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SUMMARY:Salvatore Fancello
DESCRIPTION:In occasione del centenario della nascita di Salvatore Fancello\, il MAN è lieto di presentare\, per la prima volta riuniti in un unico percorso di vista\, il corpus completo dei disegni dell’artista di Dorgali conservati all’interno della collezione del museo. Un nucleo di oltre cinquanta opere\, rappresentativo dei diversi filoni della ricerca grafica di Fancello\, a cui\, nel quadro dell’esposizione\, andrà ad aggiungersi un ulteriore gruppo di disegni\, recentemente ottenuti in comodato e mai esposti in precedenza.  \nNata nel 1999 per volontà della Provincia di Nuoro\, la collezione del MAN è il risultato di un’accurata selezione di opere di artisti sardi dalla fine dell’Ottocento ai nostri giorni. Una raccolta di circa 600 opere all’interno della quale il consistente gruppo di disegni di Fancello costituisce una delle parti più importanti e rappresentative. \nIl percorso artistico di Salvatore Fancello si svolge nell’arco di appena un decennio\, dal momento in cui\, nel 1930\, si trasferisce a Monza per frequentare l’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche – frequentato anche dagli amici Giovanni Pintori e Costantino Nivola – fino ai successivi soggiorni a Milano\, Padova e Albissola\, per concludersi con la precoce morte in guerra nel 1941\, sul fronte greco-albanese\, all’età di soli venticinque anni.  \nAllievo di Giuseppe Pagano\, Pio Semeghini\, Raffaele De Grada\, ma anche di Arturo Martini e Marino Marini\, insegnanti di plastica decorativa\, Fancello affinò a Monza le sue doti di ceramista\, disciplina che aveva appreso da ragazzo nella bottega dorgalese di Ciriaco Piras\, allievo di Francesco Ciusa. Ma ancora prima che nella produzione ceramica\, Fancello si distinse come abile e originale disegnatore\, pratica che non abbandonò mai nel corso della sua breve vita\, durante la quale realizzò moltissimi bozzetti\, schizzi preparatori\, ma anche vere e proprie pitture su carta\, a cui oggi viene riconosciuto un valore significativo in virtù della grande fantasia\, dello stile unico\, del segno grafico audace e per le soluzioni formali libere e raffinate.  \nÈ nel corso di questo unico decennio di attività che nascono le creature fantastiche per cui Fancello è maggiormente conosciuto\, interpreti di un mondo bizzarro e surreale\, popolato di animali sia esotici – africani perlopiù – sia tipici della fauna della sua Sardegna\, sempre presente nei ricordi dell’artista. Un bestiario “più fiabesco che moralistico\, (…) trasposizione dall’umano in chiave di garbata ironia”\, come ebbe avuto modo di definirlo Giulio Carlo Argan\, tra i primi sostenitori di Fancello insieme ad altri importanti scrittori e critici della Milano degli anni Trenta\, come Leonardo Sinisgalli\, Nino Bertocchi e Giulia Veronesi.  \nOltre alle raffigurazioni del mondo animale ampiamente descritte dal nucleo di disegni della collezione del MAN\, la produzione grafica di Fancello vede la presenza di altri soggetti\, tutti rappresentati all’interno del percorso espositivo\, in particolare i nudi femminili – di cui si espongono alcuni degli esemplari più importanti – e alcuni significativi paesaggi\, sia campestri\, sia urbani.  \nOltre a evidenziare l’eterogeneità dei soggetti affrontati da Fancello\, la mostra al MAN è rappresentativa anche delle diverse tecniche grafiche adottate dall’artista; dai disegni a inchiostro o china\, agli acquerelli\, al carboncino\, alle chine colorate\, per giungere infine al graffito\, dove si raggiungono esiti di grande audacia\, testimoniati da opere come La raccoglitrice\, o ancora Leone e Cinghiale\, datate intorno alla fine degli anni Trenta\, entrambe in collezione MAN\, a cui andrà ad aggiungersi un singolare Felino con gazzelle di collezione privata. \n *** \nSalvatore Fancello nasce nel 1916 a Dorgali. Nel 1929 inizia il suo apprendistato come ceramista presso il laboratorio di Ciriaco Piras. Nel 1930 partecipa al concorso indetto dalla Camera di Commercio di Nuoro\, di cui risulterà vincitore. Il premio è una borsa di studio per l’iscrizione all’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche (ISIA) di Monza. Dopo la partecipazione\, nel 1933\, alla IV Mostra interprovinciale sarda di Belle Arti a Cagliari\, seguirà il conseguimento del diploma\, nel 1935. In questi anni realizza i primi bestiari in terracotta. Partecipa in alla V Mostra dell’artigianato e piccola industria di Cagliari e alla IV Mostra sindacale di Nuoro\, esponendo le sue ceramiche. Sempre in questi anni\, ospite a Padova del suo docente Virgilio Ferraresso\, produce una serie di nuovi lavori in ceramica. Si trasferisce a Milano con Costantino Nivola e Giovanni Pintori nel 1936. Qui partecipa alla VI Triennale dove\, con lo stesso Nivola\, realizza una grande parete grffita\, ottenendo un premio per i sui Segni zodiacali. Nel 1938 collabora con il “Settebello” realizzando vignette satiriche. Sempre nel 1938 realizza il Disegno ininterrotto\, oggi conservato presso il Comune di Dorgali. Giulia Carlo Argan e Cesare Brandi\, intanto\, cercano di promuovere il suo lavoro su alcune rivista\, tra cui “Corrente”. Si reca quindi ad Albisola Marina\, presso il rinomato laboratorio di ceramica di Giuseppe Mazzotti\, dove realizza numerosi lavori\, tra bestiari\, presepi e vasi. E’ qui che incontra Lucio Fontana. Nel 1939 viene chiamato alle armi. Un anno dopo espone alla VII Triennale di Milano\, aggiudicandosi\, insieme a Leoncillo Leonardi\, il Diploma d’onore. Partirà l’anno successivo per l’Albania\, dove morirà il 12 marzo 1941 a Bregu Rapit. Nel dicembre 1941\, pochi mesi dopo la morte dell’artista\, la prestigiosa rivista “Domus” dedica a Fancello la copertina seguita\, nell’anno successivo\, da una pubblicazione monografica in occasione della sua prima retrospettiva alla Pinacoteca di Brera.
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SUMMARY:Roman Signer
DESCRIPTION:Il Museo MAN è lieto di annunciare l’imminente apertura della mostra Roman Signer. Films and Installations\, a cura di Lorenzo Giusti e Li Zhenhua.  \nRicca di oltre duecento film e di una serie di nuove installazioni realizzate per questa occasione\, quella al MAN di Nuoro sarà la prima mostra personale di Roman Signer in un museo italiano.  \nSigner ha iniziato la carriera di artista nella seconda metà degli anni Sessanta\, dopo avere lavorato come disegnatore per un architetto\, come ingegnere radio apprendista\, e\, per un breve periodo\, come tecnico in una fabbrica di pentole a pressione. Conosciuto per avere definito un nuovo concetto di scultura legato alla processualità\, alla trasformazione e al movimento\, Signer crea installazioni come azioni\, esperimenti\, quasi sempre solitari\, per i quali utilizza oggetti d’uso comune (ombrelli\, tavoli\, stivali\, contenitori\, cappelli\, biciclette) attivati da polveri da sparo o da forze naturali\, come il vento o l’acqua. Processi di esplosione o di collisione che si tramutano in esperienze estetiche visivamente ed emotivamente coinvolgenti e che interpretano l’approccio empirico come una questione artistica.  \nIl progetto al MAN di Nuoro si divide in due segmenti. Il primo\, nato dalla collaborazione con il Chronos Art Center di Shanghai\, presenta l’intera produzione di filmati in Super 8 realizzati dall’artista nel corso della propria attività. Un nucleo di 205 opere che vanno dal 1975 al 1989 – anno in cui Signer abbandona la pellicola per passare ad altri supporti – presentate all’interno di un’affascinante videoinstallazione a 100 canali realizzata in Cina e qui riproposta in una nuova versione arricchita e sviluppata. Video girati nel proprio “laboratorio” di San Gallo oppure in spazi naturali\, soprattutto a Weissbad\, nel cantone di Appenzell. \nIl secondo segmento del progetto presenta tre nuovi lavori scultorei creati per la mostra al MAN\, connotati come sempre da un’ironia sottile. Tra le nuove produzioni\, Ombrelli (2016) è un’opera site specific per la scalinata del museo\, un sistema bizzarro di parapioggia tenuti insieme da un equilibrio instabile. Installazione (2016) è una scultura attraversabile che occuperà un’intera sala del museo\, un percorso surreale che riflette sulla percezione di sé e del proprio corpo\, in cui l’osservatore si fa oggetto osservato. Chiude il percorso Occhiali (2016)\, un oggetto insolito\, composto da un proiettore Super 8 e da un paio di occhiali ad alterarne la proiezione luminosa\, che sembra gettare uno sguardo dissacrante sulla produzione dell’artista\, sempre al confine tra scultura e video\, tra staticità e movimento\, tra azione e visione.  \nCompleterà la mostra un catalogo con  testi di Lorenzo Giusti\, Li Zhenhua\, Barbara Casavecchia e Rachel Withers. Oltre alla documentazione delle nuove opere\, la pubblicazione conterrà anche un dvd con una raccolta delle azioni realizzate da Signer in Italia\, a partire dall’inizio degli anni Novanta\, in località come Civitella d’Agliano\, Stromboli\, la Maremma\, ma anche Venezia\, in occasione della Biennale del 1999.  \nRoman Signer (Appenzell\, 1938) ha partecipato alle più importanti rassegne artistiche internazionali\, come “documenta” a Kassel (1987)\, lo Skulptur Projekte di Münster (1997)\, la Biennale di Shanghai (2012). Nel 1999 ha rappresentato la Svizzera alla Biennale di Venezia. Tra le ultime mostre personali si ricordano: Bonnefantenmuseum di Maastricht (2000)\, Camden Arts Centre di Londra (2001); OK Centrum für Gegenwartskunst di Linz (2005); Aargauer Kunsthaus di Aarau (2006); Hamburger Bahnhof di Berlino (2007); Sala de Arte Publico Siqueiros di Città del Messico (2011); Hangar à Bananes di Nantes\, Kunsthalle di Mainz (2012)\, Kunstmuseum di San Gallo (2014)\, Barbican  Centre di Londra\, Kunsthus di Zug e Centre Culturel Suisse di Parigi (2015). In Cina il suo lavoro è stato recentemente presentato presso l’Accademia d’arte di Hangzhou\, il CAFA Art Museum di Pechino (2014)\, il GAFA Art Museum di Guangzhou e l’OCT di Shenzhen (2015).  \nRoman Signer. Films and Installations è un progetto del museo MAN\, a cura di Lorenzo Giusti e Li Zhenhua\, realizzato in collaborazione con CAC – Chronos Art Center di Shanghai\, con la partnership tecnica di WTI International Co. Limited\, il supporto di Pro Helvetia e il contributo di Regione Sardegna\, Provincia di Nuoro e Fondazione di Sardegna.
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SUMMARY:Ettore Favini
DESCRIPTION:Il Museo MAN è lieto di annunciare Arrivederci\, mostra personale di Ettore Favini\, a cura di Chiara Vecchiarelli.  \nIl lavoro di Ettore Favini si costituisce da oltre dieci anni attorno alla relazione fra l’opera e l’ambiente in cui questa si inserisce\, sia esso ecosistema\, memoria di una vita o narrazione collettiva. Proprio l’ambiente assume infatti una funzione generativa\, nel suo essere oggetto di indagine e insieme\, grazie all’esperienza di fruizione dell’opera\, strumento per l’analisi della relazione fra l’uomo e lo spazio. \nArrivederci è un progetto espositivo che vive di diversi momenti. Articolato in due fasi – una doppia mostra personale presso il MAN di Nuoro e il Museo d’arte contemporanea Villa Croce di Genova – il progetto trova un prolungamento testuale nel volume realizzato dall’editore Humboldt Books\, specializzato in arti visive e letteratura di viaggio.  \nPer questo progetto\, Favini ha sviluppato un itinerario di esplorazione nel territorio della Sardegna\, immergendosi nelle narrazioni dei tessitori isolani. Animato dal desiderio di entrare in contatto con una delle più antiche tradizioni del bacino del Mediterraneo\, l’artista ha visitato i numerosi laboratori tessili presenti sul territorio\, ricevendo in dono dalle persone incontrate (artigiani\, artisti\, stilisti…) oltre cento tessuti. I singoli frammenti\, e le storie che raccontano\, hanno costituito la materia da cui ha preso vita un nuovo corpus di opere. In particolare\, nei lavori realizzati per il MAN\, il rapporto tra la trama e l’ordito si trasfigura in una nuova relazione tra il tempo e lo spazio: le diverse temporalità degli eventi che hanno creato la texture dei vissuti incontrati convergono\, per il periodo della mostra\, nello spazio dell’opera.  \nOrdito delle molte trame di una narrazione comune\, la mostra costituirà al tempo stesso un doppio omaggio al mare. Se dal mare arrivano le vele da crociera che concorreranno – insieme ai tessuti raccolti in Sardegna e tinti del blu di Genova – a comporre l’installazione che sarà visibile a Villa Croce\, dal mare arriva soprattutto la forma della grande vela realizzata con i tessuti donati che attraverserà le sale del MAN. È dunque letteralmente come una vela che le memorie legate ai diversi tessuti si dispiegano nella mostra; un ritratto corale dell’Isola che trasforma il limbo temporale che il titolo annuncia nell’augurio di rivedersi presto\, che ogni mostra porta con sé.  \nDurante il corso delle due mostre a Nuoro e Genova\, che avranno luogo l’una a breve distanza dall’altra\, un’opera realizzata da Favini viaggerà a bordo di una nave in rotta tra la Sardegna e la Liguria\, facendo dei flutti che congiungono le due terre una sede espositiva alla pari dei musei coinvolti. \nLa pubblicazione completerà il progetto presentando\, oltre a un ricco apparato di testi e immagini\, uno scritto inedito dell’artista che racconta l’esperienza di raccolta dei tessuti e delle storie dell’isola e il modo in cui queste sono convogliate nel lavoro e\, infine\, nella mostra. \nEttore Favini (Cremona\, 1974) vive e lavora a Milano. Ha esposto in importanti istituzioni nazionali e internazionali tra le quali: Ocat\, Shanghai (2015); PAC\, Milano (2014); Fondazione Pastificio Cerere\, Roma (2013); PAV\, Torino (2012 e 2010); Museo Riso\, Palermo (2011); ISCP\, New York (2009); Song Eun Art Space\, Seoul; Futura Space\, Praga;  Galleria d’Arte Moderna\, Milano; MA.GA\, Gallarate; CCCS Strozzina\, Firenze (2009); Fondazione Sandretto Re Rebaudengo\, Torino (2008); Italian Academy of Columbia University\, New York (2007); Accademia di Francia\, Roma; American Academy\, Roma (2009); Fondazione Olivetti\, Roma (2006); \n 
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SUMMARY:80/90
DESCRIPTION:80/90. Arte in Sardegna è la seconda tappa del programma triennale del MAN “La costante resistenziale”\, dedicato allo studio delle ricerche più innovative che\, a partire dalla fine degli anni Cinquanta\, hanno caratterizzato la scena artistica regionale. \nA un anno dal primo evento dedicato al periodo 1957-1983\, la mostra “80-90”\, a cura di Antonella Camarda e Rita Pamela Ladogana\, propone un confronto con la complessità del campo culturale sardo attraverso una visione polifonica dell’arte visiva dell’ultimo ventennio del Novecento. \nIl progetto mira a descrivere eventi ed esperienze sviluppatesi sul territorio isolano\, al fine di proporre una visione d’insieme del tessuto artistico e della critica che ne ha supportato lo sviluppo. Un rapporto di cui restano non soltanto le opere d’arte ma anche un ricco corpus documentario – composto da rassegne stampa\, filmati e soprattutto inviti\, cataloghi\, locandine e manifesti –  riproposto in questa occasione all’interno del percorso espositivo. \nDue decenni caratterizzati in egual misura da continuità e cambiamento\, in cui coerenza e sperimentazione convivono in una scena articolata che\, venute meno le tensioni ideologiche degli anni Settanta\, vede il consolidarsi di itinerari individuali e l’emergere di nuovi protagonisti. \nNonostante il discorso sull’identità non sia certamente estraneo agli artisti operanti in Sardegna – che in alcuni casi portano avanti progetti di craft design che ripensano le esperienze dell’ISOLA (Istituto Sardo Lavoro Artigiano) –  più che una rivendicazione di specificità locali in senso collettivo\, a prevalere sono le esigenze di determinazione del sé individuale\, di promozione della propria ricerca personale fuori dall’adesione a specifiche correnti. \nLa tensione verso una dimensione esistenziale è del resto in linea con il contesto generale degli anni Ottanta: età dei sentimenti e del privato\, della citazione e dei media\, della fine dell’ideologia\, della sperimentazione\, a volte effimera\, di nuovi linguaggi\, nuovi materiali e dei primordi della rivoluzione digitale. Fra echi della Transavanguardia e un massiccio ritorno alla pittura\, declinata in esperimenti neo-espressionisti o ricerche formali che puntano al geometrico e all’astratto\, appaiono le prime prove di arte di partecipazione\, performativa e di videoarte. \nNegli anni Novanta\, se la chiusura a Cagliari della Galleria Duchamp e a Nuoro della Galleria Chironi 88 – centri propulsori per il contemporaneo nell’isola – mostra la vulnerabilità del sistema dell’arte in Sardegna\, vecchie e nuove generazioni di artisti e critici trovano spazi diversi e nuovi impulsi\, anche grazie al sostegno di una parte della classe politica che promuove politiche di acquisizione ed eventi dedicati alla scena artistica locale. \nNon è più possibile individuare etichette o raggruppamenti\, domina un quadro frammentario dove le varianti prevalgono sulle costanti e le diversità sulle affinità. Diventano importanti le ricerche autobiografiche\, il dialogo tra alterità e identità\, l’indagine sempre più approfondita del rapporto con lo spazio e le pratiche legate all’uso del corpo\, declinate in differenti direzioni. \nIl percorso della mostra si chiude con un la fine del millennio\, segnato idealmente dalla mostra Atlante. Geografia e Storia della Giovane Arte Italiana\, curata nel 1999 a Sassari da Giuliana Altea e Marco Magnani\, nell’ambito della quale si ripensano su prospettive nuove il discorso delle geografie culturali\, portando avanti un gruppo di artisti emergenti diverso per formazione\, linguaggi e istanze\, ma accomunati da un’attitudine sperimentale e dall’insofferenza per i limiti – mentali e fisici – isolani. Nello stesso anno a Nuoro\, il Museo MAN apre al pubblico\, per imporsi presto come principale centro per il contemporaneo in Sardegna. \nArtisti in mostra: Italo Antico\, Gianni Atzeni\, Leonardo Boscani\, Gaetano Brundu\, Zaza Calzia\, Giovanni Campus\, Giovanni Carta\, Francesco Casu\, Tonino Casula\, Erik Chevalier\, Aldo Contini\, Enrico Corte\, Pietro Costa\, Attilio della Maria\, Antonello Dessì\, Paola Dessy\, Nino Dore\, Angelino Fiori\, Greta Frau\, Gino Frogheri\, Salvatore Garau\, Gianni Nieddu\, Giorgio Urgeghe\, Maria Lai\, Ermanno Leinardi\, Angelo Liberati\, Gabriella Locci\, Lalla Lussu\, Antonio Mallus\, Pinuccia Marras\, Luigi Mazzarelli\, Italo Medda\, Mirella Mibelli\, Marco Moretti\, Wanda Nazzari\, Costantino Nivola\, Andrea Nurcis\, Antonello Ottonello\, Primo Pantoli\, Igino Panzino\, Pastorello\, Bruno Petretto\, Roberto Puzzu\, Rosanna Rossi\, Anna Saba\, Giulia Sale\, Graziano Salerno\, Giovanna Salis\, Josephine Sassu\, Giovanna Secchi\, Danilo Sini\, Pietro Siotto\, Aldo Tilocca\, Y Liver. \nAntonella Camarda è ricercatrice in Storia dell’arte contemporanea all’Università di Sassari e dal 2015 direttrice del Museo Nivola di Orani. \nPamela Ladogana è ricercatrice in Storia dell’arte contemporanea all’Università di Cagliari e parte del comitato di direzione di Medea\, rivista internazionale di studi interculturali.
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SUMMARY:Zanele Muholi - Lindeka Qampi
DESCRIPTION:AZOLA / Somnyama Ngonyama è il titolo della mostra delle fotografe sudafricane Zanele Muholi e Lindeka Qampi\, esito della residenza in Sardegna e del worskhop tenuto al museo MAN nel mese di dicembre. \nIl progetto\, a cura di Emanuela Falqui\, Erik Chevalier e Laura Farneti\, si compone di una selezione di opere incentrate sull’attivismo visuale e la politica dell’autorappresentazione\, più una nuova serie di scatti realizzati in Sardegna. \nIn continuità con le attività di workshop e seminari promosse dal MAN\, le artiste sono state invitate a tenere un laboratorio di fotografia\, nell’ambito del quale sono stati affrontati diversi temi: dall’archivio di una comunità al racconto di famiglia\, all’autoritratto\, fino alle problematiche dell’era digitale\, in una prospettiva di condivisione orientata alla responsabilità sociale. \nZanele Muholi ha dedicato quasi un decennio della sua vita alla documentazione dell’identità visiva delle lesbiche e transgender del Sudafrica\, con la creazione di un corpo voluminoso di più di 250 ritratti\, “Faces & Phases”\, e con l’intenzione dichiarata di voler dare vita a una “Mappa […]\, una storia visuale delle lesbiche nere in Sud Africa dopo l’apartheid” per restituire alla comunità LGBTQI un archivio nel quale potersi riconoscere e ritrovare la propria dignità. Per lavorare sull’identità omosessuale\, Muholi ha dovuto fare i conti con la mancanza di una storia visiva che la rappresentasse e ha inserito la sua narrazione nel quadro più ampio della formazione delle identità nel Sudafrica\, che comprende il problema del razzismo\, l’immagine della sessualità e il colonialismo. \nIl suo lavoro prosegue in questa direzione con una nuova serie di autoritratti in bianco e nero\, dal titolo Somnyama Ngonyama (che significa “Ave\, Leonessa nera”)\, in cui il suo corpo narrante assume in maniera provocatoria gli stereotipi di razza\, di classe\, di genere\, interpretando differenti archetipi femminili. Ancora una volta l’artista rielabora il suo vissuto personale\, le sue origini e le traspone in una dimensione collettiva e di riscatto con un linguaggio estetizzante e contraddittorio\, per esempio costruendo il suo personaggio con un abbigliamento di fortuna fatto di oggetti domestici ornamentali o enfatizzando il colore della sua pelle per riflettere sul luogo comune della razza; come lei spiega: “Esagerando l’oscurità del tono della mia pelle\, rivendico il mio essere nera che mi sembra sia continuamente messo in scena dall’altro privilegiato. La mia realtà è che io non imito il nero: è la mia pelle e l’esperienza dell’essere nera ad essere profondamente radicate in me”. L’obiettivo è quello di dare vita ad nuovo archivio fotografico sulla politica della razza e del pigmento. Alcuni scatti richiamano momenti drammatici della storia del Sudafrica\, come la strage dei minatori in sciopero uccisi dalla polizia a Marikana nel 2012\, Thulani I\, Paris; altri si rifanno alla morte recente di cittadini neri negli Stati Uniti per mano delle forze dell’ordine\, MaID I\, Syracuse: i guanti bianchi presenti nella foto sono usati dalla polizia quando indagano sulla morte di qualcuno senza voler lasciare traccia ma in questo caso\, per l’artista\, nascondono la loro colpevolezza. \nAlcune foto sono degli omaggi a persone care\, come quello dedicato alla madre\, in cui l’artista indossa gli strumenti tipici da lavoro di una domestica\, il mestiere che sua mamma ha fatto per più di 40 anni. \nLa serie Somnyama Ngonyama si arricchisce di nuovi scatti durante i viaggi che Muholi fa per lavoro. Ogni immagine ha dei riferimenti precisi e contiene degli elementi simbolici che appartengono a culture e paesi differenti\, a persone o comunità che incontra; mette in relazione questi elementi con il suo corpo e la sua identità. \nDurante la residenza in Sardegna\, Muholi ha continuato a lavorare sugli autoritratti e ha aggiunto cinque immagini alla sua serie. \nLa fotografa sta lavorando attualmente anche a un’altra serie di ritratti con molteplici identità\, MaID (My Identity)\, che può essere letto anche come maid\, domestica. Un lavoro autobiografico in cui l’attivista visuale trasforma il proprio corpo in un soggetto d’arte con il quale incoraggia fotografe e donne a prestare attenzione alle molte sostanze delle quali sono fatte\, per guarire\, prima di avventurarsi nelle sfere di altri individui. \nLindeka Qampi ha conosciuto Zanele Muholi nel 2006 all’interno del collettivo Iliso Labantu\, di cui fa parte: un gruppo di fotografi delle township che documenta la vita urbana contemporanea. David Goldblatt per loro ha scritto: “l’apartheid non c’è più\, ma rimangono le lacune nel tessuto sociale\, nella nostra esperienza e nella comprensione reciproca delle nostre vite. Iliso Labantu può dare un contributo significativo per ridurre queste mancanze.” \nLindeka Qampi inizia la sua attività di fotografa come autodidatta creando cartoline per turisti sulla vita delle township attorno alla Città del Capo dove esporrà nel 2010 per la prima volta. Prosegue come fotografa di strada con una serie sviluppata nel corso di 10 anni e ancora in divenire\, Daily Lives. Originaria di quei luoghi\, l’artista sviscera dall’interno tutti quegli aspetti visivi legati alle gestualità più comuni\, allo spazio confinato che era il segno più esplicito dell’apartheid e che ha disegnato la forma dell’abitare anche attuale\, alla diversità delle culture\, alla creatività delle persone\, alle norme culturali\, al valore di una storia condivisa. Le sue foto superano la visione pietistica occidentale del terzo mondo e fanno riapparire il gesto quotidiano come gesto politico capace di vivere il presente\, di trasformarlo o almeno di sognarlo. Un’altra serie\, Living in this World\, racconta la vita giovani di borgata cresciuti con padri assenti. \nNel 2015 Qampi punta l’obiettivo su se stessa. Azola\, il suo ultimo lavoro\, fa parte di un corpo più ampio intitolato Inside My Heart\, che racconta storie familiari\, spesso dolorose. In Azola rielabora un trauma universale femminile attraverso una vicenda personale di violenza\, lo stupro\, spesso accompagnato dall’omertà\, dalla rimozione e dalla solitudine. Il suo linguaggio onirico ricerca le sue radici nel subconscio\, in un mondo atavico\, per ritrovare le viscere della terra e sanare una ferita inguaribile con un grido liberatorio\, per rompere definitivamente il suo silenzio ma anche quello di molte altre donne. Per raccontare la sua storia Qampi ha coinvolto la sua famiglia; la figlia Azola\, rappresenta la sua esperienza di violenza avuta da bambina; il marito e il fratello simboleggiano l’aggressività maschile\, le donne invece accompagnano il suo dolore. Anche Qampi ha lavorato in Sardegna producendo nuove immagini per questo racconto in cui si ritrae continuando il suo viaggio interiore. \nDa diversi anni Zanele Muholi e Lindeka Qampi collaborano a progetti di formazione per incoraggiare chiunque a usare il mezzo fotografico e l’immagine come strumenti di emancipazione. \nNel 2014 il laboratorio di fotografia “Photo XP. The 2014 XP\, Siyafundisana”\, che significa “condividere i propri saperi”\, si è svolto a Soweto\, una delle più grandi township del Sudafrica che ha svolto storicamente un ruolo importante nella lotta all’apartheid. Il corso era rivolto alle giovani ragazze di una scuola per invogliarle a raccontarsi e lavorare sul proprio ambiente. L’ultimo progetto nel 2015 “Visual Activism Cultural Exchange Project (VACEP)” si è svolto in Europa\, ad Oslo\, e ha coinvolto non soltanto gli artisti locali ma anche i richiedenti asilo\, i migranti africani attualmente in Europa.  \nAl workshop hanno partecipato: Leonardo Boscani / Lucia Cadeddu / Emanuela Cau / Franco Casu / Giulia Casula/ Alessandra Cridar / Chiara Coppola / Francesca Corriga / Rita Delogu / Simone Loi / Moju Manuli / Antonio Mannu / Katia Marroccu / Melania Massa / Michela Mereu / Veronica Muntoni / Stefania Muresu / Gigi Murru / Medea Laura Pace / Cristina Pia / Stefano Pia / Anna Zurru  \nIl progetto è stato realizzato grazie alla collaborazione con il Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni e con quello di Storia\, Beni culturali e Territorio dell’Università di Cagliari. \nLa mostra è sponsorizzata da QSS Europa\, Stampa
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SUMMARY:L'occhio indiscreto
DESCRIPTION:Nuoro\, Museo MAN – Cagliari e Sassari\, Sedi Fondazione Banco di Sardegna  \nMostra a cura di Maria Paola Dettori \nNasce AR/S – Arte Condivisa in Sardegna. Il nuovo progetto della Fondazione Banco di Sardegna inaugura il suo percorso con una retrospettiva dedicata a Bernardino Palazzi. La critica lo ha avvicinato\, più o meno propriamente\, a Degas\, Boldini\, Sargent\, Carena e Casorati. Ma rispetto a costoro Bernardino Palazzi sa proporre anche altri registri\, molti del tutto personali\, segreti\, ignoti agli stessi studiosi e al grande collezionismo. Che ora\, e finalmente\, la retrospettiva che la sua Sardegna gli dedica in tre diverse sedi\, dal 27 novembre al 14 febbraio\, ha il merito di svelare. L’iniziativa è realizzata dalla Fondazione Banco di Sardegna che con essa avvia un progetto ambizioso quanto necessario: “AR/S – Arte Condivisa in Sardegna”. Partendo dal rilevante patrimonio d’arte conservato dalla stessa Fondazione\, AR/S intende favorire la messa in rete di collezioni pubbliche e private\, offrendole alla popolazione sarda e agli ospiti dell’isola\, spesso per la prima volta\, in mostre diffuse in più sedi nel territorio regionale. Il tutto accompagnato da momenti di approfondimento\, incontri\, laboratori\, residenze d’artista e progetti di arte pubblica sul territorio. Il focus di AR/S è concentrato sulla produzione artistica in Sardegna dalla fine dell’Ottocento ad oggi. Un focus che\, come conferma già la mostra “L’occhio indiscreto. Bernardino Palazzi. Grafico\, illustratore\, fotografo”\, curata da Maria Paola Dettori\, non è rigidamente inteso. \nSe\, infatti\, Palazzi è di origine sarda\, essendo nato a Nuoro nel 1907\, la sua attività artistica si è sviluppata in gran parte tra Padova\, Venezia\, la Liguria e Milano.  A trent’anni dalla scomparsa e a quasi altrettanti dall’ultima mostra a lui dedicata (Vicenza\, 1987)\, Bernardino Palazzi viene ora indagato nella sua terra d’origine con l’obiettivo di restituirlo alla storia dell’arte europea del Novecento.Tre le sedi espositive: il Museo MAN di Nuoro e le due sedi della Fondazione\, a Sassari e a Cagliari\, che da sole meriterebbero una visita per le caratteristiche architettoniche e il corredo artistico che le caratterizza.Com’è negli obiettivi del progetto AR/S\, questa prima mostra riunisce opere di proprietà di diversi soggetti sollecitati dalla Fondazione: il Banco di Sardegna e il Museo del Novecento di Milano in primis\, insieme a diversi collezionisti privati\, sardi e non\, che hanno generosamente accolto l’invito a mettere a disposizione le proprie opere accanto a quelle appartenenti alla collezione della Fondazione Banco di Sardegna. Saranno proprio le due sedi della Fondazione a Cagliari e a Sassari ad accogliere le tele più significative\, quelle che meglio esemplificano i momenti più alti della carriera del pittore: i capolavori della pittura di nudo degli Anni Venti/Trenta (a Cagliari) e il tema del ritratto collettivo del mondo di intellettuali\, come quello fermato nel dipinto Bagutta (a Sassari). Testimonianza di un pittore mondano ed elegante\, ma insieme assai meno scontato e semplice di quanto possa apparire in superficie\, per il quale la rappresentazione del corpo femminile sarà tema costante\, soggetto amato e indagato per tutta la vita\, ma che avrà nelle opere degli anni milanesi i suoi risultati d’eccellenza.Nuoro\, e il Museo MAN\, ospiteranno invece un ricco catalogo di opere di grafica e illustrazioni\, accompagnate da apparati documentari e interessanti inediti. Nell’insieme non un’antologica\, ma una mostra che presenta l’artista per quelli che unanimemente la critica e il mercato gli riconobbero come traguardi: il nudo femminile\, il ritratto e l’illustrazione. E\, insieme a questi temi portanti\, va in mostra il Palazzi inedito e privato. Compreso quello\, privatissimo\, dei disegni erotici e il Palazzi fotografo.Si entrerà così nello studio e nell’universo creativo del pittore\, dove il tema del corpo (e secondariamente anche dell’eros) scorre come una corrente sotterranea: e da qui tracima nell’intera sua opera\, anche là dove non lo si immaginerebbe. Con il disincanto delle novelle del Boccaccio\, i disegni erotici si palesano come divertissement in cui l’autore non ha remore a raffigurare per sé solo un mondo in cui è la sensualità a dettar legge\, a dominare e travolgere\, senza badare a ruoli\, età\, missioni. La sezione fotografica presenta il materiale da lavoro\, personale e privato\, dell’artista: un corpus di immagini di studio\, dove Palazzi ritrae sé stesso e\, soprattutto\, le sue modelle\, le stesse che si ritrovano in diversi dipinti. L’osservazione di questi materiali accompagna il visitatore lungo il percorso creativo del pittore\, rendendolo “voyeuristicamente” complice dell’atmosfera del suo atelier\, mai algida e distaccata\, ma calda\, intimamente vissuta come le lenzuola aggrovigliate sulle quali si distendono\, sfrontate o pudiche\, le sue modelle. \nInfo: www.fondazionebancodisardegna.it Facebook: AR/S – Arte condivisa in Sardegna
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SUMMARY:Paul Klee
DESCRIPTION:“L’iniziale disorientamento di fronte alla natura si spiega con ciò\, che si comincia con lo scorgerne soltanto le ultime ramificazioni\, senza risalire alla radice. Una volta però che uno se ne sia reso conto\, può riconoscere anche nella più lontana fogliolina la manifestazione dell’unica legge che regola il tutto e trarne vantaggio” (Paul Klee\, Diari\, n. 536).  \nDopo la mostra dedicata al rapporto tra l’opera di Alberto Giacometti e la statuaria arcaica\, il MAN_Museo d’Arte della Provincia di Nuoro prosegue la propria programmazione rivolta ad analizzare aspetti poco indagati della produzione dei più importanti artisti del XX secolo con una mostra dedicata a Paul Klee (1879-1940).  \nInedito in Sardegna\, Klee è uno degli autori più complessi e originali del secolo scorso. Con questa rassegna\, realizzata dal Museo MAN con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna\, della Provincia di Nuoro e della Fondazione Banco di Sardegna\, con il patrocinio dell’Ambasciata di Svizzera in Italia\, curata da Pietro Bellasi e Guido Magnaguagno\, con il coordinamento scientifico di Raffaella Resch\, si intende esplorare un elemento fondamentale nell’opera dell’artista\, ovvero la percezione della presenza di un principio vitale\, generativo\, insito nella materia delle cose.  \nIn senso specifico Klee non ha mai parlato di “animismo”\, tuttavia la sua opera appare permeata di uno spirito animato avvertito in tutta la realtà materiale ed evocato dall’azione creativa dell’artista. “Creatura superiore” (Diari\, n. 660)\, l’artista\, attraverso il proprio sguardo vivificatore\, porta alla luce l’elemento generatore presente nei diversi mondi che popolano il cosmo\, nascosto sotto la superficie delle cose. Che siano uomini\, bambini\, animali\, oggetti\, paesaggi o architetture\, i mondi di Klee obbediscono tutti alla medesima legge della natura\, che l’artista indaga e imita.  \nUn unico principio vitale governa l’intero ordine naturale\, dalle cose grandi a quelle infinitesimamente piccole. Questo principio sembra palesarsi in molte opere dell’artista\, in particolare nei disegni e negli acquarelli degli anni Venti e Trenta. Opere come Feigenbaum (Fico)\, del 1929\, o Im Park (Nel parco)\, del 1940\, presenti in questa mostra\, o ancora l’importante dipinto Wohin? (Dove?) del 1920\, proveniente dalle collezioni della Città di Locarno\, esposto nel 1937 all’interno della mostra “Arte degenerata”\, organizzata dal regime nazionalsocialista tedesco.  \nLa rappresentazione del mondo animale offre una serie di parabole\, di favole morali\, dove l’animale è innalzato al ruolo di essere umano\, nei suoi vizi e nelle sue virtù. Ecco che nel disegno Tierfreundschaft (Amicizia tra animali) del 1923\, ad esempio\, un cane e un gatto si accompagnano bonariamente in una tranquilla passeggiata\, incarnando il senso di amicizia che può nascere tra due esseri umani.  \nLo studio delle opere architettoniche rivela l’interesse di Klee verso la percezione della forma e la comprensione dell’elemento organico\, vivo\, dentro di essa\, evidente in alcuni acquarelli come Americanisch – Japanisch (Americano – giapponese)\, realizzato nel 1918\, dove a svettanti palazzi stilizzati è affiancata l’icona dell’occhio. “Una volta che si è compreso l’elemento numerico del concetto di organismo”\, scrive Klee\, “lo studio della natura procede più spedito e con maggiore esattezza” (Diari 536).  \nMa il principio generativo insito in tutte le cose è ravvisabile soprattutto in quelle opere che\, in maniera dichiarata\, evocano o imitano il mondo dell’infanzia\, come in Hier der bestellte Wagen! – Ecco la carretta richiesta\, del 1935\, ma anche nel finissimo dipinto Getrübtes – Turbato\, del 1934\, proveniente dalle collezioni della GAM di Torino\, o ancora in quei lavori dove le figure sono rappresentate con tratti semplici\, stilizzati\, alla maniera dei bambini\, come nel dipinto Gebärde eines Antlitzes (Espressioni di un volto)\, del 1939\, proveniente dalla collezione del Museo del Territorio Biellese.  \nForme di vita organiche e spiriti della materia animano i diversi soggetti presenti nelle opere di Klee. Un’immagine che sembra trovare una sintesi formale in un’opera come Figurale Blätter (Foglie figurate)\, un lavoro del 1938 dove alcune figure antropomorfe\, come piccoli feti\, vivono rannicchiate all’interno di foglie–incubatrici.  \nArtista immerso nello spirito del suo tempo\, dove si avvicendano eclatanti scoperte scientifiche\, Klee recepisce gli sconvolgimenti provocatidalle teorie della relatività e della fisica quantistica\, così come le evoluzione degli studi psicoanalitici\, rielaborandoli in maniera indipendente all’interno di una visione magico-fenomenica dell’universo.  \n*** \nL’esposizione sarà accompagnata da un catalogo pubblicato da Magonza Editore con saggi di Pietro Bellasi\, Guido Magnaguagno e Raffaella Resch\, oltre alla riproduzione completa delle opere in mostra e un apparato bio-bibliografico. \nPietro Bellasi è uno studioso di antropologia dell’arte\, ha insegnato all’Università di Bologna e alla Sorbona\, è curatore di diverse mostre e cataloghi\, tra le quali “Giacometti e l’arcaico”\, Nuoro 2014; “Corpo\, automi e robot”\, Lugano 2010\, “I Giacometti. La valle e il mondo”\, Milano e Mannheim\, 2000-2001; “Un diavolo per capello”\, Bologna 2005; Tinguely e Munari\, La Spezia\, 1994  \nGuido Magnaguagno\, storico dell’arte svizzero; è stato vicedirettore del Kunsthaus di Zurigo e per lunghi anni direttore del Museo Tinguely di Basilea. Ha curato numerose mostre di arte contemporanea ed è esperto di elvetica.  \nRaffaella Resch ha organizzato e coordinato numerose mostre e cataloghi presso la Fondazione Antonio Mazzotta. Attualmente collabora con diverse istituzioni e artisti come free lance.
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SUMMARY:Eugenia Vanni
DESCRIPTION:Il progetto Il vero colore del cielo\, di Eugenia Vanni\, rientra un percorso di riflessione\, avviato dall’artista nel 2008\, sui possibili modi di applicazione e di sviluppo delle attività manuali professionali. L’obiettivo dell’artista è di dilatare il potenziale delle conoscenze specifiche attraverso il compimento di esperienze di tipo estetico\, secondo un processo di trasposizione delle abilità e di annullamento degli usi funzionali. In continuità con questo percorso\, la project room del museo sarà trasformata in un atelier di pittura\, un laboratorio aperto di condivisione di saperi e di studio di nuove prospettive non convenzionali.  \nIl laboratorio\, che si è svolto al MAN dal 23 al 25 ottobre\, ha coinvolto professionisti di diversi settori\, estranei al mondo dell’arte (chirurghi\, cuochi\, estetisti…). Le persone coinvolte sono state invitate ad affrontare il tema del ritratto e a realizzare opere di natura ambigua\, non identificabili né con il lavoro di un professionista\, né con quello di un dilettante\, esprimendo piuttosto l’essenza\, la qualità\, delle specifiche abilità manuali. I manufatti realizzati saranno presentati nelle sale del museo a partire dal 30 ottobre insieme a una selezione di opere dell’artista.  \nIl lavoro di Eugenia Vanni si configura come un’articolata riflessione sulla pittura\, un’analisi in cui il “saper fare” diventa oggetto di un’indagine allargata sulle tecniche e sui processi. Ecco che i tradizionali procedimenti artistici- dall’imprimitura al piano di argilla per bassorilievo – da strumento si fanno soggetto del dipinto. I passaggi intermedi\, dei quali solitamente non rimane traccia\, diventano i protagonisti di opere anomale\, in cui la pittura\, illusione del reale\, diventa una seconda realtà in cui credere.  \nIl lavoro di Eugenia Vanni\, presentato dalla Galleria Fuoricampo\, è stato selezionato dal Museo MAN in occasione di Art Verona 2014\, nell’ambito del progetto Level Zero\, a cui hanno aderito dieci tra i più importanti musei d’arte contemporanea italiani.  \nEugenia Vanni (Siena\, 1980) ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Firenze e la NABA di Milano. Tra le mostre più recenti: Rinvia la mia partenza\, Museo Internazionale e Biblioteca della Musica\, Bologna 2015; Barbecue\, Galleria Riccardo Crespi\, Milano 2014; Sturm und drang\, Museo Marino Marini\, Firenze 2012; Cartabianca-Firenze\, Museo di Villa Croce\, Genova 2012. 
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SUMMARY:Remo Salvadori
DESCRIPTION:Un intervento di Remo Salvadori al MAN nell’ambito del progetto: “L’ALBERO DELLA CUCCAGNA. NUTRIMENTI DELL’ARTE “\, a cura di Achille Bonito Oliva.  \nSabato 10 ottobre 2015. Ore 11.00 \nUni Nuoro – Aula Decamaster  \nNella prima metà degli anni Ottanta Remo Salvadori realizza la prima versione di Continuo infinito presente\, un’opera circolare\, composta da un intreccio di fili in acciaio\, ispirata dalla possibilità di una creazione priva di rotture\, senza soluzione di continuità\, orientata a un’armonizzazione delle dimensioni spaziale e temporale. Dal momento della sua prima esecuzione\, il lavoro diventa elemento costitutivo del linguaggio e della poetica dell’artista\, trovando in seguito nuove forme di sviluppo\, con dimensioni e spessori variabili\, sia all’interno di musei e gallerie\, sia all’esterno\, come opera d’arte pubblica.   \nPer il Museo MAN Remo Salvadori ha immaginato una costruzione partecipata dell’anello. Le premesse teoriche di una nuova parafrasi di Continuo Infinito Presente saranno condivise con il pubblico nell’ambito di un seminario che vedrà la partecipazione di operatori culturali\, architetti e curatori. Al seminario seguirà la costruzione materiale dell’opera nel contesto naturale del Monte Ortobene e il successivo posizionamento nelle sale del MAN\, dove il cerchio si troverà a dialogare con altri lavori dell’artista: Triade\, L’osservatore non l’oggetto osservato\, Nel momento.  \nIl progetto di Remo Salvadori per il Museo MAN\, con la partecipazione di UniNuoro (Decamaster) e dell’Ordine degli Architetti della Provincia di Nuoro\, rientra nell’ambito del programma L’albero della Cuccagna. Nutrimenti dell’arte\, a cura di Achille Bonito Oliva\,  con il patrocinio di EXPO Milano 2015\, che sarà presentato in simultanea su tutto il territorio nazionale il 10 ottobre\, in occasione della XI Giornata del Contemporaneo AMACI – Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani\, articolandosi in vari interventi presso musei pubblici e fondazioni private\, tra cui il MAXXI di Roma\, il MART di Rovereto\, Il Castello di Rivoli (Torino)\, il MADRE di Napoli.  \nL’esperienza artistica di Remo Salvadori (Cerreto Guidi\, 1947)\, prende avvio a Firenze\, dove studia presso l’Accademia di Belle Arti\, e in seguito si sviluppa a Milano\, dove l’artista si stabilisce all’inizio degli anni ’70. Ha partecipato alle Biennali di Venezia del 1982\, 1986 e 1993 e alle edizioni di Documenta\, a Kassel\, del 1982 e del 1992\, oltre ad avere preso parte a numerose mostre collettive\, tra le quali The European Iceberg (Art Gallery of Ontario\, 1985)\, Chambres d’amis (S.M.A.K\, Gand\, 1986) o ancoraHappiness: A Survival Guide for Art and Life (Mori Art Museum\, Tokyo\, 2003). Le sue mostre personali più importanti hanno avuto luogo al Magasin\, Centre National d’Art Contemporain di Grenoble nel 1991\, al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato nel 1997\, alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia\, nel 2005 e al MAXXI\, Roma\, nel 2012.
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SUMMARY:Enrico Piras. Alessandro Sau
DESCRIPTION:Il Museo MAN\, in collaborazione con il Comune di Gavoi\, presenta\, negli spazi del Museo Comunale (Casa Lai)\, Occhio Riflesso\, un lavoro di Enrico Piras e Alessandro Sau nato dalla riflessione sul ruolo dell’opera d’arte\, della sua esistenza e legittimazione e del suo rapporto con il pubblico. \nIl progetto\, il cui esito finale è costituito da due serie di opere – Egyptian Darkness di Enrico Piras\, e Ways of Seeing di Alessandro Sau – si è articolato in due parti proponendo una netta separazione tra il momento intuitivo\, creativo e formale dell’opera realizzata (occhio)\, e la riproduzione e diffusione del suo valore artistico (riflesso) attraverso la documentazione fotografica\, filtro narrativo tra le opere e il pubblico. Nella prima fase si è sviluppato attraverso una serie di mostre bi-personali della durata di un giorno\, realizzate in Sardegna in spazi non convenzionali legati a particolari contesti storici e architettonici: una grotta artificiale\, una domus de janas\, un bunker\, una pinnetta\, un villaggio minerario e una villa nobiliare.  \nI luoghi scelti diventano parte attiva e fondamentale della presentazione\, oltre che oggetto dei lavori esposti\, assumono il ruolo di scenario per le mostre in cui l’apparato strutturale si unisce alle opere stesse\, in una costruzione scenica in cui luci\, generatori elettrici\, proiettori\, convivono e ne rendono possibile la realizzazione. \nLe mostre\, allestite e visitate unicamente dai due artisti\, sono state caratterizzate dall’assenza di pubblico e di una curatela esterna specifica: tutti gli aspetti relativi all’organizzazione espositiva vengono infatti compresi nella stessa pratica artistica. Nella seconda fase\, la restituzione attraverso il medium fotografico ha permesso di veicolarne il contenuto agendo non solo come riproduttore delle opere esposte\, ma anche come testimone di una ricostruzione scenica: i luoghi scelti diventano parte integrante della documentazione\, caricandosi di una forte valenza narrativa.  \nEnrico Piras\, artista e ricercatore visivo\, è nato a Cagliari nel 1987\, dove vive e lavora. Si è diplomato in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Sassari e ha conseguito un master in Fine Arts presso la Utrecht Graduate School of the Arts (NL).  \nAlessandro Sau vive e lavora Cagliari dove è nato nel 1981. Ha studiato Pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma e Arte e Antropologia del Sacro presso l’Accademia di Brera. Ha conseguito un master in Fine Arts presso il Transart institute (University of Plymouth).  \n  \n  \n 
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SUMMARY:Claudia Castellucci
DESCRIPTION:Il Museo MAN\, in collaborazione con il Comune di Gavoi\, presenta la seconda tappa di Setta. Quadri di comportamento\, una personale tematica di Claudia Castellucci a cura di Silvia Fanti\, in collaborazione con il Museo Marino Marini di Firenze. Fino al 30 agosto\, il Museo Comunale di Gavoi (ex Casa Lai) accoglie una serie di opere create dal 1985\, lungo un percorso che ruota attorno alla Rappresentazione\, attraversando scultura\, azione scenica\, linguaggio.  \nArtista\, coreuta e didatta\, Claudia Castellucci ha composto testi drammatici e teorici\, oltre che essere stata interprete in molti spettacoli della Socìetas Raffaello Sanzio\, attraversando e forzando diversi sistemi di rappresentazione\, e ha creato diverse scuole drammatiche e ritmiche unendo alla ginnastica una pratica filosofica. Il suo personale percorso di ricerca\, dopo un’esperienza trentennale\, è sfociato nella composizione di Setta. Scuola di tecnica drammatica\, libro/manuale che presenta 59 giornate di esercizi\, e indici utili a riformulare le giornate. La Socìetas Raffaello Sanzio è una delle compagnie teatrali più note e apprezzate della scena mondiale. Romeo Castellucci\, che l’ha fondata nel 1981 insieme a Claudia Castellucci\, Chiara Guidi e Paolo Guidi\, ha ricevuto  nel 2013 il Leone d’Oro della Biennale di Venezia. \n  \nIl libro Setta. Scuola di tecnica drammatica è caratterizzato da una finalità trasparente e dichiarata (la scuola) e da una struttura intimamente connessa a questa finalità (gli esercizi e le giornate). Le scuole (quelle da lei dirette dal 1989 al 2011\, e quelle potenziali future) sono in realtà una dimensione della conoscenza\, non uno snodo nella trasmissione della stessa. Anzi\, con un “anatema” l’autrice diffida chiunque pratichi questi esercizi a inquadrarli in un metodo canonico. Come scrive Claudia Castellucci  “le indicazioni contenute in questo libro non chiedono di essere meditate\, bensì praticate. Tale pratica è finalizzata alla fondazione di un modo di stare insieme: la scuola. Il libro fonda una scuola se almeno tre persone decidono di metterlo in pratica. La tecnica drammatica è l’ambito utilizzato da questa scuola per conoscere agonisticamente la realtà\, perciò è soltanto un mezzo e non lo scopo di questa scuola. Ambizione del libro è quella di essere utilizzato come un attrezzo utile a sviluppare una scuola. Il carattere rivoluzionario del rapporto scolastico\, fiorito nell’antichità mediterranea\, assegna al modo di conoscere insieme un’importanza che prevale rispetto alla stessa conoscenza delle discipline. Questo modo si compie facendo esercizi. Si sceglie una relazione che serve a favorire la propria conoscenza; non si segue semplicemente una persona. Il tentativo di questo libro è facilitare questa relazione. Si scoprirà allora che perfino il luogo non è essenziale.”  \nLa mostra Setta. Quadri di comportamento\, è la messa in atto del libro. Le opere suggeriscono cosa fare\, sono un prontuario per il comportamento. Come esplicita la stessa Castellucci nei suoi Appunti per l’arte didascalica: “Ho deciso di spiegare i contenuti del mio libro attraverso una serie di quadri didascalici. Scelgo la spiegazione\, e non la teoria\, come nel libro. Invito i critici alla teoria. Ci sono pensieri pratici: esercizi che servono a fondare una scuola reale\, così come reali sono le decisioni che si prendono in merito al contatto con questa. Le opere che faccio sono tutte\, in un modo\, o in un altro\, didascaliche. Anche la tecnica e la materia sono utili ad apprendere. Non voglio esprimere una teoria\, ma invitare alla prassi. La prassi è comunque un dominio di ordine metafisico che allontana l’utilitarismo e l’utilitario: solo l’utile accetta. Questa arte\, l’arte che accetta questo ordine\, è un’arte che serve.”  \nClaudia Castellucci nasce a Cesena nel 1958. Compie i suoi studi al Liceo Artistico a all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Nel 1981 partecipa alla fondazione della Socìetas Raffaello Sanzio\, per la quale compone testi drammatici e teorici\, e con cui passa nei teatri delle principali capitali del mondo. Parallelamente crea scuole ritmiche\, di cui alcune dedicate alla danza e altre allo studio della rappresentazione. Dal 2009 divarica la propria arte in due rami: uno approfondisce il ballo\, come disciplina del tempo praticata da danzatori esperti\, l’altro prosegue l’idea di scuola come opera fatta di relazioni. Continua a recitare sporadicamente testi autografi tra cui i recenti Il Dialogo degli Schiavi e Il Regno Profondo. Ha pubblicato Uovo di bocca. Scritti lirici e drammatici\, Bollati Boringhieri\, 2000 e Setta. Scuola di tecnica drammatica\, Quodlibet\, 2015. \n  \nMuseo Comunale – Gavoi (Nu) \nVia Margherita s.n. \n Dal venerdì alla domenica \nh 10\,00-13\,00 | 17\,00-20\,00 \n  \nPer informazioni: \nMuseo MAN \nvia S. Satta 27 – 08100 Nuoro \ntel. +39 0784 25 21 10 \ninfo@museoman.it \nwww.museoman.it \n  \n 
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SUMMARY:Thomas Hirschhorn
DESCRIPTION:Con 3 “Easycollage” and 6 “Collage-Truth”\, Thomas Hirschhorn trasforma la “project room” del Museo MAN in un ambiente provocatorio\, carico di suggestioni e di contrasti visivi. Il progetto\, a cura di Lorenzo Giusti\, propone una serie di lavori di grandi dimensioni\, più altri di più piccolo formato\, realizzati tra il 2012 e il 2015\, in cui servizi fotografici di moda convivono con immagini di guerra.  \nIl senso di straniamento e di repulsione provocato dalla visione dei collage è l’arma con cui Hirschhorn conduce la propria battaglia contro una relazione semplificata con l’immagine e contro la tendenza della fotografia massmediatica a concentrarsi su aspetti parziali della realtà\, che proprio la fotografia avrebbe la pretesa di catturare\, rimuovendone le sfumature.  \nL’imposizione alla vista di corpi dilaniati dalla guerra e contestualmente di corpi idealizzati dal marketing pubblicitario\, accostamenti apparentemente contrari a ogni logica di senso ed estetica\, costituisce una strategia consapevole\, orientata all’inversione del processo di assuefazione/ipersensibilizzazione indotto dai media.  \nI lavori di Thomas Hirschhorn intendono stimolare il pubblico a prendere consapevolezza del proprio bagaglio visivo\, a fare i conti con la propria sensibilità\, e ad avvertire la necessità di un pensiero critico elaborato rispetto al mondo dei media e\, più in generale\, rispetto alla realtà geopolitica e alle condizioni sociali della contemporaneità.  \nIl progetto 3 “Easycollage” and 6 “Collage-Truth” sviluppa il percorso di indagine sul collage come strumento di analisi critica portato avanti da Hirschhorn nel corso degli ultimi anni. Una ricerca a cui l’artista affianca sia lavori site specific\, che rispondono a una precisa volontà di analisi critica della società (ambienti realizzati perlopiù con materiali poveri e oggetti d’uso comune)\, sia operazioni partecipative\, che prevedono un coinvolgimento diretto del pubblico\, come nel caso dei progetti della serie “Presence and Production”\, come  “Deleuze Monument” (Avignone\, 2000)\, “Bataille Monument” (Kassel\, 2002)\, “24h Foucault” (Parigi\, 2004)\, “The Bijlmer Spinoza-Festival” (Amsterdam\, 2009)\, “Gramsci Monument” (New York\, 2013) e “Flamme éternelle” (Parigi\, 2014). \nThomas Hirschhorn (Berna\, 1957)\, si trasferisce a Parigi nel 1983 dopo gli studi  alla Schule für Gestaltung di Zurigo. Ha presentato i propri lavori in numerosi musei\, gallerie e manifestazioni internazionali\, fra cui la Biennale di Venezia (1999 e 2015)\, Documenta 11 (2002)\, La 27a Biennale di San Paolo (2006)\, la 55a edizione del Carnegie International di Pittsburg (2008)\, il Padiglione Svizzero alla Biennale di Venezia del 2011\, La Triennale al Palais de Tokyo di Parigi (2012)\, la 9a Biennale di Shanghai (2012)\, la Gladstone Gallery New York (2012)\, Manifesta 10 a San Pietroburgo (2014). Il suo lavoro più recente\, “Flamme éternelle”\, parte del progetto “Presence and Production”\, è stato presentato nel 2014 al Palais de Tokyo. MIT Press-October Books ha pubblicato una selezione dei suoi scritti critici (Critical Laboratory: The Writings of Thomas Hirschhorn\, 2013). Ancora più recente è l’uscita del libro dedicato al “Gramsci Monument” (edito nel 2015 da Dia Foundation e Koenig Books)\, progetto che l’artista ha sviluppato nel Bronx di New York nel 2013. Numerosi i premi ricevuti: “Preis für Junge Schweizer Kunst” (1999)\, “Prix Marcel Duchamp” (2000)\, “Rolandpreis für Kunst im öffentlichen Raum” (2003)\, “Joseph Beuys-Preis” (2004) and the “Kurt Schwitters-Preis” (2011).
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SUMMARY:Vivian Maier
DESCRIPTION:Dopo gli Stati Uniti il fascino di Vivian Maier sta incantando l’Europa. \nBambinaia per le famiglie benestanti di New York e Chicago sino dai primi anni Cinquanta del secolo scorso\, per oltre cinque decadi ha fotografato la vita nelle strade delle città in cui ha vissuto senza mai far conoscere il proprio lavoro. Mai una mostra\, neppure marginale\, mai una pubblicazione. \nCiò che ha lasciato è un archivio sterminato\, con più di 150.000 negativi\, una miriade di pellicole non sviluppate\, stampe\, film in super 8 o 16 millimetri\, registrazioni\, appunti e altri documenti di vario genere che la tata “francese” (la madre era originaria delle Alpi provenzali) accumulava nelle stanze in cui si trovava a vivere\, custodendo tutto con grande gelosia. \nConfinato infine in un magazzino\, il materiale è stato confiscato nel 2007\, per il mancato pagamento dell’affitto\, e quindi scoperto dal giovane John Maloof in una casa d’aste di Chicago. \nLa mostra al MAN di Nuoro\, a cura di Anne Morin\, realizzata in collaborazione con diChroma Photography\, sarà la prima di Vivian Maier ospitata da un’Istituzione pubblica italiana. \nPartendo dai materiali raccolti da John Maloof\, il progetto espositivo fornisce una visione d’insieme dell’attività di Vivian Maier ponendo l’accento su elementi chiave della sua poetica\, come l’ossessione per la documentazione e l’accumulo\, fondamentali per la costruzione di un corretto profilo artistico\, oltre che biografico. \nInsieme a 120 fotografie tra le più importanti dell’archivio di Maloof\, catturate tra i primi anni Cinquanta e la fine dei Sessanta\, la mostra presenta anche una serie di dieci filmati in super 8 e una selezione di immagini a colori realizzate a partire dalla metà degli anni Sessanta. Privi di tessuto narrativo e senza movimenti di camera\, i filmati fanno chiarezza sul suo modo di approcciare il soggetto\, fornendo indizi utili per l’interpretazione del lavoro fotografico. \nGli scatti degli anni Settanta raccontano invece il cambiamento di visione\, dettato dal passaggio dalla Rolleiflex alla Leica\, che obbligò Vivian Maier a trasferire la macchina dall’altezza del ventre a quella dell’occhio\, offrendole nuove possibilità di visione e di racconto. \nLa mostra sarà inoltre arricchita da una serie di provini a contatto\, mai esposti in precedenza\, utili per comprendere i processi di visione e sviluppo della fotografa americana. \nA conquistare il pubblico\, prima ancora delle fotografie\, è la storia di “tata Vivian”\, perfetta per un romanzo esistenziale o come trama di una commedia agrodolce; talmente insolita\, talmente affascinante\, da non sembrare vera. \nMa al di là del racconto\, al di là delle note biografiche\, dei piccoli grandi segreti rivelati dalle persone che l’hanno conosciuta\, al di là del suo ritratto di donna eccentrica e riservata\, dura e curiosa come pochi altri\, custode di un mistero non ancora svelato\, al di là di tutto c’è il grande lavoro fotografico di Vivian Maier\, su cui molto rimane ancora da dire. \nVivian Maier ha scattato perlopiù nel tempo libero e a giudicare dai risultati si può credere che\, in quel tempo\, non abbia fatto altro. I suoi soggetti prediletti sono stati le strade e le persone\, più raramente le architetture\, gli oggetti e i paesaggi. \nFotografava ciò che improvvisamente le si presentava davanti\, che fosse strano\, insolito\, degno di nota\, o la più comune delle azioni quotidiane. Il suo mondo erano “gli altri”\, gli sconosciuti\, le persone anonime delle città\, con cui entrava in contatto per brevi momenti\, sempre mantenendo una certa distanza che le permetteva di fare dei soggetti ritratti i protagonisti inconsapevoli di piccole-grandi storie senza importanza. \nOgni tanto però\, in alcune composizioni più ardite\, Vivian Maier si rendeva visibile\, superava la soglia della scena per divenire lei stessa parte del suo racconto. Il riflesso del volto su un vetro\, la proiezione dell’ombra sul terreno\, la sua silhouette compaiono nel perimetro di molte immagini\, quasi sempre spezzate da ombre o riflessi\, con l’insistenza un po’ ossessiva di chi\, insieme a un’idea del mondo\, è in cerca soprattutto di se stesso. In questa indagine senza fine talvolta coinvolgeva anche i bambini che le venivano affidati\, costringendoli a seguirla in giro per la città\, in zone spesso degradate di New York o di Chicago. A uno sguardo sensibile e benevolo per gli umili\, gli emarginati\, univa una vena sarcastica\, evidente in molti scatti rubati\, che colpiva un po’ tutti\, dai ricchi borghesi dei quartieri alti agli sbandati delle periferie. \n“Di Vivian Maier – afferma Lorenzo Giusti\, Direttore del MAN – si parla oggi come di una grande fotografa del Novecento\, da accostare ai maestri del reportage di strada\, da Alfred Eisenstaedt a Robert Frank\, da Diane Arbus a Lisette Model. Le grandi istituzioni museali fanno però fatica a legittimare il suo lavoro\, vuoi perché\, in tutta una vita\, non ebbe una sola occasione per mostrarlo\, vuoi per la diffusa – e legittima – diffidenza verso l’attività degli “hobbisti”. Ma i musei\, si sa\, arrivano sempre un po’ in ritardo. \nDelle opere di Vivian Maier non colpisce soltanto la capacità di osservazione\, l’occhio vigile e attento a ogni sensibile variazione dell’insieme\, l’abilità di composizione e di inquadramento. Ciò che più impressiona è la facilità nel passare da un registro all’altro\, dalla cronaca\, alla tragedia\, alla commedia dell’assurdo\, sempre tendendo saldamente fede al proprio sguardo. Una voce rimasta per molto tempo fuori dal coro\, ma senza dubbio ben accordata”.
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SUMMARY:Sardegna reportage 2015
DESCRIPTION:La commissione del concorso “Sardegna Reportage”\, riunitasi a Gavoi il 13 giugno scorso\, ha individuato quattro progetti tra i centouno presentati al Museo MAN da altrettanti concorrenti\, segnalando in particolare il lavoro di Matteo Melis\, “Cagliari\, vita e costumi di una città del 2015”.  \nGli altri progetti segnalati dalla commissione sono i reportage di Erik Chevalier\, “Terra di nessuno”\, di Bruno Olivieri\, “Il desiderio”\, e di Stefano Pia\, “Kilometri Zero”. La commissione ha inoltre ritenuto opportuno attribuire una menzione speciale ad alcuni singoli scatti presentati dai fotografi Paolo Marchi\, Gigi Murru\, Virgilio Piras e Daniele Pischedda.  \nIspirato al lavoro di Vivian Maier\, alla quale il MAN dedicherà un’importante retrospettiva a partire dal prossimo 10 luglio\, il concorso “Sardegna Reportage” 2015 era dedicato alla fotografia di strada (Street Photography)\, un genere che rivolge la propria attenzione alla vita negli spazi pubblici\, e richiedeva la capacità di raccontare ambienti\, persone\, situazioni o contesti urbani della Sardegna di oggi attraverso il medium fotografico\, concentrandosi sulla vita quotidiana\, i cambiamenti di costume\, le interazioni umane\, lo spirito e le contraddizioni del nostro tempo. Coerentemente con quanto richiesto\, le opere individuate dalla giuria si distinguono per la capacità di catturare situazioni curiose o dense di pathos e per il tempismo nel cogliere attimi significativi.  Dei diversi lavori sono stati valutati le motivazioni originarie\, i temi individuati\, la forza comunicativa\, l’attinenza al genere prescelto\, oltre agli aspetti formali e di qualità delle immagini.  \nLa commissione – composta da Michele Smargiassi\, giornalista di Repubblica e curatore del blog Fotocrazia\, Paolo Curreli\, redattore delle pagine culturali della Nuova Sardegna e Max Solinas\, giornalista\, photo editor e fotoreporter dell’Unione Sarda – ha così motivato la scelta fatta:  \n“Tra tutti i progetti presentati\, molto differenti tra loro per intenzioni e qualità\, la giuria ha scelto di selezionare quattro portfolio personali e altrettanti scatti singoli\, diversi tra loro per sensibilità\, approccio  formale\, scelta di soggetti e stile. Segnaliamo tra tutti  il progetto di Matteo Melis\, “Cagliari\, vita e costumi di una città del 2015”. Le cinque fotografie presentate colgono\, con coerenza stilistica e sensibilità di sguardo\, mutamenti della città contemporanea in cui sono ancora ravvisabili le tracce di una specificità locale ma ormai diluite nell’alveo della globalizzazione. A parere della giuria l’autore ha ben interpretato il linguaggio ormai classico della “street photography”\, come richiesto dal bando\, declinandolo in modo personale; l’attenzione al banale come all’insolito aspetto delle relazioni umane in un angolo di scena urbana rendono questo lavoro  particolarmente interessante e degno di nota”.   \nIl progetto di Matteo Melis\, insieme agli altri lavori indicati dalla commissione\, sarà presentato al Museo MAN a partire dal prossimo 10 luglio\, in concomitanza con la mostra dedicata a Vivian Maier. \n 
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SUMMARY:Italo Zuffi
DESCRIPTION:“Potersi dire” è il titolo del progetto di Italo Zuffi per il Museo MAN\, secondo di una serie di momenti di approfondimento sul lavoro dell’artista avviata nello scorso febbraio dalla Nomas Foundation di Roma e destinata a coinvolgere\, nel corso del 2015\, il de Appel Arts Centre di Amsterdam e l’ar/ge kunst di Bolzano. \nL’esposizione al MAN è rivelatrice dei due distinti percorsi di ricerca presenti nell’opera dell’artista: un versante più intimista\, di indagine introspettiva\, e uno legato all’analisi del suo rapporto con il sistema-arte\, sempre visualizzato e risolto con filtro autobiografico. \nAl primo filone appartiene il lavoro Poesie doppie\, ideato nel 2014\, una performance in cui Zuffi recita alcune sue poesie scritte nel corso degli ultimi anni. Il contenuto delle poesie offre uno sguardo sul tempo delle relazioni\, “su una presa di coscienza corporea\, in transito verso un alleggerimento esistenziale”. La recita a memoria delle poesie avviene in base a una coreografia tesa a crearsi una distrazione\, nonché a proporre un esercizio di specchiatura. \nIl secondo lavoro in mostra\, Incentivi\, è una nuova produzione realizzata in occasione del progetto al MAN\, concepita come un dialogo diretto con il sistema dell’arte\, di cui sono evocate regole interne e logiche collettive di legittimazione. Un ciclo di testi su tela che riflettono sul rapporto tra produzione di opere e loro circolazione attraverso sistemi promozionali e di mercato. Questi nuovi lavori\, presentati negli spazi della project room del museo\, proseguono il percorso di verifica\, avviato dall’artista nel 2010\, attorno al concetto di “competizione” intesa come rappresentazione di ciò che concerne sia strategie di diffusione del lavoro\, sia i luoghi e gli agenti in cui queste si attivano. In questo caso\, il lavoro interroga l’economia dell’artista nell’ambito allargato del mercato dell’arte. \nAlla mostra al MAN sarà affiancato un laboratorio con gli allievi del master di primo livello in Diritto ed economia dell’Arte e della Cultura (Decamaster) organizzato dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Sassari in collaborazione con UniNuoro e Fondazione Banco di Sardegna. Il laboratorio prevede lo svolgimento di una serie di esercizi di gruppo\, tesi allo sviluppo di un’analisi critica della visione e dell’esperienza dell’opera in un contesto di sistema. \n\n\n\n\nItalo Zuffi\n\n\nItalo Zuffi (Imola\, 1969. Vive a Milano) nel suo lavoro utilizza scultura\, performance\, foto e scrittura per creare “non un disegno totale\, bensì una serie indefinita di stanze” (Pier Luigi Tazzi\, 2003). Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna (Diploma in Pittura\, 1993)\, e al Central St Martins College of Art & Design di Londra (Master of Arts\, 1997). Nel 2001 gli è stata assegnata la Wheatley Bequest Fellowship in Sculpture presso l’Institute of Art & Design di Birmingham (GB). È docente di Scultura presso l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila dal febbraio 2015\, e dal 2011 è Guest-Lecturer in Performance alla Royal Academy of Arts dell’Aja (NL). \nMostre personali (recenti): Quello che eri\, e quello che sei\, Nomas Foundation\, Roma; Gli ignari\, appartamento privato\, Milano (2013); La penultima assenza del corpo\, Fondazione Pietro Rossini\, Briosco (2012); Zuffi\, Italo\, Pinksummer\, Genova (2010). \nMostre collettive (recenti): Esercizi di Rivoluzione\, un progetto di Maxxi e Nomas Foundation\, Maxxi\, Roma (2014); Le leggi dell’ospitalità\, Galleria P420\, Bologna (2014); Per4m\, Artissima\, Torino (2014); I baffi del bambino\, Lucie Fontaine\, Milano (2014); La Pelle – Symphony of Destruction\, MAXXX Project Space\, Sierre (2014); Le statue calde\, Museo Marino Marini\, Firenze (2014); Drive my car\, OPENING Via Pola\, Milano (2013); Italia Tropici\, Angelo Mai Altrove Occupato\, Roma (2013); Il fascino discreto dell’oggetto. Figura 2: Natura Morta\, GNAM\, Roma (2013); Almanac\, Newman Popiashvili gallery\, New York (2013); Fuoriclasse\, Villa Reale\, Milano (2012)\, Mexico City Blues\, Shanaynay\, Parigi (2012) e New York Gallery\, New York (2012).
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DESCRIPTION:“La costante resistenziale” è un progetto espositivo che mira a fornire un quadro complessivo delle ricerche più innovative che\, dai primi anni dell’autonomia regionale ai giorni nostri\, hanno caratterizzato la scena artistica sarda. Un programma triennale che\, entro il 2017\, porterà a ricostruire sei decenni di attività sperimentale\, mettendo in evidenza tematiche\, eventi\, gruppi e personalità. \nL’individuazione di un possibile “connotato specifico” da riconoscere all’interno delle diverse esperienze\, costituisce l’ossatura di questo progetto. La “Costante resistenziale sarda” è un concetto con il quale l’archeologo Giovanni Lilliu ha cercato di esprimere la storica lotta condotta dal popolo sardo contro le potenze coloniali che di volta in volta si sono affacciate sulle coste dell’isola. “La Sardegna”\, ha scritto Lilliu\, “in ogni tempo\, ha avuto uno strano marchio storico: quello di essere stata sempre dominata (in qualche modo ancora oggi)\, ma di avere sempre resistito. Un’Isola sulla quale è calata per i secoli la mano oppressiva del colonizzatore\, a cui ha opposto\, sistematicamente\, il graffio della resistenza. Perciò\, i Sardi hanno avuto l’aggressione di integrazioni di ogni specie ma\, nonostante questo\, sono riusciti a conservarsi sempre se stessi.” \nNel quadro dell’indagine sulla produzione artistica e culturale\, il concetto di “costante resistenziale”\, viene a delinearsi come una metafora ideale e allo stesso tempo come un criterio di visione privilegiato attraverso il quale osservare lo sviluppo delle pratiche artistiche e dei linguaggi espressivi alla luce degli influssi esterni\, del dibattito critico e delle tendenze nazionali e internazionali\, di volta in volta recepite o negate\, affermate o reinterpretate. \nLa prima delle tre mostre\, “Venticinque anni di ricerca artistica in Sardegna”\, in programma al Museo MAN dal 17 aprile al 28 giugno 2015\, intende guardare alla generazione di artisti emersi tra il 1957 e il 1983. L’arco di tempo individuato\, così come il titolo proposto\, fanno riferimento a un importante precedente storico: la mostra\, realizzata nel 1983 dal Comune di Nuoro e dal Consorzio per la pubblica lettura Sebastiano Satta\, a cura di Salvatore Naitza e Sandra Piras\, che intendeva fare il punto sulla produzione dell’ultimo quarto di secolo attraverso i lavori di un nutrito gruppo di autori di diversa formazione e tendenza. \nLa scelta del 1957 come data di inizio del percorso di rinnovamento si spiega in ragione di un evento che ebbe luogo a Nuoro. Quell’anno\, nell’ambito della Biennale d’Arte\, una giuria composta da Elena Baggio\, Felice Casorati\, Mario Delitala\, Rodolfo Pallucchini e Marco Valsecchi\, assegnò il Premio Sardegna di pittura a Mauro Manca per l’opera intitolata L’ombra del mare sulla collina; un dipinto di matrice cubista\, che nel precorrere le sperimentazioni segnico-materiche che l’artista avrebbe portato avanti negli anni successivi\, segnava un netto spartiacque tra le esperienze figurative e quelle astratte. \nLa diffusione dei nuovi linguaggi si registrerà nell’isola in seguito al trasferimento di Mauro Manca a Sassari come direttore dell’Istituto Statale d’Arte (1959)\, divenuto sotto la sua direzione riferimento di indagini avanzate\, e col sorgere a Cagliari di formazioni di ricerca come “Studio 58” e\, nel decennio successivo\, il “Gruppo Iniziativa”\, attivo tra il 1960 e 1965\, il “Gruppo Transazionale” (1966)\, sotto la guida metodologica di Corrado Maltese\, e il “Centro di Cultura Democratica”\, fondato nel 1967. \nIntorno a Manca e alla sua scuola nasce il “Gruppo A” (1962)\, che raccoglie le istanze dei protagonisti della nuova generazione sassarese. Eredità successivamente recepita dal “Gruppo della Rosa” (1976) all’interno del quale vedranno la luce le indagini di quegli artisti usciti dall’Istituto d’Arte e lì ritornati in qualità di insegnanti. \nGruppi non sempre omogenei\, formatisi nelle due maggiori città della regione\, a cui\, in un quadro generale che tiene conto anche delle specificità geografiche e culturali di Nuoro – un centro di produzione e promozionale della cultura sarda aperto alla ricezione degli influssi esterni – si affiancano personalità indipendenti di diverso orientamento. \nI Sessanta e i Settanta in Sardegna sono stati anche gli anni della critica impegnata che\, dalle pagine dei quotidiani locali\, vede attivi intellettuali di estrazione diversa (storici dell’arte\, antropologi\, linguisti) in un dibattito costruito sul rifiuto parallelo di un regionalismo chiuso e di un cosmopolitismo di maniera. Un’esperienza complessa e talvolta contraddittoria\, in bilico tra una dimensione interna\, di definizione della propria specificità culturale\, ed una esterna\, nella consapevolezza della necessità di inserire i problemi culturali sardi nel quadro di coordinate internazionali. \nLa costante resistenziale #1. Artisti in mostra: Italo Antico\, Antonio Atza\, Gaetano Brundu\, Paolo Bullitta\, Zaza Calzia\, Giovanni Campus\, Giovanni Canu\, Sergio Cara\, Giovanni Carta\, Tonino Casula\, Aldo Contini\, Salvatore Coradduzza\, Paola Dessy\, Nino Dore\, Angelino Fiori\, Gino Frogheri\, Maria Lai\, Ermanno Leinardi\, Angelo Liberati\, Carlo Loi\, Mauro Manca\, Nicolò Masia\, Luigi Mazzarelli\, Mirella Mibelli\, Rosetta Murru\, Luciano Muscu\, Costantino Nivola\, Primo Pantoli\, Igino Panzino\, Giuseppe Pettinau\, Gaetano Pinna\, Giovanni Pintori\, Roberto Puzzu\, Rosanna Rossi\, Vincenzo Satta\, Pinuccio Sciola\, Giovanna Secchi\, Antonio Secci\, Agostino Sini\, Ugo Ugo\, Italo Utzeri. \n“La costante resistenziale” è un progetto pluriennale del Museo MAN\, ideato da Lorenzo Giusti\, che nel corso del suo sviluppo si avvarrà della collaborazione di diversi studiosi. Il primo dei tre eventi in programma\, Venticinque anni di ricerca artistica in Sardegna (1957-1983)\, è curato da Emanuela Manca\, con la consulenza di Rosanna Rossi e Silvano Tagliagambe.
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SUMMARY:Civil Servants
DESCRIPTION:Il progetto “Civil Servants”\, a cura di Micaela Deiana\, nasce da una ricognizione delle pratiche artistiche di natura antagonista portate avanti in Sardegna\, volte alla formulazione di modelli di analisi\, decostruzione e problematizzazione dell’attuale contesto socio-politico.  In questo ricco filone\, sul crinale fra attivismo e ricerca artistica\, la mostra si concentra in particolare su quelle indagini che\, nel corso degli ultimi anni\, hanno sollevato importanti questioni ambientali\, fondamentali per il futuro dell’isola. \nL’espressione “Civil Servant” appartiene alla cultura anglosassone e indica la responsabilità e il profondo senso civico con il quale i funzionari statali prestano il proprio servizio alla comunità di cui sono parte. Gli artisti selezionati fanno di questa attitudine un elemento chiave della propria poetica\, dando vita a opere\, ma soprattutto azioni\, in cui l’arte diventa strumento di critica sociale per sensibilizzare il territorio al valore del bene comune. \nAttraverso le narrazioni di Leonardo Boscani\, Riccardo Fadda\, Pasquale Bassu ed Eleonora Di Marino\, la mostra racconta in particolare gli effetti dell’occupazione e dello sfruttamento del suolo ad opera di poli industriali che hanno caratterizzato la cosiddetta “rinascita industriale sarda” negli anni Sessanta e Settanta\, e gli strumenti critici con cui oggi si cerca di far fronte al fallimento politico-economico di quelle strategie di sviluppo e di dare avvio al difficile processo di riconversione. \n\n\n\n\nLeonardo Boscani\n\n\nLeonardo Boscani (Sassari\, 1961)\, da anni attivo sul fronte della critica sociale attraverso progetti di ricerca artistica\, propone Studio di fattibilità per l’allevamento del cervo semibrado nel territorio di Monte Rosè\, opera “distopica”\, a cura della Fondazione A. Cicchiarelli\, per la programmazione di un nuovo sviluppo del settore dell’allevamento nel nord Sardegna parallelo agli interventi di bonifica dell’industria chimica dell’area di Porto Torres. \n\n\n\n\nRiccardo Fadda\n\n\nRiccardo Fadda (Porto Torres\, 1976)\, fondatore del collettivo artistico AZ.Namusn.Art\, presenta un gruppo di lavori dalla serie Anarchaeology\, in cui affronta criticamente il tema del patrimonio culturale invitando alla presa di coscienza di una rinnovata identità locale che tenga conto delle condizioni dell’ambiente e delle contraddizioni del territorio. \n\n\n\n\nPasquale Bassu\n\n\nPasquale Bassu (Nuoro\, 1979)\, uno dei nuovi membri del gruppo nuorese “Seuna Lab”\, dà luogo a una performance dal titolo Io sono stato\, coinvolgendo il pubblico in un mutuo scambio di servizi garantito da un circuito di banconote creato dall’artista stesso. \n\n\n\n\nEleonora Di Marino\n\n\nEleonora Di Marino (Carbonia\, 1990) presenta Betile\, opera inserita nella ricerca di S.p.a. – Soluzioni Per l’Ambiente\, un progetto in itinere che evidenzia le contraddizioni del caso “Fanghi Rossi”\, terreni tutelati dal punto di vista paesaggistico benché tossici\, a causa della presenza di residui metallici dovuta alle lavorazioni minerarie. L’artista fa parte del collettivo Giuseppe Frau Gallery\, operante nel nel Sulcis – Iglesiente.
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SUMMARY:Canto di strada
DESCRIPTION:Frutto di un dialogo ideale scaturito dalla condivisione di una concezione del cammino come motore di esperienze artistiche\, la mostra\, a cura di Lorenzo Giusti\, presenta una serie di nuovi lavori – fotografie\, wall drawings\, disegni e installazioni – nati dalla comune esperienza di viaggio sulle montagne della Sardegna centrale. Hamish Fulton (Londra\, 1946) è una delle figure più rappresentative dell’arte inglese degli ultimi decenni. Insieme a Richard Long è considerato il padre fondatore di un movimento internazionale di “artisti camminatori”\, di cui l’austriaco Michael Höpfner (Krems\, 1972) è oggi uno degli esponenti più significativi. \nLa mostra al MAN di Nuoro mette per la prima volta a confronto il lavoro dei due artisti\, individuando nel viaggio sulle montagne del Supramonte e del Gennargentu un terreno comune di confronto. Un’esperienza di immersione totale nella natura aspra della Barbagia orientale che ha visto muovere i due artisti per due settimane nello stesso ambiente\, senza mai incontrarsi. Uniti da una medesima passione per la montagna e da una comune visione della pratica artistica come espressione di esperienze personali (anche quando fatte in gruppo)\, Fulton e Höpfner aprono\, attraverso l’utilizzo di linguaggi diversi – più concettuale quello del primo\, con testi o grafici di percorso\, più visivo quello del secondo\, con fotografie e installazioni – una significativa riflessione sul ruolo dell’arte\, sui concetti di esperienza e di creazione\, oltre che sul rapporto tra uomo e ambiente. \nCompleterà il progetto un catalogo\, pubblicato da NERO\, con testi di Lorenzo Giusti\, Giovanni Carmine e Muriel Enjalran. \nLa mostra sarà accompagnata da un programma di attività laboratoriali a cura della sezione didattica del museo e da esperienze di cammino per il pubblico\, in collaborazione con artisti e guide ambientali del territorio.  \n\n\n\n\nHamish Fulton\n\n\nInizia la sua carriera alla fine degli anni Sessanta\, definendosi “Walking Artist”\, un modo per distinguere il proprio lavoro dalle pratiche della Land Art a cui era stato inizialmente accomunato. La sua è un’arte esperienziale\, che si nutre di lunghi percorsi a piedi in contesti naturali\, in particolare di montagna\, dall’Europa al Sudamerica\, dal Tibet al Giappone. A partire dagli anni Novanta ha declinato parte del proprio lavoro in una dimensione partecipata\, finalizzata alla condivisione dell’esperienza del cammino\, che ha trovato applicazione e sviluppo anche in contesti urbani. Le sue opere sono conservate nelle collezioni dei più importanti musei del mondo\, dal MOMA di New York\, al Centre Pompidou di Parigi\, alla Tate Modern di Londra. \n\n\n\n\nMichael Höpfner\n\n\nVive tra Vienna e Berlino. Il suo lavoro si incentra sull’esperienza del viaggio a piedi\, attraverso zone desertiche o scarsamente abitate dall’Ucraina alla Cina\, dal Kirghizistan alla Corea del Sud. Un percorso iniziato come esplorazione fisica e mentale di spazi geografici e che è proseguito come riflessione sui concetti di realtà e di luogo. Tra le mostre più recenti si ricordano quelle al Kunstforum Bank di Vienna\, alla Kunsthalle di San Gallo\, al Kunstverein di Salisburgo\, all’ar/ge Kunst di Bolzano e nelle gallerie Olaf Stüber di Berlino e Hubert Winter di Vienna.
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SUMMARY:Antonio Rovaldi
DESCRIPTION:“Mi è scesa una nuvola” racconta il viaggio in bicicletta di Antonio Rovaldi attorno alla Sardegna. La mostra al Museo MAN – che segue l’esposizione dello scorso anno a Gavoi\, in occasione del Festival Letterario “Isola delle Storie” – è parte del progetto Orizzonte in Italia\, cominciato dall’artista nel 2011 e conclusosi con l’esperienza sarda nell’estate del 2014. \nLa mostra\, concepita appositamente per le sale del museo\, consiste in un’installazione fotografica composta da 20 elementi corrispondenti ad altrettante tappe del viaggio. Immagini dell’orizzonte – in linea con il progetto generale – sulle quali l’artista riporta i tratti percorsi\, ricostruendo una sorta di punteggiatura del perimetro dell’isola\, oltre che un nuovo pentagramma cromatico a raccontare “una distanza”. \nUn’installazione audio accompagna le immagini\, un montaggio di voci degli abitanti del territorio\, interpellati dall’artista sulle vie da percorrere per raggiungere le mete prefissate. Ciò che viene a crearsi è un dialogo surreale\, basato su un’idea personale di distanza fra i luoghi e le cose. Le direzioni della mappa della Sardegna seguite dall’artista sono costantemente contraddette e ridisegnate dalle persone incontrate\, creando una vera e propria mappatura orale del territorio. \nAccompagnerà la mostra un catalogo bilingue\, edito da Humboldt Books\, che raccoglie l’intero progetto Orizzonte in Italia\, con appunti di viaggio\, immagini\, disegni e testi di Lorenzo Giusti Leonardo Passarelli\, Pier Luigi Tazzi e Francesco Zanot. \n\n\n\n\nAntonio Rovaldi\n\n\nNasce a Parma nel 1975. La sua ricerca si muove intorno a tematiche relative la percezione dei luoghi e del paesaggio\, mettendo sempre in relazione i differenti media utilizzati\, come la fotografia\, il video\, la scultura. La dimensione della distanza fra i luoghi\, l’attraversamento fisico e mentale in essi\, veri o immaginari che siano\, sono una costante della sua ricerca. Dal 2006 Rovaldi divide la sua città di adozione\, Milano\, con New York dove ha partecipato a diverse residenze d’artista e mostre. Tra le sue personali più recenti si segnalano quelle all’Hirshhorn Museum di Washington dc\, alla galleria Monitor di Roma e quella alla galleria The Goma a Madrid . \n 
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SUMMARY:Marinella Senatore
DESCRIPTION:Il museo MAN\, nell’ambito della seconda edizione del progetto “Museo Chiama Artista”\, promosso da AMACI\, è lieto di presentare al pubblico il film “Jammin’ Drama Project”\, dell’artista e filmaker Marinella Senatore. L’opera sarà visibile nelle sale del Museo MAN a partire dal prossimo 13 dicembre durante gli orari di apertura del museo. \nIl documentario è un progetto partecipativo che ha coinvolto oltre 450 membri della eterogenea comunità di Harlem nella costruzione collettiva di un canovaccio per un dramma radiofonico\, strutturato in 4 capitoli e registrato dal vivo. La collaborazione tra i partecipanti\, fondata sul dialogo tra identità\, generazioni e razze diverse\, ha dato vita a una jam session di idee\, desideri e esperienze\, analizzando le dinamiche sociali e le modalità di convivenza in una società multiculturale. Un archivio di narrazioni condivise che ridefinisce il significato di comunità.  \n“Sento di essere parte di quei processi che vedono l’artista come un attivatore di energie – afferma Marinella Senatore – che ha uno spartito attraverso il quale le persone negoziano\, o contestano\, la loro partecipazione. Cerco di mettere in atto uno scambio affettivo\, che passi di storia in storia. Il racconto stesso diventa scambio e spesso si costruisce una situazione di laboratorio aperto\, dove chi lavora impara qualcosa e lo porta con sé assieme al ricordo di essere stato sul set”.  \nMarinella Senatore (1977) vive e lavora tra Londra e Berlino. Dal 2006 cura progetti di partecipazione pubblica\, coinvolgendo intere comunità alla realizzazione di opere collettive nelle quali i ruoli dell’artista come autore e del pubblico come destinatario passivo vengono messi in discussione e rielaborati. Ha esposto i propri lavori (cortometraggi\, fotografie\,disegni\, installazioni) in numerosi musei italiani e stranieri tra i quali la Kunsthalle di San Gallo\, il Museum of Contemporary Art di Santa Barbara\, il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Nel 2014 le è stato assegnato il Premio MAXXI.  \nMuseo Chiama Artista\, è un progetto AMACI (l’Associazione nazionale dei Musei d’arte moderna e contemporanea) nato con l’intento di sostenere attivamente il sistema del contemporaneo nel nostra Paese\, favorendo e divulgando le più nuove forme di sperimentazione artistica attraverso la commissione ad artisti italiani di opere successivamente presentate all’interno dei musei associati. \nL’edizione 2014\, a cura di Ludovico Pratesi e Angela Tecce\, vede consolidarsi la collaborazione con il MiBACT attraverso il Piano per l’Arte Contemporanea\, strumento che il Ministero si è dato per il finanziamento di proposte volte all’incremento del patrimonio pubblico di arte del nostro tempo.  \nLa scelta di Marinella Senatore\, che fonda la sua pratica artistica sulla partecipazione e sulla condivisione del processo creativo\, risponde all’ambizione di far entrare l’arte contemporanea nella vita quotidiana dei cittadini\, mettendo in primo piano il rapporto tra creatività personale e dinamiche sociali. 
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SUMMARY:Vincenzo Satta
DESCRIPTION:In seno alla manifestazione Magie d’inverno\, sarà assegnato il Premio Montblanc\, un riconoscimento alla creatività e all’ingegno della città di Nuoro\, che prevede la selezione annuale di due personalità rappresentative. La cerimonia\, che si svolgerà il 7 novembre alle ore 17 presso l’Istituto Regionale Etnografico\, sarà seguita dall’inaugurazione della mostra di Vincenzo Satta al museo MAN. \nLa ricerca di Satta si sviluppa a partire da forme geometriche per raggiungere\, nel corso degli anni\, soluzioni più libere. Dopo una prima fase influenzata dalle ricerche di area informale\, e una seconda in linea con il clima della pittura analitica\, all’interno della quale l’artista individua un percorso autonomo di grande rigore\, nella produzione più matura le forme geometriche cedono il passo a linee curve e forme ondulate e I’attenzione si focalizza ancora\, come sempre\, sul ruolo centrale della luce.  \nLe opere inedite in mostra al MAN appartengono a quest’ultimo periodo. Tele strutturate su toni chiari ed evanescenti\, di giallo\, rosa o di azzurro\, nelle quali la pittura risulta alleggerita da offuscamenti che ne trasformano il timbro\, attenuandolo. La luce di queste superfici non viene quindi ottenuta tramite l’uso del colore\, che quasi trascende la propria materialità\, ma attraverso infinite velature che ne condizionano la percezione. \nModulata dal mutare dell’inclinazione emotiva dell’artista\, la luce non viene potenziata e proiettata all’esterno ma\, al contrario\, catturata e quasi celata nel susseguirsi delle diverse fasi di realizzazione del quadro\, colta nella sua ultima possibilità d’essere\, fermata un attimo prima del suo spegnersi. \n  \n\n\n\nVincenzo Satta\n\n\nNato a Nuoro nel 1937. Frequenta l’Istituto d’Arte di Sassari nella sezione di Architettura con Stanis Dessy e Vico Mossa. Nel 1961 si iscrive alla Accademia di Belle Arti di Bologna. Il suo lavoro si sviluppa in cinquanta anni di attività\, dalla prima mostra personale a Bologna nel 1966\, con presentazione di Andrea Emiliani\, fino alla 54° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia nel  2011. Vive e lavora a Bologna.
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SUMMARY:Alberto Giacometti. A un passo dal tempo
DESCRIPTION:A cura di Pietro Bellasi e Chiara Gatti \nRicca di una settantina di pezzi\, la mostra svela al pubblico il grande fascino che la statuaria antica (egizia\, etrusca\, greca\, celtica o africana)\, ha esercitato agli occhi del maestro del Novecento celebre per le sue figure in cammino\, le donne immote e silenziose come idoli del passato.   \n«Tutta l’arte del passato\, di tutte le epoche\, di tutte le civiltà\, apparve davanti a me. Tutto era simultaneo\, come se lo spazio avesse preso il posto del tempo». Da questa intensa confessione nasce l’idea di restituire ai capolavori di Alberto Giacometti (1901-1966) la loro dimensione d’eternità\, avvicinando alle sue sculture sottili e longilinee\, scavate nella materia come reperti archeologici\, una selezione preziosa di reperti usciti da alcuni tra i più importanti musei italiani d’arte antica. \nI prestiti delle opere di Giacometti\, concessi da importanti collezioni svizzere oltre che dalla Kuntshaus di Zurigo e dalla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia\, saranno accostati per la prima volta alle opere arcaiche del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari\, del Museo Civico Archeologico di Bologna\, del Museo Civico di Palazzo Farnese a Piacenza e del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. \nI lavori di Giacometti e quelli dei suoi antenati animeranno un percorso avvincente\, sviluppato per temi e iconografie\, basato su un gioco di rimandi\, di sguardi incrociati fra capolavori\, sottratti alla dimensione del tempo e ricollocati nello spazio della contemporaneità. \nDagli studi condotti negli anni sui punti di contatto fra l’opera di Giacometti e la statuaria d’epoca antica – dall’arte egizia a quella sumera\, dai manufatti dell’età del bronzo all’arte greca fino alla scultura africana – è emersa infatti la possibilità di costruire una mappa delle iconografie del passato e delle culture più amate dall’artista\, prese a modello per la sua riflessione contemporanea\, tesa alla ricerca di forme espressive ancestrali\, capaci di rappresentare l’uomo moderno in una visione eterna\, in un recupero delle origini e della nostra storia. \nUn viaggio affascinante nel tempo (e nello spazio)\, dimostrerà allora come la sua Femme qui marche\, eseguita fra il 1932 e il 1936\, riproponga gli stessi canoni di stilizzazione del corpo\, la frontalità\, la ieraticità\, il passo breve avanzato della gamba sinistra\, concetto puro di movimento\, ispirato all’iconografia egizia. Nell’ambito dell’art nègre\, le Insegne Oko o le Figure Igala della Nigeria con il ventre piatto e allungato\, sono testimonianze di immagini dello spirito\, forma visibile di un invisibile che l’uomo porta dentro di sé\, e che Giacometti studiò a fondo per sue sculture dalle teste minute e il busto fortemente allungato. \nLe celebri figure di origine etrusca\, come gli Aruspici dai corpi “a lama” del Museo di Villa Giulia a Roma\, scoperti dall’artista durante il primo viaggio in Italia fra 1920 e 1921\, sembrano tornare idealmente nelle forme immote dello scultore con le quali condividono linearismo\, compostezza e armonia. Allo stesso modo il dialogo con i bronzetti nuragici – che segnano un legame con il territorio sardo – può essere spiegato attraverso le parole dello storico dell’arte Giuseppe Marchiori dedicate proprio al sapore antropologico della ricerca di Giacometti e alle forme dei suoi corpi «esili come guerrieri nuragici\, senza lance e scudi\, oppure simili all’idolo volterrano\, agli uomini della notte». \nProcedendo per confronti\, ecco infine certe piccole Kore di bronzo\, con le loro fogge compatte\, le braccia stese lungo i fianchi\, ricordare la delicatezza delle opere più esili di Giacometti\, quelle figure alte pochi centimetri\, come l’immagine di Silvio debout; mentre taluni ritratti di Diego o di Annette seduta sono accostabili agli oranti di cultura egizia\, alle statue templari o alle prefiche inginocchiate\, con la classica posa delle mani aperte\, poggiate sulle ginocchia piegate. \n 
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SUMMARY:Gavino Ledda - Zimmerfrei
DESCRIPTION:Impegnato da diversi anni in una personale ricerca sull’essenza del linguaggio\, Ledda\, grazie all’intervento di Zimmefrei\, compone un paesaggio sonoro in cui le parole pronunciate assumono la consistenza delle cose\, risuonando in uno spazio oscurato\, come oggetti materiali che si incontrano muovendosi nel buio. Nella visione di Gavino Ledda le parole pronunciate (pietre\, cavalla\, acqua\, guazza\, bava e buoi…) sono come colori (colòres)\, un abbecedario minimo di sinni\, i cromi della lingua sarda\, che il suono fa fiorire.  \nLa maieutica dello scrittore\, pastore-bambino che nomina il visibile prendendo possesso del mondo sottraendosi alla legge del padre-patriarca\, è intatta e ancora incantata. Il territorio sondato da Zimmerfrei è fatto di materia\, e il suono è la parte di materia che si può estrarre dalle cose e depositare in altri luoghi\, senza che quelle cose cambino natura. \nZimmerFrei nasce a Bologna nel 2000 dall’incontro tra Anna Rispoli\, regista teatrale e performer\, Anna De Manicor\, video maker\, e il sound designer Massimo Carozzi. Attraverso la produzione di opere di vario formato (ambienti sonori\, installazioni video\, performance\, spettacoli multimediali\, film documentari e serie fotografiche)\, il collettivo porta avanti un’indagine del paesaggio naturale\, della città\, e dell’universo sociale contemporaneo di cui vengono individuati di volta in volta\, immagini\, narrazioni\, tonalità emotive. Un’esplorazione del presente fortemente connessa all’idea di “permanenza”\, di un lasso di tempo passato osservando e vivendo a stretto contatto con un luogo specifico\, che mette in luce la complessità\, le zone d’ombra\, le stratificazioni di tempi e spazi\, le storie e la potenza simbolica dei luoghi.  \nGavino Ledda nato a Siligo nel 1938\, è scrittore\, glottologo e studioso della lingua italiana e della lingua sarda. Dopo un’infanzia trascorsa in campagna con il padre pastore\, si emancipa dall’analfabetismo in età adulta laureandosi in glottologia presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Nel 1970 viene ammesso all’Accademia della Crusca e l’anno successivo nominato assistente di filologia romanza all’Università di Cagliari. Successivamente racconta la propria vicenda autobiografica nel romanzo Padre padrone. Il successo del romanzo\, tradotto in quaranta lingue\, indusse nel 1977 i fratelli Taviani a trarne un film.  \nSo sìnnoso\, fròrese de su sonu è realizzato in collaborazione con Venticinquegradi. Il 25 ottobre\, alle ore 21\, nello spazio di Vico II delle Acacie 5 (Saline/Cagliari/Parco di Molentargius)\,  Zimmerfrei presenta “Safari”\, una selezione e ricombinazione in tempo reale di un archivio di registrazioni sonore raccolte in diverse parti del mondo negli ultimi 10 anni. \n 
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DESCRIPTION:L’esposizione\, realizzata grazie al contributo della Fondazione Banco di Sardegna\, propone un percorso cronologico e tematico strutturato in tre diverse sedi: il Palazzo di Città di Cagliari\, il Museo MAN di Nuoro\, il paese di Ulassai. Con più di trecento opere provenienti da raccolte sia pubbliche sia private\, oltre che dalla collezione della famiglia\, Ricucire il mondo è la prima retrospettiva completa dedicata all’artista. \nLa sezione di Ricucire il mondo ospitata dal MAN\, a cura di Barbara Casavecchia e Lorenzo Giusti\, si concentra sulla fase più matura della produzione di Maria Lai\, dagli anni Ottanta sino alla scomparsa\, analizzando la fitta trama di relazioni che l’artista tesse col mondo al di fuori del proprio studio. \nMentre continua a realizzare i cicli (qui esposti) di Telai\, Lenzuoli\, Libri cuciti\, cui si aggiungono le visioni cosmiche delle Geografie\, Lai coinvolge il pubblico nella riflessione sul potenziale liberatorio dell’arte attraverso opere pubbliche site-specific\, azioni collettive\, performance\, scritture teatrali. \nIl percorso si apre al terzo piano con il lavoro che funge da intersezione tra le sedi di Cagliari\, Nuoro e Ulassai: l’azione Legarsi alla montagna(1981)\, qui rappresentata da un frammento del nastro originale\, dall’installazione con la quale Maria Lai volle riassumere quell’esperienza in occasione della sua precedente personale al MAN (Come per gioco\, 2002) e da una serie delle celebri foto documentarie in bianco e nero scattate da Piero Berengo Gardin\, sulla quali Lai intervenne colorando di celeste il nastro in ogni immagine. Tramite inediti materiali documentari\, foto\, video e alcune delle opere prodotte dall’artista nelle diverse occasioni\, la mostra documenta tutti gli interventi e le azioni ambientali di Lai\, da Reperto(Villasimius\, 1982)\, La disfatta dei varani (Camerino\, 1983)\, L’alveare del poeta(Orotelli\, 1983) fino a L’albero del miele amaro (Siliqua\, 1997)\, i cui lenzuoli stesi e intessuti di parole accompagnano il visitatore fin dall’ingresso. Vediamo Lai sovrintendere alla creazione di maschere\, copricapi\, poesie\, o invitare i bambini a rotolare vecchi giocattoli nella sabbia per farne sculture. Il “filo” teso da Lai al pubblico passa attraverso il racconto: per esempio\, di una storia antica come quella di Maria Pietra – alla quale è dedicata una speciale sezione tematica  – la protagonista del racconto Cuoremio di Salvatore Cambosu\, maestro di Lai\, che diventa l’archetipo della magia salvifica dell’arte. La letteratura e\, soprattutto la poesia\, alternanza ritmica di parole e silenzi\, pieni e vuoti\, oralità e scrittura è il serbatoio dal quale Lai attinge per comunicare. Altri canali coi quali Lai “chiama l’altro a vedere una parte di sé” sono il teatro e la messa in scena: a raccontarlo qui\, gli spartiti originali cantati dalla soprano Ille Strazza\, scenografie della Compagnia Fueddu e Gestu\, i copricapi fatti indossare al pubblico in occasione di una performance alla Galleria Tommaseo di Trieste (1986).   \nIl legame con l’universo infantile (inteso come “luogo dell’anima”) e la pedagogia è uno degli elementi più ricchi e vitali di questo periodo\, che porta Lai a creare fiabe cucite e libri (Tenendo per mano il sole\, 1984; Tenendo per mano l’ombra\, 1987; Il dio distratto\, 1994; Curiosape\, 2002)\, giochi (Il volo del Gioco dell’Oca\, 2002)\, mazzi di carte (I luoghi dell’arte a portata di mano\, )\, calligrammi\, laboratori (Segni e sogni\, 1991\, che da Cagliari la porta all’Atelier des Enfants del Centre Pompidou di Parigi) sperimentazioni di teatro-scuola ad Alessandria\, Prato\, Mira (VE)\, Cagliari\, i cui percorsi si intrecciano fruttuosamente nel lavoro dell’artista. \nAl MAN\, Come Piccole Api Operaie I (Nuoro)\, l’opera a quattro mani di Claudia Losi e Antonio Marras\, rende un omaggio affettuoso a Maria Lai tramite una tessitura di fili metallici che parte dall’esterno del museo per attraversarne a zig-zag muri e finestre\, fino a “legare” alle pareti una miriade di oggetti intimi (cartoncini d’auguri\, gioielli\, stoffe\, ricami)\, realizzati da Lai nel corso della propria vita e donati ad amici\, parenti\, sodali. Ne sottolinea così il ruolo di artista attiva nella propria comunità\, che generosamente condivide e “disperde” la propria opera\, in privato come in pubblico. \n 
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SUMMARY:Paolo Chiasera
DESCRIPTION:I Giardini di Sardegna\, Cipro e Gerusalemme è un progetto di Paolo Chiasera e Micaela Deiana che vede coinvolti il museo MAN di Nuoro e il Centro Arti visive “De Vleeshal” di Middelburg (Olanda). Il lavoro si pone sulla scia di un percorso intrapreso dall’artista nel 2011 con l’elaborazione del concetto di exhibition painting\, un genere pittorico\, da lui inventato\, caratterizzato dalla creazione di mostre su tela – che possono includere opere di diversi artisti\, sia già esistenti\, sia commissionate per l’occasione – concepito come spazio di incontro e di discussione fra artisti\, curatori e istituzioni. \nIn continuità con questa ricerca\, l’artista ha in seguito sviluppato l’idea di II.STILE\, un artist run space dal carattere nomade\, che nel nome fa riferimento agli sviluppi della pittura romana del periodo del secondo stile\, caratterizzata da una particolare attenzione per il potere dell’immaginazione. Proprio l’immaginario si pone come luogo ideale per la sperimentazione e la definizione di una produzione artistica secondo nuovi modelli espositivi.  \nCon I Giardini di Sardegna\, Cipro e Gerusalemme il progetto di II.STILE entra per la prima volta in uno spazio museale\, nel quale Chiasera orchestra una riflessione sulla circolarità del ciclo vitale\, simbolizzato nei richiami alla cultura del paleolitico e neolitico\, permeata da una religiosità strettamente legata al culto della Grande Madre\, alla natura e alle sue manifestazioni\, con una particolare predilezione per le acque e  i boschi.  \nA partire dalle suggestioni suscitate da una visita ai giardini della settecentesca Villa d’Orri (Sarroch – Sardegna) e dalle atmosfere degli affreschi dell’augustea Villa di Livia (Roma)\, Paolo Chiasera realizza un suggestivo giardino notturno su tela\, nel cui spazio\, insieme alla curatrice\, propone una selezione di opere dalla collezione del MAN. Il percorso creato\, con lavori dalla fine dell’Ottocento fino alle ultime acquisizioni\, vuole invitare a una diversa lettura\, diacronica\, del patrimonio culturale. La ciclicità della vita e della storia dell’uomo diventa occasione di riflessione sulla percezione del patrimonio culturale nei diversi momenti storici e in differenti contesti territoriali\, concretizzandosi su una forma di reinterpretazione delle collezioni permanenti dei musei d’arte\, in una visione che intreccia archeologia e mondo contemporaneo. \nAl MAN di Nuoro i “Giardini” ospiteranno opere di Alessandro Biggio con J. Parker Valentine e Diego Perrone\, Stanis Dessy\, Salvatore Fancello\, Antonio Mura\, Costantino Nivola\, Giovanni Pintori e Giacinto Satta.  \nIl Centro Arti visive De Vleeshal ospiterà il secondo appuntamento del progetto nel novembre del 2014. Nell’occasione sarà presentato il catalogo\, realizzato a conclusione delle due esperienze.  \nPaolo Chiasera (Bologna\, 1978) vive e lavora a Berlino. Dal 2013 porta avanti il progetto II.STILE. Fra le mostre personali in sedi museali si ricordano: Ain’t No Grave Gonna Hold My Body Down\, S. M. A. K . Stedelijk Museum voor Actuele Kunst\, Gent  (2010); Unter Freiem Himmel / Under the Open Sky\, MARTa Herfod\, Herford  (2009); Forget The Heroes\, MACRO\, Museo d’Arte Contemporanea Roma (2008); The Trilogy: Cornelius\, MAMbo\, Museo d’Arte Moderna di Bologna (2006). Oltre all’attività di ricerca artistica\, ha collaborato come lecturer con diverse istituzioni tra cui il Kunsthochschule di Kassel (2013) e il Transart Institute di Berlino (2011).
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SUMMARY:Antonio Rovaldi
DESCRIPTION:“Orizzonte in Italia” è un lavoro di Antonio Rovaldi nato dal viaggio in bicicletta compiuto nel 2011 lungo il perimetro della Penisola italiana. Al Festival Letterario di Gavoi – “L’Isola delle storie” che si svolgerà dal 3 al 6 luglio 2014 – e fino al 31 agosto 2014\, il Museo MAN presenterà\, negli spazi del Museo Comunale\, la serie di 148 fotografie della linea dell’orizzonte realizzate in quella occasione dall’artista\, accompagnate da un lavoro sonoro inedito\, frutto anch’esso dell’esperienza del viaggio in Italia. \nLa mostra di Gavoi viene a costituirsi come la prima parte di un lavoro in due tappe che vedrà la sua conclusione a Nuoro\, negli spazi del museo MAN\, nel febbraio del 2015\, al termine di un nuovo viaggio realizzato – ancora una volta in bicicletta – lungo il perimetro della Sardegna. \n“Durante il viaggio in Italia – ha spiegato Rovaldi – ho fotografato la linea dell’orizzonte a intervalli più o meno regolari\, a seconda della reazione del mio corpo agli sforzi fisici. Ho raccolto moltissime immagini di orizzonte a differenti ore del giorno e della sera\, un lunghissimo pentagramma cromatico guardato dalla costa italiana\, da Nord a Sud e poi ancora da Sud a Nord\, a risalire”. \nGli spazi vuoti tra un’immagine di orizzonte e quella successiva sono\, nel viaggio come nell’installazione fotografica\, momenti di vuoto e di sospensione\, pause fisiche di un respiro che sembra cogliere la linea sinuosa della costa in un unico sguardo\, colmando per un istante la parzialità della nostra visione sul paesaggio. La coscienza precisa della morfologia della costa italiana si fa così immagine astratta e metafisica di un sentimento che sfuma all’orizzonte. \n“Mi piace pensare la fotografia non tanto come una singola immagine quanto\, piuttosto\, come ad una catena di immagini che si rincorrono\, cadenzate da brevi o ampie pause\, così com’è l’andamento del respiro quando si va in bicicletta coprendo lunghe distanze: a volte il respiro si affanna\, altre volte rallenta\, piatto e orizzontale come il nostro orizzonte visivo. La pellicola fotografica si distende lungo la linea dell’orizzonte coprendo\, linea dopo linea\, porzioni di territorio”. \nUn catalogo bilingue\, pubblicato da Humboldt Books\, sarà presentato a febbraio\, in occasione della mostra al Museo MAN. Il libro metterà a confronto le diverse idee di orizzonte\, le diverse percezioni di sé e del percorso intrapreso\, in relazione ai differenti concetti geografici dell’Isola e della Penisola. \n\n\n\n\nAntonio Rovaldi\n\n\nAntonio Rovaldi è nato a Parma nel 1975. Attivo tra New York e l’Italia\, la sua ricerca si sviluppa attraverso differenti media\, come la fotografia\, il video\, la scultura e il disegno. Vincitore\, nel 2006\, del premio New York della Columbia University\, ha esposto in numerosi musei e gallerie\, sia in Italia che all’estero. Tra le sue ultime personali ricordiamo quelle all’Hirshhorn Museum di Washington dc\, alla galleria Monitor di Roma e alla galleria The Goma di Madrid.
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SUMMARY:Passo a due
DESCRIPTION:Artisti: Alexandre Alexeieff & Claire Parker\, Max Almy\, Berthold Bartosh\, Claudio Cintoli\, Segundo de Chomón\, Émile Cohl\, Maya Deren\, Nathalie Djurberg & Hans Berg\, Ed Emshwiller\, George Griffin\, Noa Gur\, Claus Holtz & Harmut Lerch\, William Kentridge\, Fernand Léger\, Len Lye\, Norman McLaren\, Diego Perrone\, Fratelli Quay\, Robin Rhode\, Jan Švankmajer\, Stan Vanderbeek\, Kara Walker. \nA cura di Lorenzo Giusti ed Elena Volpato \nDal 30 maggio al 29 giugno 2014 il museo MAN di Nuoro presenta la mostra “Passo a due. Le avanguardie del movimento”. Il progetto\, a cura di Lorenzo Giusti\, direttore del Museo MAN\, ed Elena Volpato\, conservatrice della GAM di Torino\, responsabile della Collezione di Film e Video d’Artista\, approfondisce\, attraverso uno spaccato che dalle origini del cinema animato giunge ai giorni nostri\, uno degli aspetti più affascinanti delle opere di animazione\, quella possibilità accarezzata da molti artisti e cineasti di utilizzare il movimento filmico come un rito magico che dona vita alla linea del disegno\, alla silhouette\, alla marionetta o all’immagine fotografica. \nL’immaginario creativo\, propriamente demiurgico\, che è spesso sottostante al disegno e alla rappresentazione per figure\, assume attraverso il movimento e il ritmo musicale i tratti ammalianti dell’incantesimo\, di una vita che è danza della fantasia. Non è un caso che artisti e film-makers\, nell’accostarsi alle diverse tecniche dell’animazione\, si concentrino spesso sull’immagine corporea e leghino a essa evocazioni della figura di Frankenstein\, del Golem o del robot\, e in genere della nascita artificiale di un corpo\, come volessero ripetere nel racconto mitico il loro stesso potere di animatori: dare anima all’inanimato. \nLe opere in esposizione offrono dunque la possibilità di un percorso storico nell’animazione\, sperimentale e artistica\, attraverso l’immagine del corpo\, della sua costruzione e del suo “montaggio”. Quando l’animazione si basa sul disegno tutto sembra nascere da una linea\, come nel pionieristico Fantasmagorie di Émile Cohl (1908) o in Lifeline (1960) di Ed Emshwiller\, dove il tratto bianco continuo si avviluppa in nodi di materia che a poco a poco divengono arabesco organico mescolandosi con l’immagine fotografica del corpo di una ballerina. O come in Head di George Griffin (1975)\, dove la forma base del volto e la tradizione artistica dell’autoritratto si spogliano di qualsiasi dettaglio realistico per poi rianimarsi inaspettatamente di espressività emotiva e di sfumature psicologiche rese pittoricamente. \nIn altre opere il disegno lascia spazio alla scultura e al mito di Pigmalione ad essa collegato\, come nel caso di Jan Švankmejer che in Darkness Light Darkness (1990) mostra un corpo in grado di autoplasmarsi\, a partire dalle due mani\, chiuse in una stanza\, in cui affluiscono in sequenza tutti gli arti che andranno a comporsi in unità. Le due mani di Švankmejer hanno un antecedente nel surrealismo di Alexeieff e Parker con Il Naso (1963)\, dove arti singoli\, ribelli e indipendenti\, rivendicano per se stessi la potenza dell’incantesimo vitale\, e sembrano trovare uno sviluppo recente in alcuni lavori di Nathalie Djurberg e Hans Berg. \nIl racconto di Frankenstein rivive esplicitamente nel film di Len Lye\, Birth of a robot (1936) e ancora in Street of Crocodiles (1986)\, dei Fratelli Quay\, o nel video di Max Almy\, The Perfect Leader (1983)\, dove a essere costruita artificialmente non è una creatura destinata a servire il proprio creatore\, come per Frankenstein e il Golem\, ma è il futuro leader politico che viene programmato al computer perché rispecchi nella sua ferocia dittatoriale la società che lo ha voluto e creato. \nAltre opere rappresentano il corpo come luogo di costruzione\, non dell’identità singola\, ma dell’identità sociale. È il caso del celebre L’idée (1932) di Berthold Bartosh\, ma anche\, in maniera diversa\, dei lavori di William Kentridge\, nei quali il dolore delle masse lascia tracce di polvere nera sulle pagine bianche della storia a fronte dei corpi impudichi bagnati dall’azzurro dell’acqua dei ricchi magnati. È il caso delle silhouettes di Kara Walker\, anch’esse nere contro lo sfondo bianco\, seviziate e violentate dalla ferocia coloniale. \nInfine è la danza\, espressione ultima della bellezza nel movimento\, che consente di mostrare la magia del corpo animato nei più diversi luoghi del pensiero e dell’immaginazione: in Easter Eggs di Segundo de Chomón (1907)\, nel Ballet Mécanique di Fernand Léger\, dove macchina e corpo tendono a fondersi in un unico soggetto in movimento\, nello spazio assoluto del Pas de deux di McLaren\, nella notte astrologica di The Very Eye of Night (1958) di Maya Deren o nell’universo bidimensionale del disegno di Robin Rhode\, dove corpo e disegno si incontrano su un unico piano di realtà e di sogno. \nCompletano il percorso le opere di Claudio Cintoli (Più\, 1964)\, in cui la matrice estetica della Pop Art disarticola l’identità del corpo in abiti e prodotti pubblicitari; di Stan Vanderbeek (After Laughter\, 1982)\, dove il movimento del corpo nello spazio si fa modificazione attraverso il tempo\, come in una filogenesi dell’umano\, e di Claus Holtz & Harmut Lerch (Portrait Kopf 2\, 1980) in cui l’animazione sovrapposta di facce e teste riconduce\, in un percorso a ritroso\, anti- lombrosiano\, a un’unità originaria del tratto umano. Infine i più recenti lavori di Diego Perrone (Totò nudo\, 2005) dove l’icona di Totò viene scomposta e ricomposta con un meccanismo non dimentico della capacità dell’attore di farsi marionetta\, corpo inanimato\, e Noa Gur (White Noise\, 2012) la cui essenzialità linguistica chiude idealmente il percorso\, restituendo all’animazione del corpo l’antica radice del disegno: la cattura\, attraverso la semplice tecnica dell’impronta\, di un individuo e del suo soffio vitale. \nAccompagnerà la mostra un catalogo bilingue edito da NERO.
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SUMMARY:Sardegna Reportage
DESCRIPTION:La commissione del concorso “Sardegna Reportage”\, riunitasi a Nuoro il 24 febbraio scorso\, ha individuato sei progetti tra i centoventi presentati al Museo MAN da altrettanti concorrenti\, segnalando in particolare il lavoro di Manuela Meloni\, “La terra della memoria”. \nGli altri progetti indicati dalla commissione sono quelli di Alessandra Cecchetto con “Cleopatra Uras”\, Elisabetta Loi e Sergio Melis con “Il coraggio di una madre”\, Stefania Muresu con “Luci a mare”\, Giuseppe Onida con “Senza titolo” e Stefano Pia con “Penne di quaglia”. \nIspirato al la vicenda di Robert Capa\, a cui il MAN dedicherà un’importante retrospettiva a partire dal prossimo 7 marzo\, il concorso “Sardegna Reportage” ricercava una visione aggiornata sulla Sardegna di oggi attraverso lo sguardo dei fotografi. Coerentemente con quanto richiesto\, le opere individuate dalla giuria si distinguono per la capacità di accostamento al soggetto prescelto e per il coraggio nel raccontare aspetti contemporanei dell’isola\, fuori dai luoghi comuni e dai cliché tradizionali. Dei diversi lavori sono stati valutati\, ancor prima degli elementi formali\, le motivazioni originarie e gli intenti\, l’importanza\, dal punto di vista sociale\, del tema scelto e la forza comunicativa delle immagini. \nLa commissione – composta da Gian Luigi Colin\, direttore artistico del Corriere della Sera e dell’inserto culturale La Lettura\, Paolo Curreli\, redattore delle pagine culturali della Nuova Sardegna e Max Solinas\, giornalista\, photo editor e fotoreporter dell’Unione Sarda – ha così motivato la scelta fatta: \n“La grande partecipazione al concorso e l’alta qualità di molti dei progetti presentati ci ha convinto a selezionare sei lavori\, diversi tra loro per approccio alla fotografia\, sensibilità formale\, tematiche scelte e linguaggio. Tra tutti ci sentiamo di segnalare il progetto di Manuela Meloni\, dedicato ai destini delle terre di Quirra\, un’area della Sardegna centro orientale\, sede di una servitù militare conosciuta come PISQ\, oggi dismessa. Le dieci fotografie presentate\, parte di una ricerca più ampia portata avanti nel corso del 2013\, descrivono con rigore formale e sensibilità di sguardo lo strano connubio tra architetture militari e paesaggio agricolo\, raccontando l’atmosfera “immutabile e sospesa” della vita delle comunità locali. L’importanza del tema scelto\, specifico e universale allo stesso tempo\, la qualità delle inquadrature\, il fascino delle gamme cromatiche\, la coerenza dei punti vista\, rendono questo progetto estremamente interessante e meritevole di attenzione”. \nIl progetto di Manuela Meloni\, insieme a una selezione di scatti degli altri progetti selezionati dalla commissione\, sarà esposto al Museo MAN a partire dal prossimo 7 marzo\, in concomitanza con la mostra dedicata a Robert Capa.
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SUMMARY:Cristian Chironi
DESCRIPTION:“Cristian Chironi. Open” è un progetto del Museo MAN di Nuoro in collaborazione con la Fondation Le Corbusier di Parigi. Incentrato sull’analisi di problematiche di carattere comunicativo e sociale in relazione alla contaminazione dei linguaggi\, il progetto prevede la realizzazione di una mostra al Museo MAN di Nuoro\, dal titolo Broken English\, lo sviluppo di un secondo progetto espositivo\, My house is a Le Corbusier\, da realizzarsi nell’autunno del 2014\, e la pubblicazione di un libro\, edito da NERO\, a integrazione e documentazione delle due diverse esperienze. \n\n\n\nOPEN #1: Broken English\n\n\n“Broken English” è il titolo della mostra di Cristian Chironi al Museo MAN. Il termine indica le varianti incerte della lingua inglese\, terminologie mal strutturate perlopiù coniate da soggetti non di madrelingua. Varianti che\, all’interno del progetto\, da semplici elementi del linguaggio diventano immagini\, oggetti\, suoni\, video\, testi\, installazioni e azioni declinate in un percorso espositivo multidisciplinare che integra problematiche linguistiche (comunicazione\, contaminazione\, dis-identità) con quesiti di carattere socio-economico. Il progetto scaturisce dall’emersione di alcune domande fondamentali: Una società che possiede diverse lingue\, dunque diverse forme di espressione\, è più o meno forte\, più o meno ricca\, di una società che ne possiede una soltanto? È ipotizzabile l’esistenza al mondo di una sola lingua\, di un solo mercato\, di una sola moneta?Oltre che dall’individuazione di una serie di episodi linguistici significativi\, l’esposizione al Museo Man muove dalla rilettura di una figura importante per la Sardegna del XIX secolo: l’ingegnere gallese Benjamin Piercy\, che realizzò la prima linea ferroviaria dell’isola. Visse a lungo in Sardegna\, dove arrivò a possedere varie tenute\, tra cui Villa Piercy\, immersa in un magnifico parco all’inglese al centro della Sardegna\, che abitò con la sua famiglia. Nel parco\, insieme a specie autoctone\, vivono ancora oggi piante di diversa provenienza: l’abete greco\, l’abete del Caucaso\, l’abete di Spagna\, il cedro dell’Himalaya. Oltre alle piante\, Piercy importò dall’estero anche animali per migliorare la razza suina\, ovina e caprina locale\, ogni volta creando nuovi incroci più resistenti e redditizi. \n  \n\n\n\nOPEN #2: My house is a Le Corbusier\n\n\n“My house is a Le Corbusier” è il titolo della seconda mostra di Cristian Chironi all’interno del programma “Open”. Il progetto\, da realizzarsi nell’autunno del 2014\, trae spunto da un fatto realmente accaduto a Orani (NU)\, paese di origine di Chironi. Nei primi anni Settanta l’artista Costantino Nivola\, amico di Le Corbusier e suo collaboratore\, giunse a Orani con in mano il progetto di una casa realizzato dal grande architetto per il nipote di Costantino\, Daniele Nivola (di mestiere muratore)\, come regalo di nozze. La storia della modificazione del progetto da parte di Daniele – ignaro della fama dell’architetto e insensibile alle raccomandazioni dello zio artista circa la necessità di eseguire pedissequamente le indicazioni del progetto – è un esempio singolare di contaminazione\, di mistura di linguaggi architettonici popolari\, spontanei\, e di linguaggi colti.Daniele infatti non rispettò le volontà di Nivola\, piegando il progetto di Le Corbusier alle proprie esigenze. “E dae uve intravo chi non juchiat ne jannas e ne portellos” (ma da dove entravo che non aveva ne porte ne finestre ?)”. Pare sia stata questa la risposta alle proteste di Costantino. Partendo dall’analisi delle dinamiche relazionali che hanno determinato l’episodio e dallo studio degli esiti architettonici della casa di Orani\, sviluppata applicando un pensiero critico funzionale ai principi modernisti di Le Corbusier\, il progetto di Chironi nuovamente intreccia riflessioni su aspetti linguistici fondativi e sulle conseguenti implicazioni socio-economiche.
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SUMMARY:AMACI Museo Chiama Artista
DESCRIPTION:Dopo essere stato presentato in anteprima dal 6 novembre – fino all’8 dicembre – nel Teatro del Castello di Rivoli\, per la sua seconda tappa il film Un ritorno è stato proiettato dal 7 dicembre 2013 al 26 gennaio 2014 al MAN_Museo d’Arte Provincia di Nuoro\, per proseguire fino alla fine del 2014 con un calendario ricco di appuntamenti nei musei associati AMACI dell’intera penisola\, da Napoli a Gallarate\, da Milano a Pesaro\, da Roma a Matera\, da Firenze a Caraglio\, da Venezia a Pistoia a Bologna. Nato dalla collaborazione tra il Servizio architettura e arte contemporanee della PaBAAC e AMACI\, il progetto Museo chiama Artista si prefigge di sostenere attivamente il sistema del contemporaneo nel nostro Paese\, commissionando di anno in anno ad artisti italiani la produzione di una nuova opera che potrà circolare nei musei associati\, costituendo le basi per la creazione e fruizione di un patrimonio comune. “Il progetto Museo Chiama Artista – dichiara Beatrice Merz\, Presidente di AMACI – nasce dal comune intento di AMACI e PaBAAC di sostenere concretamente i musei d’arte contemporanea italiani\, nella consapevolezza\, da un lato\, del loro ruolo fondamentale per il consolidamento dell’arte contemporanea italiana e\, dall’altro\, dell’importanza di salvaguardare uno dei principi costitutivi di un museo\, l’incremento e la valorizzazione del patrimonio.” Per la prima edizione di Museo Chiama Artista\, a cura di Ludovico Pratesi e Angela Tecce\, i Direttori dei musei AMACI hanno scelto di commissionare la realizzazione di una nuova opera ai gemelli Gianluca e Massimiliano De Serio\, che da diversi anni coniugano il loro percorso di artisti visivi con la carriera cinematografica\, in una costante ricerca di equilibrio tra la fotografia\, nella quale sono maestri\, e i propositi artistici. Da questa chiamata ha preso forma il film Un Ritorno\, nato in un momento di crisi creativa degli artisti\, e dalla loro necessità di capirne le ragioni e superarla. Avvalendosi della collaborazione di Giuseppe Regaldo – ipnotista esperto in tecniche d’ipnosi rapide – la coppia di artisti diventa soggetto e oggetto di un esperimento di ipnosi simultanea: in questo stato dialogano e si filmano\, intrecciando il discorso con i ricordi di infanzia fino al momento prenatale\, in cui erano nel ventre materno\, in un processo di regressione progressiva senza la mediazione del racconto. Oltre a essere il primo esperimento del genere a oggi conosciuto\, in cui due gemelli sono indotti in stato d’ipnosi simultanea\, si tratta di un tentativo di dialogo sulla crisi che stanno attraversando\, con l’obiettivo di raggiungere uno stato d’introspezione profonda. Un Ritorno cerca di portare a compimento il trasferimento della crisi da esterna (creativa) a interna (identitaria)\, attraverso uno sguardo incrociato puntato su quella zona normalmente invisibile che è l’inconscio. I protagonisti sono loro stessi\, il loro essere gemelli\, il loro parlarsi e guardarsi in uno specchio vivo – ribadisce Beatrice Merz – Sono il doppio\, l’inizio della moltiplicazione dove nasce il dubbio dell’altro in se stesso.
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LOCATION:MAN\, Via Sebastiano Satta 27\, Nuoro\, NU\, 08100\, Italia
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