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SUMMARY:Vivian Maier
DESCRIPTION:Dopo gli Stati Uniti il fascino di Vivian Maier sta incantando l’Europa. \nBambinaia per le famiglie benestanti di New York e Chicago sino dai primi anni Cinquanta del secolo scorso\, per oltre cinque decadi ha fotografato la vita nelle strade delle città in cui ha vissuto senza mai far conoscere il proprio lavoro. Mai una mostra\, neppure marginale\, mai una pubblicazione. \nCiò che ha lasciato è un archivio sterminato\, con più di 150.000 negativi\, una miriade di pellicole non sviluppate\, stampe\, film in super 8 o 16 millimetri\, registrazioni\, appunti e altri documenti di vario genere che la tata “francese” (la madre era originaria delle Alpi provenzali) accumulava nelle stanze in cui si trovava a vivere\, custodendo tutto con grande gelosia. \nConfinato infine in un magazzino\, il materiale è stato confiscato nel 2007\, per il mancato pagamento dell’affitto\, e quindi scoperto dal giovane John Maloof in una casa d’aste di Chicago. \nLa mostra al MAN di Nuoro\, a cura di Anne Morin\, realizzata in collaborazione con diChroma Photography\, sarà la prima di Vivian Maier ospitata da un’Istituzione pubblica italiana. \nPartendo dai materiali raccolti da John Maloof\, il progetto espositivo fornisce una visione d’insieme dell’attività di Vivian Maier ponendo l’accento su elementi chiave della sua poetica\, come l’ossessione per la documentazione e l’accumulo\, fondamentali per la costruzione di un corretto profilo artistico\, oltre che biografico. \nInsieme a 120 fotografie tra le più importanti dell’archivio di Maloof\, catturate tra i primi anni Cinquanta e la fine dei Sessanta\, la mostra presenta anche una serie di dieci filmati in super 8 e una selezione di immagini a colori realizzate a partire dalla metà degli anni Sessanta. Privi di tessuto narrativo e senza movimenti di camera\, i filmati fanno chiarezza sul suo modo di approcciare il soggetto\, fornendo indizi utili per l’interpretazione del lavoro fotografico. \nGli scatti degli anni Settanta raccontano invece il cambiamento di visione\, dettato dal passaggio dalla Rolleiflex alla Leica\, che obbligò Vivian Maier a trasferire la macchina dall’altezza del ventre a quella dell’occhio\, offrendole nuove possibilità di visione e di racconto. \nLa mostra sarà inoltre arricchita da una serie di provini a contatto\, mai esposti in precedenza\, utili per comprendere i processi di visione e sviluppo della fotografa americana. \nA conquistare il pubblico\, prima ancora delle fotografie\, è la storia di “tata Vivian”\, perfetta per un romanzo esistenziale o come trama di una commedia agrodolce; talmente insolita\, talmente affascinante\, da non sembrare vera. \nMa al di là del racconto\, al di là delle note biografiche\, dei piccoli grandi segreti rivelati dalle persone che l’hanno conosciuta\, al di là del suo ritratto di donna eccentrica e riservata\, dura e curiosa come pochi altri\, custode di un mistero non ancora svelato\, al di là di tutto c’è il grande lavoro fotografico di Vivian Maier\, su cui molto rimane ancora da dire. \nVivian Maier ha scattato perlopiù nel tempo libero e a giudicare dai risultati si può credere che\, in quel tempo\, non abbia fatto altro. I suoi soggetti prediletti sono stati le strade e le persone\, più raramente le architetture\, gli oggetti e i paesaggi. \nFotografava ciò che improvvisamente le si presentava davanti\, che fosse strano\, insolito\, degno di nota\, o la più comune delle azioni quotidiane. Il suo mondo erano “gli altri”\, gli sconosciuti\, le persone anonime delle città\, con cui entrava in contatto per brevi momenti\, sempre mantenendo una certa distanza che le permetteva di fare dei soggetti ritratti i protagonisti inconsapevoli di piccole-grandi storie senza importanza. \nOgni tanto però\, in alcune composizioni più ardite\, Vivian Maier si rendeva visibile\, superava la soglia della scena per divenire lei stessa parte del suo racconto. Il riflesso del volto su un vetro\, la proiezione dell’ombra sul terreno\, la sua silhouette compaiono nel perimetro di molte immagini\, quasi sempre spezzate da ombre o riflessi\, con l’insistenza un po’ ossessiva di chi\, insieme a un’idea del mondo\, è in cerca soprattutto di se stesso. In questa indagine senza fine talvolta coinvolgeva anche i bambini che le venivano affidati\, costringendoli a seguirla in giro per la città\, in zone spesso degradate di New York o di Chicago. A uno sguardo sensibile e benevolo per gli umili\, gli emarginati\, univa una vena sarcastica\, evidente in molti scatti rubati\, che colpiva un po’ tutti\, dai ricchi borghesi dei quartieri alti agli sbandati delle periferie. \n“Di Vivian Maier – afferma Lorenzo Giusti\, Direttore del MAN – si parla oggi come di una grande fotografa del Novecento\, da accostare ai maestri del reportage di strada\, da Alfred Eisenstaedt a Robert Frank\, da Diane Arbus a Lisette Model. Le grandi istituzioni museali fanno però fatica a legittimare il suo lavoro\, vuoi perché\, in tutta una vita\, non ebbe una sola occasione per mostrarlo\, vuoi per la diffusa – e legittima – diffidenza verso l’attività degli “hobbisti”. Ma i musei\, si sa\, arrivano sempre un po’ in ritardo. \nDelle opere di Vivian Maier non colpisce soltanto la capacità di osservazione\, l’occhio vigile e attento a ogni sensibile variazione dell’insieme\, l’abilità di composizione e di inquadramento. Ciò che più impressiona è la facilità nel passare da un registro all’altro\, dalla cronaca\, alla tragedia\, alla commedia dell’assurdo\, sempre tendendo saldamente fede al proprio sguardo. Una voce rimasta per molto tempo fuori dal coro\, ma senza dubbio ben accordata”.
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SUMMARY:Sardegna reportage 2015
DESCRIPTION:La commissione del concorso “Sardegna Reportage”\, riunitasi a Gavoi il 13 giugno scorso\, ha individuato quattro progetti tra i centouno presentati al Museo MAN da altrettanti concorrenti\, segnalando in particolare il lavoro di Matteo Melis\, “Cagliari\, vita e costumi di una città del 2015”.  \nGli altri progetti segnalati dalla commissione sono i reportage di Erik Chevalier\, “Terra di nessuno”\, di Bruno Olivieri\, “Il desiderio”\, e di Stefano Pia\, “Kilometri Zero”. La commissione ha inoltre ritenuto opportuno attribuire una menzione speciale ad alcuni singoli scatti presentati dai fotografi Paolo Marchi\, Gigi Murru\, Virgilio Piras e Daniele Pischedda.  \nIspirato al lavoro di Vivian Maier\, alla quale il MAN dedicherà un’importante retrospettiva a partire dal prossimo 10 luglio\, il concorso “Sardegna Reportage” 2015 era dedicato alla fotografia di strada (Street Photography)\, un genere che rivolge la propria attenzione alla vita negli spazi pubblici\, e richiedeva la capacità di raccontare ambienti\, persone\, situazioni o contesti urbani della Sardegna di oggi attraverso il medium fotografico\, concentrandosi sulla vita quotidiana\, i cambiamenti di costume\, le interazioni umane\, lo spirito e le contraddizioni del nostro tempo. Coerentemente con quanto richiesto\, le opere individuate dalla giuria si distinguono per la capacità di catturare situazioni curiose o dense di pathos e per il tempismo nel cogliere attimi significativi.  Dei diversi lavori sono stati valutati le motivazioni originarie\, i temi individuati\, la forza comunicativa\, l’attinenza al genere prescelto\, oltre agli aspetti formali e di qualità delle immagini.  \nLa commissione – composta da Michele Smargiassi\, giornalista di Repubblica e curatore del blog Fotocrazia\, Paolo Curreli\, redattore delle pagine culturali della Nuova Sardegna e Max Solinas\, giornalista\, photo editor e fotoreporter dell’Unione Sarda – ha così motivato la scelta fatta:  \n“Tra tutti i progetti presentati\, molto differenti tra loro per intenzioni e qualità\, la giuria ha scelto di selezionare quattro portfolio personali e altrettanti scatti singoli\, diversi tra loro per sensibilità\, approccio  formale\, scelta di soggetti e stile. Segnaliamo tra tutti  il progetto di Matteo Melis\, “Cagliari\, vita e costumi di una città del 2015”. Le cinque fotografie presentate colgono\, con coerenza stilistica e sensibilità di sguardo\, mutamenti della città contemporanea in cui sono ancora ravvisabili le tracce di una specificità locale ma ormai diluite nell’alveo della globalizzazione. A parere della giuria l’autore ha ben interpretato il linguaggio ormai classico della “street photography”\, come richiesto dal bando\, declinandolo in modo personale; l’attenzione al banale come all’insolito aspetto delle relazioni umane in un angolo di scena urbana rendono questo lavoro  particolarmente interessante e degno di nota”.   \nIl progetto di Matteo Melis\, insieme agli altri lavori indicati dalla commissione\, sarà presentato al Museo MAN a partire dal prossimo 10 luglio\, in concomitanza con la mostra dedicata a Vivian Maier. \n 
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SUMMARY:Italo Zuffi
DESCRIPTION:“Potersi dire” è il titolo del progetto di Italo Zuffi per il Museo MAN\, secondo di una serie di momenti di approfondimento sul lavoro dell’artista avviata nello scorso febbraio dalla Nomas Foundation di Roma e destinata a coinvolgere\, nel corso del 2015\, il de Appel Arts Centre di Amsterdam e l’ar/ge kunst di Bolzano. \nL’esposizione al MAN è rivelatrice dei due distinti percorsi di ricerca presenti nell’opera dell’artista: un versante più intimista\, di indagine introspettiva\, e uno legato all’analisi del suo rapporto con il sistema-arte\, sempre visualizzato e risolto con filtro autobiografico. \nAl primo filone appartiene il lavoro Poesie doppie\, ideato nel 2014\, una performance in cui Zuffi recita alcune sue poesie scritte nel corso degli ultimi anni. Il contenuto delle poesie offre uno sguardo sul tempo delle relazioni\, “su una presa di coscienza corporea\, in transito verso un alleggerimento esistenziale”. La recita a memoria delle poesie avviene in base a una coreografia tesa a crearsi una distrazione\, nonché a proporre un esercizio di specchiatura. \nIl secondo lavoro in mostra\, Incentivi\, è una nuova produzione realizzata in occasione del progetto al MAN\, concepita come un dialogo diretto con il sistema dell’arte\, di cui sono evocate regole interne e logiche collettive di legittimazione. Un ciclo di testi su tela che riflettono sul rapporto tra produzione di opere e loro circolazione attraverso sistemi promozionali e di mercato. Questi nuovi lavori\, presentati negli spazi della project room del museo\, proseguono il percorso di verifica\, avviato dall’artista nel 2010\, attorno al concetto di “competizione” intesa come rappresentazione di ciò che concerne sia strategie di diffusione del lavoro\, sia i luoghi e gli agenti in cui queste si attivano. In questo caso\, il lavoro interroga l’economia dell’artista nell’ambito allargato del mercato dell’arte. \nAlla mostra al MAN sarà affiancato un laboratorio con gli allievi del master di primo livello in Diritto ed economia dell’Arte e della Cultura (Decamaster) organizzato dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Sassari in collaborazione con UniNuoro e Fondazione Banco di Sardegna. Il laboratorio prevede lo svolgimento di una serie di esercizi di gruppo\, tesi allo sviluppo di un’analisi critica della visione e dell’esperienza dell’opera in un contesto di sistema. \n\n\n\n\nItalo Zuffi\n\n\nItalo Zuffi (Imola\, 1969. Vive a Milano) nel suo lavoro utilizza scultura\, performance\, foto e scrittura per creare “non un disegno totale\, bensì una serie indefinita di stanze” (Pier Luigi Tazzi\, 2003). Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna (Diploma in Pittura\, 1993)\, e al Central St Martins College of Art & Design di Londra (Master of Arts\, 1997). Nel 2001 gli è stata assegnata la Wheatley Bequest Fellowship in Sculpture presso l’Institute of Art & Design di Birmingham (GB). È docente di Scultura presso l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila dal febbraio 2015\, e dal 2011 è Guest-Lecturer in Performance alla Royal Academy of Arts dell’Aja (NL). \nMostre personali (recenti): Quello che eri\, e quello che sei\, Nomas Foundation\, Roma; Gli ignari\, appartamento privato\, Milano (2013); La penultima assenza del corpo\, Fondazione Pietro Rossini\, Briosco (2012); Zuffi\, Italo\, Pinksummer\, Genova (2010). \nMostre collettive (recenti): Esercizi di Rivoluzione\, un progetto di Maxxi e Nomas Foundation\, Maxxi\, Roma (2014); Le leggi dell’ospitalità\, Galleria P420\, Bologna (2014); Per4m\, Artissima\, Torino (2014); I baffi del bambino\, Lucie Fontaine\, Milano (2014); La Pelle – Symphony of Destruction\, MAXXX Project Space\, Sierre (2014); Le statue calde\, Museo Marino Marini\, Firenze (2014); Drive my car\, OPENING Via Pola\, Milano (2013); Italia Tropici\, Angelo Mai Altrove Occupato\, Roma (2013); Il fascino discreto dell’oggetto. Figura 2: Natura Morta\, GNAM\, Roma (2013); Almanac\, Newman Popiashvili gallery\, New York (2013); Fuoriclasse\, Villa Reale\, Milano (2012)\, Mexico City Blues\, Shanaynay\, Parigi (2012) e New York Gallery\, New York (2012).
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SUMMARY:LCR #1
DESCRIPTION:“La costante resistenziale” è un progetto espositivo che mira a fornire un quadro complessivo delle ricerche più innovative che\, dai primi anni dell’autonomia regionale ai giorni nostri\, hanno caratterizzato la scena artistica sarda. Un programma triennale che\, entro il 2017\, porterà a ricostruire sei decenni di attività sperimentale\, mettendo in evidenza tematiche\, eventi\, gruppi e personalità. \nL’individuazione di un possibile “connotato specifico” da riconoscere all’interno delle diverse esperienze\, costituisce l’ossatura di questo progetto. La “Costante resistenziale sarda” è un concetto con il quale l’archeologo Giovanni Lilliu ha cercato di esprimere la storica lotta condotta dal popolo sardo contro le potenze coloniali che di volta in volta si sono affacciate sulle coste dell’isola. “La Sardegna”\, ha scritto Lilliu\, “in ogni tempo\, ha avuto uno strano marchio storico: quello di essere stata sempre dominata (in qualche modo ancora oggi)\, ma di avere sempre resistito. Un’Isola sulla quale è calata per i secoli la mano oppressiva del colonizzatore\, a cui ha opposto\, sistematicamente\, il graffio della resistenza. Perciò\, i Sardi hanno avuto l’aggressione di integrazioni di ogni specie ma\, nonostante questo\, sono riusciti a conservarsi sempre se stessi.” \nNel quadro dell’indagine sulla produzione artistica e culturale\, il concetto di “costante resistenziale”\, viene a delinearsi come una metafora ideale e allo stesso tempo come un criterio di visione privilegiato attraverso il quale osservare lo sviluppo delle pratiche artistiche e dei linguaggi espressivi alla luce degli influssi esterni\, del dibattito critico e delle tendenze nazionali e internazionali\, di volta in volta recepite o negate\, affermate o reinterpretate. \nLa prima delle tre mostre\, “Venticinque anni di ricerca artistica in Sardegna”\, in programma al Museo MAN dal 17 aprile al 28 giugno 2015\, intende guardare alla generazione di artisti emersi tra il 1957 e il 1983. L’arco di tempo individuato\, così come il titolo proposto\, fanno riferimento a un importante precedente storico: la mostra\, realizzata nel 1983 dal Comune di Nuoro e dal Consorzio per la pubblica lettura Sebastiano Satta\, a cura di Salvatore Naitza e Sandra Piras\, che intendeva fare il punto sulla produzione dell’ultimo quarto di secolo attraverso i lavori di un nutrito gruppo di autori di diversa formazione e tendenza. \nLa scelta del 1957 come data di inizio del percorso di rinnovamento si spiega in ragione di un evento che ebbe luogo a Nuoro. Quell’anno\, nell’ambito della Biennale d’Arte\, una giuria composta da Elena Baggio\, Felice Casorati\, Mario Delitala\, Rodolfo Pallucchini e Marco Valsecchi\, assegnò il Premio Sardegna di pittura a Mauro Manca per l’opera intitolata L’ombra del mare sulla collina; un dipinto di matrice cubista\, che nel precorrere le sperimentazioni segnico-materiche che l’artista avrebbe portato avanti negli anni successivi\, segnava un netto spartiacque tra le esperienze figurative e quelle astratte. \nLa diffusione dei nuovi linguaggi si registrerà nell’isola in seguito al trasferimento di Mauro Manca a Sassari come direttore dell’Istituto Statale d’Arte (1959)\, divenuto sotto la sua direzione riferimento di indagini avanzate\, e col sorgere a Cagliari di formazioni di ricerca come “Studio 58” e\, nel decennio successivo\, il “Gruppo Iniziativa”\, attivo tra il 1960 e 1965\, il “Gruppo Transazionale” (1966)\, sotto la guida metodologica di Corrado Maltese\, e il “Centro di Cultura Democratica”\, fondato nel 1967. \nIntorno a Manca e alla sua scuola nasce il “Gruppo A” (1962)\, che raccoglie le istanze dei protagonisti della nuova generazione sassarese. Eredità successivamente recepita dal “Gruppo della Rosa” (1976) all’interno del quale vedranno la luce le indagini di quegli artisti usciti dall’Istituto d’Arte e lì ritornati in qualità di insegnanti. \nGruppi non sempre omogenei\, formatisi nelle due maggiori città della regione\, a cui\, in un quadro generale che tiene conto anche delle specificità geografiche e culturali di Nuoro – un centro di produzione e promozionale della cultura sarda aperto alla ricezione degli influssi esterni – si affiancano personalità indipendenti di diverso orientamento. \nI Sessanta e i Settanta in Sardegna sono stati anche gli anni della critica impegnata che\, dalle pagine dei quotidiani locali\, vede attivi intellettuali di estrazione diversa (storici dell’arte\, antropologi\, linguisti) in un dibattito costruito sul rifiuto parallelo di un regionalismo chiuso e di un cosmopolitismo di maniera. Un’esperienza complessa e talvolta contraddittoria\, in bilico tra una dimensione interna\, di definizione della propria specificità culturale\, ed una esterna\, nella consapevolezza della necessità di inserire i problemi culturali sardi nel quadro di coordinate internazionali. \nLa costante resistenziale #1. Artisti in mostra: Italo Antico\, Antonio Atza\, Gaetano Brundu\, Paolo Bullitta\, Zaza Calzia\, Giovanni Campus\, Giovanni Canu\, Sergio Cara\, Giovanni Carta\, Tonino Casula\, Aldo Contini\, Salvatore Coradduzza\, Paola Dessy\, Nino Dore\, Angelino Fiori\, Gino Frogheri\, Maria Lai\, Ermanno Leinardi\, Angelo Liberati\, Carlo Loi\, Mauro Manca\, Nicolò Masia\, Luigi Mazzarelli\, Mirella Mibelli\, Rosetta Murru\, Luciano Muscu\, Costantino Nivola\, Primo Pantoli\, Igino Panzino\, Giuseppe Pettinau\, Gaetano Pinna\, Giovanni Pintori\, Roberto Puzzu\, Rosanna Rossi\, Vincenzo Satta\, Pinuccio Sciola\, Giovanna Secchi\, Antonio Secci\, Agostino Sini\, Ugo Ugo\, Italo Utzeri. \n“La costante resistenziale” è un progetto pluriennale del Museo MAN\, ideato da Lorenzo Giusti\, che nel corso del suo sviluppo si avvarrà della collaborazione di diversi studiosi. Il primo dei tre eventi in programma\, Venticinque anni di ricerca artistica in Sardegna (1957-1983)\, è curato da Emanuela Manca\, con la consulenza di Rosanna Rossi e Silvano Tagliagambe.
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DESCRIPTION:Il progetto “Civil Servants”\, a cura di Micaela Deiana\, nasce da una ricognizione delle pratiche artistiche di natura antagonista portate avanti in Sardegna\, volte alla formulazione di modelli di analisi\, decostruzione e problematizzazione dell’attuale contesto socio-politico.  In questo ricco filone\, sul crinale fra attivismo e ricerca artistica\, la mostra si concentra in particolare su quelle indagini che\, nel corso degli ultimi anni\, hanno sollevato importanti questioni ambientali\, fondamentali per il futuro dell’isola. \nL’espressione “Civil Servant” appartiene alla cultura anglosassone e indica la responsabilità e il profondo senso civico con il quale i funzionari statali prestano il proprio servizio alla comunità di cui sono parte. Gli artisti selezionati fanno di questa attitudine un elemento chiave della propria poetica\, dando vita a opere\, ma soprattutto azioni\, in cui l’arte diventa strumento di critica sociale per sensibilizzare il territorio al valore del bene comune. \nAttraverso le narrazioni di Leonardo Boscani\, Riccardo Fadda\, Pasquale Bassu ed Eleonora Di Marino\, la mostra racconta in particolare gli effetti dell’occupazione e dello sfruttamento del suolo ad opera di poli industriali che hanno caratterizzato la cosiddetta “rinascita industriale sarda” negli anni Sessanta e Settanta\, e gli strumenti critici con cui oggi si cerca di far fronte al fallimento politico-economico di quelle strategie di sviluppo e di dare avvio al difficile processo di riconversione. \n\n\n\n\nLeonardo Boscani\n\n\nLeonardo Boscani (Sassari\, 1961)\, da anni attivo sul fronte della critica sociale attraverso progetti di ricerca artistica\, propone Studio di fattibilità per l’allevamento del cervo semibrado nel territorio di Monte Rosè\, opera “distopica”\, a cura della Fondazione A. Cicchiarelli\, per la programmazione di un nuovo sviluppo del settore dell’allevamento nel nord Sardegna parallelo agli interventi di bonifica dell’industria chimica dell’area di Porto Torres. \n\n\n\n\nRiccardo Fadda\n\n\nRiccardo Fadda (Porto Torres\, 1976)\, fondatore del collettivo artistico AZ.Namusn.Art\, presenta un gruppo di lavori dalla serie Anarchaeology\, in cui affronta criticamente il tema del patrimonio culturale invitando alla presa di coscienza di una rinnovata identità locale che tenga conto delle condizioni dell’ambiente e delle contraddizioni del territorio. \n\n\n\n\nPasquale Bassu\n\n\nPasquale Bassu (Nuoro\, 1979)\, uno dei nuovi membri del gruppo nuorese “Seuna Lab”\, dà luogo a una performance dal titolo Io sono stato\, coinvolgendo il pubblico in un mutuo scambio di servizi garantito da un circuito di banconote creato dall’artista stesso. \n\n\n\n\nEleonora Di Marino\n\n\nEleonora Di Marino (Carbonia\, 1990) presenta Betile\, opera inserita nella ricerca di S.p.a. – Soluzioni Per l’Ambiente\, un progetto in itinere che evidenzia le contraddizioni del caso “Fanghi Rossi”\, terreni tutelati dal punto di vista paesaggistico benché tossici\, a causa della presenza di residui metallici dovuta alle lavorazioni minerarie. L’artista fa parte del collettivo Giuseppe Frau Gallery\, operante nel nel Sulcis – Iglesiente.
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SUMMARY:Canto di strada
DESCRIPTION:Frutto di un dialogo ideale scaturito dalla condivisione di una concezione del cammino come motore di esperienze artistiche\, la mostra\, a cura di Lorenzo Giusti\, presenta una serie di nuovi lavori – fotografie\, wall drawings\, disegni e installazioni – nati dalla comune esperienza di viaggio sulle montagne della Sardegna centrale. Hamish Fulton (Londra\, 1946) è una delle figure più rappresentative dell’arte inglese degli ultimi decenni. Insieme a Richard Long è considerato il padre fondatore di un movimento internazionale di “artisti camminatori”\, di cui l’austriaco Michael Höpfner (Krems\, 1972) è oggi uno degli esponenti più significativi. \nLa mostra al MAN di Nuoro mette per la prima volta a confronto il lavoro dei due artisti\, individuando nel viaggio sulle montagne del Supramonte e del Gennargentu un terreno comune di confronto. Un’esperienza di immersione totale nella natura aspra della Barbagia orientale che ha visto muovere i due artisti per due settimane nello stesso ambiente\, senza mai incontrarsi. Uniti da una medesima passione per la montagna e da una comune visione della pratica artistica come espressione di esperienze personali (anche quando fatte in gruppo)\, Fulton e Höpfner aprono\, attraverso l’utilizzo di linguaggi diversi – più concettuale quello del primo\, con testi o grafici di percorso\, più visivo quello del secondo\, con fotografie e installazioni – una significativa riflessione sul ruolo dell’arte\, sui concetti di esperienza e di creazione\, oltre che sul rapporto tra uomo e ambiente. \nCompleterà il progetto un catalogo\, pubblicato da NERO\, con testi di Lorenzo Giusti\, Giovanni Carmine e Muriel Enjalran. \nLa mostra sarà accompagnata da un programma di attività laboratoriali a cura della sezione didattica del museo e da esperienze di cammino per il pubblico\, in collaborazione con artisti e guide ambientali del territorio.  \n\n\n\n\nHamish Fulton\n\n\nInizia la sua carriera alla fine degli anni Sessanta\, definendosi “Walking Artist”\, un modo per distinguere il proprio lavoro dalle pratiche della Land Art a cui era stato inizialmente accomunato. La sua è un’arte esperienziale\, che si nutre di lunghi percorsi a piedi in contesti naturali\, in particolare di montagna\, dall’Europa al Sudamerica\, dal Tibet al Giappone. A partire dagli anni Novanta ha declinato parte del proprio lavoro in una dimensione partecipata\, finalizzata alla condivisione dell’esperienza del cammino\, che ha trovato applicazione e sviluppo anche in contesti urbani. Le sue opere sono conservate nelle collezioni dei più importanti musei del mondo\, dal MOMA di New York\, al Centre Pompidou di Parigi\, alla Tate Modern di Londra. \n\n\n\n\nMichael Höpfner\n\n\nVive tra Vienna e Berlino. Il suo lavoro si incentra sull’esperienza del viaggio a piedi\, attraverso zone desertiche o scarsamente abitate dall’Ucraina alla Cina\, dal Kirghizistan alla Corea del Sud. Un percorso iniziato come esplorazione fisica e mentale di spazi geografici e che è proseguito come riflessione sui concetti di realtà e di luogo. Tra le mostre più recenti si ricordano quelle al Kunstforum Bank di Vienna\, alla Kunsthalle di San Gallo\, al Kunstverein di Salisburgo\, all’ar/ge Kunst di Bolzano e nelle gallerie Olaf Stüber di Berlino e Hubert Winter di Vienna.
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SUMMARY:Antonio Rovaldi
DESCRIPTION:“Mi è scesa una nuvola” racconta il viaggio in bicicletta di Antonio Rovaldi attorno alla Sardegna. La mostra al Museo MAN – che segue l’esposizione dello scorso anno a Gavoi\, in occasione del Festival Letterario “Isola delle Storie” – è parte del progetto Orizzonte in Italia\, cominciato dall’artista nel 2011 e conclusosi con l’esperienza sarda nell’estate del 2014. \nLa mostra\, concepita appositamente per le sale del museo\, consiste in un’installazione fotografica composta da 20 elementi corrispondenti ad altrettante tappe del viaggio. Immagini dell’orizzonte – in linea con il progetto generale – sulle quali l’artista riporta i tratti percorsi\, ricostruendo una sorta di punteggiatura del perimetro dell’isola\, oltre che un nuovo pentagramma cromatico a raccontare “una distanza”. \nUn’installazione audio accompagna le immagini\, un montaggio di voci degli abitanti del territorio\, interpellati dall’artista sulle vie da percorrere per raggiungere le mete prefissate. Ciò che viene a crearsi è un dialogo surreale\, basato su un’idea personale di distanza fra i luoghi e le cose. Le direzioni della mappa della Sardegna seguite dall’artista sono costantemente contraddette e ridisegnate dalle persone incontrate\, creando una vera e propria mappatura orale del territorio. \nAccompagnerà la mostra un catalogo bilingue\, edito da Humboldt Books\, che raccoglie l’intero progetto Orizzonte in Italia\, con appunti di viaggio\, immagini\, disegni e testi di Lorenzo Giusti Leonardo Passarelli\, Pier Luigi Tazzi e Francesco Zanot. \n\n\n\n\nAntonio Rovaldi\n\n\nNasce a Parma nel 1975. La sua ricerca si muove intorno a tematiche relative la percezione dei luoghi e del paesaggio\, mettendo sempre in relazione i differenti media utilizzati\, come la fotografia\, il video\, la scultura. La dimensione della distanza fra i luoghi\, l’attraversamento fisico e mentale in essi\, veri o immaginari che siano\, sono una costante della sua ricerca. Dal 2006 Rovaldi divide la sua città di adozione\, Milano\, con New York dove ha partecipato a diverse residenze d’artista e mostre. Tra le sue personali più recenti si segnalano quelle all’Hirshhorn Museum di Washington dc\, alla galleria Monitor di Roma e quella alla galleria The Goma a Madrid . \n 
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SUMMARY:Marinella Senatore
DESCRIPTION:Il museo MAN\, nell’ambito della seconda edizione del progetto “Museo Chiama Artista”\, promosso da AMACI\, è lieto di presentare al pubblico il film “Jammin’ Drama Project”\, dell’artista e filmaker Marinella Senatore. L’opera sarà visibile nelle sale del Museo MAN a partire dal prossimo 13 dicembre durante gli orari di apertura del museo. \nIl documentario è un progetto partecipativo che ha coinvolto oltre 450 membri della eterogenea comunità di Harlem nella costruzione collettiva di un canovaccio per un dramma radiofonico\, strutturato in 4 capitoli e registrato dal vivo. La collaborazione tra i partecipanti\, fondata sul dialogo tra identità\, generazioni e razze diverse\, ha dato vita a una jam session di idee\, desideri e esperienze\, analizzando le dinamiche sociali e le modalità di convivenza in una società multiculturale. Un archivio di narrazioni condivise che ridefinisce il significato di comunità.  \n“Sento di essere parte di quei processi che vedono l’artista come un attivatore di energie – afferma Marinella Senatore – che ha uno spartito attraverso il quale le persone negoziano\, o contestano\, la loro partecipazione. Cerco di mettere in atto uno scambio affettivo\, che passi di storia in storia. Il racconto stesso diventa scambio e spesso si costruisce una situazione di laboratorio aperto\, dove chi lavora impara qualcosa e lo porta con sé assieme al ricordo di essere stato sul set”.  \nMarinella Senatore (1977) vive e lavora tra Londra e Berlino. Dal 2006 cura progetti di partecipazione pubblica\, coinvolgendo intere comunità alla realizzazione di opere collettive nelle quali i ruoli dell’artista come autore e del pubblico come destinatario passivo vengono messi in discussione e rielaborati. Ha esposto i propri lavori (cortometraggi\, fotografie\,disegni\, installazioni) in numerosi musei italiani e stranieri tra i quali la Kunsthalle di San Gallo\, il Museum of Contemporary Art di Santa Barbara\, il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Nel 2014 le è stato assegnato il Premio MAXXI.  \nMuseo Chiama Artista\, è un progetto AMACI (l’Associazione nazionale dei Musei d’arte moderna e contemporanea) nato con l’intento di sostenere attivamente il sistema del contemporaneo nel nostra Paese\, favorendo e divulgando le più nuove forme di sperimentazione artistica attraverso la commissione ad artisti italiani di opere successivamente presentate all’interno dei musei associati. \nL’edizione 2014\, a cura di Ludovico Pratesi e Angela Tecce\, vede consolidarsi la collaborazione con il MiBACT attraverso il Piano per l’Arte Contemporanea\, strumento che il Ministero si è dato per il finanziamento di proposte volte all’incremento del patrimonio pubblico di arte del nostro tempo.  \nLa scelta di Marinella Senatore\, che fonda la sua pratica artistica sulla partecipazione e sulla condivisione del processo creativo\, risponde all’ambizione di far entrare l’arte contemporanea nella vita quotidiana dei cittadini\, mettendo in primo piano il rapporto tra creatività personale e dinamiche sociali. 
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SUMMARY:Vincenzo Satta
DESCRIPTION:In seno alla manifestazione Magie d’inverno\, sarà assegnato il Premio Montblanc\, un riconoscimento alla creatività e all’ingegno della città di Nuoro\, che prevede la selezione annuale di due personalità rappresentative. La cerimonia\, che si svolgerà il 7 novembre alle ore 17 presso l’Istituto Regionale Etnografico\, sarà seguita dall’inaugurazione della mostra di Vincenzo Satta al museo MAN. \nLa ricerca di Satta si sviluppa a partire da forme geometriche per raggiungere\, nel corso degli anni\, soluzioni più libere. Dopo una prima fase influenzata dalle ricerche di area informale\, e una seconda in linea con il clima della pittura analitica\, all’interno della quale l’artista individua un percorso autonomo di grande rigore\, nella produzione più matura le forme geometriche cedono il passo a linee curve e forme ondulate e I’attenzione si focalizza ancora\, come sempre\, sul ruolo centrale della luce.  \nLe opere inedite in mostra al MAN appartengono a quest’ultimo periodo. Tele strutturate su toni chiari ed evanescenti\, di giallo\, rosa o di azzurro\, nelle quali la pittura risulta alleggerita da offuscamenti che ne trasformano il timbro\, attenuandolo. La luce di queste superfici non viene quindi ottenuta tramite l’uso del colore\, che quasi trascende la propria materialità\, ma attraverso infinite velature che ne condizionano la percezione. \nModulata dal mutare dell’inclinazione emotiva dell’artista\, la luce non viene potenziata e proiettata all’esterno ma\, al contrario\, catturata e quasi celata nel susseguirsi delle diverse fasi di realizzazione del quadro\, colta nella sua ultima possibilità d’essere\, fermata un attimo prima del suo spegnersi. \n  \n\n\n\nVincenzo Satta\n\n\nNato a Nuoro nel 1937. Frequenta l’Istituto d’Arte di Sassari nella sezione di Architettura con Stanis Dessy e Vico Mossa. Nel 1961 si iscrive alla Accademia di Belle Arti di Bologna. Il suo lavoro si sviluppa in cinquanta anni di attività\, dalla prima mostra personale a Bologna nel 1966\, con presentazione di Andrea Emiliani\, fino alla 54° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia nel  2011. Vive e lavora a Bologna.
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SUMMARY:Alberto Giacometti. A un passo dal tempo
DESCRIPTION:A cura di Pietro Bellasi e Chiara Gatti \nRicca di una settantina di pezzi\, la mostra svela al pubblico il grande fascino che la statuaria antica (egizia\, etrusca\, greca\, celtica o africana)\, ha esercitato agli occhi del maestro del Novecento celebre per le sue figure in cammino\, le donne immote e silenziose come idoli del passato.   \n«Tutta l’arte del passato\, di tutte le epoche\, di tutte le civiltà\, apparve davanti a me. Tutto era simultaneo\, come se lo spazio avesse preso il posto del tempo». Da questa intensa confessione nasce l’idea di restituire ai capolavori di Alberto Giacometti (1901-1966) la loro dimensione d’eternità\, avvicinando alle sue sculture sottili e longilinee\, scavate nella materia come reperti archeologici\, una selezione preziosa di reperti usciti da alcuni tra i più importanti musei italiani d’arte antica. \nI prestiti delle opere di Giacometti\, concessi da importanti collezioni svizzere oltre che dalla Kuntshaus di Zurigo e dalla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia\, saranno accostati per la prima volta alle opere arcaiche del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari\, del Museo Civico Archeologico di Bologna\, del Museo Civico di Palazzo Farnese a Piacenza e del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. \nI lavori di Giacometti e quelli dei suoi antenati animeranno un percorso avvincente\, sviluppato per temi e iconografie\, basato su un gioco di rimandi\, di sguardi incrociati fra capolavori\, sottratti alla dimensione del tempo e ricollocati nello spazio della contemporaneità. \nDagli studi condotti negli anni sui punti di contatto fra l’opera di Giacometti e la statuaria d’epoca antica – dall’arte egizia a quella sumera\, dai manufatti dell’età del bronzo all’arte greca fino alla scultura africana – è emersa infatti la possibilità di costruire una mappa delle iconografie del passato e delle culture più amate dall’artista\, prese a modello per la sua riflessione contemporanea\, tesa alla ricerca di forme espressive ancestrali\, capaci di rappresentare l’uomo moderno in una visione eterna\, in un recupero delle origini e della nostra storia. \nUn viaggio affascinante nel tempo (e nello spazio)\, dimostrerà allora come la sua Femme qui marche\, eseguita fra il 1932 e il 1936\, riproponga gli stessi canoni di stilizzazione del corpo\, la frontalità\, la ieraticità\, il passo breve avanzato della gamba sinistra\, concetto puro di movimento\, ispirato all’iconografia egizia. Nell’ambito dell’art nègre\, le Insegne Oko o le Figure Igala della Nigeria con il ventre piatto e allungato\, sono testimonianze di immagini dello spirito\, forma visibile di un invisibile che l’uomo porta dentro di sé\, e che Giacometti studiò a fondo per sue sculture dalle teste minute e il busto fortemente allungato. \nLe celebri figure di origine etrusca\, come gli Aruspici dai corpi “a lama” del Museo di Villa Giulia a Roma\, scoperti dall’artista durante il primo viaggio in Italia fra 1920 e 1921\, sembrano tornare idealmente nelle forme immote dello scultore con le quali condividono linearismo\, compostezza e armonia. Allo stesso modo il dialogo con i bronzetti nuragici – che segnano un legame con il territorio sardo – può essere spiegato attraverso le parole dello storico dell’arte Giuseppe Marchiori dedicate proprio al sapore antropologico della ricerca di Giacometti e alle forme dei suoi corpi «esili come guerrieri nuragici\, senza lance e scudi\, oppure simili all’idolo volterrano\, agli uomini della notte». \nProcedendo per confronti\, ecco infine certe piccole Kore di bronzo\, con le loro fogge compatte\, le braccia stese lungo i fianchi\, ricordare la delicatezza delle opere più esili di Giacometti\, quelle figure alte pochi centimetri\, come l’immagine di Silvio debout; mentre taluni ritratti di Diego o di Annette seduta sono accostabili agli oranti di cultura egizia\, alle statue templari o alle prefiche inginocchiate\, con la classica posa delle mani aperte\, poggiate sulle ginocchia piegate. \n 
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SUMMARY:Gavino Ledda - Zimmerfrei
DESCRIPTION:Impegnato da diversi anni in una personale ricerca sull’essenza del linguaggio\, Ledda\, grazie all’intervento di Zimmefrei\, compone un paesaggio sonoro in cui le parole pronunciate assumono la consistenza delle cose\, risuonando in uno spazio oscurato\, come oggetti materiali che si incontrano muovendosi nel buio. Nella visione di Gavino Ledda le parole pronunciate (pietre\, cavalla\, acqua\, guazza\, bava e buoi…) sono come colori (colòres)\, un abbecedario minimo di sinni\, i cromi della lingua sarda\, che il suono fa fiorire.  \nLa maieutica dello scrittore\, pastore-bambino che nomina il visibile prendendo possesso del mondo sottraendosi alla legge del padre-patriarca\, è intatta e ancora incantata. Il territorio sondato da Zimmerfrei è fatto di materia\, e il suono è la parte di materia che si può estrarre dalle cose e depositare in altri luoghi\, senza che quelle cose cambino natura. \nZimmerFrei nasce a Bologna nel 2000 dall’incontro tra Anna Rispoli\, regista teatrale e performer\, Anna De Manicor\, video maker\, e il sound designer Massimo Carozzi. Attraverso la produzione di opere di vario formato (ambienti sonori\, installazioni video\, performance\, spettacoli multimediali\, film documentari e serie fotografiche)\, il collettivo porta avanti un’indagine del paesaggio naturale\, della città\, e dell’universo sociale contemporaneo di cui vengono individuati di volta in volta\, immagini\, narrazioni\, tonalità emotive. Un’esplorazione del presente fortemente connessa all’idea di “permanenza”\, di un lasso di tempo passato osservando e vivendo a stretto contatto con un luogo specifico\, che mette in luce la complessità\, le zone d’ombra\, le stratificazioni di tempi e spazi\, le storie e la potenza simbolica dei luoghi.  \nGavino Ledda nato a Siligo nel 1938\, è scrittore\, glottologo e studioso della lingua italiana e della lingua sarda. Dopo un’infanzia trascorsa in campagna con il padre pastore\, si emancipa dall’analfabetismo in età adulta laureandosi in glottologia presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Nel 1970 viene ammesso all’Accademia della Crusca e l’anno successivo nominato assistente di filologia romanza all’Università di Cagliari. Successivamente racconta la propria vicenda autobiografica nel romanzo Padre padrone. Il successo del romanzo\, tradotto in quaranta lingue\, indusse nel 1977 i fratelli Taviani a trarne un film.  \nSo sìnnoso\, fròrese de su sonu è realizzato in collaborazione con Venticinquegradi. Il 25 ottobre\, alle ore 21\, nello spazio di Vico II delle Acacie 5 (Saline/Cagliari/Parco di Molentargius)\,  Zimmerfrei presenta “Safari”\, una selezione e ricombinazione in tempo reale di un archivio di registrazioni sonore raccolte in diverse parti del mondo negli ultimi 10 anni. \n 
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SUMMARY:Maria Lai
DESCRIPTION:L’esposizione\, realizzata grazie al contributo della Fondazione Banco di Sardegna\, propone un percorso cronologico e tematico strutturato in tre diverse sedi: il Palazzo di Città di Cagliari\, il Museo MAN di Nuoro\, il paese di Ulassai. Con più di trecento opere provenienti da raccolte sia pubbliche sia private\, oltre che dalla collezione della famiglia\, Ricucire il mondo è la prima retrospettiva completa dedicata all’artista. \nLa sezione di Ricucire il mondo ospitata dal MAN\, a cura di Barbara Casavecchia e Lorenzo Giusti\, si concentra sulla fase più matura della produzione di Maria Lai\, dagli anni Ottanta sino alla scomparsa\, analizzando la fitta trama di relazioni che l’artista tesse col mondo al di fuori del proprio studio. \nMentre continua a realizzare i cicli (qui esposti) di Telai\, Lenzuoli\, Libri cuciti\, cui si aggiungono le visioni cosmiche delle Geografie\, Lai coinvolge il pubblico nella riflessione sul potenziale liberatorio dell’arte attraverso opere pubbliche site-specific\, azioni collettive\, performance\, scritture teatrali. \nIl percorso si apre al terzo piano con il lavoro che funge da intersezione tra le sedi di Cagliari\, Nuoro e Ulassai: l’azione Legarsi alla montagna(1981)\, qui rappresentata da un frammento del nastro originale\, dall’installazione con la quale Maria Lai volle riassumere quell’esperienza in occasione della sua precedente personale al MAN (Come per gioco\, 2002) e da una serie delle celebri foto documentarie in bianco e nero scattate da Piero Berengo Gardin\, sulla quali Lai intervenne colorando di celeste il nastro in ogni immagine. Tramite inediti materiali documentari\, foto\, video e alcune delle opere prodotte dall’artista nelle diverse occasioni\, la mostra documenta tutti gli interventi e le azioni ambientali di Lai\, da Reperto(Villasimius\, 1982)\, La disfatta dei varani (Camerino\, 1983)\, L’alveare del poeta(Orotelli\, 1983) fino a L’albero del miele amaro (Siliqua\, 1997)\, i cui lenzuoli stesi e intessuti di parole accompagnano il visitatore fin dall’ingresso. Vediamo Lai sovrintendere alla creazione di maschere\, copricapi\, poesie\, o invitare i bambini a rotolare vecchi giocattoli nella sabbia per farne sculture. Il “filo” teso da Lai al pubblico passa attraverso il racconto: per esempio\, di una storia antica come quella di Maria Pietra – alla quale è dedicata una speciale sezione tematica  – la protagonista del racconto Cuoremio di Salvatore Cambosu\, maestro di Lai\, che diventa l’archetipo della magia salvifica dell’arte. La letteratura e\, soprattutto la poesia\, alternanza ritmica di parole e silenzi\, pieni e vuoti\, oralità e scrittura è il serbatoio dal quale Lai attinge per comunicare. Altri canali coi quali Lai “chiama l’altro a vedere una parte di sé” sono il teatro e la messa in scena: a raccontarlo qui\, gli spartiti originali cantati dalla soprano Ille Strazza\, scenografie della Compagnia Fueddu e Gestu\, i copricapi fatti indossare al pubblico in occasione di una performance alla Galleria Tommaseo di Trieste (1986).   \nIl legame con l’universo infantile (inteso come “luogo dell’anima”) e la pedagogia è uno degli elementi più ricchi e vitali di questo periodo\, che porta Lai a creare fiabe cucite e libri (Tenendo per mano il sole\, 1984; Tenendo per mano l’ombra\, 1987; Il dio distratto\, 1994; Curiosape\, 2002)\, giochi (Il volo del Gioco dell’Oca\, 2002)\, mazzi di carte (I luoghi dell’arte a portata di mano\, )\, calligrammi\, laboratori (Segni e sogni\, 1991\, che da Cagliari la porta all’Atelier des Enfants del Centre Pompidou di Parigi) sperimentazioni di teatro-scuola ad Alessandria\, Prato\, Mira (VE)\, Cagliari\, i cui percorsi si intrecciano fruttuosamente nel lavoro dell’artista. \nAl MAN\, Come Piccole Api Operaie I (Nuoro)\, l’opera a quattro mani di Claudia Losi e Antonio Marras\, rende un omaggio affettuoso a Maria Lai tramite una tessitura di fili metallici che parte dall’esterno del museo per attraversarne a zig-zag muri e finestre\, fino a “legare” alle pareti una miriade di oggetti intimi (cartoncini d’auguri\, gioielli\, stoffe\, ricami)\, realizzati da Lai nel corso della propria vita e donati ad amici\, parenti\, sodali. Ne sottolinea così il ruolo di artista attiva nella propria comunità\, che generosamente condivide e “disperde” la propria opera\, in privato come in pubblico. \n 
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DESCRIPTION:I Giardini di Sardegna\, Cipro e Gerusalemme è un progetto di Paolo Chiasera e Micaela Deiana che vede coinvolti il museo MAN di Nuoro e il Centro Arti visive “De Vleeshal” di Middelburg (Olanda). Il lavoro si pone sulla scia di un percorso intrapreso dall’artista nel 2011 con l’elaborazione del concetto di exhibition painting\, un genere pittorico\, da lui inventato\, caratterizzato dalla creazione di mostre su tela – che possono includere opere di diversi artisti\, sia già esistenti\, sia commissionate per l’occasione – concepito come spazio di incontro e di discussione fra artisti\, curatori e istituzioni. \nIn continuità con questa ricerca\, l’artista ha in seguito sviluppato l’idea di II.STILE\, un artist run space dal carattere nomade\, che nel nome fa riferimento agli sviluppi della pittura romana del periodo del secondo stile\, caratterizzata da una particolare attenzione per il potere dell’immaginazione. Proprio l’immaginario si pone come luogo ideale per la sperimentazione e la definizione di una produzione artistica secondo nuovi modelli espositivi.  \nCon I Giardini di Sardegna\, Cipro e Gerusalemme il progetto di II.STILE entra per la prima volta in uno spazio museale\, nel quale Chiasera orchestra una riflessione sulla circolarità del ciclo vitale\, simbolizzato nei richiami alla cultura del paleolitico e neolitico\, permeata da una religiosità strettamente legata al culto della Grande Madre\, alla natura e alle sue manifestazioni\, con una particolare predilezione per le acque e  i boschi.  \nA partire dalle suggestioni suscitate da una visita ai giardini della settecentesca Villa d’Orri (Sarroch – Sardegna) e dalle atmosfere degli affreschi dell’augustea Villa di Livia (Roma)\, Paolo Chiasera realizza un suggestivo giardino notturno su tela\, nel cui spazio\, insieme alla curatrice\, propone una selezione di opere dalla collezione del MAN. Il percorso creato\, con lavori dalla fine dell’Ottocento fino alle ultime acquisizioni\, vuole invitare a una diversa lettura\, diacronica\, del patrimonio culturale. La ciclicità della vita e della storia dell’uomo diventa occasione di riflessione sulla percezione del patrimonio culturale nei diversi momenti storici e in differenti contesti territoriali\, concretizzandosi su una forma di reinterpretazione delle collezioni permanenti dei musei d’arte\, in una visione che intreccia archeologia e mondo contemporaneo. \nAl MAN di Nuoro i “Giardini” ospiteranno opere di Alessandro Biggio con J. Parker Valentine e Diego Perrone\, Stanis Dessy\, Salvatore Fancello\, Antonio Mura\, Costantino Nivola\, Giovanni Pintori e Giacinto Satta.  \nIl Centro Arti visive De Vleeshal ospiterà il secondo appuntamento del progetto nel novembre del 2014. Nell’occasione sarà presentato il catalogo\, realizzato a conclusione delle due esperienze.  \nPaolo Chiasera (Bologna\, 1978) vive e lavora a Berlino. Dal 2013 porta avanti il progetto II.STILE. Fra le mostre personali in sedi museali si ricordano: Ain’t No Grave Gonna Hold My Body Down\, S. M. A. K . Stedelijk Museum voor Actuele Kunst\, Gent  (2010); Unter Freiem Himmel / Under the Open Sky\, MARTa Herfod\, Herford  (2009); Forget The Heroes\, MACRO\, Museo d’Arte Contemporanea Roma (2008); The Trilogy: Cornelius\, MAMbo\, Museo d’Arte Moderna di Bologna (2006). Oltre all’attività di ricerca artistica\, ha collaborato come lecturer con diverse istituzioni tra cui il Kunsthochschule di Kassel (2013) e il Transart Institute di Berlino (2011).
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SUMMARY:Antonio Rovaldi
DESCRIPTION:“Orizzonte in Italia” è un lavoro di Antonio Rovaldi nato dal viaggio in bicicletta compiuto nel 2011 lungo il perimetro della Penisola italiana. Al Festival Letterario di Gavoi – “L’Isola delle storie” che si svolgerà dal 3 al 6 luglio 2014 – e fino al 31 agosto 2014\, il Museo MAN presenterà\, negli spazi del Museo Comunale\, la serie di 148 fotografie della linea dell’orizzonte realizzate in quella occasione dall’artista\, accompagnate da un lavoro sonoro inedito\, frutto anch’esso dell’esperienza del viaggio in Italia. \nLa mostra di Gavoi viene a costituirsi come la prima parte di un lavoro in due tappe che vedrà la sua conclusione a Nuoro\, negli spazi del museo MAN\, nel febbraio del 2015\, al termine di un nuovo viaggio realizzato – ancora una volta in bicicletta – lungo il perimetro della Sardegna. \n“Durante il viaggio in Italia – ha spiegato Rovaldi – ho fotografato la linea dell’orizzonte a intervalli più o meno regolari\, a seconda della reazione del mio corpo agli sforzi fisici. Ho raccolto moltissime immagini di orizzonte a differenti ore del giorno e della sera\, un lunghissimo pentagramma cromatico guardato dalla costa italiana\, da Nord a Sud e poi ancora da Sud a Nord\, a risalire”. \nGli spazi vuoti tra un’immagine di orizzonte e quella successiva sono\, nel viaggio come nell’installazione fotografica\, momenti di vuoto e di sospensione\, pause fisiche di un respiro che sembra cogliere la linea sinuosa della costa in un unico sguardo\, colmando per un istante la parzialità della nostra visione sul paesaggio. La coscienza precisa della morfologia della costa italiana si fa così immagine astratta e metafisica di un sentimento che sfuma all’orizzonte. \n“Mi piace pensare la fotografia non tanto come una singola immagine quanto\, piuttosto\, come ad una catena di immagini che si rincorrono\, cadenzate da brevi o ampie pause\, così com’è l’andamento del respiro quando si va in bicicletta coprendo lunghe distanze: a volte il respiro si affanna\, altre volte rallenta\, piatto e orizzontale come il nostro orizzonte visivo. La pellicola fotografica si distende lungo la linea dell’orizzonte coprendo\, linea dopo linea\, porzioni di territorio”. \nUn catalogo bilingue\, pubblicato da Humboldt Books\, sarà presentato a febbraio\, in occasione della mostra al Museo MAN. Il libro metterà a confronto le diverse idee di orizzonte\, le diverse percezioni di sé e del percorso intrapreso\, in relazione ai differenti concetti geografici dell’Isola e della Penisola. \n\n\n\n\nAntonio Rovaldi\n\n\nAntonio Rovaldi è nato a Parma nel 1975. Attivo tra New York e l’Italia\, la sua ricerca si sviluppa attraverso differenti media\, come la fotografia\, il video\, la scultura e il disegno. Vincitore\, nel 2006\, del premio New York della Columbia University\, ha esposto in numerosi musei e gallerie\, sia in Italia che all’estero. Tra le sue ultime personali ricordiamo quelle all’Hirshhorn Museum di Washington dc\, alla galleria Monitor di Roma e alla galleria The Goma di Madrid.
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SUMMARY:Passo a due
DESCRIPTION:Artisti: Alexandre Alexeieff & Claire Parker\, Max Almy\, Berthold Bartosh\, Claudio Cintoli\, Segundo de Chomón\, Émile Cohl\, Maya Deren\, Nathalie Djurberg & Hans Berg\, Ed Emshwiller\, George Griffin\, Noa Gur\, Claus Holtz & Harmut Lerch\, William Kentridge\, Fernand Léger\, Len Lye\, Norman McLaren\, Diego Perrone\, Fratelli Quay\, Robin Rhode\, Jan Švankmajer\, Stan Vanderbeek\, Kara Walker. \nA cura di Lorenzo Giusti ed Elena Volpato \nDal 30 maggio al 29 giugno 2014 il museo MAN di Nuoro presenta la mostra “Passo a due. Le avanguardie del movimento”. Il progetto\, a cura di Lorenzo Giusti\, direttore del Museo MAN\, ed Elena Volpato\, conservatrice della GAM di Torino\, responsabile della Collezione di Film e Video d’Artista\, approfondisce\, attraverso uno spaccato che dalle origini del cinema animato giunge ai giorni nostri\, uno degli aspetti più affascinanti delle opere di animazione\, quella possibilità accarezzata da molti artisti e cineasti di utilizzare il movimento filmico come un rito magico che dona vita alla linea del disegno\, alla silhouette\, alla marionetta o all’immagine fotografica. \nL’immaginario creativo\, propriamente demiurgico\, che è spesso sottostante al disegno e alla rappresentazione per figure\, assume attraverso il movimento e il ritmo musicale i tratti ammalianti dell’incantesimo\, di una vita che è danza della fantasia. Non è un caso che artisti e film-makers\, nell’accostarsi alle diverse tecniche dell’animazione\, si concentrino spesso sull’immagine corporea e leghino a essa evocazioni della figura di Frankenstein\, del Golem o del robot\, e in genere della nascita artificiale di un corpo\, come volessero ripetere nel racconto mitico il loro stesso potere di animatori: dare anima all’inanimato. \nLe opere in esposizione offrono dunque la possibilità di un percorso storico nell’animazione\, sperimentale e artistica\, attraverso l’immagine del corpo\, della sua costruzione e del suo “montaggio”. Quando l’animazione si basa sul disegno tutto sembra nascere da una linea\, come nel pionieristico Fantasmagorie di Émile Cohl (1908) o in Lifeline (1960) di Ed Emshwiller\, dove il tratto bianco continuo si avviluppa in nodi di materia che a poco a poco divengono arabesco organico mescolandosi con l’immagine fotografica del corpo di una ballerina. O come in Head di George Griffin (1975)\, dove la forma base del volto e la tradizione artistica dell’autoritratto si spogliano di qualsiasi dettaglio realistico per poi rianimarsi inaspettatamente di espressività emotiva e di sfumature psicologiche rese pittoricamente. \nIn altre opere il disegno lascia spazio alla scultura e al mito di Pigmalione ad essa collegato\, come nel caso di Jan Švankmejer che in Darkness Light Darkness (1990) mostra un corpo in grado di autoplasmarsi\, a partire dalle due mani\, chiuse in una stanza\, in cui affluiscono in sequenza tutti gli arti che andranno a comporsi in unità. Le due mani di Švankmejer hanno un antecedente nel surrealismo di Alexeieff e Parker con Il Naso (1963)\, dove arti singoli\, ribelli e indipendenti\, rivendicano per se stessi la potenza dell’incantesimo vitale\, e sembrano trovare uno sviluppo recente in alcuni lavori di Nathalie Djurberg e Hans Berg. \nIl racconto di Frankenstein rivive esplicitamente nel film di Len Lye\, Birth of a robot (1936) e ancora in Street of Crocodiles (1986)\, dei Fratelli Quay\, o nel video di Max Almy\, The Perfect Leader (1983)\, dove a essere costruita artificialmente non è una creatura destinata a servire il proprio creatore\, come per Frankenstein e il Golem\, ma è il futuro leader politico che viene programmato al computer perché rispecchi nella sua ferocia dittatoriale la società che lo ha voluto e creato. \nAltre opere rappresentano il corpo come luogo di costruzione\, non dell’identità singola\, ma dell’identità sociale. È il caso del celebre L’idée (1932) di Berthold Bartosh\, ma anche\, in maniera diversa\, dei lavori di William Kentridge\, nei quali il dolore delle masse lascia tracce di polvere nera sulle pagine bianche della storia a fronte dei corpi impudichi bagnati dall’azzurro dell’acqua dei ricchi magnati. È il caso delle silhouettes di Kara Walker\, anch’esse nere contro lo sfondo bianco\, seviziate e violentate dalla ferocia coloniale. \nInfine è la danza\, espressione ultima della bellezza nel movimento\, che consente di mostrare la magia del corpo animato nei più diversi luoghi del pensiero e dell’immaginazione: in Easter Eggs di Segundo de Chomón (1907)\, nel Ballet Mécanique di Fernand Léger\, dove macchina e corpo tendono a fondersi in un unico soggetto in movimento\, nello spazio assoluto del Pas de deux di McLaren\, nella notte astrologica di The Very Eye of Night (1958) di Maya Deren o nell’universo bidimensionale del disegno di Robin Rhode\, dove corpo e disegno si incontrano su un unico piano di realtà e di sogno. \nCompletano il percorso le opere di Claudio Cintoli (Più\, 1964)\, in cui la matrice estetica della Pop Art disarticola l’identità del corpo in abiti e prodotti pubblicitari; di Stan Vanderbeek (After Laughter\, 1982)\, dove il movimento del corpo nello spazio si fa modificazione attraverso il tempo\, come in una filogenesi dell’umano\, e di Claus Holtz & Harmut Lerch (Portrait Kopf 2\, 1980) in cui l’animazione sovrapposta di facce e teste riconduce\, in un percorso a ritroso\, anti- lombrosiano\, a un’unità originaria del tratto umano. Infine i più recenti lavori di Diego Perrone (Totò nudo\, 2005) dove l’icona di Totò viene scomposta e ricomposta con un meccanismo non dimentico della capacità dell’attore di farsi marionetta\, corpo inanimato\, e Noa Gur (White Noise\, 2012) la cui essenzialità linguistica chiude idealmente il percorso\, restituendo all’animazione del corpo l’antica radice del disegno: la cattura\, attraverso la semplice tecnica dell’impronta\, di un individuo e del suo soffio vitale. \nAccompagnerà la mostra un catalogo bilingue edito da NERO.
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SUMMARY:Sardegna Reportage
DESCRIPTION:La commissione del concorso “Sardegna Reportage”\, riunitasi a Nuoro il 24 febbraio scorso\, ha individuato sei progetti tra i centoventi presentati al Museo MAN da altrettanti concorrenti\, segnalando in particolare il lavoro di Manuela Meloni\, “La terra della memoria”. \nGli altri progetti indicati dalla commissione sono quelli di Alessandra Cecchetto con “Cleopatra Uras”\, Elisabetta Loi e Sergio Melis con “Il coraggio di una madre”\, Stefania Muresu con “Luci a mare”\, Giuseppe Onida con “Senza titolo” e Stefano Pia con “Penne di quaglia”. \nIspirato al la vicenda di Robert Capa\, a cui il MAN dedicherà un’importante retrospettiva a partire dal prossimo 7 marzo\, il concorso “Sardegna Reportage” ricercava una visione aggiornata sulla Sardegna di oggi attraverso lo sguardo dei fotografi. Coerentemente con quanto richiesto\, le opere individuate dalla giuria si distinguono per la capacità di accostamento al soggetto prescelto e per il coraggio nel raccontare aspetti contemporanei dell’isola\, fuori dai luoghi comuni e dai cliché tradizionali. Dei diversi lavori sono stati valutati\, ancor prima degli elementi formali\, le motivazioni originarie e gli intenti\, l’importanza\, dal punto di vista sociale\, del tema scelto e la forza comunicativa delle immagini. \nLa commissione – composta da Gian Luigi Colin\, direttore artistico del Corriere della Sera e dell’inserto culturale La Lettura\, Paolo Curreli\, redattore delle pagine culturali della Nuova Sardegna e Max Solinas\, giornalista\, photo editor e fotoreporter dell’Unione Sarda – ha così motivato la scelta fatta: \n“La grande partecipazione al concorso e l’alta qualità di molti dei progetti presentati ci ha convinto a selezionare sei lavori\, diversi tra loro per approccio alla fotografia\, sensibilità formale\, tematiche scelte e linguaggio. Tra tutti ci sentiamo di segnalare il progetto di Manuela Meloni\, dedicato ai destini delle terre di Quirra\, un’area della Sardegna centro orientale\, sede di una servitù militare conosciuta come PISQ\, oggi dismessa. Le dieci fotografie presentate\, parte di una ricerca più ampia portata avanti nel corso del 2013\, descrivono con rigore formale e sensibilità di sguardo lo strano connubio tra architetture militari e paesaggio agricolo\, raccontando l’atmosfera “immutabile e sospesa” della vita delle comunità locali. L’importanza del tema scelto\, specifico e universale allo stesso tempo\, la qualità delle inquadrature\, il fascino delle gamme cromatiche\, la coerenza dei punti vista\, rendono questo progetto estremamente interessante e meritevole di attenzione”. \nIl progetto di Manuela Meloni\, insieme a una selezione di scatti degli altri progetti selezionati dalla commissione\, sarà esposto al Museo MAN a partire dal prossimo 7 marzo\, in concomitanza con la mostra dedicata a Robert Capa.
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SUMMARY:Cristian Chironi
DESCRIPTION:“Cristian Chironi. Open” è un progetto del Museo MAN di Nuoro in collaborazione con la Fondation Le Corbusier di Parigi. Incentrato sull’analisi di problematiche di carattere comunicativo e sociale in relazione alla contaminazione dei linguaggi\, il progetto prevede la realizzazione di una mostra al Museo MAN di Nuoro\, dal titolo Broken English\, lo sviluppo di un secondo progetto espositivo\, My house is a Le Corbusier\, da realizzarsi nell’autunno del 2014\, e la pubblicazione di un libro\, edito da NERO\, a integrazione e documentazione delle due diverse esperienze. \n\n\n\nOPEN #1: Broken English\n\n\n“Broken English” è il titolo della mostra di Cristian Chironi al Museo MAN. Il termine indica le varianti incerte della lingua inglese\, terminologie mal strutturate perlopiù coniate da soggetti non di madrelingua. Varianti che\, all’interno del progetto\, da semplici elementi del linguaggio diventano immagini\, oggetti\, suoni\, video\, testi\, installazioni e azioni declinate in un percorso espositivo multidisciplinare che integra problematiche linguistiche (comunicazione\, contaminazione\, dis-identità) con quesiti di carattere socio-economico. Il progetto scaturisce dall’emersione di alcune domande fondamentali: Una società che possiede diverse lingue\, dunque diverse forme di espressione\, è più o meno forte\, più o meno ricca\, di una società che ne possiede una soltanto? È ipotizzabile l’esistenza al mondo di una sola lingua\, di un solo mercato\, di una sola moneta?Oltre che dall’individuazione di una serie di episodi linguistici significativi\, l’esposizione al Museo Man muove dalla rilettura di una figura importante per la Sardegna del XIX secolo: l’ingegnere gallese Benjamin Piercy\, che realizzò la prima linea ferroviaria dell’isola. Visse a lungo in Sardegna\, dove arrivò a possedere varie tenute\, tra cui Villa Piercy\, immersa in un magnifico parco all’inglese al centro della Sardegna\, che abitò con la sua famiglia. Nel parco\, insieme a specie autoctone\, vivono ancora oggi piante di diversa provenienza: l’abete greco\, l’abete del Caucaso\, l’abete di Spagna\, il cedro dell’Himalaya. Oltre alle piante\, Piercy importò dall’estero anche animali per migliorare la razza suina\, ovina e caprina locale\, ogni volta creando nuovi incroci più resistenti e redditizi. \n  \n\n\n\nOPEN #2: My house is a Le Corbusier\n\n\n“My house is a Le Corbusier” è il titolo della seconda mostra di Cristian Chironi all’interno del programma “Open”. Il progetto\, da realizzarsi nell’autunno del 2014\, trae spunto da un fatto realmente accaduto a Orani (NU)\, paese di origine di Chironi. Nei primi anni Settanta l’artista Costantino Nivola\, amico di Le Corbusier e suo collaboratore\, giunse a Orani con in mano il progetto di una casa realizzato dal grande architetto per il nipote di Costantino\, Daniele Nivola (di mestiere muratore)\, come regalo di nozze. La storia della modificazione del progetto da parte di Daniele – ignaro della fama dell’architetto e insensibile alle raccomandazioni dello zio artista circa la necessità di eseguire pedissequamente le indicazioni del progetto – è un esempio singolare di contaminazione\, di mistura di linguaggi architettonici popolari\, spontanei\, e di linguaggi colti.Daniele infatti non rispettò le volontà di Nivola\, piegando il progetto di Le Corbusier alle proprie esigenze. “E dae uve intravo chi non juchiat ne jannas e ne portellos” (ma da dove entravo che non aveva ne porte ne finestre ?)”. Pare sia stata questa la risposta alle proteste di Costantino. Partendo dall’analisi delle dinamiche relazionali che hanno determinato l’episodio e dallo studio degli esiti architettonici della casa di Orani\, sviluppata applicando un pensiero critico funzionale ai principi modernisti di Le Corbusier\, il progetto di Chironi nuovamente intreccia riflessioni su aspetti linguistici fondativi e sulle conseguenti implicazioni socio-economiche.
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SUMMARY:AMACI Museo Chiama Artista
DESCRIPTION:Dopo essere stato presentato in anteprima dal 6 novembre – fino all’8 dicembre – nel Teatro del Castello di Rivoli\, per la sua seconda tappa il film Un ritorno è stato proiettato dal 7 dicembre 2013 al 26 gennaio 2014 al MAN_Museo d’Arte Provincia di Nuoro\, per proseguire fino alla fine del 2014 con un calendario ricco di appuntamenti nei musei associati AMACI dell’intera penisola\, da Napoli a Gallarate\, da Milano a Pesaro\, da Roma a Matera\, da Firenze a Caraglio\, da Venezia a Pistoia a Bologna. Nato dalla collaborazione tra il Servizio architettura e arte contemporanee della PaBAAC e AMACI\, il progetto Museo chiama Artista si prefigge di sostenere attivamente il sistema del contemporaneo nel nostro Paese\, commissionando di anno in anno ad artisti italiani la produzione di una nuova opera che potrà circolare nei musei associati\, costituendo le basi per la creazione e fruizione di un patrimonio comune. “Il progetto Museo Chiama Artista – dichiara Beatrice Merz\, Presidente di AMACI – nasce dal comune intento di AMACI e PaBAAC di sostenere concretamente i musei d’arte contemporanea italiani\, nella consapevolezza\, da un lato\, del loro ruolo fondamentale per il consolidamento dell’arte contemporanea italiana e\, dall’altro\, dell’importanza di salvaguardare uno dei principi costitutivi di un museo\, l’incremento e la valorizzazione del patrimonio.” Per la prima edizione di Museo Chiama Artista\, a cura di Ludovico Pratesi e Angela Tecce\, i Direttori dei musei AMACI hanno scelto di commissionare la realizzazione di una nuova opera ai gemelli Gianluca e Massimiliano De Serio\, che da diversi anni coniugano il loro percorso di artisti visivi con la carriera cinematografica\, in una costante ricerca di equilibrio tra la fotografia\, nella quale sono maestri\, e i propositi artistici. Da questa chiamata ha preso forma il film Un Ritorno\, nato in un momento di crisi creativa degli artisti\, e dalla loro necessità di capirne le ragioni e superarla. Avvalendosi della collaborazione di Giuseppe Regaldo – ipnotista esperto in tecniche d’ipnosi rapide – la coppia di artisti diventa soggetto e oggetto di un esperimento di ipnosi simultanea: in questo stato dialogano e si filmano\, intrecciando il discorso con i ricordi di infanzia fino al momento prenatale\, in cui erano nel ventre materno\, in un processo di regressione progressiva senza la mediazione del racconto. Oltre a essere il primo esperimento del genere a oggi conosciuto\, in cui due gemelli sono indotti in stato d’ipnosi simultanea\, si tratta di un tentativo di dialogo sulla crisi che stanno attraversando\, con l’obiettivo di raggiungere uno stato d’introspezione profonda. Un Ritorno cerca di portare a compimento il trasferimento della crisi da esterna (creativa) a interna (identitaria)\, attraverso uno sguardo incrociato puntato su quella zona normalmente invisibile che è l’inconscio. I protagonisti sono loro stessi\, il loro essere gemelli\, il loro parlarsi e guardarsi in uno specchio vivo – ribadisce Beatrice Merz – Sono il doppio\, l’inizio della moltiplicazione dove nasce il dubbio dell’altro in se stesso.
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SUMMARY:Gavino Tilocca
DESCRIPTION:La mostra è stata curata da Giuliana Altea\, realizzata da EIKON snc (Nuoro) con il patrocinio dell’Assessorato al Turismo e Artigianato della Regione Sardegna e con il contributo della Fondazione del Banco di Sardegna.  La mostra del MAN\, con oltre 110 pezzi\, è stata la prima a presentare un ampio spaccato della produzione ceramica dell’artista.  Avvicinatosi da autodidatta a questa tecnica nel 1955\, quando già era uno scultore affermato\, Tilocca spazia dal materismo esuberante degli inizi a un espressionismo che dialoga liberamente con la ricerca plastica contemporanea\,   rivisitando in modo originale la lezione di autori come Marino Marini e Henry Moore\, per poi arrivare negli anni Settanta a composizioni più controllate\, scarne e asciutte\, in cui l’indagine sulla forma brucia quasi interamente ogni residuo narrativo. \nVitalismo\, senso del colore\, tensione formale sono le qualità salienti delle ceramiche di Gavino Tilocca\, una delle figure di spicco nel mondo della ceramica italiana tra gli anni Cinquanta e i Sessanta\, in un momento cioè in cui questa tecnica attraversava una fase di rinnovamento in sintonia con le nuove tendenze dell’arte e del gusto. Pluripremiato ai concorsi nazionali della ceramica di Faenza\, protagonista delle Biennali dell’artigianato sardo\, Tilocca è tra i più felici interpreti di un filone espressivo arcaizzante\, legato all’evocazione del mito mediterraneo e di una preistoria idealizzata. \nNucleo centrale della mostra sono state le piccole plastiche cui Tilocca deve soprattutto la sua fama\, ispirate al passato nuragico o al mondo popolare della Sardegna e incentrate sul motivo dell’accostamento tra figura umana e animale. Accanto a queste opere\, caratterizzate da una sintassi compositiva abbreviata e da raffinate ricerche cromatiche che ne sottolineano il tono  antinaturalistco\,  la mostra ha presentato gli altri generi e filoni tematici che hanno impegnato l’artista: gli oggetti per l’arredamento\, che privilegiano motivi associati alla tradizione sarda (come le stilizzate figure femminili in costume regionale\, o animali carichi di valenze simboliche come il cinghiale)\, la decorazione architettonica\, (che\, nel clima di vivace interesse per la “sintesi delle arti” e la collaborazione tra progettisti e artisti visivi proprio del secondo dopoguerra\,  rappresentava un aspetto importante nella carriera di ogni ceramista\, e che viene documentata in mostra attraverso bozzetti\, piccoli pannelli e ingrandimenti fotografici) e infine\, i ritratti\, che costituiscono un momento di continuità con la scultura\, e nei quali Tilocca adotta un linguaggio più composto e classicheggiante e un tono spesso lievemente venato di malinconia\, senza per questo dimenticare la ricchezza di spunti cromatici tipica del resto della sua produzione.
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DESCRIPTION:“Braccia” è un progetto in due tappe dell’artista Alessandro Biggio (Cagliari\, 1974)\, nato dalla necessità di sperimentare una diversa relazione tra ideazione e realizzazione nella produzione dell’opera d’arte. Sostenuto dal Museo MAN di Nuoro e dal Museo Marino Marini di Firenze\, il progetto vede\, per la mostre in programma al Museo MAN\, la partecipazione di sei artisti internazionali – Alexandra Bircken (Colonia\, Germania 1967)\, Michael Höpfner (Krems\, Austria 1972)\, Luca Francesconi (Mantova\, Italia 1979)\, J. Parker Valentine (Austin\, Usa 1980)\, Ian Pedigo (Anchorage\, Usa 1973) e Luca Trevisani (Verona\, Italia 1979). \nAgli artisti coinvolti\, selezionati da Biggio secondo criteri di affinità e di vicinanza al suo stesso lavoro\, è stato chiesto di elaborare un progetto per la realizzazione di un’opera inedita a partire da alcune informazioni generali\, diverse di volta in volta\, e dallo scambio che ne è conseguito. Una volta definito il progetto\, Biggio si è fatto carico della sua realizzazione tenendo fede alle indicazioni ricevute. \nTutti i lavori sono stati realizzati in Sardegna\, dove Biggio risiede\, lontano dai loro autori intellettuali. La condizione della distanza\, insieme al principio della delega\, viene a costituirsi come uno degli elementi chiave di questo progetto. Oltre all’emersione di specifiche dinamiche legate ai processi creativi dell’opera d’arte\, “Braccia” cerca infatti di rompere l’associazione semantica tra i concetti di insularità e isolamento\, promuovendo un’idea alternativa di insularità\, come luogo della relazione. \nIl progetto ideato da Biggio apre anche una discussione sul principio di autorialità\, svelando meccanismi diffusi nel sistema di produzione dell’arte. Chi è l’autore delle opere realizzate? Mente e braccia in che modo interagiscono? E quanto dipendono le une dall’altra? E viceversa? La scelta di ricondurre la paternità delle opere prodotte a entrambi i soggetti – dunque ai diversi autori intellettuali\, ma anche sempre allo stesso Biggio – promuove l’idea che in ciascuno dei due momenti generativi dell’opera– quello intellettuale e quello materiale – vi sia una componente creativa\, tanto scontata quanto difficile da riconoscere. \nI percorsi per arrivare alla definizione dei progetti ed il modo di intendere la relazione tra ideatore ed esecutore materiale sono estremamente differenti per ciascuno degli artisti coinvolti. Differenti sono la durata e l’intensità del confronto e differenti il livello di dettaglio dei diversi progetti\, il livello di coinvolgimento durante la realizzazione la sua effettiva durata. \nNello specifico di questa prima tappa nuorese\, Luca Francesconi ha elaborato un progetto a partire da un materiale carico di suggestioni e implicazioni: l’ossidiana di Pau.Il lavoro di Luca Trevisani verte intorno al concetto di confine (dentro/fuori; deperibile/duraturo). Distanza\, silenzio\, cammino\, sono alcune delle parole ricorrenti nel lungo scambio con Michael Höpfner.Con Ian Pedigo il  lavoro prende forma a partire da riflessioni e scambi  sulle relazioni tra trasparenza\, architettura e corpo.Il percorso fatto con J. Parker Valentine ha condotto a un disegno tridimensionale\, una spina dorsale\, un verme\, uno stelo. Infine una sella\, il corpo e l’assenza sono  gli elementi da cui ha preso forma il progetto di Alexandra Bircken.  \nUn catalogo bilingue con la documentazione di tutti i lavori realizzati nell’ambito del progetto sarà pubblicato\, grazie al contributo della Fondazione Banco di Sardegna\, in occasione della seconda mostra\, in programma al Museo Marino Marini di Firenze a partire dal prossimo mese di dicembre.
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SUMMARY:Rosanna Rossi
DESCRIPTION:Per il ciclo La Sardegna in astratto il Museo MAN\, in occasione del Festival Letterario della Sardegna\, “L’isola delle storie”\, è lieto di annunciare l’apertura al pubblico della mostra  Testimonianze di Rosanna Rossi. \nLa mostra sarà aperta nei giorni del festival\, dal 5 al 7 luglio\, dalle 10:00 alle 22:00. Successivamente la mostra sarà visitabile\, fino al 1 settembre 2013\, il sabato e la domenica dalle 9:30 alle 12:30 e dalle 15:00 alle 18:00\, oppure su appuntamento. \nIl progetto\, ideato dal Museo MAN e coordinato da Giovanni Curreli ed Enrico Piroddi\, insieme a Giovanni Pisano e Alessandra Pinna\, ricostruisce l’intenso percorso artistico di Rosanna Rossi attraverso una selezione di opere astratte realizzate tra i primi anni ’70 e i giorni nostri. \nPrive di un fuoco definibile\, le opere di Rosanna Rossi presentano confini impalpabili\, determinati esclusivamente dalla dimensione fisica della tela. Apparentemente ordinati e sequenziali\, i lavori realizzati a partire dall’inizio degli anni Settanta sono in realtà caratterizzati da accelerazioni e continue deviazioni che trasformano i punti in segmenti e le linee rette in tracciati ondulati. \nCiò che ne deriva è l’emersione volontaria di elementi intermedi\, normalmente considerati secondari: il vuoto tra i pieni\, le pause di luce\, la tensione fra i campi grafici. \nRosanna Rossi nasce a Cagliari nel 1937\, dove tuttora vive e lavora. Terminati gli studi presso l’istituto d’Arte Zileri di Roma\, nel 1958 torna in Sardegna dove inizia a esporre con regolarità. E’ tra gli artisti fondatori di “Studio 58”\, un gruppo di libero dibattito orientato al rinnovamento dei linguaggi artistici e alla promozione dell’attività espositiva. Con il gruppo espone in diverse occasioni\, presentando in un primo momento opere caratterizzate da una figurazione espressiva alterata da suggestioni materiche\, in contrasto con i linguaggi folcloristici della pittura locale. \nNel decennio seguente la ricerca di Rosanna Rossi si orienta verso l’astrazione\, facendo interagire reminescenze naturalistiche nell’uso del colore e connotazioni segniche di matrice neoinformale. Da allora\, pur con periodici sconfinamenti nell’ambito del ready-made\, l’artista ha sempre mantenuto un’ambivalenza progettuale\, oscillando tra un ordine costruttivo di ascendenza concreta e soluzioni astratte materico-espressive\, a cui ha unito una ricerca parallela nell’ambito dell’assemblaggio\, con l’utilizzo di materiali poveri o d’uso comune per la realizzazione di oggetti scultorei e installazioni. \nLa forza del lavoro di Rosanna Rossi\, presentato\, in quasi sessant’anni di attività\, in contesti prestigiosi\, sia in Italia che all’estero\, è testimoniata dai numerosi testi critici a lei dedicati da autori come Gillo Dorfles\, Lea Vergine\, Marisa Volpi\, Tommaso Trini\, Enrico Crispolti\, Fred Licht\, Marcello Venturoli\, Maria Luisa Frongia\, Mario Ciusa Romagna\, Salvatore Naitza\, Placido Cherchi e altri. \nLa Sardegna in astratto è un ciclo ideato dal Museo MAN dedicato all’astrazione nella produzione artistica degli ultimi cinquant’anni. Il ciclo prevede una serie di mostre personali di artisti sardi di nascita o di residenza che\, sino dagli anni Settanta – e in alcuni casi anche precedentemente – hanno sviluppato una ricerca nel campo dell’astrazione e che ancora oggi sono attivi nei circuiti nazionali. La rassegna mira a mettere in luce variazioni e ricorrenze delle diverse produzioni\, affiancando lavori storici e opere di recente realizzazione. Il primo appuntamento del ciclo\, che si è tenuto al Museo MAN nei mesi di maggio e giugno del 2013\, è stato dedicato a Italo Antico (Cagliari\, 1934).
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SUMMARY:L’Invenzione della Sardegna
DESCRIPTION:Il Museo MAN e il Comune di Orosei\, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Architettonici\, Paesaggistici\, Storici\, Artistici ed Etnoantropologici per le Province di Sassari e Nuoro e con il Dipartimento di Scienze Umanistiche e Sociali dell’Università di Sassari\, sono lieti di annunciare l’apertura della mostra “L’invenzione della Sardegna. Pittura dalle collezioni del MAN e del Mus’A – 1900-1950”. \nCurata da Giuliana Altea e Maria Paola Dettori\, la mostra intende fornire un quadro articolato della produzione pittorica in Sardegna nei primi cinquant’anni del XX secolo attraverso alcune opere di rilievo provenienti principalmente dalle collezioni del Museo MANe del Mus’A di Sassari. Il percorso si sviluppa in due sezioni\, la prima dedicata al processo di costruzione di una nuova identità sarda da parte degli artisti (Museo MANdi Nuoro)\, la seconda dedicata al tema della rappresentazione del paesaggio sardo (L’Ormeggio di Orosei). Il progetto coglie l’occasione del rientro a Nuoro\, dopo un lavoro di restauro\, di alcune opere della collezione d’arte sarda del MAN\, tra le quali “La cacciata dell’Arrendadore” di Mario Delitala\, che in mostra sarà presentata al pubblico insieme alle quattro lunette allegoriche che componevano la decorazione del salone consiliare del\nComune di Nuoro (1924-26). \nSabato 15 giugno\, giorno di apertura della sezione dedicata al paesaggio sardo\, alle ore 17.00\, nella Sala Siena del Museo Giovanni Guiso di Orosei\, si terrà una conferenza aperta al pubblico nella quale saranno approfondite alcune delle tematiche affrontate nella mostra. Tra i relatori Lorenzo Giusti\, direttore del Museo MAN\, Giuliana Altea\, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Università di Sassari\, Maria Paola Dettori\, funzionario della\nSoprintendenza di Sassari\, Maria Albai\, restauratrice\, Antonella Camarda\, storica dell’arte\, Michele Carta\, ricercatore (Centro studi Giuseppe Guiso). \n\n\n\n\nLa Costruzione dell’Identità\n\n\nI primi cinquant’anni del Novecento sono quelli in cui gli artisti e intellettuali sardi elaborano e portano a definizione una nuova immagine della Sardegna. Alla percezione di una terra arretrata economicamente e socialmente subentra la visione di un Eden incontaminato\, immune dai guasti della civiltà e del progresso. La cultura agropastorale\, un tempo considerata espressione di arretratezza\, viene ora assunta a perno della nuova rappresentazione dell’Isola. La realtà rurale sarda è dapprima osservata tramite il filtro di un naturalismo ancora di stampo ottocentesco da pittori quali Giacinto Satta\, Antonio Ballero\, Mario Paglietti\, Giuseppe Altana. Quindi\, nel clima primitivista degli anni Dieci\, viene ritratta in chiave esotizzante e decorativa da Giuseppe Biasi e dai giovani influenzati dal suo esempio\, quali Carmelo Floris\, Mario Mossa De Murtas\, Edina Altara\, Melkiorre Melis\, Paolo Maninchedda\, Tona Scano. \nL’esperienza della guerra e della trincea segna il diffondersi del nuovo sentimento identitario a livello popolare; consolidatosi con la nascita del partito sardista\, questo non verrà meno neppure durante il fascismo. Negli anni Venti saranno soprattutto Mario Delitala\, Filippo Figari e Stanis Dessy a farsene interpreti con una pittura realista nutrita di echi classicheggianti\, incentrata sui temi – propri tanto dell’ideologia del regime quanto dell’etica sardista – del lavoro\, della famiglia\, della fede. Sono temi esemplarmente rispecchiati dalla decorazione di Mario Delitala per la sala consiliare del Comune di Nuoro (1926)\, della quale\, in occasione del restauro del grande quadro del MAN “La cacciata dell’Arrendadore”\, già centro focale della sala\, verrà ricostruito in mostra l’intero complesso decorativo.\nNegli anni tra le due guerre\, con l’apporto di artisti come Cesare Cabras\, Pietro Antonio Manca\, Giovanni Ciusa Romagna\, Antonio Mura\, Tarquinio Sini\, Francesca Devoto\, vengono gettate le basi di un’iconografia regionalista che dominerà la pittura sarda ancora nei due decenni successivi\, mentre il robusto realismo iniziale si andrà successivamente smorzando e ammorbidendo con lo sfumare dei presupposti ideologici che ne avevano guidato il nascere. Ma già nel corso degli anni Trenta strade alternative al discorso prevalente mostrano due figure eccentriche come quella di Brancaleone Cugusi da Romana\, con una figurazione solenne\, carica di echi rinascimentali ma anche intrisa di romanticismo\, e di Salvatore Fancello\, la cui trasfigurazione tenera\, fantastica e ironica di una Sardegna rivissuta nel ricordo chiude il percorso della mostra.IL PAESAGGIO SARDO | L’ORMEGGIO\, Orosei\nLa seconda sezione è più specificamente incentrata sul tema della rappresentazione del paesaggio sardo.\nIntensamente frequentato da protagonisti del contesto locale del primo Novecento come Antonio Ballero e\nFelice Melis Marini\, il paesaggio appare sotto una nuova luce nelle opere dei pittori degli anni Dieci\, periodo in cui\ncomincia a diffondersi tra gli artisti l’abitudine di soggiornare nelle località dell’interno dell’Isola. Quello di Giuseppe\nBiasi\, Mario Mossa De Murtas o Melkiorre Melis è un paesaggio “in costume” come lo sono le presenze umane\nche lo popolano; un colorato fondale per il dispiegarsi di sagre e processioni\, stilizzato in cadenze geometriche\nche tramutano in scenari da presepe il panorama delle vallate delle montagne e dei villaggi.\nLa temperie più austera e meditativa del primo dopoguerra trova riscontro nella sobria malinconia delle vedute\ndi Carmelo Floris e nella monumentalità di quelle di Filippo Figari\, come\, più tardi\, nelle asciutte cromie dei paesi\ndi Giovanni Ciusa Romagna. Ma al paesaggio si dedicano si può dire tutti\, protagonisti e comprimari della pittura\nsarda della prima metà del Novecento\, spartendosi ambiti e zone di pertinenza: Olzai a Carmelo Floris\, Aritzo a\nStanis Dessy\, Arzana a Mario Delitala\, il Campidano a Cesare Cabras\, ecc.\nNel secondo dopoguerra\, l’intensa caratterizzazione locale delle vedute primonovecentesche scompare definitivamente\nper far posto a immagini più generiche\, spesso soffuse di romanticismo e nostalgia. Ideale cesura\, e\ntermine della mostra\, è il paesaggio con gregge di Maria Lai del 1959\, in cui natura organica e inorganica si saldano\nsenza soluzione di continuità nell’estrema riduzione formale dell’immagine. \n\n\n\n\nIL PAESAGGIO SARDO | L’ORMEGGIO\, Orosei\n\n\nLa seconda sezione è più specificamente incentrata sul tema della rappresentazione del paesaggio sardo.\nIntensamente frequentato da protagonisti del contesto locale del primo Novecento come Antonio Ballero e\nFelice Melis Marini\, il paesaggio appare sotto una nuova luce nelle opere dei pittori degli anni Dieci\, periodo in cui\ncomincia a diffondersi tra gli artisti l’abitudine di soggiornare nelle località dell’interno dell’Isola. Quello di Giuseppe\nBiasi\, Mario Mossa De Murtas o Melkiorre Melis è un paesaggio “in costume” come lo sono le presenze umane\nche lo popolano; un colorato fondale per il dispiegarsi di sagre e processioni\, stilizzato in cadenze geometriche\nche tramutano in scenari da presepe il panorama delle vallate delle montagne e dei villaggi.\nLa temperie più austera e meditativa del primo dopoguerra trova riscontro nella sobria malinconia delle vedute\ndi Carmelo Floris e nella monumentalità di quelle di Filippo Figari\, come\, più tardi\, nelle asciutte cromie dei paesi\ndi Giovanni Ciusa Romagna. Ma al paesaggio si dedicano si può dire tutti\, protagonisti e comprimari della pittura\nsarda della prima metà del Novecento\, spartendosi ambiti e zone di pertinenza: Olzai a Carmelo Floris\, Aritzo a\nStanis Dessy\, Arzana a Mario Delitala\, il Campidano a Cesare Cabras\, ecc.\nNel secondo dopoguerra\, l’intensa caratterizzazione locale delle vedute primonovecentesche scompare definitivamente\nper far posto a immagini più generiche\, spesso soffuse di romanticismo e nostalgia. Ideale cesura\, e\ntermine della mostra\, è il paesaggio con gregge di Maria Lai del 1959\, in cui natura organica e inorganica si saldano\nsenza soluzione di continuità nell’estrema riduzione formale dell’immagine.
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SUMMARY:La Biblioteca Fantastica
DESCRIPTION:La biblioteca fantastica è un progetto di Cherimus\, associazione attiva da diversi anni nel Sulcis e dedita all’impiego dell’arte contemporanea come strumento di valorizzazione del territorio\, in collaborazione con la Scuola del viaggio e Oxfam Italia\, e ha coinvolto i Comuni di Giba\, Masainas\, Perdaxius\, Piscinas\, Santadi e Villaperuccio e la Provincia di Carbonia Iglesias. Curata da Emiliana Sabiu\, la mostra ha voluto raccontare l’avventuroso viaggio di un nutrito gruppo di ragazzi delle scuole medie e di quindici tra artisti\, musicisti\, fotografi e registi\, provenienti da diverse parti del mondo. E’ stato il viaggio della Biblioteca Fantastica\, che al MAN di Nuoro\, si è trasformato da progetto di valorizzazione delle biblioteche del Sulcis a occasione di incontro e di condivisione di processi relazionali ed artistici. \nLa biblioteca fantastica è stata conoscere 76 ragazzi di sei paesini del Sulcis\, invitare 12 artisti e musicisti a lasciarsi trascinare dai ragazzi. Abbandonare idee precostituite\, trasformarle\, farle crescere. Accettare la crisi e il dubbio come parte del gioco\, come il primo passo da cui poi ricostruire qualcosa che non è più solo proprio. Lo shock della condivisione e della trasformazione di un’idea che parte da un ragazzo di dodici anni\, passa attraverso la testa di un artista\, fluisce fuori e rimbalza ancora. Mettere a confronto culture diverse\, creare incontri\, esplosioni\, ondate. \nMondi rom\, arabi\, wolof\, caraibici\, concentrati in 6 biblioteche di sei piccoli paesi sulcitani. Sei biblioteche di un angolo di Sardegna come sei sale di proiezione di Manhattan o Berlino. Percussioni senegalesi\, travestimenti impossibili fatti di carta e sacchetti che portano su Marte\, racconti pieni di suspance e di amore\, sospesi fra mondi reali e immaginari\, disegni\, collage e marionette: tutto costituisce materiale per narrare storie\, per narrare di sé. Una mostra che ha raccontato un viaggio lungo un anno.
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SUMMARY:Italo Antico
DESCRIPTION:Il Museo MAN è lieto di annunciare l’inaugurazione della mostra “Ipotesi”\, di Italo Antico. \nNato a Cagliari nel 1934\, dopo un’infanzia trascorsa tra Trieste\, Cagliari e Napoli e dopo alcune esperienze giovanili come mozzo e come capitano di lungo corso sulle rotte delle Americhe e dell’Oriente\, Italo Antico approda alla scultura intorno alla metà degli anni Sessanta e a questa\, da allora\, si dedica in maniera predominante\, insieme ad altre attività come la pittura\, il disegno per tappeti\, la ceramica\, il gioiello. \nResidente da lungo tempo a Milano\, dove ha esposto regolarmente a partire dalla metà degli anni Settanta\, Antico è autore di opere in acciaio inox\, di impianto astratto-strutturalista\, che sviluppano i temi della linea e dell’insieme di linee come strumenti di modulazione dello spazio. Rette inclinate o angolate che\, nel tempo\, hanno sempre più assunto una valenza ambientale\, occupando spazi architettonici\, sia in interno che in esterno\, dei quali\, attraverso soluzioni mutevoli\, sembrano volere superare i limiti. \nArtista sardo tra i più originali della sua generazione\, per il Museo MAN Italo Antico ha concepito un progetto espositivo che comprende sei lavori\, di cui cinque realizzati tra la metà degli anni Settanta e la fine del decennio successivo – tra i più significativi del suo percorso scultoreo – ed uno creato per questa occasione. \nI cinque lavori degli anni Settanta e Ottanta esemplificano il pensiero dell’artista\, il suo approccio alla costruzione scultorea\, il suo tentativo\, reiterato nel tempo\, di conquistare lo spazio attraverso il segno. Opere\, come ha avuto modo di scrivere già nel 1976 Gillo Dorfles\, che mettono in crisi l’idea della massa plastica\, che negano qualsiasi principio di monumentalità per aprirsi a una visione del mondo “in cui la scultura assume sempre di più la funzione di personalizzatrice d’un ambiente\, di indice  immesso entro un contesto”. \nIl lavoro recente\, “Vita Sospesa”\, fulcro dell’intero progetto espositivo\, è l’ultimo di un ciclo dedicato al figlio Angelo\, prematuramente scomparso un anno fa. La scultura\, composta da un fascio di aste in acciaio\, tipico della produzione di Italo Antico\, si poggia su una base di libri appartenuti al figlio ed è coperta con un telo bianco bagnato dal quale traspaiono le pieghe delle aste. Ad essere trattati\, con la delicatezza e la leggerezza di cui Antico\, come pochi altri\, è capace\, sono i temi della memoria\, della trasparenza e dell’abbandono\, evocati qui sia nel modo di trattare i materiali sia nelle forme create. \nConcepita come un’occasione di rilettura dell’opera dell’artista e al contempo come uno sguardo\, per quanto circoscritto\, sulla sua attività odierna\, quanto mai intensa e ricca di spunti\, la mostra di Italo Antico al Museo MAN apre un ciclo di eventi dedicati all’astrazione nella produzione artistica sarda degli ultimi Cinquant’anni.
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SUMMARY:Federico Carta
DESCRIPTION:Curato da Marco Peri\, il progetto ha visto la realizzazione di un grande murale sulla facciata dell’edificio antistante l’ingresso del MAN\, prima ricoperta da una superficie pannellata in legno da cantiere. Operazione di arte pubblica e allo stesso tempo di riqualificazione urbana\, il murale è stato eseguito nei giorni tra il 14 e il 15 maggio e concluso sabato 18 maggio alla presenza del pubblico. Le diverse fasi di realizzazione del lavoro sono state documentate dal videomaker Gian Mario Atzeni (Giado).  \nNato a Cagliari nel 1984\, Federico Carta\, in arte crisa\, si avvicina giovanissimo al mondo del writing. Dal 2001 inizia a dipingere su materiali di recupero mettendo a fuoco uno stile originale che lo proietta dentro un nuovo percorso artistico. Alla bomboletta spray – strumento privilegiato nel writing tradizionale – Carta affianca la sperimentazione di tecniche diverse come l’idropittura\, la tempera ad olio\, lo smalto. Realizzati su tele\, lamiere arrugginite o altri supporti di recupero\, i lavori di Federico Carta trattano il tema del rapporto tra natura e urbanizzazione.   \nCarta vive e lavora a Cagliari\, ha dipinto molti muri della sua città ed esposto i propri lavori in diverse gallerie\, in Sardegna e all’estero. Dal 2008 è impegnato nel sociale con progetti artistici destinati ai giovani del carcere minorile di Quartucciu e del servizio psichiatrico di Cagliari. Nel 2009  un suo intervento site specific ha arricchito la collezione del Tiscali Campus di Sa Illetta. Nel 2011 ha esposto al P.A.V. del Time in Jazz Festival di Berchidda\, all’interno della mostra Terra. \nL’inaugurazione del progetto di Federico Carta è stato inserito all’interno delle manifestazioni organizzate dal Museo MAN in occasione della Giornata dei musei. L’evento\, che si è svolto in strada\, è stato accompagnato da un DJ SET di Stefano Ferrari (http://www.menion.org/). Compositore e strumentista nato a Nuoro\, le sue produzioni sono un mix di musica elettronica\, Glitch Hop\, Ambient e post-rock.
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SUMMARY:Manine
DESCRIPTION:Il MAN è lieto di annunciare l’inaugurazione della mostra “Manine”\, dedicata alle creazioni realizzate all’interno delle attività laboratoriali del museo nel corso degli ultimi dieci anni. \nPresentati come vere e proprie opere d’arte\, con adeguanti standard allestitivi\, i lavori – una selezione tra i più intensi e originali conservati negli archivi del dipartimento didattico – saranno visibili fino al 21 aprile 2013 nella project room del museo. \nIn mostra disegni\, pitture\, collage\, sculture in terracotta e ceramica\, fotografie e installazioni realizzate tra il 2003 e il 2013 dai più piccoli tra gli artisti del territorio barbaricino e limitrofo\, allievi delle scuole materne ed elementari oggi perlopiù studenti degli istituti superiori. \nUn viaggio a ritroso nel tempo\, che attraverso una serie di “piccoli capolavori” ripercorre la storia e i temi delle principali mostre realizzate al MAN a partire dall’apertura della sua sede attuale\, in via Satta 27. \nUn’occasione unica per i giovani studenti di ritrovare le proprie visioni di bambino e per i loro genitori di rivivere\, attraverso una serie di immagini curiose e accattivanti\, alcune tappe importanti della loro formazione e della loro crescita.
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SUMMARY:Giovanni Nonnis
DESCRIPTION:In occasione della retrospettiva di Marino Marini\, Cavalli e cavalieri\, prorogata fino al 10 marzo 2013\, il Museo MAN è lieto di annunciare l’apertura di un nuovo progetto espositivo dedicato al tema equestre: Giovanni Nonnis: Sos cabaddos. \nNato nel 1929\, Nonnis ha rivestito un ruolo importante nel contesto artistico sardo del dopoguerra. Influenzato in età giovanile dai pittori Pietro Antonio Manca e Giuseppe Biasi\, nel corso della sua carriera ha elaborato un linguaggio originale caratterizzato da una marcata espressività\, con tratti stilizzati e cromature brillanti e contrastate. \nNoto soprattutto per i dipinti di guerrieri ispirati alla statuaria nuragica\, tra la fine degli anni Cinquanta e il 1975\, anno della morte del pittore\, prematuramente scomparso in un incidente stradale\, Nonnis ha realizzato un’ampia serie di disegni e pitture su carta raffiguranti cavalli in movimento. Rispetto ai dipinti di guerrieri\, dove a essere trattati sono i temi del mito e della fiaba\, i cavalli di Nonnis portano avanti una ricerca parallela\, più sobria e immediata\, in linea con le soluzione stilistiche elaborate nel 1959 all’interno del ciclo delle Crocifissioni. \nIl complesso espositivo di Casa Lai a Gavoi ospiterà circa cinquanta opere\, molte delle quali inedite\, provenienti dalla collezione di Pier Paola Nonnis\, figlia di Giovanni\, e da altre collezioni private. Aperta  al pubblico nei giorni di venerdì\, sabato e domenica\, la mostra sarà accompagnata da un testo critico di Enzo Avanzi. \n 
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SUMMARY:POST SCRIPTUM
DESCRIPTION:Il tema “Cavalli e cavalieri” è oggetto di due mostre parallele curate da Lorenzo Giusti\, direttore del Museo MAN\, e da Alberto Salvadori\, direttore del Museo Marino Marini. Un tema profondamente sardo declinato\, da un lato\, dall’artista del nostro Novecento che più di ogni altro lo ha rappresentato\, Marino Marini\, e dall’altro attraverso lo sguardo di alcuni artisti contemporanei\, autori di opere in video in cui la tematica del cavaliere è riletta in chiave attuale\, secondo punti di vista e prospettive diverse e che\, nell’insieme del progetto\, costituiscono una sorta di testo critico per immagini. \n\n\n\nPost Scriptum\n\n\nConcepita come un progetto parallelo alla mostra di Marino Marini e allo stesso tempo indipendente\, la rassegna “Postscriptum” presenta lavori in video realizzati negli ultimi dieci anni da artisti italiani ed internazionali: Tania Bruguera (Cuba\, 1968)\, Alberto De Michele (Italia\, 1980)\, Pietro Mele (Italia\, 1976)\, Anri Sala (Albania\, 1974)\, Carolina Saquel (Chile\, 1970)\, Nedko Solakov (Bulgaria\, 1957)\, Salla Tykkä (Finlandia\, 1973). I lavori selezionati\, per quanto diversi gli uni dagli altri per linguaggio\, sensibilità e finalità\, condividono il riferimento alle figure del cavallo e del cavaliere\, soggetti ancora capaci di evocare precise suggestioni e di farsi interpreti privilegiati della realtà presente. \nLo slideshow di Tania Bruguera è una semplice documentazione della performance realizzata nel 2008 nella Turbine Hall della Tate Modern di Londra e replicata a Lubiana e Cardiff. Quinta parte del progetto Tatlin’s Whisper\, il lavoro consiste nell’applicazione di alcune tecniche dicontrollo delle masse da parte di forze dell’ordine a cavallo. L’immagine tradizionale del cavaliere – e ciò che a questa immagine è solitamente associato in termini di magnificenza e valore – è qui decostruita attraverso un processo di decontestualizzazione. L’esperienza induce lo spettatore a riflettere sui limiti dell’autorità e del potere nella società civile.  \nIl lavoro di Alberto De Michele\, Indomita Jet vs Dardo Coca (2010)\, illustra il fenomeno delle corse ippiche illegali nel Sud dell’Italia. Usando i suoi familiari come attori\, De Michele organizza una gara nel luogo di nascita del padre (Catania) e filma l’azione servendosi di più telecamere. La corsa di cavalli è mostrata da diverse inquadrature per simulare la modalità di trasmissione fatta negli schermi delle sale da gioco\, frequentateda scommettitori abituali. \nIn Ottana (2008) di Pietro Mele\, la camera inquadra uno scorcio di campagna inizialmente irriconoscibile. Dopo qualche minuto una figura a cavallo irrompe sulla scena procedendo lentamente in avanti. A questa ne seguono altre\, che accompagnano il lento movimento verticale della camera\, arrivando a svelare progressivamente l’identità del luogo in cui la scena si svolge. Si tratta del polo petrolchimico di Ottana\, in Sardegna\, i cui fumi e il cui aspetto contrastano con l’immagine arcaica dell’uomo a cavallo e con il contesto naturale in cui il sito si inserisce. Una riflessione sul complesso rapporto tra natura\, essere vivente e progresso. \nNel video di Anri Sala\, Time after time (2003)\, un cavallo è intrappolato sul ciglio della strada di una grande città. La lentezza dei movimenti e la magrezza del cavallo contrastano con la velocità delle luci delle auto e dei camion\, che sfrecciano incuranti dell’animale. Un’immagine inquietantee commovente\, la cui forza è amplificata dalla fissità della videocamera\, che riflette sul rapporto conflittuale tra natura e progresso e sul senso di straniamento nella società contemporanea. \nIl video di Carolina Saquel\, Pentimenti (2004)\, presenta una scenografia fuori dal tempo. Su uno sfondo indistinguibile\, in mezzo a una distesa di sabbia\, un cavallo esegue dei movimenti su ordine del cavaliere\, si sposta da destra verso sinistra e viceversa\, passa davanti alla camera e si ferma per eseguire gli esercizi. Gli ordini non vengono pronunciati direttamente dal fantino\, ma da una voce fuori campo che descrive lo svilupparsi dell’azione\, come fosse una sintesi del “dialogo” tra i due protagonisti. \nIn Knights (And Other Dreams) Nedko Solakov dà sfogo alla sua ossessione per la narrazione\, i meccanismi delle fiabe e lo sviluppo delle fantasie infantili e adolescenziali. Realizzato tra il 2010 e il 2012\, il lavoro è stato presentato come installazione multimediale all’ultima edizione di Documenta. In una serie di lavori in video e in altre opere Solakov ripercorre il mito del cavaliere medievale\, radicato nella memoria collettiva\, facendolo dialogare con la modernità\, inserendolo in contesti in cui evidente è il senso della fiction. Nell’episodio n.8\, The Three Drummers and the Knight\, l’artista realizza due dei suoi più grandi sogni di ragazzo: essere un cavaliere e suonare la batteria in una rock band. \nIl video di Salla Tykkä\, Airs Above the Ground (2011)\, racconta il destino dei cavalli lipizzani. Unici nel loro genere\, questi cavalli nascono grigi per diventare bianchi da adulti e sono sottoposti a durissimi allenamenti che li costringono a una danza di movimenti innaturali\, chiamata “dressage”. Il senso di questo lavoro è tutto nella visione di una presunta bellezza che stride con l’affanno e il respiro del cavallo sotto sforzo. Libertà\, bellezza e perfezione sono soltanto degli “a priori”\, abusati e svuotati di un reale significato.
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SUMMARY:Werner Bischof
DESCRIPTION:La mostra\, a cura della Fondation Werner Bischof di Parigi\, dell’Agenzia Magnum Photos e dell’Agenzia Contrasto\, è organizzata da Imago Multimedia\, agenzia fotografica e casa editrice di Nuoro\, in collaborazione col Museo MAN di Nuoro. Oltre 100 fotografie\, una selezione degli scatti più celebri. Inoltre 30 fotografie scattate in Sardegna nel 1950\, molte delle quali inedite e presentate in prima mondiale. \nEvento unico in Sardegna\, con oltre 130 fotografie tra le più celebri di Bischof unite a una serie di scatti inediti\, la mostra costituisce una retrospettiva esauriente\, un viaggio nel cuore del lavoro di uno dei più importanti reporter del Novecento\, artista riconosciuto a livello mondiale\, dal talento insaziabile. \nPrimo fotografo\, nel 1949\, a diventare membro della Magnum Photos\, Werner Bischof seppe unire all’osservazione documentaristica della realtà\, alla necessità di non manipolare lo sguardo sugli eventi\, una visione lirica\, quasi intima\, di ogni situazione e di ogni soggetto con cui si trovò a operare. Come più volte ebbe modo di affermare\, si sentiva più artista che fotogiornalista. E non molti come lui\, in effetti\, hanno saputo condensare\, in pochi ma intensi anni di attività fotografica e artistica\, un’osservazione così puntuale e profonda\, cosciente e assolutamente originale. \nRifiutando la “superficialità e il sensazionalismo” dei rotocalchi\, dedicò gran parte della sua vita allo studio delle culture tradizionali\, spesso trascurate\, ambito che gli permetteva di mantenere le distanze da editori smaniosi unicamente di materiale da copertina. Viaggiò così in tutto il mondo realizzando eccezionali reportage di carattere sociale\, toccando paesi come il Giappone\, l’Indocina\, la Corea\, l’India – dove\, nel 1951\, per «Life magazine»\, realizzò la celebre serie dedicate alla carestia – e ancora\, il Messico\, Hong Kong\, Panama e il Perù\, dove perse la vita a soli 38 anni. Le immagini di quei reportage\, apparse sulle principali riviste e sui più importanti rotocalchi internazionali\, sono visibili per la prima volta in Sardegna grazie alla mostra al Museo MAN di Nuoro. \nAspetto importante della mostra di Nuoro è la presenza di un’intera sezione dedicata agli scatti che WERNER BISCHOF realizzò in SARDEGNA nel 1950\, alcuni dei quali presentati in PRIMA MONDIALE. \nBischof fu inviato nell’isola da «Epoca» per documentare le misere condizioni di lavoro dei contadini del Campidano e dei minatori dell’Iglesiente. Il suo reportage si caratterizza per la totale immersione nel contesto. La serietà dei temi trattati\, che induceva all’espressionismo molti dei suoi colleghi fotoreporter\, fu per lui un’occasione per cogliere il lato meno drammatico dei fatti e delle persone. Risultato a cui giunse utilizzando la soluzione stilistica del “leggermente fuori fuoco”\, capace di restituire un’originale freschezza degli eventi. Le foto realizzate in Sardegna\, nel soddisfare un certo grado di ricerca formale\, trovano un bilanciamento tra estetica e rigore oggettivo nella cura dell’equilibrio delle immagini: tagli alti\, inquadrature centrate\, primi piani ribassati e stupefacenti con luci in rilievo. La padronanza della tecnica gli permetteva di scegliere il meglio di un istante “irripetibile”. La sua umanità è esaltata dalla scelta dei soggetti: c’è il quotidiano di un popolo più che di una terra\, c’è la Sardegna della gente più dell’idea di una stirpe astratta o di una terra offesa. E con la leggerezza del sorriso sui volti\, riuscì a trascendere gli orrori e le devastazioni causate dalla guerra.
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SUMMARY:DNA
DESCRIPTION:Con la mostra DNA\, il MAN ha riproposto al pubblico le opere della sua collezione permanente attraverso un percorso organizzato per grandi autori\, aree tematiche e recenti acquisizioni e donazioni. I lavori della collezione del MAN costituiscono la struttura più intima del museo\, ne costruiscono la storia diventando i testimoni più visibili della sua costante crescita. L’incremento del patrimonio di opere\, tramite donazioni e acquisizioni\, risponde alla natura del museo. \nA distanza di 10 anni dalla costituzione dell’originario nucleo di 165 opere il MAN\, fedele al suo ruolo di istituzione\, propone una rilettura contemporanea della storia dell’arte sarda del Novecento\, con opere che possono considerarsi costitutive del panorama artistico locale. Così come è accaduto in passato\, anche le nuove acquisizioni sono frutto di un paziente lavoro di ricerca\, ispirato alle medesime linee guida che hanno portato alla realizzazione dell’originario corpus\, per dare spazio alle testimonianze delle espressioni artistiche che hanno contraddistinto la cultura sarda\, puntando sulle opere più rappresentative della prima metà del Novecento per proseguire con quelle di artisti più recenti o contemporanei. \nCon questa impostazione\, che è la stessa del museo MAN\, DNA. La Collezione ha raccontato l’eterogeneità della storia artistica sarda\, facendo incontrare mondi e stili diversi\, sperimentazioni e innovazioni\, sia dal punto di vista delle tematiche e dei soggetti\, sia da quello delle tecniche creative.
URL:https://www.museoman.it/event/dna/
LOCATION:MAN\, Via Sebastiano Satta 27\, Nuoro\, NU\, 08100\, Italia
CATEGORIES:Focus Sardegna,MAN
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