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SUMMARY:Paolo Chiasera
DESCRIPTION:I Giardini di Sardegna\, Cipro e Gerusalemme è un progetto di Paolo Chiasera e Micaela Deiana che vede coinvolti il museo MAN di Nuoro e il Centro Arti visive “De Vleeshal” di Middelburg (Olanda). Il lavoro si pone sulla scia di un percorso intrapreso dall’artista nel 2011 con l’elaborazione del concetto di exhibition painting\, un genere pittorico\, da lui inventato\, caratterizzato dalla creazione di mostre su tela – che possono includere opere di diversi artisti\, sia già esistenti\, sia commissionate per l’occasione – concepito come spazio di incontro e di discussione fra artisti\, curatori e istituzioni. \nIn continuità con questa ricerca\, l’artista ha in seguito sviluppato l’idea di II.STILE\, un artist run space dal carattere nomade\, che nel nome fa riferimento agli sviluppi della pittura romana del periodo del secondo stile\, caratterizzata da una particolare attenzione per il potere dell’immaginazione. Proprio l’immaginario si pone come luogo ideale per la sperimentazione e la definizione di una produzione artistica secondo nuovi modelli espositivi.  \nCon I Giardini di Sardegna\, Cipro e Gerusalemme il progetto di II.STILE entra per la prima volta in uno spazio museale\, nel quale Chiasera orchestra una riflessione sulla circolarità del ciclo vitale\, simbolizzato nei richiami alla cultura del paleolitico e neolitico\, permeata da una religiosità strettamente legata al culto della Grande Madre\, alla natura e alle sue manifestazioni\, con una particolare predilezione per le acque e  i boschi.  \nA partire dalle suggestioni suscitate da una visita ai giardini della settecentesca Villa d’Orri (Sarroch – Sardegna) e dalle atmosfere degli affreschi dell’augustea Villa di Livia (Roma)\, Paolo Chiasera realizza un suggestivo giardino notturno su tela\, nel cui spazio\, insieme alla curatrice\, propone una selezione di opere dalla collezione del MAN. Il percorso creato\, con lavori dalla fine dell’Ottocento fino alle ultime acquisizioni\, vuole invitare a una diversa lettura\, diacronica\, del patrimonio culturale. La ciclicità della vita e della storia dell’uomo diventa occasione di riflessione sulla percezione del patrimonio culturale nei diversi momenti storici e in differenti contesti territoriali\, concretizzandosi su una forma di reinterpretazione delle collezioni permanenti dei musei d’arte\, in una visione che intreccia archeologia e mondo contemporaneo. \nAl MAN di Nuoro i “Giardini” ospiteranno opere di Alessandro Biggio con J. Parker Valentine e Diego Perrone\, Stanis Dessy\, Salvatore Fancello\, Antonio Mura\, Costantino Nivola\, Giovanni Pintori e Giacinto Satta.  \nIl Centro Arti visive De Vleeshal ospiterà il secondo appuntamento del progetto nel novembre del 2014. Nell’occasione sarà presentato il catalogo\, realizzato a conclusione delle due esperienze.  \nPaolo Chiasera (Bologna\, 1978) vive e lavora a Berlino. Dal 2013 porta avanti il progetto II.STILE. Fra le mostre personali in sedi museali si ricordano: Ain’t No Grave Gonna Hold My Body Down\, S. M. A. K . Stedelijk Museum voor Actuele Kunst\, Gent  (2010); Unter Freiem Himmel / Under the Open Sky\, MARTa Herfod\, Herford  (2009); Forget The Heroes\, MACRO\, Museo d’Arte Contemporanea Roma (2008); The Trilogy: Cornelius\, MAMbo\, Museo d’Arte Moderna di Bologna (2006). Oltre all’attività di ricerca artistica\, ha collaborato come lecturer con diverse istituzioni tra cui il Kunsthochschule di Kassel (2013) e il Transart Institute di Berlino (2011).
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SUMMARY:Antonio Rovaldi
DESCRIPTION:“Orizzonte in Italia” è un lavoro di Antonio Rovaldi nato dal viaggio in bicicletta compiuto nel 2011 lungo il perimetro della Penisola italiana. Al Festival Letterario di Gavoi – “L’Isola delle storie” che si svolgerà dal 3 al 6 luglio 2014 – e fino al 31 agosto 2014\, il Museo MAN presenterà\, negli spazi del Museo Comunale\, la serie di 148 fotografie della linea dell’orizzonte realizzate in quella occasione dall’artista\, accompagnate da un lavoro sonoro inedito\, frutto anch’esso dell’esperienza del viaggio in Italia. \nLa mostra di Gavoi viene a costituirsi come la prima parte di un lavoro in due tappe che vedrà la sua conclusione a Nuoro\, negli spazi del museo MAN\, nel febbraio del 2015\, al termine di un nuovo viaggio realizzato – ancora una volta in bicicletta – lungo il perimetro della Sardegna. \n“Durante il viaggio in Italia – ha spiegato Rovaldi – ho fotografato la linea dell’orizzonte a intervalli più o meno regolari\, a seconda della reazione del mio corpo agli sforzi fisici. Ho raccolto moltissime immagini di orizzonte a differenti ore del giorno e della sera\, un lunghissimo pentagramma cromatico guardato dalla costa italiana\, da Nord a Sud e poi ancora da Sud a Nord\, a risalire”. \nGli spazi vuoti tra un’immagine di orizzonte e quella successiva sono\, nel viaggio come nell’installazione fotografica\, momenti di vuoto e di sospensione\, pause fisiche di un respiro che sembra cogliere la linea sinuosa della costa in un unico sguardo\, colmando per un istante la parzialità della nostra visione sul paesaggio. La coscienza precisa della morfologia della costa italiana si fa così immagine astratta e metafisica di un sentimento che sfuma all’orizzonte. \n“Mi piace pensare la fotografia non tanto come una singola immagine quanto\, piuttosto\, come ad una catena di immagini che si rincorrono\, cadenzate da brevi o ampie pause\, così com’è l’andamento del respiro quando si va in bicicletta coprendo lunghe distanze: a volte il respiro si affanna\, altre volte rallenta\, piatto e orizzontale come il nostro orizzonte visivo. La pellicola fotografica si distende lungo la linea dell’orizzonte coprendo\, linea dopo linea\, porzioni di territorio”. \nUn catalogo bilingue\, pubblicato da Humboldt Books\, sarà presentato a febbraio\, in occasione della mostra al Museo MAN. Il libro metterà a confronto le diverse idee di orizzonte\, le diverse percezioni di sé e del percorso intrapreso\, in relazione ai differenti concetti geografici dell’Isola e della Penisola. \n\n\n\n\nAntonio Rovaldi\n\n\nAntonio Rovaldi è nato a Parma nel 1975. Attivo tra New York e l’Italia\, la sua ricerca si sviluppa attraverso differenti media\, come la fotografia\, il video\, la scultura e il disegno. Vincitore\, nel 2006\, del premio New York della Columbia University\, ha esposto in numerosi musei e gallerie\, sia in Italia che all’estero. Tra le sue ultime personali ricordiamo quelle all’Hirshhorn Museum di Washington dc\, alla galleria Monitor di Roma e alla galleria The Goma di Madrid.
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SUMMARY:Passo a due
DESCRIPTION:Artisti: Alexandre Alexeieff & Claire Parker\, Max Almy\, Berthold Bartosh\, Claudio Cintoli\, Segundo de Chomón\, Émile Cohl\, Maya Deren\, Nathalie Djurberg & Hans Berg\, Ed Emshwiller\, George Griffin\, Noa Gur\, Claus Holtz & Harmut Lerch\, William Kentridge\, Fernand Léger\, Len Lye\, Norman McLaren\, Diego Perrone\, Fratelli Quay\, Robin Rhode\, Jan Švankmajer\, Stan Vanderbeek\, Kara Walker. \nA cura di Lorenzo Giusti ed Elena Volpato \nDal 30 maggio al 29 giugno 2014 il museo MAN di Nuoro presenta la mostra “Passo a due. Le avanguardie del movimento”. Il progetto\, a cura di Lorenzo Giusti\, direttore del Museo MAN\, ed Elena Volpato\, conservatrice della GAM di Torino\, responsabile della Collezione di Film e Video d’Artista\, approfondisce\, attraverso uno spaccato che dalle origini del cinema animato giunge ai giorni nostri\, uno degli aspetti più affascinanti delle opere di animazione\, quella possibilità accarezzata da molti artisti e cineasti di utilizzare il movimento filmico come un rito magico che dona vita alla linea del disegno\, alla silhouette\, alla marionetta o all’immagine fotografica. \nL’immaginario creativo\, propriamente demiurgico\, che è spesso sottostante al disegno e alla rappresentazione per figure\, assume attraverso il movimento e il ritmo musicale i tratti ammalianti dell’incantesimo\, di una vita che è danza della fantasia. Non è un caso che artisti e film-makers\, nell’accostarsi alle diverse tecniche dell’animazione\, si concentrino spesso sull’immagine corporea e leghino a essa evocazioni della figura di Frankenstein\, del Golem o del robot\, e in genere della nascita artificiale di un corpo\, come volessero ripetere nel racconto mitico il loro stesso potere di animatori: dare anima all’inanimato. \nLe opere in esposizione offrono dunque la possibilità di un percorso storico nell’animazione\, sperimentale e artistica\, attraverso l’immagine del corpo\, della sua costruzione e del suo “montaggio”. Quando l’animazione si basa sul disegno tutto sembra nascere da una linea\, come nel pionieristico Fantasmagorie di Émile Cohl (1908) o in Lifeline (1960) di Ed Emshwiller\, dove il tratto bianco continuo si avviluppa in nodi di materia che a poco a poco divengono arabesco organico mescolandosi con l’immagine fotografica del corpo di una ballerina. O come in Head di George Griffin (1975)\, dove la forma base del volto e la tradizione artistica dell’autoritratto si spogliano di qualsiasi dettaglio realistico per poi rianimarsi inaspettatamente di espressività emotiva e di sfumature psicologiche rese pittoricamente. \nIn altre opere il disegno lascia spazio alla scultura e al mito di Pigmalione ad essa collegato\, come nel caso di Jan Švankmejer che in Darkness Light Darkness (1990) mostra un corpo in grado di autoplasmarsi\, a partire dalle due mani\, chiuse in una stanza\, in cui affluiscono in sequenza tutti gli arti che andranno a comporsi in unità. Le due mani di Švankmejer hanno un antecedente nel surrealismo di Alexeieff e Parker con Il Naso (1963)\, dove arti singoli\, ribelli e indipendenti\, rivendicano per se stessi la potenza dell’incantesimo vitale\, e sembrano trovare uno sviluppo recente in alcuni lavori di Nathalie Djurberg e Hans Berg. \nIl racconto di Frankenstein rivive esplicitamente nel film di Len Lye\, Birth of a robot (1936) e ancora in Street of Crocodiles (1986)\, dei Fratelli Quay\, o nel video di Max Almy\, The Perfect Leader (1983)\, dove a essere costruita artificialmente non è una creatura destinata a servire il proprio creatore\, come per Frankenstein e il Golem\, ma è il futuro leader politico che viene programmato al computer perché rispecchi nella sua ferocia dittatoriale la società che lo ha voluto e creato. \nAltre opere rappresentano il corpo come luogo di costruzione\, non dell’identità singola\, ma dell’identità sociale. È il caso del celebre L’idée (1932) di Berthold Bartosh\, ma anche\, in maniera diversa\, dei lavori di William Kentridge\, nei quali il dolore delle masse lascia tracce di polvere nera sulle pagine bianche della storia a fronte dei corpi impudichi bagnati dall’azzurro dell’acqua dei ricchi magnati. È il caso delle silhouettes di Kara Walker\, anch’esse nere contro lo sfondo bianco\, seviziate e violentate dalla ferocia coloniale. \nInfine è la danza\, espressione ultima della bellezza nel movimento\, che consente di mostrare la magia del corpo animato nei più diversi luoghi del pensiero e dell’immaginazione: in Easter Eggs di Segundo de Chomón (1907)\, nel Ballet Mécanique di Fernand Léger\, dove macchina e corpo tendono a fondersi in un unico soggetto in movimento\, nello spazio assoluto del Pas de deux di McLaren\, nella notte astrologica di The Very Eye of Night (1958) di Maya Deren o nell’universo bidimensionale del disegno di Robin Rhode\, dove corpo e disegno si incontrano su un unico piano di realtà e di sogno. \nCompletano il percorso le opere di Claudio Cintoli (Più\, 1964)\, in cui la matrice estetica della Pop Art disarticola l’identità del corpo in abiti e prodotti pubblicitari; di Stan Vanderbeek (After Laughter\, 1982)\, dove il movimento del corpo nello spazio si fa modificazione attraverso il tempo\, come in una filogenesi dell’umano\, e di Claus Holtz & Harmut Lerch (Portrait Kopf 2\, 1980) in cui l’animazione sovrapposta di facce e teste riconduce\, in un percorso a ritroso\, anti- lombrosiano\, a un’unità originaria del tratto umano. Infine i più recenti lavori di Diego Perrone (Totò nudo\, 2005) dove l’icona di Totò viene scomposta e ricomposta con un meccanismo non dimentico della capacità dell’attore di farsi marionetta\, corpo inanimato\, e Noa Gur (White Noise\, 2012) la cui essenzialità linguistica chiude idealmente il percorso\, restituendo all’animazione del corpo l’antica radice del disegno: la cattura\, attraverso la semplice tecnica dell’impronta\, di un individuo e del suo soffio vitale. \nAccompagnerà la mostra un catalogo bilingue edito da NERO.
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SUMMARY:Sardegna Reportage
DESCRIPTION:La commissione del concorso “Sardegna Reportage”\, riunitasi a Nuoro il 24 febbraio scorso\, ha individuato sei progetti tra i centoventi presentati al Museo MAN da altrettanti concorrenti\, segnalando in particolare il lavoro di Manuela Meloni\, “La terra della memoria”. \nGli altri progetti indicati dalla commissione sono quelli di Alessandra Cecchetto con “Cleopatra Uras”\, Elisabetta Loi e Sergio Melis con “Il coraggio di una madre”\, Stefania Muresu con “Luci a mare”\, Giuseppe Onida con “Senza titolo” e Stefano Pia con “Penne di quaglia”. \nIspirato al la vicenda di Robert Capa\, a cui il MAN dedicherà un’importante retrospettiva a partire dal prossimo 7 marzo\, il concorso “Sardegna Reportage” ricercava una visione aggiornata sulla Sardegna di oggi attraverso lo sguardo dei fotografi. Coerentemente con quanto richiesto\, le opere individuate dalla giuria si distinguono per la capacità di accostamento al soggetto prescelto e per il coraggio nel raccontare aspetti contemporanei dell’isola\, fuori dai luoghi comuni e dai cliché tradizionali. Dei diversi lavori sono stati valutati\, ancor prima degli elementi formali\, le motivazioni originarie e gli intenti\, l’importanza\, dal punto di vista sociale\, del tema scelto e la forza comunicativa delle immagini. \nLa commissione – composta da Gian Luigi Colin\, direttore artistico del Corriere della Sera e dell’inserto culturale La Lettura\, Paolo Curreli\, redattore delle pagine culturali della Nuova Sardegna e Max Solinas\, giornalista\, photo editor e fotoreporter dell’Unione Sarda – ha così motivato la scelta fatta: \n“La grande partecipazione al concorso e l’alta qualità di molti dei progetti presentati ci ha convinto a selezionare sei lavori\, diversi tra loro per approccio alla fotografia\, sensibilità formale\, tematiche scelte e linguaggio. Tra tutti ci sentiamo di segnalare il progetto di Manuela Meloni\, dedicato ai destini delle terre di Quirra\, un’area della Sardegna centro orientale\, sede di una servitù militare conosciuta come PISQ\, oggi dismessa. Le dieci fotografie presentate\, parte di una ricerca più ampia portata avanti nel corso del 2013\, descrivono con rigore formale e sensibilità di sguardo lo strano connubio tra architetture militari e paesaggio agricolo\, raccontando l’atmosfera “immutabile e sospesa” della vita delle comunità locali. L’importanza del tema scelto\, specifico e universale allo stesso tempo\, la qualità delle inquadrature\, il fascino delle gamme cromatiche\, la coerenza dei punti vista\, rendono questo progetto estremamente interessante e meritevole di attenzione”. \nIl progetto di Manuela Meloni\, insieme a una selezione di scatti degli altri progetti selezionati dalla commissione\, sarà esposto al Museo MAN a partire dal prossimo 7 marzo\, in concomitanza con la mostra dedicata a Robert Capa.
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SUMMARY:Cristian Chironi
DESCRIPTION:“Cristian Chironi. Open” è un progetto del Museo MAN di Nuoro in collaborazione con la Fondation Le Corbusier di Parigi. Incentrato sull’analisi di problematiche di carattere comunicativo e sociale in relazione alla contaminazione dei linguaggi\, il progetto prevede la realizzazione di una mostra al Museo MAN di Nuoro\, dal titolo Broken English\, lo sviluppo di un secondo progetto espositivo\, My house is a Le Corbusier\, da realizzarsi nell’autunno del 2014\, e la pubblicazione di un libro\, edito da NERO\, a integrazione e documentazione delle due diverse esperienze. \n\n\n\nOPEN #1: Broken English\n\n\n“Broken English” è il titolo della mostra di Cristian Chironi al Museo MAN. Il termine indica le varianti incerte della lingua inglese\, terminologie mal strutturate perlopiù coniate da soggetti non di madrelingua. Varianti che\, all’interno del progetto\, da semplici elementi del linguaggio diventano immagini\, oggetti\, suoni\, video\, testi\, installazioni e azioni declinate in un percorso espositivo multidisciplinare che integra problematiche linguistiche (comunicazione\, contaminazione\, dis-identità) con quesiti di carattere socio-economico. Il progetto scaturisce dall’emersione di alcune domande fondamentali: Una società che possiede diverse lingue\, dunque diverse forme di espressione\, è più o meno forte\, più o meno ricca\, di una società che ne possiede una soltanto? È ipotizzabile l’esistenza al mondo di una sola lingua\, di un solo mercato\, di una sola moneta?Oltre che dall’individuazione di una serie di episodi linguistici significativi\, l’esposizione al Museo Man muove dalla rilettura di una figura importante per la Sardegna del XIX secolo: l’ingegnere gallese Benjamin Piercy\, che realizzò la prima linea ferroviaria dell’isola. Visse a lungo in Sardegna\, dove arrivò a possedere varie tenute\, tra cui Villa Piercy\, immersa in un magnifico parco all’inglese al centro della Sardegna\, che abitò con la sua famiglia. Nel parco\, insieme a specie autoctone\, vivono ancora oggi piante di diversa provenienza: l’abete greco\, l’abete del Caucaso\, l’abete di Spagna\, il cedro dell’Himalaya. Oltre alle piante\, Piercy importò dall’estero anche animali per migliorare la razza suina\, ovina e caprina locale\, ogni volta creando nuovi incroci più resistenti e redditizi. \n  \n\n\n\nOPEN #2: My house is a Le Corbusier\n\n\n“My house is a Le Corbusier” è il titolo della seconda mostra di Cristian Chironi all’interno del programma “Open”. Il progetto\, da realizzarsi nell’autunno del 2014\, trae spunto da un fatto realmente accaduto a Orani (NU)\, paese di origine di Chironi. Nei primi anni Settanta l’artista Costantino Nivola\, amico di Le Corbusier e suo collaboratore\, giunse a Orani con in mano il progetto di una casa realizzato dal grande architetto per il nipote di Costantino\, Daniele Nivola (di mestiere muratore)\, come regalo di nozze. La storia della modificazione del progetto da parte di Daniele – ignaro della fama dell’architetto e insensibile alle raccomandazioni dello zio artista circa la necessità di eseguire pedissequamente le indicazioni del progetto – è un esempio singolare di contaminazione\, di mistura di linguaggi architettonici popolari\, spontanei\, e di linguaggi colti.Daniele infatti non rispettò le volontà di Nivola\, piegando il progetto di Le Corbusier alle proprie esigenze. “E dae uve intravo chi non juchiat ne jannas e ne portellos” (ma da dove entravo che non aveva ne porte ne finestre ?)”. Pare sia stata questa la risposta alle proteste di Costantino. Partendo dall’analisi delle dinamiche relazionali che hanno determinato l’episodio e dallo studio degli esiti architettonici della casa di Orani\, sviluppata applicando un pensiero critico funzionale ai principi modernisti di Le Corbusier\, il progetto di Chironi nuovamente intreccia riflessioni su aspetti linguistici fondativi e sulle conseguenti implicazioni socio-economiche.
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SUMMARY:AMACI Museo Chiama Artista
DESCRIPTION:Dopo essere stato presentato in anteprima dal 6 novembre – fino all’8 dicembre – nel Teatro del Castello di Rivoli\, per la sua seconda tappa il film Un ritorno è stato proiettato dal 7 dicembre 2013 al 26 gennaio 2014 al MAN_Museo d’Arte Provincia di Nuoro\, per proseguire fino alla fine del 2014 con un calendario ricco di appuntamenti nei musei associati AMACI dell’intera penisola\, da Napoli a Gallarate\, da Milano a Pesaro\, da Roma a Matera\, da Firenze a Caraglio\, da Venezia a Pistoia a Bologna. Nato dalla collaborazione tra il Servizio architettura e arte contemporanee della PaBAAC e AMACI\, il progetto Museo chiama Artista si prefigge di sostenere attivamente il sistema del contemporaneo nel nostro Paese\, commissionando di anno in anno ad artisti italiani la produzione di una nuova opera che potrà circolare nei musei associati\, costituendo le basi per la creazione e fruizione di un patrimonio comune. “Il progetto Museo Chiama Artista – dichiara Beatrice Merz\, Presidente di AMACI – nasce dal comune intento di AMACI e PaBAAC di sostenere concretamente i musei d’arte contemporanea italiani\, nella consapevolezza\, da un lato\, del loro ruolo fondamentale per il consolidamento dell’arte contemporanea italiana e\, dall’altro\, dell’importanza di salvaguardare uno dei principi costitutivi di un museo\, l’incremento e la valorizzazione del patrimonio.” Per la prima edizione di Museo Chiama Artista\, a cura di Ludovico Pratesi e Angela Tecce\, i Direttori dei musei AMACI hanno scelto di commissionare la realizzazione di una nuova opera ai gemelli Gianluca e Massimiliano De Serio\, che da diversi anni coniugano il loro percorso di artisti visivi con la carriera cinematografica\, in una costante ricerca di equilibrio tra la fotografia\, nella quale sono maestri\, e i propositi artistici. Da questa chiamata ha preso forma il film Un Ritorno\, nato in un momento di crisi creativa degli artisti\, e dalla loro necessità di capirne le ragioni e superarla. Avvalendosi della collaborazione di Giuseppe Regaldo – ipnotista esperto in tecniche d’ipnosi rapide – la coppia di artisti diventa soggetto e oggetto di un esperimento di ipnosi simultanea: in questo stato dialogano e si filmano\, intrecciando il discorso con i ricordi di infanzia fino al momento prenatale\, in cui erano nel ventre materno\, in un processo di regressione progressiva senza la mediazione del racconto. Oltre a essere il primo esperimento del genere a oggi conosciuto\, in cui due gemelli sono indotti in stato d’ipnosi simultanea\, si tratta di un tentativo di dialogo sulla crisi che stanno attraversando\, con l’obiettivo di raggiungere uno stato d’introspezione profonda. Un Ritorno cerca di portare a compimento il trasferimento della crisi da esterna (creativa) a interna (identitaria)\, attraverso uno sguardo incrociato puntato su quella zona normalmente invisibile che è l’inconscio. I protagonisti sono loro stessi\, il loro essere gemelli\, il loro parlarsi e guardarsi in uno specchio vivo – ribadisce Beatrice Merz – Sono il doppio\, l’inizio della moltiplicazione dove nasce il dubbio dell’altro in se stesso.
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SUMMARY:Gavino Tilocca
DESCRIPTION:La mostra è stata curata da Giuliana Altea\, realizzata da EIKON snc (Nuoro) con il patrocinio dell’Assessorato al Turismo e Artigianato della Regione Sardegna e con il contributo della Fondazione del Banco di Sardegna.  La mostra del MAN\, con oltre 110 pezzi\, è stata la prima a presentare un ampio spaccato della produzione ceramica dell’artista.  Avvicinatosi da autodidatta a questa tecnica nel 1955\, quando già era uno scultore affermato\, Tilocca spazia dal materismo esuberante degli inizi a un espressionismo che dialoga liberamente con la ricerca plastica contemporanea\,   rivisitando in modo originale la lezione di autori come Marino Marini e Henry Moore\, per poi arrivare negli anni Settanta a composizioni più controllate\, scarne e asciutte\, in cui l’indagine sulla forma brucia quasi interamente ogni residuo narrativo. \nVitalismo\, senso del colore\, tensione formale sono le qualità salienti delle ceramiche di Gavino Tilocca\, una delle figure di spicco nel mondo della ceramica italiana tra gli anni Cinquanta e i Sessanta\, in un momento cioè in cui questa tecnica attraversava una fase di rinnovamento in sintonia con le nuove tendenze dell’arte e del gusto. Pluripremiato ai concorsi nazionali della ceramica di Faenza\, protagonista delle Biennali dell’artigianato sardo\, Tilocca è tra i più felici interpreti di un filone espressivo arcaizzante\, legato all’evocazione del mito mediterraneo e di una preistoria idealizzata. \nNucleo centrale della mostra sono state le piccole plastiche cui Tilocca deve soprattutto la sua fama\, ispirate al passato nuragico o al mondo popolare della Sardegna e incentrate sul motivo dell’accostamento tra figura umana e animale. Accanto a queste opere\, caratterizzate da una sintassi compositiva abbreviata e da raffinate ricerche cromatiche che ne sottolineano il tono  antinaturalistco\,  la mostra ha presentato gli altri generi e filoni tematici che hanno impegnato l’artista: gli oggetti per l’arredamento\, che privilegiano motivi associati alla tradizione sarda (come le stilizzate figure femminili in costume regionale\, o animali carichi di valenze simboliche come il cinghiale)\, la decorazione architettonica\, (che\, nel clima di vivace interesse per la “sintesi delle arti” e la collaborazione tra progettisti e artisti visivi proprio del secondo dopoguerra\,  rappresentava un aspetto importante nella carriera di ogni ceramista\, e che viene documentata in mostra attraverso bozzetti\, piccoli pannelli e ingrandimenti fotografici) e infine\, i ritratti\, che costituiscono un momento di continuità con la scultura\, e nei quali Tilocca adotta un linguaggio più composto e classicheggiante e un tono spesso lievemente venato di malinconia\, senza per questo dimenticare la ricchezza di spunti cromatici tipica del resto della sua produzione.
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SUMMARY:Braccia
DESCRIPTION:“Braccia” è un progetto in due tappe dell’artista Alessandro Biggio (Cagliari\, 1974)\, nato dalla necessità di sperimentare una diversa relazione tra ideazione e realizzazione nella produzione dell’opera d’arte. Sostenuto dal Museo MAN di Nuoro e dal Museo Marino Marini di Firenze\, il progetto vede\, per la mostre in programma al Museo MAN\, la partecipazione di sei artisti internazionali – Alexandra Bircken (Colonia\, Germania 1967)\, Michael Höpfner (Krems\, Austria 1972)\, Luca Francesconi (Mantova\, Italia 1979)\, J. Parker Valentine (Austin\, Usa 1980)\, Ian Pedigo (Anchorage\, Usa 1973) e Luca Trevisani (Verona\, Italia 1979). \nAgli artisti coinvolti\, selezionati da Biggio secondo criteri di affinità e di vicinanza al suo stesso lavoro\, è stato chiesto di elaborare un progetto per la realizzazione di un’opera inedita a partire da alcune informazioni generali\, diverse di volta in volta\, e dallo scambio che ne è conseguito. Una volta definito il progetto\, Biggio si è fatto carico della sua realizzazione tenendo fede alle indicazioni ricevute. \nTutti i lavori sono stati realizzati in Sardegna\, dove Biggio risiede\, lontano dai loro autori intellettuali. La condizione della distanza\, insieme al principio della delega\, viene a costituirsi come uno degli elementi chiave di questo progetto. Oltre all’emersione di specifiche dinamiche legate ai processi creativi dell’opera d’arte\, “Braccia” cerca infatti di rompere l’associazione semantica tra i concetti di insularità e isolamento\, promuovendo un’idea alternativa di insularità\, come luogo della relazione. \nIl progetto ideato da Biggio apre anche una discussione sul principio di autorialità\, svelando meccanismi diffusi nel sistema di produzione dell’arte. Chi è l’autore delle opere realizzate? Mente e braccia in che modo interagiscono? E quanto dipendono le une dall’altra? E viceversa? La scelta di ricondurre la paternità delle opere prodotte a entrambi i soggetti – dunque ai diversi autori intellettuali\, ma anche sempre allo stesso Biggio – promuove l’idea che in ciascuno dei due momenti generativi dell’opera– quello intellettuale e quello materiale – vi sia una componente creativa\, tanto scontata quanto difficile da riconoscere. \nI percorsi per arrivare alla definizione dei progetti ed il modo di intendere la relazione tra ideatore ed esecutore materiale sono estremamente differenti per ciascuno degli artisti coinvolti. Differenti sono la durata e l’intensità del confronto e differenti il livello di dettaglio dei diversi progetti\, il livello di coinvolgimento durante la realizzazione la sua effettiva durata. \nNello specifico di questa prima tappa nuorese\, Luca Francesconi ha elaborato un progetto a partire da un materiale carico di suggestioni e implicazioni: l’ossidiana di Pau.Il lavoro di Luca Trevisani verte intorno al concetto di confine (dentro/fuori; deperibile/duraturo). Distanza\, silenzio\, cammino\, sono alcune delle parole ricorrenti nel lungo scambio con Michael Höpfner.Con Ian Pedigo il  lavoro prende forma a partire da riflessioni e scambi  sulle relazioni tra trasparenza\, architettura e corpo.Il percorso fatto con J. Parker Valentine ha condotto a un disegno tridimensionale\, una spina dorsale\, un verme\, uno stelo. Infine una sella\, il corpo e l’assenza sono  gli elementi da cui ha preso forma il progetto di Alexandra Bircken.  \nUn catalogo bilingue con la documentazione di tutti i lavori realizzati nell’ambito del progetto sarà pubblicato\, grazie al contributo della Fondazione Banco di Sardegna\, in occasione della seconda mostra\, in programma al Museo Marino Marini di Firenze a partire dal prossimo mese di dicembre.
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SUMMARY:Rosanna Rossi
DESCRIPTION:Per il ciclo La Sardegna in astratto il Museo MAN\, in occasione del Festival Letterario della Sardegna\, “L’isola delle storie”\, è lieto di annunciare l’apertura al pubblico della mostra  Testimonianze di Rosanna Rossi. \nLa mostra sarà aperta nei giorni del festival\, dal 5 al 7 luglio\, dalle 10:00 alle 22:00. Successivamente la mostra sarà visitabile\, fino al 1 settembre 2013\, il sabato e la domenica dalle 9:30 alle 12:30 e dalle 15:00 alle 18:00\, oppure su appuntamento. \nIl progetto\, ideato dal Museo MAN e coordinato da Giovanni Curreli ed Enrico Piroddi\, insieme a Giovanni Pisano e Alessandra Pinna\, ricostruisce l’intenso percorso artistico di Rosanna Rossi attraverso una selezione di opere astratte realizzate tra i primi anni ’70 e i giorni nostri. \nPrive di un fuoco definibile\, le opere di Rosanna Rossi presentano confini impalpabili\, determinati esclusivamente dalla dimensione fisica della tela. Apparentemente ordinati e sequenziali\, i lavori realizzati a partire dall’inizio degli anni Settanta sono in realtà caratterizzati da accelerazioni e continue deviazioni che trasformano i punti in segmenti e le linee rette in tracciati ondulati. \nCiò che ne deriva è l’emersione volontaria di elementi intermedi\, normalmente considerati secondari: il vuoto tra i pieni\, le pause di luce\, la tensione fra i campi grafici. \nRosanna Rossi nasce a Cagliari nel 1937\, dove tuttora vive e lavora. Terminati gli studi presso l’istituto d’Arte Zileri di Roma\, nel 1958 torna in Sardegna dove inizia a esporre con regolarità. E’ tra gli artisti fondatori di “Studio 58”\, un gruppo di libero dibattito orientato al rinnovamento dei linguaggi artistici e alla promozione dell’attività espositiva. Con il gruppo espone in diverse occasioni\, presentando in un primo momento opere caratterizzate da una figurazione espressiva alterata da suggestioni materiche\, in contrasto con i linguaggi folcloristici della pittura locale. \nNel decennio seguente la ricerca di Rosanna Rossi si orienta verso l’astrazione\, facendo interagire reminescenze naturalistiche nell’uso del colore e connotazioni segniche di matrice neoinformale. Da allora\, pur con periodici sconfinamenti nell’ambito del ready-made\, l’artista ha sempre mantenuto un’ambivalenza progettuale\, oscillando tra un ordine costruttivo di ascendenza concreta e soluzioni astratte materico-espressive\, a cui ha unito una ricerca parallela nell’ambito dell’assemblaggio\, con l’utilizzo di materiali poveri o d’uso comune per la realizzazione di oggetti scultorei e installazioni. \nLa forza del lavoro di Rosanna Rossi\, presentato\, in quasi sessant’anni di attività\, in contesti prestigiosi\, sia in Italia che all’estero\, è testimoniata dai numerosi testi critici a lei dedicati da autori come Gillo Dorfles\, Lea Vergine\, Marisa Volpi\, Tommaso Trini\, Enrico Crispolti\, Fred Licht\, Marcello Venturoli\, Maria Luisa Frongia\, Mario Ciusa Romagna\, Salvatore Naitza\, Placido Cherchi e altri. \nLa Sardegna in astratto è un ciclo ideato dal Museo MAN dedicato all’astrazione nella produzione artistica degli ultimi cinquant’anni. Il ciclo prevede una serie di mostre personali di artisti sardi di nascita o di residenza che\, sino dagli anni Settanta – e in alcuni casi anche precedentemente – hanno sviluppato una ricerca nel campo dell’astrazione e che ancora oggi sono attivi nei circuiti nazionali. La rassegna mira a mettere in luce variazioni e ricorrenze delle diverse produzioni\, affiancando lavori storici e opere di recente realizzazione. Il primo appuntamento del ciclo\, che si è tenuto al Museo MAN nei mesi di maggio e giugno del 2013\, è stato dedicato a Italo Antico (Cagliari\, 1934).
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SUMMARY:L’Invenzione della Sardegna
DESCRIPTION:Il Museo MAN e il Comune di Orosei\, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Architettonici\, Paesaggistici\, Storici\, Artistici ed Etnoantropologici per le Province di Sassari e Nuoro e con il Dipartimento di Scienze Umanistiche e Sociali dell’Università di Sassari\, sono lieti di annunciare l’apertura della mostra “L’invenzione della Sardegna. Pittura dalle collezioni del MAN e del Mus’A – 1900-1950”. \nCurata da Giuliana Altea e Maria Paola Dettori\, la mostra intende fornire un quadro articolato della produzione pittorica in Sardegna nei primi cinquant’anni del XX secolo attraverso alcune opere di rilievo provenienti principalmente dalle collezioni del Museo MANe del Mus’A di Sassari. Il percorso si sviluppa in due sezioni\, la prima dedicata al processo di costruzione di una nuova identità sarda da parte degli artisti (Museo MANdi Nuoro)\, la seconda dedicata al tema della rappresentazione del paesaggio sardo (L’Ormeggio di Orosei). Il progetto coglie l’occasione del rientro a Nuoro\, dopo un lavoro di restauro\, di alcune opere della collezione d’arte sarda del MAN\, tra le quali “La cacciata dell’Arrendadore” di Mario Delitala\, che in mostra sarà presentata al pubblico insieme alle quattro lunette allegoriche che componevano la decorazione del salone consiliare del\nComune di Nuoro (1924-26). \nSabato 15 giugno\, giorno di apertura della sezione dedicata al paesaggio sardo\, alle ore 17.00\, nella Sala Siena del Museo Giovanni Guiso di Orosei\, si terrà una conferenza aperta al pubblico nella quale saranno approfondite alcune delle tematiche affrontate nella mostra. Tra i relatori Lorenzo Giusti\, direttore del Museo MAN\, Giuliana Altea\, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Università di Sassari\, Maria Paola Dettori\, funzionario della\nSoprintendenza di Sassari\, Maria Albai\, restauratrice\, Antonella Camarda\, storica dell’arte\, Michele Carta\, ricercatore (Centro studi Giuseppe Guiso). \n\n\n\n\nLa Costruzione dell’Identità\n\n\nI primi cinquant’anni del Novecento sono quelli in cui gli artisti e intellettuali sardi elaborano e portano a definizione una nuova immagine della Sardegna. Alla percezione di una terra arretrata economicamente e socialmente subentra la visione di un Eden incontaminato\, immune dai guasti della civiltà e del progresso. La cultura agropastorale\, un tempo considerata espressione di arretratezza\, viene ora assunta a perno della nuova rappresentazione dell’Isola. La realtà rurale sarda è dapprima osservata tramite il filtro di un naturalismo ancora di stampo ottocentesco da pittori quali Giacinto Satta\, Antonio Ballero\, Mario Paglietti\, Giuseppe Altana. Quindi\, nel clima primitivista degli anni Dieci\, viene ritratta in chiave esotizzante e decorativa da Giuseppe Biasi e dai giovani influenzati dal suo esempio\, quali Carmelo Floris\, Mario Mossa De Murtas\, Edina Altara\, Melkiorre Melis\, Paolo Maninchedda\, Tona Scano. \nL’esperienza della guerra e della trincea segna il diffondersi del nuovo sentimento identitario a livello popolare; consolidatosi con la nascita del partito sardista\, questo non verrà meno neppure durante il fascismo. Negli anni Venti saranno soprattutto Mario Delitala\, Filippo Figari e Stanis Dessy a farsene interpreti con una pittura realista nutrita di echi classicheggianti\, incentrata sui temi – propri tanto dell’ideologia del regime quanto dell’etica sardista – del lavoro\, della famiglia\, della fede. Sono temi esemplarmente rispecchiati dalla decorazione di Mario Delitala per la sala consiliare del Comune di Nuoro (1926)\, della quale\, in occasione del restauro del grande quadro del MAN “La cacciata dell’Arrendadore”\, già centro focale della sala\, verrà ricostruito in mostra l’intero complesso decorativo.\nNegli anni tra le due guerre\, con l’apporto di artisti come Cesare Cabras\, Pietro Antonio Manca\, Giovanni Ciusa Romagna\, Antonio Mura\, Tarquinio Sini\, Francesca Devoto\, vengono gettate le basi di un’iconografia regionalista che dominerà la pittura sarda ancora nei due decenni successivi\, mentre il robusto realismo iniziale si andrà successivamente smorzando e ammorbidendo con lo sfumare dei presupposti ideologici che ne avevano guidato il nascere. Ma già nel corso degli anni Trenta strade alternative al discorso prevalente mostrano due figure eccentriche come quella di Brancaleone Cugusi da Romana\, con una figurazione solenne\, carica di echi rinascimentali ma anche intrisa di romanticismo\, e di Salvatore Fancello\, la cui trasfigurazione tenera\, fantastica e ironica di una Sardegna rivissuta nel ricordo chiude il percorso della mostra.IL PAESAGGIO SARDO | L’ORMEGGIO\, Orosei\nLa seconda sezione è più specificamente incentrata sul tema della rappresentazione del paesaggio sardo.\nIntensamente frequentato da protagonisti del contesto locale del primo Novecento come Antonio Ballero e\nFelice Melis Marini\, il paesaggio appare sotto una nuova luce nelle opere dei pittori degli anni Dieci\, periodo in cui\ncomincia a diffondersi tra gli artisti l’abitudine di soggiornare nelle località dell’interno dell’Isola. Quello di Giuseppe\nBiasi\, Mario Mossa De Murtas o Melkiorre Melis è un paesaggio “in costume” come lo sono le presenze umane\nche lo popolano; un colorato fondale per il dispiegarsi di sagre e processioni\, stilizzato in cadenze geometriche\nche tramutano in scenari da presepe il panorama delle vallate delle montagne e dei villaggi.\nLa temperie più austera e meditativa del primo dopoguerra trova riscontro nella sobria malinconia delle vedute\ndi Carmelo Floris e nella monumentalità di quelle di Filippo Figari\, come\, più tardi\, nelle asciutte cromie dei paesi\ndi Giovanni Ciusa Romagna. Ma al paesaggio si dedicano si può dire tutti\, protagonisti e comprimari della pittura\nsarda della prima metà del Novecento\, spartendosi ambiti e zone di pertinenza: Olzai a Carmelo Floris\, Aritzo a\nStanis Dessy\, Arzana a Mario Delitala\, il Campidano a Cesare Cabras\, ecc.\nNel secondo dopoguerra\, l’intensa caratterizzazione locale delle vedute primonovecentesche scompare definitivamente\nper far posto a immagini più generiche\, spesso soffuse di romanticismo e nostalgia. Ideale cesura\, e\ntermine della mostra\, è il paesaggio con gregge di Maria Lai del 1959\, in cui natura organica e inorganica si saldano\nsenza soluzione di continuità nell’estrema riduzione formale dell’immagine. \n\n\n\n\nIL PAESAGGIO SARDO | L’ORMEGGIO\, Orosei\n\n\nLa seconda sezione è più specificamente incentrata sul tema della rappresentazione del paesaggio sardo.\nIntensamente frequentato da protagonisti del contesto locale del primo Novecento come Antonio Ballero e\nFelice Melis Marini\, il paesaggio appare sotto una nuova luce nelle opere dei pittori degli anni Dieci\, periodo in cui\ncomincia a diffondersi tra gli artisti l’abitudine di soggiornare nelle località dell’interno dell’Isola. Quello di Giuseppe\nBiasi\, Mario Mossa De Murtas o Melkiorre Melis è un paesaggio “in costume” come lo sono le presenze umane\nche lo popolano; un colorato fondale per il dispiegarsi di sagre e processioni\, stilizzato in cadenze geometriche\nche tramutano in scenari da presepe il panorama delle vallate delle montagne e dei villaggi.\nLa temperie più austera e meditativa del primo dopoguerra trova riscontro nella sobria malinconia delle vedute\ndi Carmelo Floris e nella monumentalità di quelle di Filippo Figari\, come\, più tardi\, nelle asciutte cromie dei paesi\ndi Giovanni Ciusa Romagna. Ma al paesaggio si dedicano si può dire tutti\, protagonisti e comprimari della pittura\nsarda della prima metà del Novecento\, spartendosi ambiti e zone di pertinenza: Olzai a Carmelo Floris\, Aritzo a\nStanis Dessy\, Arzana a Mario Delitala\, il Campidano a Cesare Cabras\, ecc.\nNel secondo dopoguerra\, l’intensa caratterizzazione locale delle vedute primonovecentesche scompare definitivamente\nper far posto a immagini più generiche\, spesso soffuse di romanticismo e nostalgia. Ideale cesura\, e\ntermine della mostra\, è il paesaggio con gregge di Maria Lai del 1959\, in cui natura organica e inorganica si saldano\nsenza soluzione di continuità nell’estrema riduzione formale dell’immagine.
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SUMMARY:La Biblioteca Fantastica
DESCRIPTION:La biblioteca fantastica è un progetto di Cherimus\, associazione attiva da diversi anni nel Sulcis e dedita all’impiego dell’arte contemporanea come strumento di valorizzazione del territorio\, in collaborazione con la Scuola del viaggio e Oxfam Italia\, e ha coinvolto i Comuni di Giba\, Masainas\, Perdaxius\, Piscinas\, Santadi e Villaperuccio e la Provincia di Carbonia Iglesias. Curata da Emiliana Sabiu\, la mostra ha voluto raccontare l’avventuroso viaggio di un nutrito gruppo di ragazzi delle scuole medie e di quindici tra artisti\, musicisti\, fotografi e registi\, provenienti da diverse parti del mondo. E’ stato il viaggio della Biblioteca Fantastica\, che al MAN di Nuoro\, si è trasformato da progetto di valorizzazione delle biblioteche del Sulcis a occasione di incontro e di condivisione di processi relazionali ed artistici. \nLa biblioteca fantastica è stata conoscere 76 ragazzi di sei paesini del Sulcis\, invitare 12 artisti e musicisti a lasciarsi trascinare dai ragazzi. Abbandonare idee precostituite\, trasformarle\, farle crescere. Accettare la crisi e il dubbio come parte del gioco\, come il primo passo da cui poi ricostruire qualcosa che non è più solo proprio. Lo shock della condivisione e della trasformazione di un’idea che parte da un ragazzo di dodici anni\, passa attraverso la testa di un artista\, fluisce fuori e rimbalza ancora. Mettere a confronto culture diverse\, creare incontri\, esplosioni\, ondate. \nMondi rom\, arabi\, wolof\, caraibici\, concentrati in 6 biblioteche di sei piccoli paesi sulcitani. Sei biblioteche di un angolo di Sardegna come sei sale di proiezione di Manhattan o Berlino. Percussioni senegalesi\, travestimenti impossibili fatti di carta e sacchetti che portano su Marte\, racconti pieni di suspance e di amore\, sospesi fra mondi reali e immaginari\, disegni\, collage e marionette: tutto costituisce materiale per narrare storie\, per narrare di sé. Una mostra che ha raccontato un viaggio lungo un anno.
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SUMMARY:Italo Antico
DESCRIPTION:Il Museo MAN è lieto di annunciare l’inaugurazione della mostra “Ipotesi”\, di Italo Antico. \nNato a Cagliari nel 1934\, dopo un’infanzia trascorsa tra Trieste\, Cagliari e Napoli e dopo alcune esperienze giovanili come mozzo e come capitano di lungo corso sulle rotte delle Americhe e dell’Oriente\, Italo Antico approda alla scultura intorno alla metà degli anni Sessanta e a questa\, da allora\, si dedica in maniera predominante\, insieme ad altre attività come la pittura\, il disegno per tappeti\, la ceramica\, il gioiello. \nResidente da lungo tempo a Milano\, dove ha esposto regolarmente a partire dalla metà degli anni Settanta\, Antico è autore di opere in acciaio inox\, di impianto astratto-strutturalista\, che sviluppano i temi della linea e dell’insieme di linee come strumenti di modulazione dello spazio. Rette inclinate o angolate che\, nel tempo\, hanno sempre più assunto una valenza ambientale\, occupando spazi architettonici\, sia in interno che in esterno\, dei quali\, attraverso soluzioni mutevoli\, sembrano volere superare i limiti. \nArtista sardo tra i più originali della sua generazione\, per il Museo MAN Italo Antico ha concepito un progetto espositivo che comprende sei lavori\, di cui cinque realizzati tra la metà degli anni Settanta e la fine del decennio successivo – tra i più significativi del suo percorso scultoreo – ed uno creato per questa occasione. \nI cinque lavori degli anni Settanta e Ottanta esemplificano il pensiero dell’artista\, il suo approccio alla costruzione scultorea\, il suo tentativo\, reiterato nel tempo\, di conquistare lo spazio attraverso il segno. Opere\, come ha avuto modo di scrivere già nel 1976 Gillo Dorfles\, che mettono in crisi l’idea della massa plastica\, che negano qualsiasi principio di monumentalità per aprirsi a una visione del mondo “in cui la scultura assume sempre di più la funzione di personalizzatrice d’un ambiente\, di indice  immesso entro un contesto”. \nIl lavoro recente\, “Vita Sospesa”\, fulcro dell’intero progetto espositivo\, è l’ultimo di un ciclo dedicato al figlio Angelo\, prematuramente scomparso un anno fa. La scultura\, composta da un fascio di aste in acciaio\, tipico della produzione di Italo Antico\, si poggia su una base di libri appartenuti al figlio ed è coperta con un telo bianco bagnato dal quale traspaiono le pieghe delle aste. Ad essere trattati\, con la delicatezza e la leggerezza di cui Antico\, come pochi altri\, è capace\, sono i temi della memoria\, della trasparenza e dell’abbandono\, evocati qui sia nel modo di trattare i materiali sia nelle forme create. \nConcepita come un’occasione di rilettura dell’opera dell’artista e al contempo come uno sguardo\, per quanto circoscritto\, sulla sua attività odierna\, quanto mai intensa e ricca di spunti\, la mostra di Italo Antico al Museo MAN apre un ciclo di eventi dedicati all’astrazione nella produzione artistica sarda degli ultimi Cinquant’anni.
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SUMMARY:Federico Carta
DESCRIPTION:Curato da Marco Peri\, il progetto ha visto la realizzazione di un grande murale sulla facciata dell’edificio antistante l’ingresso del MAN\, prima ricoperta da una superficie pannellata in legno da cantiere. Operazione di arte pubblica e allo stesso tempo di riqualificazione urbana\, il murale è stato eseguito nei giorni tra il 14 e il 15 maggio e concluso sabato 18 maggio alla presenza del pubblico. Le diverse fasi di realizzazione del lavoro sono state documentate dal videomaker Gian Mario Atzeni (Giado).  \nNato a Cagliari nel 1984\, Federico Carta\, in arte crisa\, si avvicina giovanissimo al mondo del writing. Dal 2001 inizia a dipingere su materiali di recupero mettendo a fuoco uno stile originale che lo proietta dentro un nuovo percorso artistico. Alla bomboletta spray – strumento privilegiato nel writing tradizionale – Carta affianca la sperimentazione di tecniche diverse come l’idropittura\, la tempera ad olio\, lo smalto. Realizzati su tele\, lamiere arrugginite o altri supporti di recupero\, i lavori di Federico Carta trattano il tema del rapporto tra natura e urbanizzazione.   \nCarta vive e lavora a Cagliari\, ha dipinto molti muri della sua città ed esposto i propri lavori in diverse gallerie\, in Sardegna e all’estero. Dal 2008 è impegnato nel sociale con progetti artistici destinati ai giovani del carcere minorile di Quartucciu e del servizio psichiatrico di Cagliari. Nel 2009  un suo intervento site specific ha arricchito la collezione del Tiscali Campus di Sa Illetta. Nel 2011 ha esposto al P.A.V. del Time in Jazz Festival di Berchidda\, all’interno della mostra Terra. \nL’inaugurazione del progetto di Federico Carta è stato inserito all’interno delle manifestazioni organizzate dal Museo MAN in occasione della Giornata dei musei. L’evento\, che si è svolto in strada\, è stato accompagnato da un DJ SET di Stefano Ferrari (http://www.menion.org/). Compositore e strumentista nato a Nuoro\, le sue produzioni sono un mix di musica elettronica\, Glitch Hop\, Ambient e post-rock.
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SUMMARY:Manine
DESCRIPTION:Il MAN è lieto di annunciare l’inaugurazione della mostra “Manine”\, dedicata alle creazioni realizzate all’interno delle attività laboratoriali del museo nel corso degli ultimi dieci anni. \nPresentati come vere e proprie opere d’arte\, con adeguanti standard allestitivi\, i lavori – una selezione tra i più intensi e originali conservati negli archivi del dipartimento didattico – saranno visibili fino al 21 aprile 2013 nella project room del museo. \nIn mostra disegni\, pitture\, collage\, sculture in terracotta e ceramica\, fotografie e installazioni realizzate tra il 2003 e il 2013 dai più piccoli tra gli artisti del territorio barbaricino e limitrofo\, allievi delle scuole materne ed elementari oggi perlopiù studenti degli istituti superiori. \nUn viaggio a ritroso nel tempo\, che attraverso una serie di “piccoli capolavori” ripercorre la storia e i temi delle principali mostre realizzate al MAN a partire dall’apertura della sua sede attuale\, in via Satta 27. \nUn’occasione unica per i giovani studenti di ritrovare le proprie visioni di bambino e per i loro genitori di rivivere\, attraverso una serie di immagini curiose e accattivanti\, alcune tappe importanti della loro formazione e della loro crescita.
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SUMMARY:Giovanni Nonnis
DESCRIPTION:In occasione della retrospettiva di Marino Marini\, Cavalli e cavalieri\, prorogata fino al 10 marzo 2013\, il Museo MAN è lieto di annunciare l’apertura di un nuovo progetto espositivo dedicato al tema equestre: Giovanni Nonnis: Sos cabaddos. \nNato nel 1929\, Nonnis ha rivestito un ruolo importante nel contesto artistico sardo del dopoguerra. Influenzato in età giovanile dai pittori Pietro Antonio Manca e Giuseppe Biasi\, nel corso della sua carriera ha elaborato un linguaggio originale caratterizzato da una marcata espressività\, con tratti stilizzati e cromature brillanti e contrastate. \nNoto soprattutto per i dipinti di guerrieri ispirati alla statuaria nuragica\, tra la fine degli anni Cinquanta e il 1975\, anno della morte del pittore\, prematuramente scomparso in un incidente stradale\, Nonnis ha realizzato un’ampia serie di disegni e pitture su carta raffiguranti cavalli in movimento. Rispetto ai dipinti di guerrieri\, dove a essere trattati sono i temi del mito e della fiaba\, i cavalli di Nonnis portano avanti una ricerca parallela\, più sobria e immediata\, in linea con le soluzione stilistiche elaborate nel 1959 all’interno del ciclo delle Crocifissioni. \nIl complesso espositivo di Casa Lai a Gavoi ospiterà circa cinquanta opere\, molte delle quali inedite\, provenienti dalla collezione di Pier Paola Nonnis\, figlia di Giovanni\, e da altre collezioni private. Aperta  al pubblico nei giorni di venerdì\, sabato e domenica\, la mostra sarà accompagnata da un testo critico di Enzo Avanzi. \n 
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SUMMARY:POST SCRIPTUM
DESCRIPTION:Il tema “Cavalli e cavalieri” è oggetto di due mostre parallele curate da Lorenzo Giusti\, direttore del Museo MAN\, e da Alberto Salvadori\, direttore del Museo Marino Marini. Un tema profondamente sardo declinato\, da un lato\, dall’artista del nostro Novecento che più di ogni altro lo ha rappresentato\, Marino Marini\, e dall’altro attraverso lo sguardo di alcuni artisti contemporanei\, autori di opere in video in cui la tematica del cavaliere è riletta in chiave attuale\, secondo punti di vista e prospettive diverse e che\, nell’insieme del progetto\, costituiscono una sorta di testo critico per immagini. \n\n\n\nPost Scriptum\n\n\nConcepita come un progetto parallelo alla mostra di Marino Marini e allo stesso tempo indipendente\, la rassegna “Postscriptum” presenta lavori in video realizzati negli ultimi dieci anni da artisti italiani ed internazionali: Tania Bruguera (Cuba\, 1968)\, Alberto De Michele (Italia\, 1980)\, Pietro Mele (Italia\, 1976)\, Anri Sala (Albania\, 1974)\, Carolina Saquel (Chile\, 1970)\, Nedko Solakov (Bulgaria\, 1957)\, Salla Tykkä (Finlandia\, 1973). I lavori selezionati\, per quanto diversi gli uni dagli altri per linguaggio\, sensibilità e finalità\, condividono il riferimento alle figure del cavallo e del cavaliere\, soggetti ancora capaci di evocare precise suggestioni e di farsi interpreti privilegiati della realtà presente. \nLo slideshow di Tania Bruguera è una semplice documentazione della performance realizzata nel 2008 nella Turbine Hall della Tate Modern di Londra e replicata a Lubiana e Cardiff. Quinta parte del progetto Tatlin’s Whisper\, il lavoro consiste nell’applicazione di alcune tecniche dicontrollo delle masse da parte di forze dell’ordine a cavallo. L’immagine tradizionale del cavaliere – e ciò che a questa immagine è solitamente associato in termini di magnificenza e valore – è qui decostruita attraverso un processo di decontestualizzazione. L’esperienza induce lo spettatore a riflettere sui limiti dell’autorità e del potere nella società civile.  \nIl lavoro di Alberto De Michele\, Indomita Jet vs Dardo Coca (2010)\, illustra il fenomeno delle corse ippiche illegali nel Sud dell’Italia. Usando i suoi familiari come attori\, De Michele organizza una gara nel luogo di nascita del padre (Catania) e filma l’azione servendosi di più telecamere. La corsa di cavalli è mostrata da diverse inquadrature per simulare la modalità di trasmissione fatta negli schermi delle sale da gioco\, frequentateda scommettitori abituali. \nIn Ottana (2008) di Pietro Mele\, la camera inquadra uno scorcio di campagna inizialmente irriconoscibile. Dopo qualche minuto una figura a cavallo irrompe sulla scena procedendo lentamente in avanti. A questa ne seguono altre\, che accompagnano il lento movimento verticale della camera\, arrivando a svelare progressivamente l’identità del luogo in cui la scena si svolge. Si tratta del polo petrolchimico di Ottana\, in Sardegna\, i cui fumi e il cui aspetto contrastano con l’immagine arcaica dell’uomo a cavallo e con il contesto naturale in cui il sito si inserisce. Una riflessione sul complesso rapporto tra natura\, essere vivente e progresso. \nNel video di Anri Sala\, Time after time (2003)\, un cavallo è intrappolato sul ciglio della strada di una grande città. La lentezza dei movimenti e la magrezza del cavallo contrastano con la velocità delle luci delle auto e dei camion\, che sfrecciano incuranti dell’animale. Un’immagine inquietantee commovente\, la cui forza è amplificata dalla fissità della videocamera\, che riflette sul rapporto conflittuale tra natura e progresso e sul senso di straniamento nella società contemporanea. \nIl video di Carolina Saquel\, Pentimenti (2004)\, presenta una scenografia fuori dal tempo. Su uno sfondo indistinguibile\, in mezzo a una distesa di sabbia\, un cavallo esegue dei movimenti su ordine del cavaliere\, si sposta da destra verso sinistra e viceversa\, passa davanti alla camera e si ferma per eseguire gli esercizi. Gli ordini non vengono pronunciati direttamente dal fantino\, ma da una voce fuori campo che descrive lo svilupparsi dell’azione\, come fosse una sintesi del “dialogo” tra i due protagonisti. \nIn Knights (And Other Dreams) Nedko Solakov dà sfogo alla sua ossessione per la narrazione\, i meccanismi delle fiabe e lo sviluppo delle fantasie infantili e adolescenziali. Realizzato tra il 2010 e il 2012\, il lavoro è stato presentato come installazione multimediale all’ultima edizione di Documenta. In una serie di lavori in video e in altre opere Solakov ripercorre il mito del cavaliere medievale\, radicato nella memoria collettiva\, facendolo dialogare con la modernità\, inserendolo in contesti in cui evidente è il senso della fiction. Nell’episodio n.8\, The Three Drummers and the Knight\, l’artista realizza due dei suoi più grandi sogni di ragazzo: essere un cavaliere e suonare la batteria in una rock band. \nIl video di Salla Tykkä\, Airs Above the Ground (2011)\, racconta il destino dei cavalli lipizzani. Unici nel loro genere\, questi cavalli nascono grigi per diventare bianchi da adulti e sono sottoposti a durissimi allenamenti che li costringono a una danza di movimenti innaturali\, chiamata “dressage”. Il senso di questo lavoro è tutto nella visione di una presunta bellezza che stride con l’affanno e il respiro del cavallo sotto sforzo. Libertà\, bellezza e perfezione sono soltanto degli “a priori”\, abusati e svuotati di un reale significato.
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SUMMARY:Werner Bischof
DESCRIPTION:La mostra\, a cura della Fondation Werner Bischof di Parigi\, dell’Agenzia Magnum Photos e dell’Agenzia Contrasto\, è organizzata da Imago Multimedia\, agenzia fotografica e casa editrice di Nuoro\, in collaborazione col Museo MAN di Nuoro. Oltre 100 fotografie\, una selezione degli scatti più celebri. Inoltre 30 fotografie scattate in Sardegna nel 1950\, molte delle quali inedite e presentate in prima mondiale. \nEvento unico in Sardegna\, con oltre 130 fotografie tra le più celebri di Bischof unite a una serie di scatti inediti\, la mostra costituisce una retrospettiva esauriente\, un viaggio nel cuore del lavoro di uno dei più importanti reporter del Novecento\, artista riconosciuto a livello mondiale\, dal talento insaziabile. \nPrimo fotografo\, nel 1949\, a diventare membro della Magnum Photos\, Werner Bischof seppe unire all’osservazione documentaristica della realtà\, alla necessità di non manipolare lo sguardo sugli eventi\, una visione lirica\, quasi intima\, di ogni situazione e di ogni soggetto con cui si trovò a operare. Come più volte ebbe modo di affermare\, si sentiva più artista che fotogiornalista. E non molti come lui\, in effetti\, hanno saputo condensare\, in pochi ma intensi anni di attività fotografica e artistica\, un’osservazione così puntuale e profonda\, cosciente e assolutamente originale. \nRifiutando la “superficialità e il sensazionalismo” dei rotocalchi\, dedicò gran parte della sua vita allo studio delle culture tradizionali\, spesso trascurate\, ambito che gli permetteva di mantenere le distanze da editori smaniosi unicamente di materiale da copertina. Viaggiò così in tutto il mondo realizzando eccezionali reportage di carattere sociale\, toccando paesi come il Giappone\, l’Indocina\, la Corea\, l’India – dove\, nel 1951\, per «Life magazine»\, realizzò la celebre serie dedicate alla carestia – e ancora\, il Messico\, Hong Kong\, Panama e il Perù\, dove perse la vita a soli 38 anni. Le immagini di quei reportage\, apparse sulle principali riviste e sui più importanti rotocalchi internazionali\, sono visibili per la prima volta in Sardegna grazie alla mostra al Museo MAN di Nuoro. \nAspetto importante della mostra di Nuoro è la presenza di un’intera sezione dedicata agli scatti che WERNER BISCHOF realizzò in SARDEGNA nel 1950\, alcuni dei quali presentati in PRIMA MONDIALE. \nBischof fu inviato nell’isola da «Epoca» per documentare le misere condizioni di lavoro dei contadini del Campidano e dei minatori dell’Iglesiente. Il suo reportage si caratterizza per la totale immersione nel contesto. La serietà dei temi trattati\, che induceva all’espressionismo molti dei suoi colleghi fotoreporter\, fu per lui un’occasione per cogliere il lato meno drammatico dei fatti e delle persone. Risultato a cui giunse utilizzando la soluzione stilistica del “leggermente fuori fuoco”\, capace di restituire un’originale freschezza degli eventi. Le foto realizzate in Sardegna\, nel soddisfare un certo grado di ricerca formale\, trovano un bilanciamento tra estetica e rigore oggettivo nella cura dell’equilibrio delle immagini: tagli alti\, inquadrature centrate\, primi piani ribassati e stupefacenti con luci in rilievo. La padronanza della tecnica gli permetteva di scegliere il meglio di un istante “irripetibile”. La sua umanità è esaltata dalla scelta dei soggetti: c’è il quotidiano di un popolo più che di una terra\, c’è la Sardegna della gente più dell’idea di una stirpe astratta o di una terra offesa. E con la leggerezza del sorriso sui volti\, riuscì a trascendere gli orrori e le devastazioni causate dalla guerra.
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SUMMARY:DNA
DESCRIPTION:Con la mostra DNA\, il MAN ha riproposto al pubblico le opere della sua collezione permanente attraverso un percorso organizzato per grandi autori\, aree tematiche e recenti acquisizioni e donazioni. I lavori della collezione del MAN costituiscono la struttura più intima del museo\, ne costruiscono la storia diventando i testimoni più visibili della sua costante crescita. L’incremento del patrimonio di opere\, tramite donazioni e acquisizioni\, risponde alla natura del museo. \nA distanza di 10 anni dalla costituzione dell’originario nucleo di 165 opere il MAN\, fedele al suo ruolo di istituzione\, propone una rilettura contemporanea della storia dell’arte sarda del Novecento\, con opere che possono considerarsi costitutive del panorama artistico locale. Così come è accaduto in passato\, anche le nuove acquisizioni sono frutto di un paziente lavoro di ricerca\, ispirato alle medesime linee guida che hanno portato alla realizzazione dell’originario corpus\, per dare spazio alle testimonianze delle espressioni artistiche che hanno contraddistinto la cultura sarda\, puntando sulle opere più rappresentative della prima metà del Novecento per proseguire con quelle di artisti più recenti o contemporanei. \nCon questa impostazione\, che è la stessa del museo MAN\, DNA. La Collezione ha raccontato l’eterogeneità della storia artistica sarda\, facendo incontrare mondi e stili diversi\, sperimentazioni e innovazioni\, sia dal punto di vista delle tematiche e dei soggetti\, sia da quello delle tecniche creative.
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SUMMARY:Igino Panzino
DESCRIPTION:La mostra Catalogo di Igino Panzino è stata la terza del ciclo Soluchefera. Igino Panzino nasce a Sassari dove compie gli studi presso l’istituto statale d’arte sotto la direzione di Mauro Manca. Inizia la sua attività nei primi anni ‘70 muovendo dall’idea di un’opera d’arte intesa come prodotto di un linguaggio peculiare e autonomo\, dotato di infinite possibilità espressive con la realizzazione di strutture tridimensionali di impianto geometrico neocostruttivista. \nNegli anni ‘80 si dedica alla pittura trasferendo la stessa impostazione progettuale in una ricerca di genere analitico. In occasione della mostra Catalogo verranno presentati gli ultimi lavori che costituiscono diverse serie tra cui Divinità domestiche\, Piano urbano\, Commedia dell’arte e altre dove all’abilità manuale si unisce l’immaginazione che diventa un potente messaggio fatto di incastri\, sovrapposizioni e rapporti equilibrati tra luci ombre e colori
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SUMMARY:Primo Pantoli
DESCRIPTION:La mostra di Primo Pantoli\, come quella di Giovanni Carta\, fa parte del ciclo Soluchefera. Primo Pantoli è nato a Cesena (Forlì)\, dove ha compiuto gli studi classici. \nNel 1950 si trasferisce a Firenze\, dove alterna la pittura agli studi letterari. Nel 1957 si stabilisce in Sardegna\, dove insegnerà discipline artistiche al Liceo Artistico di Cagliari fino al 1990. \nÈ stato tra i fondatori dei primi gruppi di arte di avanguardia in Sardegna (Studio ’58 nel 1958; Gruppo di Iniziativa\, nel 1961; Centro di Cultura Democratica\, nel 1967). Ha pubblicato scritti e disegni su quotidiani e periodici\, articoli di critica d’arte su L’Unità e il Tempo; è stato disegnatore satirico di Rinascita Sarda e di Sardegna Oggi. \nHa esposto un po’ ovunque\, in Italia e all’estero dal 1952. Incide e stampa personalmente opere di xilografia\, acquaforte\, puntasecca. Ha progettato un centinaio di manifesti\, copertine di libri\, depliants per il teatro\, convegni\, manifestazioni sindacali e politiche. Ha realizzato scenografie per il teatro e la televisione (Rai 3). Ha allestito sale e piazze per manifestazioni e convegni. Dall’anno 2000 si dedica alla scultura\, sperimentando diversi materiali.
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SUMMARY:Arte a misura
DESCRIPTION:Il MAN ha proseguito il dialogo con il territorio e con la città di Nuoro attraverso il progetto Arte a misura. Nato da un’dea di museo come possibile luogo diffuso di creazione e di incontro\, Arte a misura ha invitato 5 artisti sardi a pensare un’opera per la vetrina di uno dei principali negozi di abbigliamento della città\, il Sotgiu Store. \n\n\n\nVincenzo Pattusi\n\n\nVincenzo Pattusi 23 febbraio – 14 marzo: Legato alla manualità del fare arte\, l’artista dipinge su ogni tipo di supporto traendo la sua ispirazione dal quotidiano e dalla cultura popolare\, dal fumetto\, come dal cinema di ricerca. In una sorta di data-base virtuale acquisisce e rielabora continuamente informazioni che provengono dai canali più disparati. Presenta la sua opera come una sorta di monumentale arazzo che rivela l’appartenenza al mondo dei writers\, ma anche il legame con la tradizione sarda\, visibile nei motivi decorativi di tessuti e patterns che fanno da fondale alle figure. \n\n\n\nGiulia Casula\n\n\nGiulia Casula 22 marzo – 11 aprile Attraverso la realizzazione di opere fotografiche\, video e installazioni\, l’artista rappresenta le suggestioni visive del suo quotidiano. Estrania lo spettatore\, con l’intenzione di fargli rivivere un’esperienza personale\, quel ricordo lontano che affiora nella mente durante il dormiveglia attraverso sensazioni confuse e senza dettaglio. E’ la sensazione del deja-vù\, in cui si mescolano familiarità ed estraniamento. Le sue opere sono investigazioni territoriali e concettuali\, riflessioni sul tempo e sulla memoria\, ricostruite in una forma estetica e poetica di critica sociale.  \n\n\n\nVincenzo Grosso \n\n\nVincenzo Grosso 19 aprile – 9 maggio É interessato all’arte di strada e al writing. La sua ricerca si concentra sul segno che indaga sperimentando diversi materiali trovati e oggetti\, legni\, plastiche. Assembla\, trasforma\, definisce e mette insieme elementi dando vita a una particolare archeologia del futuro. Ogni segno è frammento\, parte di un tutto insondabile e invisibile. I suoi ultimi lavori pittorici focalizzano l’attenzione sulle post architetture e le possibili conseguenze degli eccessi del mondo moderno.  \n\n\n\nRita Correddu\n\n\nRita Correddu 17 maggio – 6 giugno Concentra la sua ricerca nell’osservare la realtà per suggerire\, attraverso delicate sottolineature\, con interventi minimi talvolta effimeri o destinati a svanire\, confondendosi\, nuove possibilità di azione e di visione. Indaga le forme espressive del vissuto umano\, dove si manifestano memoria personale e collettiva\, attraverso storie antiche e presenti\, reali o immaginate. Suoni\, immagini\, parole dette\, scritte\, supportano una ricerca che inizia dal luogo\, luogo di riflessione\, luogo pubblico\, opera diffusa nel tempo e nello spazio: una variazione sull’idea di monumento contemporaneo.  \n\n\n\nAlessandro Biggio\n\n\nAlessandro Biggio 14 giugno – 4 luglio Punto di partenza dell’artista per il suo lavoro sono le imperfezioni fisiche\, i materiali di scarto o divenuti privi di funzione\, tutti gli elementi in cui è presente una forte componente autobiografica o affettiva. L’obiettivo non è comunque preservarne il ricordo ma innestarci sopra un’altra ipotesi di realtà. Come una nuova costruzione che poggia su delle macerie\, nelle sculture come nelle installazioni\, il suo lavoro trova in questa precarietà il suo senso.
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SUMMARY:L’evento immobile
DESCRIPTION:Dal 17 febbraio al 6 maggio il Museo MAN ha ospitato la rassegna L’evento immobile\, curata da Cristiana Collu\, Saretto Cincinelli e Alessandro Sarri\, rinnovando l’ormai consolidata partnership con il centro espositivo “Casa Masaccio” di San Giovanni Valdarno. La mostra è nata dall’idea – conseguente quella di Borges di associare l’universo a una biblioteca (di Babele) – di equiparare il tempo ad un libro (infinito)\, a qualcosa che è dunque possibile leggere\, interpretare\, sfogliare con modalità sempre diverse. Un’ipotesi azzardata da cui deriva l’espressione idiomatica “sfogliare il tempo” utilizzata come sottotitolo per la sesta edizione di questa rassegna. La mostra ha analizzato\, attraverso la presentazione di opere video e cinematografiche\, ciò che di permanente e di fisso resiste in ogni immagine in movimento e\, parallelamente\, ha indagato la disponibilità del tempo ad essere colto nel proprio intervallo. La manifestazione ha cercato di delineare una sorta di tempo in stato vegetativo\, una temporalità in stato d’arresto\, in stallo\, tale da non poter essere derubricata a semplice movimento o a semplice stasi. In una sorta di ritorno alle origini la rassegna ha spaziato da film mitici e seminali come La jetée di Chris Marker e Nostalgia di Hollis Frampton\, a lavori storici di Ken Jacobs e Malcolm Le Grice\, per giungere sino ai nostri giorni con opere di Rob Carter\, George Drivas\, Paolo Meoni\, Alejandro Moncada\, Alexandra Navratil\, Alexandros Papathanasiou\, Katja Pratschke & Gustáv Hámos\, Margot Quan Knight\, Katherine Segura Harvey\, Kathrin Sonntag\, Jutta Strohmaier\, Arnold von Wedemeyer.       
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SUMMARY:Giovanni Carta
DESCRIPTION:La mostra Pause di recente passato di Giovanni Carta ha aperto il progetto Soluchefera\, che ha occupato per tutto il 2012 il piano terra del Museo con una serie di mostre personali rivolte a una generazione di artisti di rilievo che in passato hanno partecipato in modo attivo alla ricerca artistica contemporanea della Sardegna e che ora si sono allontanati dai circuiti dell’arte. Giovanni Carta\, il protagonista di questo primo appuntamento\, è autore di una ricerca orientata\, sin dalla prima fase creativa\, verso una volontà di semplificazione dell’immagine che rende il segno protagonista della composizione. \nLa produzione matura\, fino agli esiti più recenti\, è caratterizzata da un raffinato astrattismo geometrico. La sua pittura è geometria del senso oltre che dell’intelletto\, in cui il rigore della riduzione formale propria della linea astrattogeometrica s’incontra con quello della ricerca analitica condotta sugli elementi primari\, fisici\, della pittura (supporto\, colore\, stesure). \nUn atteggiamento analitico che parte però da un sentire artigianale\, una tonalità affettiva dell’operare\, una dedizione manuale che risale alle fonti stesse dell’esperienza moderna. Giovanni Carta ha studiato all’Istituto d’Arte di Sassari negli anni Cinquanta\, in quel periodo diretta da Filippo Figari\, e proprio frequentando l’ambiente sassarese è entrato in contatto con Mauro Manca e il nuovo fermento che in quegli anni aveva interessato numerosi giovani artisti.
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DESCRIPTION:Il Museo MAN ha preso parte al progetto TDM 5: grafica italiana\, realizzato dalla Triennale di Milano\, con il prestito di alcune importanti opere di Giovanni Pintori facenti parte della propria collezione. Dopo le prime ricognizioni dedicate dal museo alla grafica contemporanea (The New Italian Design\, Spaghetti grafica e Graphic Design Worlds) la scelta del Museo del Design della Triennale di dedicare una edizione alla grafica italiana\, alla comunicazione visiva e alla loro storia è un passo importante per arricchire e completare il percorso di analisi e valorizzazione del design italiano portati avanti negli anni dal Triennale Design Museum. TDM 5: grafica italiana si è concentrato sul Novecento\, a partire dalla rivoluzione tipografica futurista\, offrendo anche alcune aperture sulla tradizione dei secoli precedenti e sulla produzione più recente\, presentando il grande patrimonio di produzione dei graphic designer italiani in tutta la sua sorprendente varietà di manifestazioni. Figure come Albe Steiner\, Franco Grignani\, Bruno Munari\, Bob Noorda\, Armando Testa\, Massimo Vignelli e\, appunto\, Giovanni Pintori\, hanno accompagnato il successo delle maggiori aziende italiane\, hanno operato in settori cruciali della vita culturale\, e il loro lavoro ha attraversato in modo rilevante i mutamenti politici\, economici e sociali dell’Italia del Novecento.
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SUMMARY:Arte al centro
DESCRIPTION:Il Museo MAN prosegue il dialogo con il territorio e con la città di Nuoro attraverso il progetto Arte al centro(tavola) che\, nato dall’idea che il museo è un luogo dinamico\, di creazione e incontro con l’esterno\, ha proposto a un gruppo di artisti di confrontarsi con uno spazio quotidiano. Con Arte al centro(tavola) 5 artisti sono stati invitati a realizzare un centro tavola\, esposto in alcuni ristoranti di Nuoro nel periodo natalizio\, dove l’opera d’arte reinterpreta la funzione tradizionale e decorativa dell’oggetto. Artisti: Roberto Fanari\, Nicola Filia\, Terrapintada\, Marcello Scalas\, Grazia Sini. Ristoranti: Dai monti del Gennargentu\, Il Portico\, Il Rifugio\, Monti Blu\, Ristorante Ciusa.
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SUMMARY:Luciano Secci
DESCRIPTION:Assolo è un progetto del Museo MAN pensato come approfondimento su artisti sardi e come operazione di ricerca sulla produzione artistica regionale. In questo modo il Museo intende dare un impulso per una ricognizione e una indagine sul territorio che risulterà unica per la documentazione di artisti ignoti o poco conosciuti la cui qualità è particolarmente significativa. Il programma è iniziato con Luciano Secci.DM00001 DM01400 Catalogo dell’esistenza. La grande produzione di questo sorprendente artista di Nurri è testimoniata dall’utilizzo di diverse tecniche\, dal disegno all’incisione\, dall’acquerello alla ceramica\, che ci restituiscono l’immagine di una creatività in continuo divenire\, un pensiero che si sviluppa attraverso il segno che individua ogni frammento di vita per analizzarlo\, approfondirlo e rivelarlo. Una forma di tradurre l’esistenza che passa dall’immagine mentale al disegno come un archivio del pensiero esposto con oltre 370 opere. La mostra è realizzata grazie al generoso contributo della famiglia Secci.
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SUMMARY:Henri Cartier-Bresson
DESCRIPTION:La mostra\, a cura della Fondation Henri Cartier-Bresson\, dell’Agenzia Magnum Photos e dell’Agenzia Contrasto\, è organizzata da Imago Multimedia – agenzia fotografica e casa editrice di Nuoro – col contributo fondamentale dell’Agenzia Regionale Sardegna Promozione e la collaborazione del Museo MAN. Evento unico in Sardegna\, include 155 fotografie che furono scelte dallo stesso autore\, con l’intenzione di creare una retrospettiva esauriente della sua opera fotografica. La mostra è come un lungo viaggio attraverso il tempo di Henri Cartier-Bresson e il suo essere presente in ogni attimo dell’esistenza; nessuno come lui ha saputo condensare negli anni di intensa attività fotografica e artistica in giro per il mondo un’osservazione puntuale e profonda\, cosciente e originale in ogni situazione. La realtà documentaristica e la propensione di Henri Cartier-Bresson a non manipolare lo sguardo e l’evento che si trovava davanti\, trova sbocco in una profonda poesia del quotidiano\, di gesti\, avvenimenti e volti comuni in apparenza privi di importanza. Ma che sia gente di strada – bambini che giocano\, venditori ambulanti\, passanti – nei tempi usuali del lavoro e nei riti della festa\, o che siano i protagonisti degli avvenimenti principali del Novecento – la fine della Seconda Guerra Mondiale\, la morte di Gandhi\, gli artisti più noti del momento – ogni evento è per lui occasione di esercitare la consapevolezza interiore; un’azione e un esercizio che condensava in attimi significanti la vita\, “attimi decisivi” che lui – e solo lui – riusciva a cogliere quando riusciva a “mettere sulla stessa linea di mira il cuore\, la mente e l’occhio”. Una mostra che scalza le debolezze\, le incongruenze\, le distrazioni del nostro sguardo oggi persino troppo sollecitato dalle immagini che corrono veloci; una mostra che rende omaggio all’opera tutta di Henri Cartier-Bresson\, al disegno e alla pittura che furono le sue prime vere passioni e che lui per primo in Occidente seppe condividere e articolare in una pienezza dove il rapporto e l’uso dei diversi mezzi di espressione sono solo un gioco\, utile per comunicare coi propri simili.
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SUMMARY:Giovanni Pintori
DESCRIPTION:In occasione della settimana internazionale della grafica\, l’Aiap Design Per ha proposto\, in collaborazione col Museo MAN\, un’ampia ed esaustiva antologica sulla figura e sul lavoro di Giovanni Pintori\, straordinario protagonista della storia della grafica in Italia\, celebrato e riconosciuto internazionalmente. Il racconto del suo percorso parte dalla fine degli anni Trenta sino agli anni Novanta attraverso un corpus di opere\, raccolte secondo una interpretazione che ne evidenzia la modernità progettuale a sottolineare l’importanza e il significato delle sue scelte e l’unicità della sua figura all’interno del panorama della grafica internazionale. Pintori è stato un personaggio estremamente lucido e consapevole dei meccanismi e delle problematiche connesse alla professione del grafico nella scelta degli apparati compositivi\, iconografici e simbolici impiegati. \nLa sua competenza\, la sua professionalità e la sua cultura\, insieme alla fantasia e creatività\, traspaiono da tutti i suoi lavori e ci fanno comprendere la sua rilevanza nella pratica e nell’estetica del design contemporaneo\, dall’ipotesi di un originale stile d’impresa a un modo di pensare prima che di comporre. Giovanni Pintori nasce nel 1912 a Tresnuraghes (Oristano)\, da genitori originari di Nuoro\, cittadina dove la famiglia fa ritorno nel 1918. Dopo aver frequentato l’ISIA di Monza\, nel 1936 inizia la collaborazione con l’Ufficio Tecnico Pubblicità Olivetti\, del quale diventa responsabile nel 1940\, legando il suo nome all’ascesa della azienda di Ivrea in una serie lunghissima e fortunata di manifesti\, pagine pubblicitarie\, insegne esterne\, stand. Nel 1950 ottiene il primo di una lunga serie di riconoscimenti: la Palma d’Oro della Federazione Italiana Pubblicità. Nel 1952 il MoMA di New York organizza la mostra Olivetti: Design in Industry. \nNel 1953 entra a far parte dell’AGI (Alliance Graphique Internazionale)\, che nel 1955\, durante l’esposizione al Louvre di Parigi\, dedica al lavoro di Pintori per Olivetti un’intera sala. Sempre nel 1955 gli viene conferito il Certificate of Excellence of Graphic Arts dell’AIGA (l’Associazione dei graphic designer statunitensi) e\, l’anno dopo\, la Medaglia d’Oro e il Diploma di Primo Premio di Linea Grafica e della Fiera di Milano. Nel 1957 ottiene il Diploma di Gran Premio alla XI Triennale di Milano e partecipa all’annuale mostra dell’AGI a Londra. Le sue immagini accompagnano numerosi articoli sull’azienda Olivetti\, il suo design e la sua comunicazione fanno il giro del mondo comparendo in testate come Fortune (USA\, 1953\, 1957)\, Graphic Design (Giappone\, 1967)\, Horizon (USA\, 1969). Nel 1960 scompare Adriano Olivetti. Nel 1962 Pintori ottiene un altro prestigioso riconoscimento internazionale: il Typographic Excellence Award del Type Directors Club di New York\, seguito nel 1964 dal Certificate of Merit dell’Art Directors Club di New York. Nel 1966 gli viene dedicata una grande mostra personale a Tokyo. \nDopo il 1967\, lasciata l’Olivetti per dedicarsi alla libera professione\, collabora\, fra gli altri\, a progetti per Pirelli\, Gabbianelli\, Ambrosetti e Parchi Liguria. Nel 1981 inizia una collaborazione con l’azienda di trasporti Merzario\, per la quale realizza la grafica dei bilanci annuali e delle pagine pubblicitarie. Dopo questa esperienza lascia la professione di grafico e si dedica completamente alla pittura. Giovanni Pintori muore a Milano il 15 novembre del 1999.
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SUMMARY:Glo Guardarsi l’ombelico
DESCRIPTION:Glo – Guardarsi l’ombelico è il titolo del primo progetto di collaborazione tra il Comune di Nuoro e il Museo MAN. Nelle sale dell’edificio dell’ex ASL di Via N. Ferracciu\, dal 29 marzo al 17 luglio (prima parte) e poi dal 27 settembre al 05 febbraio 2012 (seconda parte) circa un centinaio di artisti di questa città si sono alternati proponendo una selezione della loro più recente produzione\, per questo che consideriamo come l’inizio di un’indagine sulla ricchezza creativa di Nuoro che potrebbe allargarsi alla Provincia e\, per cerchi concentrici\, a tutta la Regione\, facendo in modo di registrare a Nuoro ciò che di nuovo (con un felice gioco di parole) viene prodotto da artisti di diverse generazioni\, dai maestri più anziani ai giovanissimi alle prime armi. Questa la vocazione del progetto\, costruito attraverso pochi pezzi\, esposti con rigore a comporre un gioco di rimandi e risonanze che raccontino storie come aforismi o haiku. Il titolo dell’evento\, ironicamente\, invita a osservarsi con una certa leggerezza. La posizione migliore per pensare è sembrata ad alcuni quella che permette di guardare il proprio ombelico\, e meditare su quello. Questo tipo di meditazione prende il nome di “guardarsi l’ombelico”. Ma l’ombelico\, con la sua simbologia\, è ancora una volta una scelta concettuale: racchiude in sé il significato del legame\, dell’origine ma rappresenta anche la cesura capace di lasciar traccia di sé\, il taglio del cordone ombelicale che suggella a memoria e in modo indelebile il segno che costruisce la nostra identità. L’ombelico è legato alla posizione centrale nel corpo umano che suggerisce un fulcro psichico\, simbolico\, geografico\, temporale: la nascita\, l’inizio e la fine\, il divenire\, una sorta di mandala sempre attuale con tutto quello che comporta e ne deriva. L’omphalon greco identifica non tanto un punto fisso ma un processo che da questo punto si attiva. È la cicatrice della nascita fisica\, il segno tangibile di un vincolo con la madre biologica\, è legato all’eros\, all’estetica ma anche alla vulnerabilità per il suo trovarsi nella posizione più esposta e molle dell’addome. Rappresenta il mistero del rapporto che ci lega nella generazione e attraverso le generazioni. Il legame reciso e continuamente da recidere e suturare\, come sola possibilità di crescita. Un legame che costruisce la nostra identità\, ma sancisce anche quello con l’esistenza. \n\n\n\nCronogramma di Glo – Guardarsi l’ombelico\n\n\nSeconda Parte\n\n27.09 – 09.10.2011: Michela Balloi\, Pasquale Bassu\, Efisio Cardia\, Laura Manca\, Salvatore Marras\, Francesco Melis\, Piero Pais\, Francesco Rais\, Graziano Rocchigiani.\n11.10 – 23.10.2011: Tarcisio Balloi\, Fabrizio Bruno\, Giancarlo Crisponi\, Toni Marcovecchio\, Stefano Marongiu\, Pietrina Mattana\, Franco Mura\, Fabrizio Ortu\, Sergio Rocchigiani.\n25.10 – 06.11.2011: Franca Carboni\, Simona Ciusa\, Salvatore de Gioannis\, Francesca Floris\, Marisa Mereu\, Giuseppe Moro\, Tiziana Pala\, Graziella e Immacolata Sotgiu\, Nicola Virdis.\n22.11 – 04.12.2011: Daniele Boninu\, Renato Brotzu\, Fiorentino Deroma\, Elke Hoyer\, Thomas Longo\, Sandro Mattei\, Daniela Mureddu\, Massimo Onnis\, Salvatore Pau.
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SUMMARY:La città ideale
DESCRIPTION:Parallelamente alla rassegna Glo – Guardarsi l’ombelico\, il Dipartimento educativo del MAN ha lanciato il nuovo contest fotografico “La città ideale”\, che vuole promuovere una riflessione sulla città e invita tutti a condividere il proprio sguardo su di essa\, inviando da una a dieci immagini all’indirizzo didattica.man@gmail.coma partire dal 27 settembre\, data in cui è iniziata\, nello spazio Glo dell’edificio ex ASL di Via N. Ferracciu\, la seconda parte di Glo – Guardarsi l’ombelico. \nIl contest “La città ideale” ha voluto estendere l’indagine sulla ricchezza creativa di Nuoro all’intera comunità\, coinvolgendola attivamente in uno scambio di storie e punti di vista. La prima scadenza per l’invio dei progetti è stata fissata per il 6 gennaio 2012. Al termine del contest il materiale raccolto sarà esposto nello spazio Glo dell’edificio ex ASL. All’interno della pagina facebook del MAN sarà possibile visionare tutti i lavori ed esprimere una preferenza per assegnare il primo premio. \n\n\n\nLa città ideale\n\n\n18.11 – 20.11.2011 \nIn occasione della manifestazione “Autunno in Barbagia”\, il Museo MAN e il Comune di Nuoro hanno organizzato\, nello spazio Glo dell’edificio ex ASL di Via N. Ferracciu\, la mostra dal titolo La città ideale\, in cui sono state esposte circa venti opere della Collezione permanente del MAN e presentato l’intervento site-specific Blank Map Project dell’artista Giulia Casula. La città come centro di perfetta convergenza tra microcosmi umani diventa ideale solo in una concezione mentale dove lo spazio si pone al servizio dell’uomo. Un concetto da sempre oggetto di riflessione umana: la città sito da progettare e in cui vivere in armonia\, luogo di incontro sociale\, organizzazione politica e di pianificazione economica. Questa immagine\, se anche rimane utopica nella sua realizzazione generale e vive\, forse\, nel ricordo di un passato non meglio identificato o nell’idea di una trasformazione in avvenire\, un luogo sospeso di scorci urbani\, interni di edifici e periferie all’interno di una mappa ideale. «Il luogo non è nulla fuori dalla mente; la grandezza fisica non è nulla all’interno della mente» (Hobbes)\, sicché la conoscenza si dispone\, alla fine\, secondo il modello del mapping\, della relazione tra le due mappe\, interiore ed esteriore. E proprio perché quella interiore corrisponde allo spazio immaginario e prevale su quella esterna ricomprendendola\, la città non è solo un’astrazione architettonica ma un luogo di incontro tra due mondi.
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