoria Ocampo a Buenos Aires\, disegnata dall’architetto Alejandro Bustillo e considerata la prima casa rappresentativa del movimento moderno in Argentina. Un progetto abitativo è anche quello ideato da Chironi per i grottini dei giardini pubblici di Cagliari\, luogo denso di storia che durante la Seconda Guerra Mondiale è stato rifugio antiaereo e persino ricovero per le opere d’arte. \nIn linea con questo percorso\, l’esplorazione di architetture d’autore\, storiche e importanti\, ha portato l’artista ad abitare anche una “Brownstone” del 1850\, architettura caratteristica situata a Brooklyn e oggi considerata tra gli esempi meglio conservati di design urbano del XIX secolo negli Stati Uniti. \nL’esperienza di Chironi in queste architetture è scandita da momenti di lavoro solitario e momenti di scambio con i visitatori\, in cui l’interpretazione dell’architettura è resa attraverso il racconto e la presa diretta della sua dimensione spazio temporale. In questi luoghi\, opere ed eventi sono realizzati sul momento\, con un profondo interesse per la commistione tra stili diversi e la sperimentazione di materiali inconsueti. Una ricerca coerente\, incentrata sul concetto di abitare esplorato secondo diverse prospettive. In questo modo\, le abitazioni diventano per l’artista un punto di osservazione privilegiato per comprendere il profondo significato dell’abitare\, per riflettere su questioni legate alla gentrificazione e ai cambiamenti urbani. Si stabilisce\, così\, un rapporto con il contesto\, sia umano che ambientale\, che porta l’artista a confrontarsi con culture e costumi sempre diversi. \nPer il MAN\, Chironi ha concepito il percorso espositivo Abitare è un linguaggio\, coordinato da Elisabetta Masala\, in cui ognuna delle otto sale del secondo piano del museo accoglie opere provenienti da diverse abitazioni precedentemente esplorate\, con lavori inediti realizzati per l’occasione. \nUna costola espositiva del progetto è inoltre visibile presso l’Autocarrozzeria Santino Angioi a Ottana\, paese poco distante da Nuoro\, dove Chironi da sempre personalizza la sua Fiat 127 Special\, seguendo gli accostamenti cromatici tipici delle case di Le Corbusier. Non a caso la storica automobile è stata ribattezzata “Camaleonte”\, proprio per la capacità di mutare il colore della carrozzeria a seconda dei luoghi in cui sosta. \nVenerdì 1° dicembre Camaleonte sarà al centro di in una nuova versione del progetto itinerante Drive\, che unisce l’artista e i partecipanti in un percorso di riflessione urbana e immaginazione sui temi del viaggio\, della mobilità\, delle trasformazioni sociali\, dell’abitazione e dell’attraversamento di confini. Insieme ai racconti di Chironi alla guida di Camaleonte\, si potranno ascoltare le composizioni sonore nate in collaborazione con diversi musicisti e sound-artist: Francesco Brasini\, Alessandro Bosetti\, Massimo Carozzi\, Daniela Cattivelli\, Coro di Radio France\, Paolo Fresu\, Stefano Pilia\, Francesco Serra\, Henrik Svedlund\, Dominique Vaccaro\, Sophie Vitelli\, e il contributo inedito del polistrumentista nuorese Gavino Murgia. \nLo slogan di Le Corbusier “una casa è una macchina per abitare” è reinterpretato così in Nuoro Drive\, dando vita ad un ambiente mobile che condensa segni di viaggio e transito\, in un remix di storie\, traiettorie e valori. \nLa parte editoriale del progetto vedrà la luce nel 2024\, con il contributo dell’artista statunitense Charles Ray\, con cui Chironi ha avviato una collaborazione per la realizzazione di un ponte per pecore e pastori da costruirsi in Sardegna. \nColor keyboard – FIAT 127 Special (Camaleonte)\nAutocarrozzeria Santino Angioi\nzona P.i.p. Lotto 12\, 08020 Ottana (NU)\ndal lun. al ven. ore 09.00 > 18.00\nT: +39.07841786478 \n01.12.23 _ Nuoro Drive\nperformance itinerante in città.\nPartenza dal Museo MAN.\nSono previsti cinque viaggi da 30 minuti\nOrari:\n15.30>16.00; 16.15>16.45; 17.00>17.30; 17.45>18.15; 18.30>19.00\nColoro che desiderano partecipare ai viaggi di 30 minuti con l’artista possono inviare il proprio nome\, numero di telefono\, insieme alla fascia oraria specifica in cui desiderano partecipare\, all’e-mail info@museoman.it \nRingraziamenti \nFondation Le Corbusier – Parigi\nFundación Casa – Città del Messico\nLacasapark Art Residency – New York\nLa Casa de la Cultura del Fondo Nacional de las Artes e BIENALSUR – Buenos Aires\nPierre Jeanneret Museum – Chandigarh\nIstituto di Cultura Italiano – Città del Messico\nCollezione Andrea Boghi – Brescia\nCollezione Anna e Francesco Tampieri – Nonantola\nOlnick Spanu Collection – New York \nCristian Chironi è un artista multidisciplinare che vive tra Città del Messico e l’Italia. Usa diversi mezzi tra cui performance\, fotografia\, video\, architettura\, design\, creando spesso una sorta di interazione tra di loro. Tra le prossime mostre: Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico; CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia\, Torino. Tra le prossime performance: Ivrea (Olivetti) Drive\, Ivrea. www.cristianchironi.it \n  \nFoto allestimento: Alessandro Moni
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SUMMARY:Giotto | Fontana - Lo spazio d'oro
DESCRIPTION:una produzione MAN\, Nuoro\nda un’idea di Chiara Gatti\ntesti scientifici a cura di Andrea Nante e Paolo Campiglio\, Serena Colombo e Chiara Gatti\nCoordinamento di Rita Moro \nIl museo MAN di Nuoro presenta un progetto inedito dedicato a un dialogo ideale fra passato e presente\, fra classico e contemporaneo\, in linea con una filosofia espositiva che da anni conduce riflessioni sull’eterno ritorno di temi universali nell’arte di tutti i tempi. \nDopo le grandi mostre già riservate ad Alberto Giacometti e l’arcaico (in collaborazione con la Fondazione Giacometti di Zurigo) o Picasso e il mito\, nella serie celeberrima delle incisioni per la Suite Vollard\, il MAN intende indagare il nesso che\, a distanza di secoli\, collega la ricerca spaziale di Lucio Fontana con il valore dello spazio nelle composizione di Giotto\, unitamente alla presenza fortemente simbolica del colore oro nella sua reificazione dell’infinito e dell’altrove. \nNella tradizione pittorica bizantina e in quella medievale occidentale\, viene progressivamente meno la volontà di rappresentare uno spazio reale e tridimensionale. Il fondo oro di mosaici e tavole dipinte offre infatti una rilucenza profonda e vibrante e conferisce alla composizione pittorica\, per lo più sacra\, un’aura di religiosità e mistero\, atta a sancire il legame indissolubile tra arte e fede. \nIl dipinto è un’icona da adorare e assume un valore simbolico\, alludendo a valori eterni e trascendenti. \nGiotto\, Due apostoli\, 1325-1330 Tempera e oro su tavola Venezia\, Fondazione Giorgio Cini\, Galleria di Palazzo Cini \nL’oro non è colore\, ma simbolo divino\, esalta le figure\, ieratiche e bidimensionali\, senza umanizzarle\, le astrae dal contesto reale\, isolandole nel tempo e nello spazio e le pone entro rigidi schemi fissi\, annullando ogni consuetudine e ogni rapporto con la quotidianità: nessuna espressione e movimento\, nessun paesaggio familiare\, nessun edificio riconoscibile\, nessun riscontro con il vissuto. \nUn nuovo senso della realtà e dello spazio\, vero e profondo\, emerge nell’arte medievale grazie alla personalità di Giotto (1267 ca.-1337)\, che già i contemporanei lodavano poiché «rimutò l’arte di greco in latino e la ridusse al moderno»\, come scrisse Cennino Cennini nel suo Libro dell’Arte. Lo spazio sacro e dorato\, bidimensionale e trascendente\, cortina di luce che isola dal mondo esterno della tradizione precedente\, viene “bucato” da Giotto\, alla ricerca di una terza dimensione\, profonda e reale. \nIl fondo oro diventa cielo vero\, atmosferico\, lucente e terso nelle giornate di primavera\, illuminato dalla luce della luna e delle stelle (e persino delle comete) nella notte buia.\nGiotto scopre come la pittura possa raffigurare ciò che l’occhio vede\, comprese la possibilità dell’illusione\, meravigliosamente sperimentate per la prima volta nei due celebri finti coretti della cappella degli Scrovegni di Padova. Qui\, all’inizio del Trecento\, ancor prima dell’invenzione della prospettiva rinascimentale\, Giotto introduce l’idea del trompe-l’oil\, della pittura capace di trasformare lo spazio e creare ambienti illusionistici. Uno spazio senza figure e in cui – senza preavviso – irrompe il mondo esterno. I due fini vani\, vuoti\, potrebbero animarsi da un momento all’altro di cantori. E\, dalla bifora gotica\, si potrebbero vedere le rondini volteggiare nell’aria\, dalla gronda della vicina chiesa degli Eremitani\, come scrive Roberto Longhi nel 1952. \n“Giotto spazioso” è la definizione che il grande critico suggeriva per questo nuovo modo di pensare alla pittura\, spiegando\, a proposito della cappella padovana\, che «per chi\, ora\, si collochi al centro del pavimento della cappella\, e cioè nel luogo più adatto ad abbracciare con un solo sguardo la parete in cui si apre l’abside\, torna sùbito chiaro\, palmare\, sensibile fino all’illusione che i due finti vani “bucano” il muro\, mirano ad intervenire nell’architettura stessa del sacello. All’effetto di veridica illusione convengono le due volte gotiche concorrendo ad un solo centro che è sull’asse della chiesa e cioè nella profondità ’reale’\, esistenziale dell’abside; conviene la luce interna che\, partendo dal centro\, si diffonde inversamente nei due vani\, persino sulle colonnine e sugli stipiti delle due bifore; conviene la luce esterna di celo che colma l’apertura delle bifore stesse: non di un oltremarino “astratto”\, ma di un azzurro biavo\, che si accompagna a quello (vero) fuor delle finestre dell’abside». \nMa anche nei fondi oro – pensiamo alla giovanile Madonna di Borgo san Lorenzo e a quella di San Giorgio alla Costa o alla più tarda Maestà di Ognissanti – il cielo metafisico non è più infinito e\, al tempo stesso indefinito\, bensì fisico e reale. Le figure sono robuste come sculture e nel fondo\, pur dorato\, circola l’aria. Concorrono all’introduzione della realtà nella pittura l’uso della luce\, di cui Giotto individua sempre la fonte\, che modella i volumi\, occupa lo spazio rendendolo plausibile e ‘naturale’. Abitabile. Concorrono le intuizioni con cui il maestro coglie le relazioni tra luce e colore (il colore muta\, a seconda del variare della luce\, non solo di intensità ma di qualità)\, il suo approccio inedito alla quotidianità della vita\, nella resa curiosa di espressioni\, oggetti\, e della natura\, come un obiettivo spalancato nuovamente sulla realtà\, in ogni suo aspetto\, dai più sacrali ai più umili\, riproposto nella verità degli spazi architettonici e paesistici. Proprio in questa riappropriazione della realtà\, al di là degli schemi della tradizione\, la vita\, lo spazio\, l’uomo e i suoi sentimenti tornano a essere protagonisti della pittura. Un approccio vivo e rivoluzionario attuale anche per la pittura moderna e contemporanea\, che tanto debito nutre nei confronti del suo pensiero. \n«Le condizioni fondamentali nell’arte moderna sono chiaramente evidenti nel XIII secolo\, in cui inizia la rappresentazione dello spazio»\, scriveva Lucio Fontana nel suo «Manifiesto Blanco» del 1946. Con l’artista di Santa Fè\, lo spazio nuovo e illusorio di Giotto si trasforma infatti in uno spazio realmente tridimensionale. La luce che lo attraversa rende palpabile il principio della soglia\, dell’affaccio\, del luogo di confine fra visibile e invisibile\, secondo altresì l’antico concetto di iconostasi che Fontana rilegge nella sintesi radicale del suo gesto. La luce irrompe dunque in uno spazio mentale rendendolo improvvisamente percorribile. È proprio la stessa luce che\, nei fondi oro del Trecento – così come analizzata fra le pagine de Le porte regali di Pavel Florenskij – vedeva una materializzazione dell’immateriale e che ha poi attraversato i “concetti spaziali” di Lucio Fontana\, accarezzandone sabbie\, pietre\, pezzi di vetro e foglie d’oro. Una luce dilagante e calda\, ma generata da un atto pittorico. \nLucio Fontana\, Concetto spaziale\, 1960-61Olio su telaMART\, Museo di arte moderna e contermporanea di Trento e RoveretoCollezione Domenico Talamoni \nIl dialogo proposto in mostra fra una preziosa tavola di Giotto – i Due apostoli della Fondazione Giorgio Cini di Venezia – e un Concetto spaziale di Fontana del MART di Rovereto – attinge\, oltre che alle speculazioni di Florenskij\, a una lunga letteratura concentrata su corsi e ricorsi di quella magnifica ossessione della pittura per la rappresentazione dell’assoluto\, affrontata scientificamente da grandi studiosi\, fra cui Georges Bataille\, Lionello Venturi\, Jean-Paul Sartre\, Michael Baxandall\, Jean Servier\, Luigi Carluccio. Una tensione verso l’infinito e il trascendente accomuna antichi e contemporanei e rende il dialogo fra Giotto e Fontana significativo e puntuale nel senso di un affondo esemplificativo\, minimalista quanto intenso\, fra le pieghe di questo tema di studio dell’arte universale. La pittura delle icone presuppone\, non a caso\, una metafisica delle immagini e della luce che nel Novecento trova eredi sensibili. Ed è a questa metafisica che autori come Wildt\, Carrà\, Casorati e poi Melotti e Fontana\, oltre a maestri internazionali del calibro di Rothko o Yves Klein\, hanno guardato\, rivolgendosi persino all’uso dell’oro come veicolo verso l’astratto\, verso il sacro\, oltre le “porte regali” dell’iconòstasi\, al di là del margine fra mondo visibile e il mondo invisibile\, «luogo dove si manifesta una pittura sublime – per citare Florenskij – in cui le cose sono “prodotti della luce”». \n«Scoprire il Cosmo – ripeteva\, non per nulla\, Lucio Fontana – è scoprire una nuova dimensione. È scoprire l’Infinito. Così\, bucando questa tela – che è la base di tutta la pittura – ho creato una dimensione infinita». \n  \nFoto allestimento: Alessandro Moni \n\n		\n		\n			\n				\n			\n			\n				\n			\n		\n\n 
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SUMMARY:IL RESTO DELL’ALBA - Pininfarina Architecture e Patrick Tuttofuoco
DESCRIPTION:Sullo sfondo di un anno che il MAN di Nuoro ha dedicato al dialogo fra arte e architettura\, dopo l’omaggio alla scalinata di Odessa e ai workshop con le università di architettura di Cagliari\, Alghero e Palermo\, prende forma ora un progetto inedito studiato appositamente per gli spazi del museo. \nLa mostra Il Resto dell’Alba nasce da un confronto teorico fra l’artista Patrick Tuttofuoco\, la curatrice museografa Maddalena d’Alfonso e l’architetto Giovanni de Niederhäusern\, vicepresidente di Pininfarina Architettura. Il Resto dell’Alba è un’opera avvolgente che interpreta la nuova frontiera del virtuale dando un corpo fisico all’ipertecnologia del digitale. \nLo spazio dell’arte\, infatti\, è visto come un luogo esperienziale generato con strumenti di prototipazione virtuale\, dove spazio e pubblico si integrano e si attivano a vicenda\, traguardando il tempo dell’arte: da una parte quello storico\, passato\, rappresentato idealmente da una scultura nuragica\, con tutto il suo portato mitico e assoluto insieme\, come segno eterno di una presenza iconica delle nostre origini\, “da dove veniamo”\, il nostro retaggio arcaico; dall’altra parte\, quello del futuro\, digitale\, il “dove andiamo” simbolizzato dall’immaginario incorporeo e aurorale della luce epifanica di un sole doppio\, una prospettiva e\, al contempo\, una nuova genesi\, ispirata alla classica iconografia del sole nascente\, di matrice anarchica\, speranza di un avvenire radioso\, allegoria di una rigenerazione e di un nuovo senso dell’abitare dell’uomo sulla terra\, così come teorizzato da Jean-Jacques Rousseau\, Bruno Taut o Martin Heidegger. Tutto questo sta alla base di una forma progettuale potente e utopica\, un’opera attraversabile in un viaggio allegorico\, dove l’esperienza si sublima nella dimensione del simbolo. \nL’ambiente progettato con strumenti di design parametrico di tipo generativo è interamente realizzato in alluminio tagliato con una tecnica denominata mesh clustering\, per ottimizzare l’uso del materiale\, la realizzazione a controllo numerico e l’assemblaggio a secco. Questo consentirà\, a fine mostra\, di disallestire l’opera e riutilizzare il materiale nella filiera del riciclo. Il sole doppio è una forma-oggetto composta dalla sfera incipiente e dal suo doppio\, che è anche un’ombra luminosa\, un inconcepibile cortocircuito sulla questione della fonte della luce e del calore. La mostra\, nel dialogo tra arte\, architettura e museografia\, propone al pubblico un’esperienza personale\, in cui la dilatazione del momento dell’alba cristallizza uno stato di attesa\, un tempo sospeso e pone l’osservatore di fronte a quesiti su un futuro sempre più innaturale ma nell’ottica di una reciprocità virtuosa fra natura e tecnologia. Fra passato e futuro\, il visitatore incarna il presente. Il paesaggio museografico desunto dall’immaginario digitale del metaverso\, fa percepire il fascino del disagio di essere troppo vicini al sole. Una sensazione che genera la riflessione su grandi temi comuni e attuali\, da affrontare con urgenza sempre maggiore: dai più evidenti\, relativi al cambiamento climatico\, a quelli di ricerca sul design di supporto alla riduzione degli sprechi e sulle materie prime. \nIl MAN promuove con questa mostra una condivisione su argomenti fondamentali\, dalle questioni della sostenibilità sociale a quelle dell’inclusione\, attraverso la coesistenza di arte\, artificio e umano in un luogo aurorale. E pone al pubblico domande importanti: quale intricata relazione si sta instaurando tra la nostra esistenza nel mondo digitale e la presenza fisica? Che luoghi e spazi pensare per l’inclusività e per sensibilizzare su problematiche contingenti per la costruzione del futuro? \nPininfarina Architecture \nIcona globale dello stile italiano\, Pininfarina è nota per la sua impareggiabile abilità nel creare opere senza tempo\, basate sui suoi valori di Tecnologia e Bellezza. Fondata in Italia nel 1930\, Pininfarina ha oggi uffici in tutto il mondo\, con un ambito progettuale che include trasporti\, design industriale\, architettura/interni e design automobilistico. I progetti più recenti di Pininfarina della divisione Architettura abbracciano località geografiche come la Turchia (la Nuova Torre di Controllo dell’aeroporto di Istanbul)\, gli Stati Uniti (il condominio di lusso 1100 Millecento a Miami)\, il Brasile (Cyrela\, Vitra e Yachthouse\, e le torri gemelle di Balneario Camboriu)\, l’Italia (Juventus Stadium a Torino\, The New Stauffer Center for Strings a Cremona\, Urban Lounge a Milano). Pininfarina Architettura ha inoltre vinto numerosi premi internazionali di architettura\, di recente il Green Good Design Award 2022 per Urban Lounge\, l’American Architecture Award 2020 con Yachthouse\, l’International Architecture Award 2020 per Sixty6 e il Red Dot Award 2019 per il City of Miami Bus Shelter Designs. Con sedi a Torino\, Milano\,. Miami\, New York e Shanghi\, Pininfarina Architecture lavora con un team di 80 professionisti formati presso le più importanti istituzioni accademiche e centri di ricerca del mondo e con background multidisciplinari tra cui architettura\, ingegneria\, scienze sociali e interaction design\, legati tra loro attraverso le esperienze professionali. Project team: Giovanni de Niederhausern\, Gianni Giuffrida\, Simona Penna\, Marco Caprani\, Giuseppe Conti\, Alessandro Mimiola\, Silvia Sereno Regis\, Giacomo Andreolli. \nPatrick Tuttofuoco (Milano\, 1974) Vive e lavora a Milano \nIl lavoro artistico di Patrick Tuttofuoco è concepito come un dialogo tra individui e la loro abilità a trasformare l’ambiente che abitano\, esplorando nozioni di comunità ed integrazione sociale al fine di combinare l’immediata attrazione sensoriale con il potere di innescare profonde risposte teoriche. Tuttofuoco mescola Modernismo e Pop; egli spinge il figurativo nell’astratto\, usando l’uomo come paradigma dell’esistenza\, come la matrice e l’unità di misura della realtà. Da questo processo interpretativo e cognitivo\, vengono prodotte infinite versioni dell’uomo e del contesto della sua esistenza\, dalle quali vengono generate forme in grado di animare le sculture. Patrick Tuttofuoco ha partecipato alla 50° Biennale di Venezia (2003)\, a Manifesta 5 (2004)\, alla 6° Biennale di Shanghai (2006) e alla 10° Biennale di Havana (2009). I suoi lavori sono stati esibiti in diverse istituzioni come la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo\, (Torino 2006)\, il Künstlerhaus Bethanien\, Berlino (2008) e Casa Italia\, Pyeongchang (2018). Nel 2017 è stato selezionato dal Consiglio italiano grazie al progetto ZERO presentato a Rimini\, Berlino e Bologna (2018). \nMaddalena d’Alfonso (1972) Vive e lavora a Milano. \nMaddalena d’Alfonso\, è architetto\, saggista e ricercatrice. Prende la qualifica di professore associato nel 2017 dopo il dottorato di ricerca in architettura degli interni e museografia nel 2004. Ha applicato la sua attitudine a coniugare l’attività di ricerca con la cultura museografica nell’ideazione e progettazione di mostre e programmi culturali per istituzioni pubbliche\, fondazioni e musei. D’Alfonso è membro del consiglio scientifico di ICAMT – l’International Commitee for Architecture and Museum Techniques dell’ICOM dal 2019. La mostra Il Paesaggio dei Diritti – Fotografare la Costituzione\, da lei ideata e curata per il Comune di Milano\, nel 2017 ha ricevuto la medaglia di rappresentanza del Presidente della Repubblica Italiana _e il suo libro Warm Modernity (Silvana 2016) ha ricevuto il Red Dot Award. Nel 2019 ha fondato l’agenzia Md’A Design Agency per offrire alla sua rete di lavoro servizi\, progettazione e attività interdisciplinari riunendo architettura\, curatela e gestione museale per implementare soluzioni sostenibili per l’architettura e la cultura sottolineando i temi relativi all’accessibilità e democraticità degli spazi pubblici e collettivi. \nPartner dell’installazione Materea per le lavorazioni computazionali e il servizio di produzione. www.materea.industries\nNieder\, per le lavorazioni e lo shipping e l’installazione www.nieder.it\nAlpewa e Prefa per la fornitura di lastre in alluminio naturale PREFA e dei rivetti www.alpewa.com – www.prefa.it\nErco Per la consulenza illuminotecnica e la fornitura dei corpi illuminanti. www.erco.com\nBrianza Plastica www.brianzaplastica.it \nProgetto finanziato nell’ambito dei fondi Pnrr per l’accessibilità \n  \n  \nFoto Allestimento: Alessandro Moni
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SUMMARY:Fancello Nivola Pintori
DESCRIPTION:Il progetto vuole rendere omaggio alle figure dei tre artisti\, Costantino Nivola (Orani\, 1911 – Long Island\, 1988)\, Giovanni Pintori (Tresnuraghes\, 1912 – Milano\, 1999)\, Salvatore Fancello (Dorgali\, 1916 – Bregu Rapit\, 1941) all’indomani delle celebrazioni per i 100 anni dalla fondazione dell’I.S.I.A.\, attraverso un percorso espositivo che si articolerà nelle sedi del MAN e del Museo Civico Salvatore Fancello di Dorgali. \nLe due istituzioni\, in maniera sinergica e attraverso una importante collaborazione istituzionale\, predisporranno una serie di eventi collaterali volti alla valorizzazione delle opere dei tre ‘sardi dell’I.S.I.A.’ e del percorso formativo comune.\nIl progetto vanta\, come ulteriore obbiettivo\, quello di rafforzare il legame del MAN con le istituzioni locali\, in questo caso con Dorgali\, terra natia di Salvatore Fancello di cui il museo dorgalese conserva tra l’altro il celebre ‘Disegno interrotto’ del 1938\, donato dall’artista a Costantino Nivola in occasione del suo matrimonio.\nLa collezione permanente del MAN custodisce un prezioso nucleo delle opere più rappresentative dei tre artisti\, a partire dal comodato di Giovanni Pintori con 160 opere\, a cui segue il corpus delle opere di Salvatore Fancello\, tra cui le due sculture Figura femminile e Cinghiali. \nNel 1931 i tre artisti vinsero una borsa di studio della Camera di Commercio di Nuoro per la frequenza dei corsi presso l’I.S.I.A. (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche)\, la famosa scuola creata a Monza su iniziativa dell’Umanitaria di Milano. L’istituto\, attivo dal 1922 al 1943\, già dai primi anni richiamò grandi personalità del mondo artistico a cui affidò gli insegnamenti di materie tecniche e creative. Per le sue aule passarono infatti architetti come Giuseppe Pagano e Edoardo Persoli\, gli scultori Marino Marini e Arturo Martini\, il pittore Pio Semeghini. Contestualmente la scuola si rivelò luogo di sperimentazione\, approfondimento\, crescita e innovazione. \nFancello\, Nivola e Pintori collaborano\, a partire dal 1936\, con l’Ufficio Tecnico di Pubblicità dell’Olivetti\, diretto da Renato Zveteremich\, un vero pioniere della grafica pubblicitaria. Pintori e Nivola\, a metà degli anni Trenta\, furono i progettisti di innovativi manifesti e di alcune pubblicazioni esemplari\, che segnarono il celebre “stile Olivetti”. Fancello\, pur frequentando gli uffici milanesi della società di Ivrea\, preferì dedicarsi alla ceramica.\nNivola e Pintori realizzano a quattro mani i manifesti per la prima Olivetti Studio Modello 42\, di cui la mostra documenta tutti i passaggi di produzione e promozione. I maestri sardi crearono insieme immagini poetiche ed efficaci\, fatte di simboli evocativi e di giochi visivi. Il loro talento contribuì a distinguere nel mondo la forte identità grafica dell’azienda italiana. Costantino Nivola\, ricordando il suo lavoro all’Ufficio Pubblicità in quegli anni\, scrisse “Adriano Olivetti esigeva che tutto l’aspetto visuale della Olivetti fosse fatto a livello artistico”.\nA corredo del percorso espositivo il progetto prevede inoltre l’approfondimento\, attraverso ricerche d’archivio\, di documenti e fotografie\, fra cui alcuni inediti emersi recentemente in collezioni private. La mostra è arricchita da un catalogo che documenta il sodalizio dei maestri sardi sulla scia dello spirito illuminato e avanguardista di una scuola che fece epoca. \n  \nFoto Allestimento: Alessandro Moni
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SUMMARY:Le affinità immaginate
DESCRIPTION:LA MOSTRA\n\n\nTorna esposta la collezione del museo MAN di Nuoro\, la più importante raccolta d’arte moderna e contemporanea legata alla storia della Sardegna. \nDa Mario Sironi a Maria Lai\, da Francesca Devoto a Giovanni Campus\, da Costantino Nivola a Lisetta Carmi. Un patrimonio collettivo che affonda nella memoria del luogo e apre l’orizzonte ai linguaggi delle giovani generazioni. \nIl museo MAN di Nuoro è lieto di annunciare Le affinità immaginate\, una grande mostra dedicata alla collezione storica del museo che esce dai depositi per un progetto di rilettura e riallestimento. Il percorso è volto alla partecipazione della comunità locale\, per attivare una riflessione su temi identitari\, ma con lo sguardo sensibile a prospettive universali. \nDalla microstoria alla macrostoria dell’uomo: la Sardegna\, la sua arte\, la sua cultura\, rappresentano un caso esemplare di fatti maggiori\, un concentrato di eventi che rispecchiano quelli italiani\, in una dimensione circoscritta ma fondamentale come tassello di un orizzonte ampio. \nDal verismo diAntonio Ballero al divisionismo del primo Sironi\, dal ritorno all’ordine di Ciusa Romagna al realismo borghese di Francesca Devoto\, dall’astrattismo di Mauro Manca alle vite straordinarie di Fancello\, Nivola e Pintori\, dalla prorompente e toccante creatività di Maria Lai\, fino alle ricerche delle ultime generazioni. In questo caso\, spiccano allestimenti site-specific realizzati per gli spazi del museo nell’ambito di premi vinti grazie ai bandi del Ministero e dove i nomi dei sardi emergenti si alternano ad altri\, chiamati ad abitare e a raccontare l’isola. \nUna scelta di 100 capolavori su mille opere della collezione permanente punteggiano un percorso ripensato alla luce di nuove indagini e all’indomani della pubblicazione del catalogo edito da Officina Libraria col titolo “100 Capolavori dalla collezione del MAN”. \n \nUna ricognizione a 360 gradi fra acquisizioni\, donazioni e comodati\, permette di leggere in modo differente le connessioni fra soggetti e autori\, iconografie e varianti. \nL’allestimento ispirato a una sorta di macchina del tempo – diversamente dal classico andamento cronologico – crea cortocircuiti\, andate e ritorni\, flashback e salti nel contemporaneo – al fine di stimolare nel visitatore possibili affinità\, eredità di stile o di contenuto. Importanti sono i tributi a Costantino Nivola (scelto da Adriano Pedrosa curatore della prossima Biennale di Venezia per la sua mostra dedicata agli esuli nel mondo) oltre a Jorge Eielson (in linea con le celebrazioni internazionali per il centenario dalla nascita)\, e a Guido Strazza maestro dell’astrazione italiana dal dopoguerra in avanti\, legato alla Sardegna per i natali materni e per una forte amicizia intellettuale con Maria Lai. Strazza ha concesso in donazione al MAN tre opere monumentali esposte ora per la prima volta. \n\n\n  \nFoto allestimento:Alessandro Moni
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SUMMARY:Giorgio Andreotta Calò_in girum imus nocte
DESCRIPTION:La memoria collettiva della Sardegna\, il suo paesaggio\, insieme alle conseguenze sociali ed ecologiche dei processi estrattivi\, sono al centro del lavoro condotto nell’isola da Giorgio Andreotta Calò: un’indagine svolta tra il 2013 e il 2018\, che ha portato alla creazione di un corpus fondamentale nel percorso dell’artista. \nOggi\, una parte di queste opere trova collocazione ideale al museo MAN grazie al Piano per l’Arte Contemporanea del Ministero della Cultura\, completando e integrando la precedente acquisizione di Produttivo. \nNel 2019\, infatti\, l’artista dona al MAN una parte dell’installazione ambientale Produttivo\, composta da carotaggi estratti durante le campagne minerarie della Carbosulcis.spa\, società che fino al 2018 è stata impegnata nello sfruttamento del bacino carbonifero del Sulcis\, area nel sud-ovest dell’isola. \nCon un procedimento simile alle indagini geognostiche\, Giorgio Andreotta Calò analizza la stratificazione e l’identità del luogo sviscerandone gli aspetti socio-culturali. \nUna analoga radice semantica è condivisa dalle opere del progetto in girum imus nocte\, che testimoniano un comune processo di ricerca e di interazione con il territorio sardo e la sua storia. \nIl titolo\, tratto dal palindromo latino “in girum imus nocte et consumimur igni” (“andiamo in giro di notte e siamo consumati dal fuoco”)\, allude alla carica simbolica dell’installazione filmica omonima che\, con le sculture Pinna Nobilis e Dogod\, crea un insieme coerente in cui i singoli elementi esaltano i reciproci significati. \nIl fulcro della installazione è costituito dal film che documenta la marcia compiuta dall’artista insieme a un gruppo di minatori e pescatori del Sulcis nella notte del 4 dicembre 2014 (giorno di Santa Barbara\, protettrice della comunità dei minatori). \nIl cammino diventa rito in una prospettiva escatologica che riconosce il ruolo sociale dei lavoratori\, accentuando il valore della loro presenza. La marcia rituale dalla miniera fino all’isola di Sant’Antioco\, dal tramonto all’alba\, è enfatizzata dal bastone che accompagna il tragitto\, diventato poi parte integrante dell’opera presentata in mostra. \nL’uso della pellicola 16 mm risulta\, nella sua fragilità\, funzionale al senso complessivo del racconto\, evocando la componente alchemica di trasformazione della materia che accomuna tutte le opere esposte. \nLa metamorfosi del cranio di una creatura a metà tra cane (Dog) e divinità (God) è al centro di Dogod\, i cui elementi costitutivi\, provenienti dallo stagno di Cirdu\, a Sant’Antioco\, sono stati assemblati per poi realizzare la fusione a cera persa in bronzo bianco qui esposta. Al Sulcis rimanda anche la scultura Pinna Nobilis\, prodotta dal calco di un esemplare dell’omonima specie di bivalve endemica del Mediterraneo\, anch’esso recuperato a Punta Trettu durante la lavorazione del film. \nI lavori in mostra\, tra i più emblematici e rappresentativi della ricerca di Giorgio Andreotta Calò\, accompagnano il visitatore in profondità: negli abissi della terra\, ma anche nell’essenza del metodo dell’artista. In questo modo\, paesaggio e storia vengono assimilati dalle opere\, diventandone termine essenziale. \n\n\n\n\n\nBIOGRAFIA\n\n\nNato a Venezia nel 1979\, Giorgio Andreotta Calò vive e lavora a Venezia. \nHa studiato scultura all’Accademia di Venezia e alla Kunsthochschule di Berlino. Tra il 2008 e il 2010 è stato artista in residenza alla Rijksakademie van Beeldende Kunsten di Amsterdam. Nel 2011 il lavoro di Calò è stato presentato alla 54.ma Biennale di Venezia diretta da Bice Curiger. Nel 2012 ha vinto il Premio Italia per l’arte contemporanea promosso dal Museo MAXXI. Nel 2014 vince il Premio New York\, promosso dal Ministero per gli Affari Esteri Italiano. Nel 2017 è uno dei tre artisti invitati a rappresentare l’Italia nel Padiglione curato da Cecilia Alemani alla 57. Esposizione Internazionale d’Arte alla Biennale di Venezia. Nel 2018\, con il progetto Anastasis\, vince il bando Italian Council promosso dal Ministero della Cultura\, per la realizzazione di un’installazione monumentale presso l’Oude Kerk di Amsterdam. Nel 2019 gli viene dedicata una mostra personale presso Pirelli Hangar Bicocca. Le sue opere sono parte di numerose collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero. \nIl progetto è sostenuto dal PAC 2022-2023 – Piano per l’Arte Contemporanea\, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
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SUMMARY:Micol Roubini _La Montagna Magica
DESCRIPTION:Il progetto è realizzato grazie al sostegno della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura nell’ambito dell’11ª edizione dell’Italian Council (2022); promosso e prodotto da Lo schermo dell’arte\, con il contributo di nctm e l’arte.  L’opera entrerà a far parte della collezione del MAN di Nuoro.  \n\n\n\n\nLA MOSTRA\n\n\nIl MAN presenta la mostra La Montagna Magica di Micol Roubini\, incentrata su un’opera che prende la forma di una video-installazione di dimensioni ambientali  che occuperà le sale al primo piano del museo. \nIl progetto La Montagna Magica nasce dall’incontro di Micol Roubini con l’area di Corio e Balangero. \nInteressata da sempre alle tracce memoriali dei luoghi e delle genti\, impegnata in progetti a lungo termine sul territorio\, l’artista ne racconta la fase post industriale analizzando la fitta rete di relazioni che\, con il contesto\, intrattengono gli abitanti. \nSiamo\, infatti\, in Nord Italia\, a poche decine di chilometri da Torino: un’area densamente popolata. Eppure nei paesi di Corio e Balangero e nella contigua cava di amianto in disuso domina un’atmosfera sospesa. \nAttiva dal 1918 al 1990\, l’Amiantifera fu la cava a cielo aperto più grande d’Europa. Oggi l’area è al centro di un esteso progetto di bonifica; i segni ancora leggibili dell’attività estrattiva convivono con le tracce di un progressivo inselvatichimento\, con la ricomparsa\, sia naturale che indotta\, di diverse specie vegetali e animali. \nNella video-installazione\, La Montagna Magica si intrecciano diversi piani tra i quali il processo di colonizzazione dei terreni contaminati da parte di piante e licheni\, le ricerche di laboratorio sull’amianto\, le suggestioni all’origine della storia stessa dell’utilizzo del minerale\, considerato fin dai tempi antichi magico per le sue straordinarie proprietà ignifughe. \nLa fase di transizione in atto vede contrapposti un passato recente segnato da vicende tra le più complesse della storia industriale italiana\, e una futura riconversione volta alla restituzione di ampie aree della montagna\, oggi inaccessibili\, alle comunità che la circondano. \nTra le traiettorie di ricerca di Roubini una ha riguardato l’immaginazione onirica degli abitanti dell’area\, per lo più ex lavoratori della miniera o loro familiari; un modo per investigarne il vissuto interiore rispetto alla complessità della situazione. \nLa montagna magica è una video-installazione\, 4 canali\, 2023\, super 16mm trasferito in 2K\, sonoro\, 24’30’’. \n\n\n\n\nMICOL ROUBINI\n\n\nÈ nata nel 1982 a Milano\, dove vive e lavora. È diplomata all’Accademia di Brera e alla Univeristät der Künste di Berlino. Dal 2021 insegna Nuovi linguaggi della comunicazione visiva al CFP Bauer\, Milano. La sua ricerca indaga gli equilibri tra uomo e territorio\, tra sistemi culturali e morfologia del paesaggio\, tra storia\, migrazioni e memorie individuali. \nHa esposto a Museo Casa Testori (2021)\, Premio Matteo Oliviero (2017)\, Hotel Charleroi (2013). Ha realizzato il progetto Atti clandestini per terre mobili (Fondazione Palazzo Magnani 2021). Ha partecipato a rassegne video a Villa Medici (2021)\, Pavilion (Poznan 2021)\, LightCone (Parigi 2017)\, Scotland’s Centre for Photography (2012). \nHa condotto masterclass (Locarno Film Festival 2022) e partecipato a residenze tra cui Fondazione Pistoletto (2017)\, Scottish Sculpture Workshop (2013). Il suo film La strada per le montagne (2019)\, in concorso al Cinéma du Réel e in altri festival europei\, ha vinto il Premio Corso Salani al Trieste Film Festival 2020. \n\n\n\n\nGABI SCARDI\n\n\nÈ curatrice e critica di arte contemporanea\, da anni impegnata nell’ambito di progetti pubblici e pratiche sociali. È curatrice di mostre personali\, mostre collettive e progetti pubblici. Collabora con istituzioni artistiche e culturali italiane e internazionali\, tra le quali: Pac\, Milano; Museo del Novecento\, Milano; Pirelli Hangar Bicocca\, Milano; MAXXI\, Roma; Biennale di Venezia\, Venezia; Royal Academy\, London; Louisiana Museum\, Copenhagen. \nTra i progetti curati: Chiaralice Rizzi e Alessandro Laita\, The Memory of the Air\, progetto vincitore di Italian Council\, Museo Marubi\, Scutari\, Albania\, 2021-2022; Emilio Fantin\, Risvegli\, progetto vincitore di Italian Council\, Mambo Bologna\, Palazzo Barolo Torino\, Fondazione Baruchello Roma\, University of Chicago; Maria Papadimitriou\, Why look at animals AGRIMIKA’\, Padiglione Grecia alla 56° Biennale di Venezia; restauro del Teatro Continuo di Alberto Burri\, Milano\, 2015.\nDal 2011 è direttrice artistica di nctm e l’arte. \n\n\n\n\n\nCrediti\n\n\nsceneggiatura: Micol Roubini \nfotografia: Davide Maldi \naiuto alla fotografia e alla camera: Tiziano Doria \nmontaggio e correzione colore: Davide Maldi\, Micol Roubini \nsuono di presa diretta: Giovanni Corona \nmontaggio e mix audio: Giancarlo Rutigliano \nproduttore esecutivo: L’Altauro \nassistenti di produzione: Francesca Bennett\, Giulio Squarci \nmateriali tecnici: L’Altauro\, Labbash\, Warshad Film\, Panalight\, Nova Rollfilm \nsviluppo pellicola e stampa: Augustus Color \nfilmato in pellicola Kodak super16mm \ncon (in ordine di apparizione): \nCaterina Cerva Pedrin\, Mario Giacomin Potachin\, Marco Picca Piccon\, Irene Damiano\, Paul Leon Allaire\, Gian Carlo Bertellino\, Sergio Favero Longo\, Gian Mauro Salot\, Ivan Cavalli\, Martina Sette\, Sabrina Scolari\, Mariagrazia Luiso \ne con: \nRoberto Chiesa\, Lorenzo degli Espositi\, Alessandra degli Espositi\, Federica dell’Omo\, Daniela Dhampiraj\, Sara Ferrando\, Bruna Garofoli\, Fabrizio Cat Genova\, Virginia Coletti Grancia\, Roberto Macario\, Domenica Mangialardo\, Graziella Martini\, Raffaele Rudi Mazzotta\, Federico Picca Piccon\, Renato Quercia\, Rosangela Vietti Ramus\, Marina Vietti Ramus\, Sergio Ruo Ruich\, Andrea Telesca \ngrazie: R.S.A. s.r.l.\, Università degli Studi di Torino\, Ecomuseo minerario di Balangero Corio e Cudine\, Aib Boschivi\, Nuova Cava Ceretta\, Associazione Ariele\, Pro loco Corio\, Associazione sentieri Alta Val Malone\, Okta Film\, Kodak\, Osteria di Campagna Cudine\, Agriturismo Bastià\, Giacu d’Nota \nChiara Allari\, Cristina Bagnasco\, Claudio Baima Rughet\, Luciana Baima Rughet\, Guido Battaglia\, Roberto Bellezza\, Massimo Bergamini\, Guido Blanchard\, Pierdomenico Bonino\, Carol Brentisci\, Paola Carini\, Franco Carnevale\, Arianna Cecconi\, Marina Ballo Charmet\, Roberta Ciambrone\, Marilena Colombaro\, Alessandro Costa\, Augusta Franco Cavalli\, Luciano Dionisi\, Bice Fubini\, Alfredo Gamba\, Antonio Ghione\, Samira Guadagnuolo\, Maurizio Iacocella\, Corrado Magnani\, Aldo Mairano\, Giuliana Marangoni\, Dario Mirabelli\, Valentina Molinar Min\, Riccardo Lazzarini\, Federica Nardese\, Elena Nascimbene\, Giovanni Poma\, Paola Pregnolato\, Elisa Pugliaro\, Juan Rolando\, Ruo Rui\, Giancarlo Suino\, Giorgio Taccon\, Francesco Turci\, Enrico Tuvo\, Elisa Pugliaro\, Gianluigi Soldi\, Benedetto Terracini\, Piero Zanini\, i partecipanti del Libro Bar di Corio.
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SUMMARY:Valentina Medda_THE LAST LAMENTATION
DESCRIPTION:LA MOSTRA\na cura di Maria Paola Zedda \n\n\n  \nThe Last Lamentation è un rituale funebre per il Mediterraneo\, osservato dall’artista come luogo di attesa\, sospensione e trapasso\, incarnazione di un’assenza – deposito di corpi e corpo in sé. \n Valentina Medda lo attraversa nell’evocazione di un rito diffuso in tutta l’area che si affaccia sulle sue coste: il pianto rituale\, indagato alla fine degli anni ‘50 dall’antropologo Ernesto De Martino\, ora pressoché estinto nel Sud Italia\, ma vivo nelle coste meridionali e orientali dal Libano al Marocco. \nLa mostra si snoda intorno all’omonima opera video The Last Lamentation\, prodotta tra il 2023 e il 2024\, destinata alle collezioni del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna: un lavoro girato in Sardegna e realizzato attraverso un percorso di ricerca nel territorio\, che racconta la tragedia del mare attraverso un’ipnotica partitura coreografica\, vocale\, sonora. \nIl lavoro rielabora i codici rituali in forme contemporanee e astratte grazie alla collaborazione con Gaspare Sammartano\, compositore\, Claudia Ciceroni\, compositrice e trainer vocalica\, Attila Faravelli\, per gli aspetti legati al field recording. \nQui la relazione tra corpo\, pathos\, paesaggio si stratifica per sistemi di assenza e presenza attraverso la partecipazione di un coro di 12 donne vestite di nero\, in piedi accanto al mare\, elemento che per contrasto rende più tangibile la presenza silente dei morti e fa esplodere le loro voci. \nLa mostra raccoglie inoltre un corpus di opere\, molte delle quali esposte per la prima volta\, che l’artista ha realizzato già nelle prime fasi di studio e che convergono intorno all’opera video ripercorrendone i momenti di elaborazione: collage\, inchiostri su carta\, fotografie\, disegni e alcuni elementi scultorei. \nDal 2018 Valentina Medda ha in atto una ricerca sul Mediterraneo\, che inizialmente l’ha portata a lavorare a Beirut in residenza presso il Beirut Art Residency. Di questa esperienza troviamo tracce nei collage presenti in mostra\, che compongono una tessitura che si annoda intorno a un territorio originario\, la Sardegna – terra di provenienza dell’artista – per riconnettersi poi con il Mediterraneo. \nInsieme ai collage\, l’evocazione dei fazzoletti che accompagnano il rituale del pianto ispirati dal documentario di Cecilia Mangini sulla tradizione pugliese\, si cristallizzano nel processo di solidificazione attraverso la cottura della ceramica\, che brucia l’anima del tessuto interno lasciando nella scultura un vuoto\, un’assenza. A completare la restituzione della ricerca di Medda\, un quaderno d’artista raccoglie visivamente le scene in uno storyboard poetico.  Immagini del mare e alcune polaroid lavorate come se questa acqua divenisse pelle\, traducono un orizzonte visivo\, che è liquido e corporeo insieme. \nIl progetto è presentato da ZEIT (capofila)\, in partnership con MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro\, Teatro di Sardegna\, Arts Centre 404 / VierNulVier (Ghent\, BE) e Flux Factory (New York) in collaborazione con la Fondazione Sardegna Film Commission e sostenuto da ARS – Arte Condivisa in Sardegna per la Fondazione di Sardegna (sponsor di progetto). I partner culturali sono Careof\, BIG Bari International Gender Festival\, RAMDOM\, Alchemilla. \nL’artista è supportata dalla rete europea di larga scala Stronger Peripheries – A Southern Coalition grazie al sostegno di Teatro di Sardegna\, Bunker Ljubljana\, L’Arboreto Mondaino. \n“Il lavoro è concepito come un rituale funebre per il mare” – dichiara l’artista Valentina Medda – “una performance partecipativa ispirata alla tradizione delle lamentazioni funebri in cui un gruppo di donne vestite di nero dà vita a un grido condiviso\, un rito che guarda al coro come all’unico linguaggio possibile per raccontare una tragedia contemporanea. Nel piangere per il Mediterraneo e i suoi morti – continua l’artista – il tentativo è quello di ridare voce e corpo attraverso un’azione poetica e politica\, a quelle vite considerate sacrificabili\, quelle che non meritano nemmeno il lutto\, come afferma la filosofa Judith Butler. Il mare è qui estensione del corpo\, che perde i suoi confini e si fa liquido\, creatura acquea.  La domanda su dove finisca il corpo e dove inizi lo spazio ha plasmato\, di fatto\, tutta la mia ricerca degli ultimi 10 anni\, attraverso linguaggi diversi e in modi diversi\, mettendo in discussione la distinzione tra la fisicità dell’individuo e la materialità esterna nel tentativo di creare una geografia incarnata e immaginare nuovi corpi ibridi\, trovando il filo che lega tutte le materie vibranti\, viventi e non”. \n  \n\n\n\n\nVALENTINA MEDDA\n\n\nBiografia \nValentina Medda è un’artista interdisciplinare sarda che vive a Bologna. Ha studiato fotografia all’ICP – International Center of Photography di New York. La sua pratica artistica si snoda tra immagine\, performance e interventi site-specific\, indagando la relazione tra pubblico e privato\, corpo e architettura\, città e appartenenza sociale. Il suo lavoro è stato esposto e gira in contesti artistici e performativi nazionali e internazionali da Bologna\, Milano\, Cagliari a Parigi\, New York\, Beirut\, Bruxelles e Amsterdam. \nÈ stata artista in residenza presso Couvent de Recollets\, Parigi; BAR\, Beirut; Cité des Arts\, Parigi; Flux Factory\, NY; Les bains connective\, Bruxelles; MaisonVentidue\, Bologna. Nel 2019 è stata invitata al Grand Tour d’Italie\, progetto di networking internazionale della Direzione Generale Contemporanea del Ministero della Cultura. Ha ricevuto\, tra gli altri\, il Fondo Cimetta per la mobilità artistica\, Movin up della Regione Emilia Romagna\, IAP Mentorship della NYFA – New York Foundation for Arts e Tina Art PRIZE. Il suo progetto Cities by Night Across Borders\, è stato selezionato tra i 19 vincitori del programma europeo “Perform Europe”. \nUffici Stampa  \nSara Zolla | press@sarazolla.com | Tel. 346-8457982 \nUfficio Stampa UC studio – press@ucstudio.it \nChiara Ciucci Giuliani chiara@ucstudio.it – Tel. 392-9173661 \nRoberta Pucci roberta@ucstudio.it – Tel. 340-8174090 \n\n\n  \n  \nFoto allestimento: Alessandro Moni
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LOCATION:MAN\, Via Sebastiano Satta 27\, Nuoro\, NU\, 08100\, Italia
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