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SUMMARY:Luca Bertolo
DESCRIPTION:Gavoi\, Ex Caserma \nNell’ambito del Preludio del Festival Letterario “Isola delle Storie” \nOpening sabato 10 giugno 2017\, h. 17.30 \nFino al 2 luglio 2017 \n  \nIn occasione della 14esima edizione del “Festival Letterario Isola delle Storie” di Gavoi\, il Museo MAN è lieto di presentare la mostra di Luca Bertolo\, Se non qui dove.  \nDopo i progetti di Alessandro Pessoli\, Jennifer West e Jakub Julian Ziolkowski\, quello di Luca Bertolo è il quarto appuntamento di un ciclo annuale di mostre personali teso a riflettere sui molteplici utilizzi e sulla possibile attualità della pittura\, un medium da sempre dibattuto\, andato incontro a costanti messe in discussione e a radicali trasformazioni\, che negli ultimi anni ha riconquistato significativi spazi di indagine e visibilità all’interno del sistema dell’arte internazionale.  \nLe opere di Luca Bertolo mettono in atto un’attenta riflessione sui modi della rappresentazione. La sua ricerca muove da un elaborato approccio speculativo\, rivelando allo stesso tempo un’attenzione per i materiali pittorici e un interesse specifico per la dimensione e i linguaggi del figurativo. L’incontro di due mondi apparentemente distanti che\, nella visione portata avanti dall’artista\, trovano ricorrenti punti di contatto.  \nFulcro della mostra di Gavoi sono i tre quadri che occupano il centro delle prime tre sale del percorso espositivo\, sostenuti da tradizionali cavalletti per la pittura. Realizzati tra il 2014 e il 2016\, questi dipinti rompono il meccanismo simbolico della rappresentazione classica\, raffigurando sul fronte ciò che solitamente si trova nel retro\, vale a dire il telaio\, il risvolto della tela fissato al legno del quadro. Memori di una precisa tradizione pittorica che affonda le proprie radici nel Rinascimento italiano\, nel genere del trompe-l’oeil e nella pittura fiamminga seicentesca di autori come Gijsbrechts – il primo a rappresentare il verso di un dipinto – e naturalmente nella speculazione teorica delle avanguardie storiche\, i lavori di Bertolo interrogano sullo statuto del quadro in quanto oggetto e dispositivofigurativo\, e sulle molteplici e allo stesso tempo limitate funzioni della pittura\, in una dimensione spazio-temporale sospesa.  \nIl percorso trova sviluppo nei tre Signs (che in inglese ha il doppio significato di segno e cartello) presentati nella quarta e ultima sala della mostra\, una serie di lavori in cui i codici linguistici della pittura si sovrappongono ai meccanismi comunicativi dello spazio pubblico e nello specifico della cartellonistica. Un semplice bastone può trasformare la tela in un nuovo codice visivo\, un “segnale” la cui definizione richiederebbe immediatezza e chiarezza\, mentre ciò che in questo caso si offre alla visione\, una superficie dipinta\, stimola piuttosto l’arbitrato e la contemplazione. Riflettendo sulla differenza tra codifica e decodifica\, tra criteri di rappresentazione e comunicazione\, l’artista rivela come tra l’immediatezza del segno e la paziente composizione pittorica si possano individuare stimolanti vie mediane cariche di forza espressiva.  \nCompleta la mostra il lavoro Preghiera esistenzialista (2011)\, un semplice sonoro che riproduce alcuni brani  tratti dal celebre documentario High School di Frederick Wiseman (USA\, 1968)\, in cui il ritmo e l’alternanza delle voci tra oratore e assemblea\, tipici della preghiera nella tradizione cattolica\, sono utilizzati nel contesto di una lezione scolastica\, ribaltando in questo modo i codici della comunicazione\, in una dimensione sospesa tra sacro e profano.  \nLuca Bertolo (Milano\, 1968) si è laureato in Scienze dell’Informazione all’Università Statale di Milano e diplomato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha vissuto a San Paolo\, Londra\, Berlino e Vienna. Dal 2006 abita in un paese sulle Alpi Apuane. Ha partecipato a mostre in spazi pubblici e privati\, tra i quali GAM\, Torino; GNAM\, Roma; Kettle’s Yard\, Cambridge; Centro Luigi Pecci\, Prato; MACRO\, Roma; Galleria Comunale di Monfalcone; Palazzo delle Papesse\, Siena; Nomas Foundation\, Roma; SpazioA\, Pistoia; Arcade\, Londra; Fondazione Prada\, Milano; 176 / Zabludowicz Collection\, Londra; uqbar\, Berlino; Galerie Tatjana Pieters\, Gent; The Goma\, Madrid; Marc Foxx\, Los Angeles. Suoi articoli sono apparsi su Flash Art\, Il Giornale dell’arte\, Exibart\, Artribune\, Warburghiana\, Doppiozero. Attualmente insegna pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna. \n  \n  \nGavoi – Ex Caserma \nvia S. Antioco 1 \nOrari: \n11-28 giugno \n10:00-13:00 / 16:00-19:00 \n29 giugno- 2 luglio \n10:00 -22:00 \n 
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SUMMARY:Amore e rivoluzione
DESCRIPTION:Nell’anno del centenario della rivoluzione di ottobre\, il MAN e la Fondazione di Sardegna sono lieti di annunciare l’imminente apertura della mostra Amore e rivoluzione. Coppie di artisti dell’avanguardia russa\, in programma dal 1 giugno al 1 ottobre 2017.  \nNata dalla collaborazione con la Galleria Statale Tretjakov di Mosca e con il Museo Nazionale Schusev di Architettura\, in partership con Bank Austria Kunstforum di Vienna e grazie al contributo speciale della Fondazione di Sardegna\, la mostra\, a cura di Heike Eipeldauer e Lorenzo Giusti\, adotta un punto di vista innovativo – le coppie di artisti – per rileggere le vicende dell’avanguardia visiva russa attraverso il contributo di sei autori della prima generazione\, uniti nella ricerca di nuovi linguaggi espressivi\, così come nella vita comune:Natalia Goncharova(1881–1962)e Mikhail Larionov (1881–1964)\, Varvara Stepanova (1894–1958) e Alexander Rodchenko (1891–1956)\, Lyubov Popova (1889–1924) e Alexander Vesnin (1883–1959).  \nDestinata ad attrarre un pubblico variegato\, non soltanto di amanti della storia dell’arte\, ma anche di appassionati di storia del Novecento\, di comunicazione\, design e fotografia\, la mostra intende raccontare lo stretto legame tra arte e vita che le diverse coppie si trovarono a sperimentare\, in una fase di intensa collaborazione e di grande impegno\, sia artistico\, sia politico. Attraverso un nucleo di oltre cento opere\, tra dipinti\, sculture\, disegni\, collage\, fotografie\, manifesti pubblicitari e di propaganda politica\, saranno indagati i metodi di lavoro\, le tecniche\, i linguaggi\, soffermandosi sui punti di contatto\, ma anche sulle specificità e dunque sui diversi profili degli autori considerati.  \nAccomunati dall’ambizione di connettere tutti i generi della creatività artistica con l’azione estetica\, l’elaborazione teorica e la prospettiva politica\, gli artisti dell’avanguardia contribuirono ad alimentare l’aspirazione al cambiamento e a costruire le basi di una nuova idea di società.  \nContraddistinti da una grande produttività\, i movimenti nati sotto la spinta della rivoluzione bolscevica del 1917 portarono alla ribalta non soltanto un numero senza precedenti di donne artiste\, attive alla stregua degli uomini\, ma anche una serie inusuale di coppie all’interno della quale le tre coinvolte in questo progetto possono essere considerate le più importanti e rappresentative. Lavorando fianco a fianco\, condividendo spazi\, idee\, programmi\, le coppie dell’avanguardia russa giunsero a fondere indissolubilmente la sfera privata con quella pubblica\, promuovendo e testimoniando quella visione utopica\, quella possibilità di una creazione collettiva alternativa al mito dell’arte come sfera del genio solitario\, di cui la rivoluzione si era fatta promotrice insieme al grande ideale della parità di genere.  \nQuali aspetti artistici e quali ideali sociali risultano predominanti nel percorso di queste coppie? Funzionò effettivamente\, questa collaborazione\, come strumento di emancipazione oppure le convenzioni di genere continuarono a condizionare la produzione artistica e la sua ricezione da parte del pubblico? Con queste domande alla base\, la mostra al MAN intende tracciare una genealogia dell’avanguardia russa: dagli esordi prerivoluzionari intorno al 1907\, influenzati dalle sperimentazioni dell’arte moderna occidentale\, fino allo sviluppo dei più noti movimenti artistici degli anni Dieci e Venti\, capitali nello sviluppo dei linguaggi dell’avanguardia internazionale\, a partire dal cubo-futurismo di Liubov Popova e Varvara Stepanova\, passando per il raggismo di Natalia Goncharova e Mikhail Larionov\, che\, come Popova \, partecipò anche al suprematismo di Malevich\, fino alla sperimentazione di nuovi criteri di funzionalizzazione dell’arte nell’ambito del costruttivismo\, frequentato da Stepanova\, Vesnin\, Popova e soprattutto Rodchenko\, di cui\, insieme a un numero significativo di pitture\, collage e manifesti\, sarà presentato un nucleo di oltre 20 fotografie che\, nel loro insieme\, costituiscono di fatto una mostra nella mostra.  \nCompleta la mostra il catalogo\, pubblicato da Silvana Editoriale\, con testi di Heike Eipeldauer\, Lorenzo Giusti\, Verena Krieger\, Alexander Lavrentiev e Florian Steininger.
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SUMMARY:Jakub Julian Ziolkowski
DESCRIPTION:Dal prossimo 1 giugno\, fino al 1 ottobre 2017\, la project room del Museo MAN ospiterà la mostra Nasellini\, prima personale in un museo italiano dell’artista polacco Jakub Julian Ziolkowski\, a cura di Lorenzo Giusti\, con la collaborazione di Rowena Chiu.  \nZiolkowski è conosciuto principalmente per i suoi dipinti surreali\, popolati da creature fantastiche e spesso inquietanti. Un “organicismo pittorico” nutrito di riferimenti eterogenei\, in cui le tradizioni occidentali e orientali si mescolano\, dialogando con la storia delle avanguardie artistiche. Le iconografie che ne derivano raccontano stati della mente\, mondi caotici in cui realtà e immaginazione si confondono l’una con l’altra\, proiettando lo spettatore in un universo di sogni\, ricordi\, desideri. Apparentemente dominate dal caos\, le opere di Ziolkowski contengono in realtà un ordine interno\, regolato da flussi narrativi intrecciati.  \nLa mostra al MAN\, terza di un programma annuale che vede il museo impegnato in un’indagine diffusa sulla possibile attualità del mezzo pittorico\, ruota attorno a una particolare tipologia di pasta\, i “Nasellini”\, un formato inesistente\, derivato dalla forma della cavità nasale\, che evoca la leggenda dei tortellini\, nati\, stando a quanto si narra\, osservando la forma dell’ombelico.  \nAttraverso dipinti\, sculture e una serie di brevi video realizzati durante un periodo di residenza in Sardegna\, l’artista metterà in scena una surreale campagna pubblicitaria per la promozione dei “Nasellini”\, esplorando il confine tra reale e irreale e sconsacrando\, attraverso l’ironia\, l’espediente ludico e il sarcasmo\, l’immaginario collettivo legato alla pasta\, uno dei principali elementi identitari dell’Italia. Le opere troveranno alloggio in un ambiente modificato per l’occasione\, quasi un’installazione site specific\, evocante le atmosfere di una tradizionale trattoria\, con pareti colorate e quadri e poster appesi in maniera disordinata. \nI video\, tutti girati tra Nuoro e le coste della Sardegna con attori non professionisti\, sono stati realizzati grazie al contributo speciale della Fondazione Sardegna Film Commission.  \nJakub Julian Ziolkowski (Zamosc\, Polonia\, 1980)\, vive e lavora a Cracovia\, città in cui ha studiato nella prestigiosa “Accademia di Belle Arti Jan Matejko”. Tra le mostre più recenti: tbc\, Zamosc Gallery\, Zamosc\, 2017; Glimpses\, Fundacja Galerii Foksal\, Varsavia\, 2017; Neues Museum\, Das Leben Selbst\, Norimberga\, 2017; Sick Of Love\, Café Nhà Sàn\, Hanoi\, Vietnam\, 2016; Jakub Julian Ziolkowski. Imagorea’\, Warsaw Academy of Fine Arts\, Varsavia\, 2014; Raw Thoughts\, Hauser & Wirth Zurich\, Zurigo\, 2013; Jakub Julian Ziolkowski. Skin and Bread\, Foksal Gallery Foundation\, Varsavia\, 2012; Jakub Julian Ziolkowski: In Utero\, Parasol Unit\, Londra\, 2011; Jakub Julian Ziolkowski. Timothy Galoty & The Dead Brains\, Hauser & Wirth New York\, New York\, 2010. Tra le numerose partecipazioni a mostre collettive: An Uncanny Likeness\, Simon Lee\, New York\, 2017\, Animality\, Marian Goodman Gallery\, Londra\, 2016\,State of Life’\, National Art Museum of China\, Beijing\, China\, 2015\, Il Palazzo Enciclopedic’\, 55 Biennale di Venezia\, Venezia\, 2013\, Painting Between the Lines\, CCA Wattis Institute\, San Francisco\, 2011\, The Generational: Younger Than Jesus\, The New Museum of Contemporary Art\, New York\, 2009. \n  \n 
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SUMMARY:LCR#3 - Preludio
DESCRIPTION:Sarà inaugurata il prossimo 17 febbraio\, insieme alle mostre di Berenice Abbott e Jennifer West\, l’installazione di Leonardo Boscani\, Golden Zimmer\, specificatamente realizzata per gli spazi della Project Room del Museo MAN.  \nGolden Zimmer è la prima di una serie di iniziative che introducono al terzo e ultimo appuntamento del progetto espositivo pluriennale La Costante Resistenziale\, dedicato alle ricerche più innovative che\, dai primi anni dell’autonomia regionale ai giorni nostri\, hanno caratterizzato la scena artistica sarda.  \nDopo i primi due appuntamenti del 2015 e del 2016\, La Costante resistenziale #3\, a cura di Micaela Deiana\, sarà dedicata alle ricerche artistiche più recenti\, sviluppate nel corso degli anni Duemila. Il Preludio\, attraverso una ciclo di appuntamenti\, eventi e mostre\, proporrà approfondimenti tematici sulle questioni legate all’arte socialmente impegnata\, la ricerca video\, la relazione fra arte e suono e la performance.  \nLa ricerca di Leonardo Boscani è volta\, sino dagli anni Novanta\, all’analisi delle contraddizioni sociali e politico-economiche della società occidentale\, alle quali oppone utopie fantascientifiche\, in cui critica e ironia si bilanciano nella creazione di un nuovo mondo linguistico.  \nIn Golden Zimmer la riflessione si focalizza sull’esodo migratorio che sta caratterizzando il panorama europeo degli ultimi anni. I tentativi e le contraddizioni delle politiche sociali messe in atto dall’Unione Europea per rispondere all’emergenza in corso vengono sublimati in un ambiente aureo\, luogo avulso dalla temporalità\, sognato e irraggiungibile\, che richiama la simbologia e l’estetica dei luoghi di culto della religione ortodossa oppure le icone e le pale d’altare dell’arte bizantina e medievale.   \nIl materiale con cui l’installazione è realizzata non è però la preziosa foglia d’oro ma l’altrettanto delicata – e assai più facilmente deteriorabile- metallina delle coperte termiche usate nelle situazioni di primo soccorso. La camera citata da Boscani nel titolo dell’installazione evoca\, quindi\, quella domestica sognata dal migrante che cerca nuova vita in Europa. Il riferimento all’ esperienza individuale\, intima e umana\,  è affiancato dai dati statistici delle politiche migratorie\, i cui numeri vengono scientificamente riportati dall’artista in un fregio decorativo che corre lungo l’intero ambiente.  \nSimbolo e funzionalità\, decorazione e impegno sociale si bilanciano in uno spazio per il pensiero critico che\, attraverso l’esperienza sensoriale del colore e della luce\, stimola le coscienze individuali e collettive.  \nLeonardo Boscani(Sassari\, 1961) si è formato presso l’Accademia dei Belle Arti di Sassari: Fra le mostre più recenti si segnalano le personali “Umana Ambizione + Notre Siècle\, Boscani + Bertozzi”\, Musée de la Corse\, Corte\, FR (2014)\, “DNA-Disciplina Naturale dell’Antagonista 2\, Boscani + Delogu”\, a cura di Emanuela Falqui\, Galleria S’Umbra\, Cagliari (2014) e le collettive “Par le Bleu\, la « grande couleur”\, a cura di Anne Alessandri\, FRAC-Corse\, Bastion de France\, Portovecchio\, FR (2015)\, “Civil Servants”\, a cura di Micaela Deiana\, MAN Nuoro (2015)\, Love for risk\, MSU-Museum of Contemporary Art Zagreb\, Zagabria\, Croazia (2012)
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SUMMARY:Jennifer West
DESCRIPTION:Il Museo MAN è lieto di annunciare l’imminente apertura della mostra di Jennifer West\, Action Movies\, Painted Films and History Collage\, a cura di Lorenzo Giusti.   \nPrima personale dell’artista americana in un museo italiano\, la mostra si compone di un gruppo di 10 lavori realizzati a partire dal 2005 e di una nuova opera che costituisce un punto di svolta nella produzione dell’artista.   \nFilm Title Poem (2016)è infatti l’ultimo e unico film sonoro realizzato da West. L’artista descrive il lavoro come un “un montaggio psichico della mia interiore storia del cinema”. L’opera si presenta come un collage di immagini\, tratte da oltre 500 titolature di film\, trasferite su una pellicola da 35mm. La materialità del film – in seguito trasferito su supporto digitale – è sottolineata dall’intervento diretto sulla pellicola attraverso motivi incisi\, contorni\, tracciati e forature. Sensuale\, astratto e immaginifico allo stesso tempo\, il lavoro indaga l’incidenza della fiction nella nostra memoria e il modo in cui la rivoluzione digitale ha cambiato l’esperienza della visione.   \nJennifer West ha iniziato a esplorare sistematicamente la possibilità di produrre film senza l’ausilio della videocamera sino dal 2004. L’artista rimuove la pellicola dal suo contesto d’uso convenzionale\, intervenendo su di essa attraverso processi diversi\, che possono spaziare dalle tecniche artistiche tradizionali (pittura\, disegno\, collage\, graffito\, incisione)\, ad azioni alternative come l’emulsione\, la manipolazione chimica oppure l’esposizione diretta alla luce dei materiali fotosensibili. Il risultato è uno “spazio filmico” immersivo e psichedelico\, un’animazione materiale di segni e immagini\, caratterizzata da toni acidi e ritmi concitati.   \nConcepite in alcuni casi come vere e proprie performance\, le azioni di Jennifer West sulla pellicola prevedono spesso il coinvolgimento di altre persone\, così come l’utilizzo di materiali del quotidiano\, dal cibo al rossetto ai pneumatici per motociclette\, oppure l’esposizione all’azione degli agenti naturali in luoghi di particolare significato.   \nÈ il caso di Salt Crystal Spiral Jetty Dead Sea Five Years Film (2013)\, uno dei dieci lavori presenti in mostra\, realizzato immergendo una pellicola in un bagno di argilla a temperatura elevata nel 2008 e in seguito stipata fra altri oggetti in una valigia\, messa tra le cartacce nel cestino dello studio dell’artista\, coperta di argilla per cinque anni e infine trascinata lungo le rocce incrostate di sale della celebre Spiral Jetty di Robert Smithson\, prima di essere gettata nelle acque gelide del lago salato dello Utah\, nel tentativo di evocare lo spirito originario dell’opera e la visione poetica dell’artista americano.   \nLa mostra al MAN di Nuoro sarà inoltre occasione per l’avvio di un nuovo lavoro che\, partendo da un’esplorazione del territorio\, avrà origine in Sardegna nei giorni precedenti l’inaugurazione.   \nJennifer West (Topanga\, California) è nota internazionalmente per il suo lavoro di ricerca sul materialismo nel cinema. Ha ricevuto commissioni da alcune delle più prestigiose istituzioni museali\, come Tramway\, Glasgow (2016); PICA TBA Fest (2014); High Line Art\, New York (2012)\, The Aspen Art Museum (2010) e la Turbine Hall della TATE Modern di Londra (2009). \nTra le mostre personali si segnalano: S1 Artspace\, Sheffield\, Regno Unito (2012); Contemporary Art Museum\, Houston (2010); Kunstverein Nuremberg (2010); Transmission Gallery\, Glasgow (2008) e White Columns\, New York (2007). \nWest ha presentato i propri lavori in numerosi musei\, rassegne e spazi espositivi\, tra i quali: Shenzhen Animation Biennial\, Shenzhen (2016); Carnegie Museum of Art\, Pittsburg (2015); Kunstlerhaus KM-Halle fur Kunst & Medien\, Kunsterhaus Graz\, Austria e Cincinnati Art Museum\, Ohio (2014); Palais de Tokyo\, Paris; Nottingham Contemporary\, England; Utah Museum of Contemporary Art (2013); Henry Moore Foundation\, Leeds\, UK; MOCA\, Cleveland\, OH; deCordova Sculpture Park e Museum\, Lincoln\, MA\, Saatchi Gallery\, London (2012); White Flag Projects\, St. Louis; Contemporary ArtsForum\, Santa Barbara; White Columns\, New York; the Rubbell Family Collection\, Miami (2015/2011); Schirn Kunsthalle\, Frankfurt\, Leubsdorf Gallery\, Hunter College\, New York\, Seattle Art Museum (2010)\, Tate Modern\, Londra; Institute of Contemporary Art\, Philadelphia (2009)\, Drawing Center\, New York\, Aspen Art Museum\, Tel Aviv Museum of Art (2008)\, CAPC Musée d’Art Contemporain\, Bordeaux\, France\, Contemporary Art Museum\, Detroit\, Henry Art Gallery\, Seattle\, ZKM Museum for New Media\, Karlsruhe\, Tate St. Ives (2007). Una sua mostra personale\, “Film is Dead…” è attualmente in corso al Seattle Art Museum\, Seattle (2016-2017).
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SUMMARY:Berenice Abbott
DESCRIPTION:Il Museo MAN è lieto di annunciare l’imminente apertura della prima mostra antologica in Italia dedicata a Berenice Abbott (USA\, 1898-1991)\, una delle più originali e controverse protagoniste della storia fotografica del Novecento.  \nTerza di un grande ciclo dedicato alla Street Photography\, la mostra al MAN di Nuoro\, a cura di Anne Morin\, presenta\, per la prima volta in Italia\, una selezione di ottantadue stampe originali realizzate tra la metà degli anni Venti e i primi anni Sessanta. Suddiviso in tre macrosezioni – Ritratti\, New York e Fotografie scientifiche – il percorso espositivo fornisce un quadro generale del grande talento e della variegata attività di Berenice Abbott.  \nNata a Springfield\, in Ohio\, nel 1898\, Berenice Abbott si trasferisce a New York nel 1918 per studiare scultura. Qui entra in contatto con Marcel Duchamp e con Man Ray\, esponenti di punta del movimento dada. Con Man Ray\, in particolare\, stringe un rapporto di amicizia che la spingerà a seguirlo a Parigi e a lavorare come sua assistente tra il 1923 e il 1926.  \nSono di questo periodo i primi ritratti fotografici dedicati ai maggiori protagonisti dell’avanguardia artistica e letteraria europea\, da Jean Cocteau\, a James Joyce\, da Max Ernst ad André Gide. Ritratti che – secondo molti interpreti – costituiscono il canale espressivo attraverso il quale Berenice Abbott – lesbica dichiarata\, in un’epoca ancora lontana dall’accettare l’omosessualità femminile – racconta la propria dimensione sessuale. \nAllontanatasi dallo studio di Man Ray per aprire il proprio laboratorio di fotografia – frequentato da un circolo di intellettuali e artiste lesbiche come Jane Heap\, Sylvia Beach\, Eugene Murat\, Janet Flanner\, Djuna Barnes\, Betty Parson – già nel 1926 Abbott espone i propri ritratti nella galleria “Le Sacre du Printemps”. È in questo momento che entra in contatto con il fotografo francese Eugène Atget\, conosciuto per le sue immagini delle strade di Parigi\, volte a catturare la scomparsa della città storica e le mutazioni nel paesaggio urbano.  \nPer Abbott è un punto di svolta. La fotografa decide di abbandonare la ricerca portata avanti fino a quel momento e di fare propria la poetica del negletto Atget – del quale\, alla morte\, acquisterà gran parte dell’archivio\, facendolo conoscere in Europa e negli Stati Uniti – dedicandosi\, da quel momento in poi\, al racconto della metropoli di New York.  \nTutti gli anni Trenta\, dopo il rientro negli Stati Uniti\, sono infatti dedicati alla realizzazione di un unico grande progetto\, volto a registrare le trasformazioni della città in seguito alla grande depressione del 1929. La sua attenzione si concentra sulle architetture\, sull’espansione urbana e sui grattacieli che progressivamente si sostituiscono ai vecchi edifici\, oltre che sui negozi e le insegne. Il risultato è un volume\, tra i più celebri della storia della fotografia del XX secolo\, intitolato “Changing New York” (1939)\, che raccoglie una serie straordinaria di fotografie caratterizzate da forti contrasti di luci e ombre e da angolature dinamiche\, ad esaltare la potenza delle forme e il ritmo interno alle immagini.  \nNel 1940 Berenice Abbott diventa picture editor per la rivista “Science Illustrated”. L’esperienza maturata nelle strade di New York la porterà a guardare con occhi diversi le immagini scientifiche\, che diventano per lei uno spazio privilegiato di osservazione della realtà oltre il paesaggio urbano. In linea con le coeve ricerche artistiche sull’astrazione\, Berenice Abbott realizza allora una serie di fotografie di laboratorio\, concentrandosi sul dinamismo e sugli equilibri delle forme\, con esiti straordinari.  \nLa mostra al Museo MAN\, realizzata grazie al contributo della Regione Sardegna e della Fondazione di Sardegna\, racconta le tre principali fasi della produzione fotografica di Berenice Abbott attraverso una ricca selezione di scatti\, tra i più celebri della sua produzione\, e materiale documentario proveniente dal suo archivio.  
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SUMMARY:Soggettivo – Primordiale
DESCRIPTION:Insieme al fauvismo in Francia\, l’espressionismo tedesco è stata la prima avanguardia artistica del Novecento. I celebri gruppi “Die Brücke” (Il ponte)\, fondato a Dresda nel 1905\, e “Der Blaue Reiter” (Il cavaliere azzurro)\, nato a Monaco sei anni più tardi\, non soltanto rivoluzionarono i canoni ereditati dalle esperienze pittoriche tardo-ottocentesche\, ma posero anche le basi per lo sviluppo di uno dei più importanti filoni della ricerca artistica del XX secolo\, destinato a influenzare una parte significativa delle sperimentazioni moderne. \nLa mostra al MAN di Nuoro\, a cura di Tayfun Belgin e Lorenzo Giusti\, propone una riscoperta dei movimenti dell’espressionismo tedesco attraverso una selezione di oltre cento opere provenienti dalla collezione dall’Osthaus Museum di Hagen\, dedicato al grande collezionista Karl Ernst Osthaus\, uno dei padri sostenitori dell’avanguardia artistica e architettonica europea\, il primo in Germania ad acquistare opere di Gauguin e di Van Gogh. \nIn particolare la mostra pone l’accento su due aspetti fondamentali\, che legano tra loro le ricerche artistiche delle diverse correnti dell’espressionismo: la volontà di sviluppare una nuova forma di espressione soggettiva\, libera da condizionamenti letterari\, simbolici o tematici\, e la ricerca di valori primordiali\, da ritrovare sia nella vita delle città\, sia – e soprattutto – nel contesto naturale. \nI linguaggi sperimentati dagli artisti tedeschi reagivano alle trasformazioni della società moderna e agli eventi politici dell’Europa dell’inizio del XX secolo. Stretti tra il conservatorismo della politica imperiale e la crescita di una cultura di massa favorita dallo sviluppo industriale\, gli artisti trovarono così rifugio nei valori dell’individualismo e del primordio\, alla ricerca di esperienze di vita autentiche e originali. \nAutori come Ernst Ludwig Kirchner\, Otto Mueller ed Emil Nolde indagarono l’espressione dei corpi umani\, guardando sia ai lavoratori delle province tedesche sia ai nativi delle colonie lontane. Un lavoro fortemente legato all’attualità\, che intendeva avanzare una critica al sistema politico e alla crescita incontrollata delle città e allo stesso tempo ribadire l’importanza del singolo\, con i suoi sentimenti\, i suoi stati d’animo\, all’interno di una società sempre più massificata. \nNolde in particolare – e con lui Max Pechstein – intraprese lunghi viaggi nei territori coloniali tedeschi d’oltremare\, nel Sud del Pacifico\, mentre Erich Heckel e Karl Schmidt-Rottluff si dedicarono invece al tema del paesaggio\, lavorando spesso a Dangast\, nel territorio morenico del Mare del Nord\, dove realizzarono opere di grande originalità\, dai colori accesi e brillanti\, ricche di movimento e di pathos. \nA queste tendenze si affiancò anche la ricerca di nuove forme\, più individuali\, di religiosità\, da cui la riscoperta soprattutto dei temi della Passione di Cristo\, a cui si dedicò – oltre allo stesso Nolde – anche Christian Rohlfs. Quest’ultimo\, in particolare\, insieme a Kirchner e Nolde\, fu uno degli artisti dell’espressionismo maggiormente amati da Osthaus e per ben trentasette anni mantenne il proprio atelier all’interno dell’edificio che ospitava la collezione del grande mecenate\, il Folkwang Museum\, inaugurato ad Hagen nel 1902 grazie al contributo di Henry Van de Velde\, che ne curò l’arredamento e la decorazione interna. \nIn forme diverse anche Franz Marc e Alexej von Jawlensky – esponenti di punta del gruppo del “Cavaliere azzurro” insieme a Wassily Kandinsky – testimoniarono una profonda tensione spirituale\, che nel primo trovò espressione negli scenari che circondano i suoi celebri animali – quasi la ricerca di una nuova condizione paradisiaca originale – e nel secondo si manifestò invece nelle realizzazione di figure iconiche\, sulla scia della tradizione pittorica orientale\, portata avanti\, in maniera quasi ossessiva\, a partire dal 1911. \nCompletata con una serie di lavori di Max Pechstein\, Lyonel Feininger\, Max Beckmann\, Max Liebermann\, Conrad Felixmüller e Gabriele Münter\, la mostra al MAN di Nuoro – realizzata in collaborazione con l’Institut für Kulturaustausch (Tübingen) – costituisce un’occasione unica in Italia per la conoscenza di uno dei movimenti più influenti nella storia delle avanguardie pittoriche del XX secolo. \n*** \nArtisti in mostra: Max Beckmann\, Walther Bötticher\, Lyonel Feininger\, Conrad Felixmüller\, Erich Heckel\, Alexej von Jawlensky\, Wassily Kandinsky\, Max Liebermann\, Ernst Ludwig Kirchner\, August Macke\, Franz Marc\, Ludwig Meidner\, Otto Mueller\, Gabriele Münter\, Emil Nolde\, Max Pechstein\, Christian Rohlfs\, Karl Schmidt-Rottluff.  \nTayfun Belgin è direttore dell’Osthaus Museum di Hagen. Dal 1985 al 1988 ha diretto il Kunstverein Ruhr di Essen. Dal 1990 al 2003 ha lavorato come responsabile della collezione e capo-dipartimento per il Museo Ostwall di Dortmund. Dal 2003 al 2007 ha diretto la Kunsthalle di Krems\, in Austria. Nel 2007 è stato nominato direttore dell’Osthaus Museum di Hagen. Dal 2012 è anche direttore del Dipartimento culturale di Hagen. Ha curato numerose mostre a livello nazionale e internazionale dedicate ai movimenti e agli artisti dell’espressionismo tedesco\, oltre a retrospettive su Alexej von Jawlensky\, Miró\, Immendorff\, Lüpertz\, Schmidt-Rottluff e altri. \nLorenzo Giusti è direttore del Museo MAN di Nuoro\, per il quale ha organizzato mostre retrospettive dedicate a figure di primo piano della storia dell’arte e della fotografia del XX secolo (Alberto Giacometti\, Maria Lai\, Jean Arp\, Marino Marini\, Vivian Maier\, Paul Klee\, Garry Winogrand) e curato progetti d’arte contemporanea collaborando con artisti internazionali\, tra i quali\, negli ultimi anni\, Thomas Hirschhorn\, Hamish Fulton\, Michael Höpfner\, Michel Blazy\, Roman Signer e altri. Curatore del Centro per l’arte contemporanea EX3 di Firenze tra il 2009 e il 2012\,  è  docente a contratto presso l’Università di Sassari (Decamaster) e dal 2015 membro del direttivo AMACI (Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani).  
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SUMMARY:Alessandro Pessoli
DESCRIPTION:Forte di una radicata convinzione nelle possibilità della pittura\, Alessandro Pessoli (Cervia\, 1963) ha sottoposto il mezzo pittorico a oltre trent’anni di rivisitazioni teoriche e formali. Il suo ricco linguaggio visivo\, in cui iconografie classicheggianti si alternano a richiami all’espressività futurista\, e a incursioni nei mondi della fantascienza e del fumetto\, trova corrispondenza in una altrettanto ricca pluralità di materiali e tecniche utilizzati: dall’inchiostro su carta fino al cinema animato. Proprio dalla relazione tra queste due sponde estreme prende spunto la mostra “The Neighbors”\, prima personale dell’artista in un museo italiano\, a cura di Nicola Ricciardi.  \nIn linea con l’attenzione dedicata negli ultimi anni dal Museo MAN al rapporto tra arti visive e cinema d’animazione\, la mostra di Alessandro Pessoli nasce dallo studio dei due filmati in stop-motion realizzati dall’artista a quasi 15 anni di distanza l’uno dall’altro. In Caligola (1999-2002)\, esseri umani\, animali e oggetti inanimati appaiono e scompaiono in un continuo oscillare tra costruzione e distruzione. Gli oltre 4500 disegni che compongono il filmato non tessono una singola trama\, ma seguono piuttosto la struttura irrazionale e la ricchezza simbolica di un sogno febbrile\, alternando momenti ludici a rappresentazioni grottesche e attingendo a iconografie distanti quanto un Cristo sulla croce e un aereo nei cieli della prima guerra mondiale. \nAutoritratto Petrolini (2014) ruota invece attorno alla figura dell’attore e drammaturgo italiano Ettore Petrolini e al personaggio di stampo dadaista da lui inventato—Fortunello—che nelle mani di Pessoli diventa l’espediente attraverso cui scardinare temi legati alla storia culturale del Paese e affrontare riflessioni sull’identità e la natura dell’artista.  \nL’apparente distanza tra queste due animazioni è colmata dalle diverse serie di disegni presenti in mostra\, tra le quali The Neighbors\, appositamente creata per questa occasione. Realizzati in momenti distinti tra il 2000 e i giorni nostri\, gli inchiostri su carta e le serigrafie su tela condividono un’ambientazione e un sapore velatamente cinematografici: qui fanno la loro comparsa Capitan America e Braccio di Ferro\, l’iconografia religiosa si mescola con la cultura popolare\, episodi personali si intrecciano con la Storia nazionale\, e allusioni al Rinascimento italiano dialogano con richiami alla pittura Pop europea – il tutto senza apparente soluzione di continuità. \nL’insieme di questi poliedrici lavori restituisce la particolare agilità di pensiero di Pessoli\, un’attitudine che gli ha consentito di muoversi negli anni tra tematiche e linguaggi tanto differenti senza tuttavia mai perdere di vista la propria ostinata ricerca formale.  \nChiude infine la mostra – anche in termini cronologici – l’autoritratto Studio City (2015)\, in cui l’artista appare come il protagonista di un coloratissimo cartoon. Il titolo è un esplicito riferimento a Los Angeles\, città in cui Pessoli vive dal 2009\, e in particolare al neighborhood in cui trovano casa i principali studi cinematografici: il fondale ideale per le movimentate avventure dei suoi personaggi\, in parte comparse in attesa di un ruolo sul set di un film\, e in parte vicini di casa\, gente del quartiere\, volti famigliari\, neighbors. \n 
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SUMMARY:Museo Ciusa
DESCRIPTION:Grazie a un accordo tra il Comune e la Provincia di Nuoro\, che ne hanno affidato la gestione al Museo MAN nel 2016 ha riaperto al pubblico il Museo Francesco Ciusa.  \nLe sale consacrate al celebre artista nuorese (1983-1949) riuniscono il gruppo dei grandi gessi scultorei\, di proprietà della Regione Sardegna\, il nucleo di opere del Museo MAN\, riferibili soprattutto alla produzione più matura\, e un gruppo di altri esemplari provenienti da raccolte sia pubbliche sia private. \nUn insieme di quasi cinquanta opere\, rappresentativo della variegata attività dell’artista\, di cui fanno parte lavori significativi come Il Ritorno\, La Campana\, Il fromboliere\, Il Cainita\, la ricostruzione\, integrata con frammenti marmorei originali\, del Monumento a Sebastiano Satta – eretto nel 1931 e in seguito smantellato – fino alla celebre Madre dell’ucciso\, opera simbolo della cultura figurativa sarda\, che lo scultore presentò alla Biennale di Venezia nel 1907\, ricevendo il plauso della critica.  \nLe sculture presentate all’interno del percorso museale riflettono i momenti più intensi della ricerca di Ciusa\, dagli esordi\, nei primi del Novecento\, sino alla fine degli anni Quaranta. A differenza di molti suoi contemporanei\, Ciusa ebbe la possibilità di frequentare\, sino dal 1899\, l’Accademia di Belle Arti di Firenze\, al fianco di maestri come lo scultore Domenico Trentacoste\, il pittore macchiaiolo Giovanni Fattori e l’incisore Adolfo De Carolis\, dei quali rielaborò non soltanto i linguaggi\, tra realismo e simbolismo\, ma anche le idee anarchiche e socialiste.  \nUn percorso di intensa riflessione e di scambio con personalità di rilievo\, come Giovanni Papini\, Plinio Nomellini\, Galileo Chini\, grazie al cui contributo il lavoro dello scultore poté giungere a una sintesi originale\, capace di fondere la tradizione dei tagliapietre sardi\, con il suo portato di valori radicati e temi ricorrenti\, e le tecniche scultoree accademiche. Considerato l’iniziatore della scultura moderna in Sardegna\, Ciusa riuscì a conciliare due realtà distanti\, quella agropastorale e quella urbana\, dando voce al mondo popolare sardo\, fino ad allora inascoltato. \nIl percorso Sardegna 900\nInsieme alle sale dedicate a Francesco Ciusa\, gli spazi dell’ex tribunale di Nuoro ospitano un nuovo percorso espositivo dedicato agli artisti della scuola pittorica sarda della prima metà del secolo scorso\, che vede riunite le opere più importanti della collezione del MAN.  \nNata dall’accorpamento di quattro raccolte pubbliche (Provincia di Nuoro\, Comune di Nuoro\, Camera di Commercio di Nuoro\, Ente Provinciale del Turismo) e successivamente cresciuta grazie a un’attenta politica di acquisizioni e comodati\, la collezione del MAN custodisce lavori di artisti nati o attivi in Sardegna\, coprendo un arco temporale che va dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri. Un corpus di oltre 600 opere che al proprio interno annovera alcuni tra gli autori più importanti\, nonché alcune opere chiave della storia dell’arte in Sardegna\, come Sa ria di Antonio Ballero\, La fede di Mario Delitala (parte del ciclo decorativo della sala consiliare del Comune di Nuoro)\, Donna con frutta di Giovanni Ciusa Romagna\, Contadino alla fonte di Giuseppe Biasi e numerose altre.  \nOpere che consentono di percorrere le più importanti tappe della storia dell’arte della prima metà del Novecento in Sardegna\, caratterizzata da una riscoperta delle iconografie tradizionali\, dei costumi e dei riti quotidiani\, attraverso la quale gli artisti si propongono di promuovere una nuova visione dell’isola\, celebrandone i valori autoctoni\, il primordio\, il mito della terra incontaminata e della genuinità del popolo sardo\, contrapposti all’omologazione della modernità.  \nIl percorso si chiude idealmente con l’opera di matrice cubista L’ombra del mare sulla collina\, di Mauro Manca\, che inaugura una nuova fase della pittura in Sardegna\, segnando uno spartiacque tra le esperienze figurative della scuola regionale e quelle astratte che si sarebbero affermate da lì in avanti.   \nRecentemente il percorso “Sardegna 900” si è arricchito di due nuove sale espositive dedicate rispettivamente a Mario Delitala e ai “Sardi dell’Isia”: Salvatore Fancello\, Costantino Nivola e Giovanni Pintori.  \nLa sala dedicata a Mario Delitala\, che precede l’inizio del percorso vero e proprio\, restituisce al pubblico la visione integrata della celebre Cacciata dell’arrendadore\, recentemente restaurata\, insieme alle quattro lunette allegoriche\, realizzate nel 1924\, che componevano il ciclo decorativo del salone consiliare del Comune di Nuoro.  La decorazione riprende alcuni temi cari al regime fascista da poco affermatosi in Italia (famiglia\, fede\, lavoro\, patria)\, mentre la tela de “La cacciata dell’arrendadore”\, ispirata a un episodio della storia di Nuoro del 1772\, assurge a simbolo del riscatto di un popolo e dell’affermazione della sua identità.  \nLa seconda nuova sala espositiva\, posta al primo piano\, è dedicata ai cosiddetti “Sardi dell”Isia”\, la celebre scuola costituita dall’Umanitaria di Milano a Monza\, che\, dal 1922 al 1943\, fu un’eccezionale fucina di talenti\, dove insegnarono figure di rilievo come Arturo Martini\, Marino Marini\, Pio Semeghini e Giuseppe Pagano. Grazie a una borsa di studio della Camera di Commercio di Nuoro vi giunsero\, tra il 1930 e il 1931\, anche Nivola\, Fancello e Pintori\, artisti che hanno inciso nella cultura figurativa del Novecento e che\, nell’ambito della storia dell’arte sarda\, costituiscono un significativo momento di innovazione e sperimentazione.  \n 
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SUMMARY:Garry Winogrand
DESCRIPTION:La grande fotografia ancora una volta al MAN. A un anno dal successo della mostra di Vivian Maier\, il Museo della Provincia di Nuoro è lieto di annunciare l’imminente apertura di un nuovo progetto espositivo\, in anteprima nazionale\, dedicato a Garry Winogrand\, padre della street photography.  \nNegli ultimi anni il lavoro di Winogrand (1928-1984) è stato in più occasioni accostato a quello di Vivian Maier. Anche lui\, come l’ormai celebre tata fotografa\, operò nelle strade di New York a partire dai primi anni Sessanta\, portando avanti un lavoro capillare e ossessivo di reportage.  \nWinogrand è stato uno dei più importanti cronisti della società americana\, oltre che uno dei più celebri fotografi internazionali degli anni Sessanta e Settanta. Il suo sguardo sulle abitudini dei cittadini statunitensi\, apparentemente distratto\, quasi casuale\, spesso ironico\, fu influenzato soprattutto dalla fotografia sociale di Robert Frank e Walker Evans\, che reinterpretò in una forma nuova e radicale.  \nWinogrand individuò negli anonimi abitanti delle città americane il soggetto ideale per dare corpo alla propria visione del mondo\, raccontando storie laterali\, prive di copione o colpi di scena\, catturate sempre in luoghi pubblici: nei parchi\, allo zoo\, nei centri commerciali\, nei musei\, negli aeroporti\, oppure in occasione di manifestazioni politiche ed eventi sportivi.  \nLa sua tecnica si contraddistingue per l’utilizzo di obiettivi grandangolari. I tanti provini giunti sino a noi dimostrano come Winogrand ricercasse volontariamente la presenza di uno spazio esterno al soggetto\, spesso forzando l’inclinazione della macchina fotografica. Com’è stato scritto in più occasioni\, sarebbe sbagliato liquidare questi sfondi come elementi secondari\, come un “rumore” visivo irrilevante. Secondo l’originale visione di Winogrand\, i dettagli esterni\, inclusi nella cornice della fotografia\, contribuivano invece ad accrescere la forza e il significato del soggetto ritratto.  \nLa mostra al MAN\, a cura di Lola Garrido\, realizzata in collaborazione con diChroma Photography\, presenta\, per la prima volta in Italia\, la collezione completa delle fotografie che\, nel 1975\, andarono a comporre il celebre volume “Women are Beautiful”\, divenuto oggi un oggetto di culto. Immagini istantanee\, qui proposte attraverso una serie di stampe originali\, che celebrano la figura femminile con uno sguardo autentico\, in cui si mescolano ammirazione e ironia\, venerazione e sarcasmo.  \nUn lavoro per molti aspetti controverso\, parallelo a quello dei poeti della Beat Generation\, a cui non furono risparmiate pesanti critiche. Se infatti agli occhi di alcuni interpreti le fotografie apparirono come una gioiosa riflessione sull’emancipazione della donna e sulla sensualità\, altri – per la presenza di figure formose\, in abiti sbracciati o minigonne\, o per l’indugiare dellosguardo di Winogrand sui seni e i fondoschiena – le avvertirono invece come l’espressione contorta di una visione maschilista e misogina.  \nCiò che appare evidente è che non si tratta di una riflessione superficiale sui nuovi concetti di bellezza\, ma piuttosto di una descrizione delle conseguenze sociali della controcultura americana\, oltre che di una dichiarazione di sostegno ai diritti e alla libertà delle donne in un momento in cui il conservatorismo puritano sembrava volere rimettere in discussione alcune delle più importanti conquiste del dopoguerra. Il noto fotografo Joel Meyerowitz\, ha parlato di “un urto e un abbraccio allo stesso tempo: lui è una contraddizione e le immagini sono contradditorie”.  \n***  \nGarry Winogrand (1928-1984) nasce in una famiglia operaia del Bronx. Inizia a fotografare durante il servizio militare. Studia pittura al City College di New York e fotografia presso la Columbia University. Nel 1949 frequenta un corso di fotogiornalismo presso la New School for Social Research di New York e dal 1952 fino al 1969 lavora come fotoreporter freelance. La sua prima esposizione di rilievo si tiene al MOMA nel 1963. Nel 1966 espone le sue foto all’interno della mostra Toward a social landscape alla George Eastman House di Rochester\, insieme a Lee Friedlander\, amico e compagno di peregrinazioni. Con lui e con Diane Arbus partecipa alla mostra New Documents (MOMA\, 1967). Ha vinto tre volte il Gugghenheim Fellowship Awards (1964\, 1969\, 1979) e un a volta il National Endowment of the Arts Award (1979). Le fotografie documentaristiche di Garry Winogrand sono apparse in riviste come “Sports Illustrated”\, “Fortune” e “Life”. Alla sua morte\, avvenuta nel 1984 a causa di un tumore\, ha lasciato un enorme archivio di immagini\, molte delle quali mai sviluppate. Alcune di queste sono state raccolte\, esposte e pubblicate dal MOMA nel volume Winogrand. Figments from the Real World (1988). Opere di Winogrand sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei del mondo\, come il MOMA di New York\, la Tate Modern di Londra\, il Centre Pompidou di Parigi.  \nLola Garrido è una storica dell’arte specializzata in fotografia. E’ stata responsabile della collezione della Fondazione Banesto\, che oggi arricchisce il patrimonio del Museo Reina Sofia.  Come critica d’arte ha collaborato con i più importanti giornali spagnoli. La sua personale collezione di fotografia è stata oggetto di numerose mostre. \nIl Museo MAN è un’Istituzione della Provincia di Nuoro\, sostenuta dalla Regione Autonoma della Sardegna e dalla Fondazione di Sardegna. 
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DESCRIPTION:Dal 15 luglio 2016\, fino al 9 di ottobre\, la project room del  museo MAN ospiterà il progetto di Petra Feriancová\, An exhibition on doubt\, a cura di Emanuela Manca.  \nTemi ricorrenti nella ricerca di Petra Feriancová sono l’esplorazione dei processi di percezione del reale e di costruzione della memoria e la modalità (quasi mai univoca) con cui vengono portati a compimento. Le sue opere\, attraverso l’utilizzo di differenti linguaggi visivi – installazioni\, fotografie\, testi – riflettono la realtà in modo fittizio e innescano dubbi sulla dimensione spaziale e temporale in cui lo spettatore si muove.    \nAnche nella nuova installazione realizzata per il MAN di Nuoro l’artista introduce uno spazio-tempo multiplo che si apre a molteplici interpretazioni\, un rimescolamento di epoche e luoghi attraverso il quale riconsiderare i modi di fruizione della realtà e dell’arte.  \nLo spettatore avrà l’impressione di trovarsi in un tradizionale museo etnografico che illustra la vita e i mestieri della Sardegna. Gli oggetti esposti\, presentati come reperti\, saranno in realtà repliche di utensili comuni\, sovradimensionate e ricostruite artigianalmente con materiali diversi rispetto a quelli impiegati tradizionalmente. Il cambio di scala e le caratteristiche materiche rendono gli oggetti chiaramente creati per la pura contemplazione estetica\, attraverso un processo di annullamento degli usi funzionali. Artefatti intoccabili\, reliquie delle quali\, prima ancora di ritrovare nelle conoscenze condivise la loro funzione iniziale\, si percepisce la sola forma.  \nLa mostra materializza dunque l’idea di un’isola lontana\, utilizzando elementi esclusivamente slovacchi – oggetti d’artigianato\, fotografie di folklore e feste popolari – determinati da condizioni naturali e culturali sorprendentemente simili a quelle della Sardegna (pastorizia\, costumi\, musica\, strumenti). L’obiettivo dell’artista è dimostrare che\, così come la nostra comprensione e interpretazione della storia può essere contestata\, allo stesso modo ciò che appare ai nostri occhi può essere persuasivo anche se inesistente o basato su un immaginario falso.  \nL’idea tipica della Sardegna è qui dunque sradicata e messa in discussione. Ogni rappresentazione dei luoghi è indice di una precisa realtà\, che l’artista\, nello spazio generato dal dubbio\, riesce tuttavia a trasformare in metafora; un processo di interpretazione personale che connette il vissuto individuale e i meccanismi di apprendimento condizionati dalla storia e dalla cultura. Forme\, immagini e tracce del passato sono accolti nella consapevolezza che il loro significato originale è da tempo degradato o perduto\, ma proprio in ragione di questa distorsione del significato “originale”\, si può mettere in discussione la visione della realtà\, ridefinendo una propria versione del mondo.  \nIl lavoro di Petra Feriancová\, è stato selezionato dal Museo MAN in occasione di ArtVerona 2015\, nell’ambito del progetto Level 0\, a cui hanno aderito alcuni tra i più importanti musei d’arte contemporanea italiani. La mostra è realizzata con il contributo di Slovak Art Council.  \nPetra Feriancová è nata nel 1977 a Bratislava\, dove tuttora vive e opera. Lavora principalmente con testi\, fotografie e installazioni. Vincitrice nel 2010 del premio Oskar Cepan per giovani artisti visivi\, organizzato dalla FCS Foundation for a Civil Society\, ha esposto in numerose istituzioni tra le quali: Fondazione Morra Greco\, (Napoli\, 2014)\, ISCP International Studio & curatorial Program (New York\, 2011)\, Casa delle Arti di Brno (2012)\,  Nel 2013 ha rappresentato la Slovacchia e la Repubblica Ceca alla 55 ° Biennale di Venezia con il progetto  Still the same place. \n  \n 
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SUMMARY:Atleta Frottage
DESCRIPTION:a cura di MEGA e Nicola Ricciardi \nGavoi\, Museo comunale \n11/06 – 03/07/2016 \nIn occasione della 13esima edizione del Festival Letterario Isola delle Storie\, gli artisti Diego Perrone e Andrea Sala tornano a confrontarsi con una disciplina distante dalla loro abituale pratica scultorea\, ovvero la fotografia\, intesa in senso etimologico come “scrittura per mezzo della luce”. \nL’inedita collaborazione proposta dal MAN per gli spazi del Museo Comunale di Gavoi\, ha trovato una sua prima originale formalizzazione nell’aprile 2016 con una mostra presso lo spazio MEGA di Milano (“Unghia”\, a cura di MEGA [Davide Giannella\, Delfino Sisto Legnani\, Giovanna Silva] e Nicola Ricciardi). In quell’occasione Perrone e Sala hanno esposto una serie di lavori realizzati all’interno di camere oscure costruite artigianalmente in cantine\, spazi di risulta e stanze in disuso. In questi luoghi casalinghi ma transitori\, nel corso di un anno\, i due artisti hanno quindi preso dimestichezza con i processi chimici dello sviluppo fotografico e con il disegno a mano libera su supporti fotosensibili\, utilizzando come pennello una piccola fonte di luce elettrica\, anch’essa costruita manualmente. Le risultanti tele—caratterizzate da una materialità plastica\, quasi scultorea—rappresentano forme solo all’apparenza astratte\, che tuttavia alludono ad alcuni assunti alla base della loro ricerca: l’osservazione cieca della tecnica\, l’incisione quale strumento primordiale di scrittura\, l’errore come categoria dell’esperienza (da cui la ricorrente iconografia del paraurti). \nSe la prima tappa è stata contraddistinta dalla stretta collaborazione con il fotografo Delfino Sisto Legnani— che ha realizzato gli scatti a cui si sono successivamente ispirati i disegni—per questo secondo momento gli artisti hanno deciso di confrontarsi e interagire con i protagonisti del Festival. Sin dall’appuntamento di Milano infatti\, la collaborazione tra Perrone e Sala ha trovato forza e trazione proprio nell’aprirsi a continue sperimentazioni in termini di formati\, contesti\, approcci\, e partecipazioni. Per l’Isola delle Storie\, la collaudata tecnica dello “scrivere con la luce”—intesa come metodologia pratica e al tempo stesso teorica—viene  messa a disposizione degli scrittori\, i quali sono invitati a entrare all’interno di una camera oscura appositamente costruita e pensata per gli spazi del Museo Comunale; qui gli ospiti letterari verranno chiamati a scrivere frasi\, pensieri\, considerazioni\, senza che vi sia un tema prestabilito\, ma facendosi guidare dagli instabili equilibri tra processi fotografici e caratteri tipografici. Le derivanti pagine di pellicola fotosensibile—oggetti ibridi tra scultura\, fotografia e letteratura—vivranno come opere d’arte autonome e al tempo stesso collettive\, e saranno esposte nei giorni del Festival insieme ai lavori originalmente presentati a Milano. “Atleta Frottage” tuttavia non rappresenta semplicemente il secondo capitolo di “Unghia” ma piuttosto il suo sviluppo narrativo\, l’evoluzione di un’indagine sui nessi tra tecnica e linguaggio che in questo nuovo contesto diventa più esplicitamente esplorazione del rapporto tra la parola e la sua fisicità. \n 
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SUMMARY:Salvatore Fancello
DESCRIPTION:In occasione del centenario della nascita di Salvatore Fancello\, il MAN è lieto di presentare\, per la prima volta riuniti in un unico percorso di vista\, il corpus completo dei disegni dell’artista di Dorgali conservati all’interno della collezione del museo. Un nucleo di oltre cinquanta opere\, rappresentativo dei diversi filoni della ricerca grafica di Fancello\, a cui\, nel quadro dell’esposizione\, andrà ad aggiungersi un ulteriore gruppo di disegni\, recentemente ottenuti in comodato e mai esposti in precedenza.  \nNata nel 1999 per volontà della Provincia di Nuoro\, la collezione del MAN è il risultato di un’accurata selezione di opere di artisti sardi dalla fine dell’Ottocento ai nostri giorni. Una raccolta di circa 600 opere all’interno della quale il consistente gruppo di disegni di Fancello costituisce una delle parti più importanti e rappresentative. \nIl percorso artistico di Salvatore Fancello si svolge nell’arco di appena un decennio\, dal momento in cui\, nel 1930\, si trasferisce a Monza per frequentare l’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche – frequentato anche dagli amici Giovanni Pintori e Costantino Nivola – fino ai successivi soggiorni a Milano\, Padova e Albissola\, per concludersi con la precoce morte in guerra nel 1941\, sul fronte greco-albanese\, all’età di soli venticinque anni.  \nAllievo di Giuseppe Pagano\, Pio Semeghini\, Raffaele De Grada\, ma anche di Arturo Martini e Marino Marini\, insegnanti di plastica decorativa\, Fancello affinò a Monza le sue doti di ceramista\, disciplina che aveva appreso da ragazzo nella bottega dorgalese di Ciriaco Piras\, allievo di Francesco Ciusa. Ma ancora prima che nella produzione ceramica\, Fancello si distinse come abile e originale disegnatore\, pratica che non abbandonò mai nel corso della sua breve vita\, durante la quale realizzò moltissimi bozzetti\, schizzi preparatori\, ma anche vere e proprie pitture su carta\, a cui oggi viene riconosciuto un valore significativo in virtù della grande fantasia\, dello stile unico\, del segno grafico audace e per le soluzioni formali libere e raffinate.  \nÈ nel corso di questo unico decennio di attività che nascono le creature fantastiche per cui Fancello è maggiormente conosciuto\, interpreti di un mondo bizzarro e surreale\, popolato di animali sia esotici – africani perlopiù – sia tipici della fauna della sua Sardegna\, sempre presente nei ricordi dell’artista. Un bestiario “più fiabesco che moralistico\, (…) trasposizione dall’umano in chiave di garbata ironia”\, come ebbe avuto modo di definirlo Giulio Carlo Argan\, tra i primi sostenitori di Fancello insieme ad altri importanti scrittori e critici della Milano degli anni Trenta\, come Leonardo Sinisgalli\, Nino Bertocchi e Giulia Veronesi.  \nOltre alle raffigurazioni del mondo animale ampiamente descritte dal nucleo di disegni della collezione del MAN\, la produzione grafica di Fancello vede la presenza di altri soggetti\, tutti rappresentati all’interno del percorso espositivo\, in particolare i nudi femminili – di cui si espongono alcuni degli esemplari più importanti – e alcuni significativi paesaggi\, sia campestri\, sia urbani.  \nOltre a evidenziare l’eterogeneità dei soggetti affrontati da Fancello\, la mostra al MAN è rappresentativa anche delle diverse tecniche grafiche adottate dall’artista; dai disegni a inchiostro o china\, agli acquerelli\, al carboncino\, alle chine colorate\, per giungere infine al graffito\, dove si raggiungono esiti di grande audacia\, testimoniati da opere come La raccoglitrice\, o ancora Leone e Cinghiale\, datate intorno alla fine degli anni Trenta\, entrambe in collezione MAN\, a cui andrà ad aggiungersi un singolare Felino con gazzelle di collezione privata. \n *** \nSalvatore Fancello nasce nel 1916 a Dorgali. Nel 1929 inizia il suo apprendistato come ceramista presso il laboratorio di Ciriaco Piras. Nel 1930 partecipa al concorso indetto dalla Camera di Commercio di Nuoro\, di cui risulterà vincitore. Il premio è una borsa di studio per l’iscrizione all’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche (ISIA) di Monza. Dopo la partecipazione\, nel 1933\, alla IV Mostra interprovinciale sarda di Belle Arti a Cagliari\, seguirà il conseguimento del diploma\, nel 1935. In questi anni realizza i primi bestiari in terracotta. Partecipa in alla V Mostra dell’artigianato e piccola industria di Cagliari e alla IV Mostra sindacale di Nuoro\, esponendo le sue ceramiche. Sempre in questi anni\, ospite a Padova del suo docente Virgilio Ferraresso\, produce una serie di nuovi lavori in ceramica. Si trasferisce a Milano con Costantino Nivola e Giovanni Pintori nel 1936. Qui partecipa alla VI Triennale dove\, con lo stesso Nivola\, realizza una grande parete grffita\, ottenendo un premio per i sui Segni zodiacali. Nel 1938 collabora con il “Settebello” realizzando vignette satiriche. Sempre nel 1938 realizza il Disegno ininterrotto\, oggi conservato presso il Comune di Dorgali. Giulia Carlo Argan e Cesare Brandi\, intanto\, cercano di promuovere il suo lavoro su alcune rivista\, tra cui “Corrente”. Si reca quindi ad Albisola Marina\, presso il rinomato laboratorio di ceramica di Giuseppe Mazzotti\, dove realizza numerosi lavori\, tra bestiari\, presepi e vasi. E’ qui che incontra Lucio Fontana. Nel 1939 viene chiamato alle armi. Un anno dopo espone alla VII Triennale di Milano\, aggiudicandosi\, insieme a Leoncillo Leonardi\, il Diploma d’onore. Partirà l’anno successivo per l’Albania\, dove morirà il 12 marzo 1941 a Bregu Rapit. Nel dicembre 1941\, pochi mesi dopo la morte dell’artista\, la prestigiosa rivista “Domus” dedica a Fancello la copertina seguita\, nell’anno successivo\, da una pubblicazione monografica in occasione della sua prima retrospettiva alla Pinacoteca di Brera.
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SUMMARY:Roman Signer
DESCRIPTION:Il Museo MAN è lieto di annunciare l’imminente apertura della mostra Roman Signer. Films and Installations\, a cura di Lorenzo Giusti e Li Zhenhua.  \nRicca di oltre duecento film e di una serie di nuove installazioni realizzate per questa occasione\, quella al MAN di Nuoro sarà la prima mostra personale di Roman Signer in un museo italiano.  \nSigner ha iniziato la carriera di artista nella seconda metà degli anni Sessanta\, dopo avere lavorato come disegnatore per un architetto\, come ingegnere radio apprendista\, e\, per un breve periodo\, come tecnico in una fabbrica di pentole a pressione. Conosciuto per avere definito un nuovo concetto di scultura legato alla processualità\, alla trasformazione e al movimento\, Signer crea installazioni come azioni\, esperimenti\, quasi sempre solitari\, per i quali utilizza oggetti d’uso comune (ombrelli\, tavoli\, stivali\, contenitori\, cappelli\, biciclette) attivati da polveri da sparo o da forze naturali\, come il vento o l’acqua. Processi di esplosione o di collisione che si tramutano in esperienze estetiche visivamente ed emotivamente coinvolgenti e che interpretano l’approccio empirico come una questione artistica.  \nIl progetto al MAN di Nuoro si divide in due segmenti. Il primo\, nato dalla collaborazione con il Chronos Art Center di Shanghai\, presenta l’intera produzione di filmati in Super 8 realizzati dall’artista nel corso della propria attività. Un nucleo di 205 opere che vanno dal 1975 al 1989 – anno in cui Signer abbandona la pellicola per passare ad altri supporti – presentate all’interno di un’affascinante videoinstallazione a 100 canali realizzata in Cina e qui riproposta in una nuova versione arricchita e sviluppata. Video girati nel proprio “laboratorio” di San Gallo oppure in spazi naturali\, soprattutto a Weissbad\, nel cantone di Appenzell. \nIl secondo segmento del progetto presenta tre nuovi lavori scultorei creati per la mostra al MAN\, connotati come sempre da un’ironia sottile. Tra le nuove produzioni\, Ombrelli (2016) è un’opera site specific per la scalinata del museo\, un sistema bizzarro di parapioggia tenuti insieme da un equilibrio instabile. Installazione (2016) è una scultura attraversabile che occuperà un’intera sala del museo\, un percorso surreale che riflette sulla percezione di sé e del proprio corpo\, in cui l’osservatore si fa oggetto osservato. Chiude il percorso Occhiali (2016)\, un oggetto insolito\, composto da un proiettore Super 8 e da un paio di occhiali ad alterarne la proiezione luminosa\, che sembra gettare uno sguardo dissacrante sulla produzione dell’artista\, sempre al confine tra scultura e video\, tra staticità e movimento\, tra azione e visione.  \nCompleterà la mostra un catalogo con  testi di Lorenzo Giusti\, Li Zhenhua\, Barbara Casavecchia e Rachel Withers. Oltre alla documentazione delle nuove opere\, la pubblicazione conterrà anche un dvd con una raccolta delle azioni realizzate da Signer in Italia\, a partire dall’inizio degli anni Novanta\, in località come Civitella d’Agliano\, Stromboli\, la Maremma\, ma anche Venezia\, in occasione della Biennale del 1999.  \nRoman Signer (Appenzell\, 1938) ha partecipato alle più importanti rassegne artistiche internazionali\, come “documenta” a Kassel (1987)\, lo Skulptur Projekte di Münster (1997)\, la Biennale di Shanghai (2012). Nel 1999 ha rappresentato la Svizzera alla Biennale di Venezia. Tra le ultime mostre personali si ricordano: Bonnefantenmuseum di Maastricht (2000)\, Camden Arts Centre di Londra (2001); OK Centrum für Gegenwartskunst di Linz (2005); Aargauer Kunsthaus di Aarau (2006); Hamburger Bahnhof di Berlino (2007); Sala de Arte Publico Siqueiros di Città del Messico (2011); Hangar à Bananes di Nantes\, Kunsthalle di Mainz (2012)\, Kunstmuseum di San Gallo (2014)\, Barbican  Centre di Londra\, Kunsthus di Zug e Centre Culturel Suisse di Parigi (2015). In Cina il suo lavoro è stato recentemente presentato presso l’Accademia d’arte di Hangzhou\, il CAFA Art Museum di Pechino (2014)\, il GAFA Art Museum di Guangzhou e l’OCT di Shenzhen (2015).  \nRoman Signer. Films and Installations è un progetto del museo MAN\, a cura di Lorenzo Giusti e Li Zhenhua\, realizzato in collaborazione con CAC – Chronos Art Center di Shanghai\, con la partnership tecnica di WTI International Co. Limited\, il supporto di Pro Helvetia e il contributo di Regione Sardegna\, Provincia di Nuoro e Fondazione di Sardegna.
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SUMMARY:Ettore Favini
DESCRIPTION:Il Museo MAN è lieto di annunciare Arrivederci\, mostra personale di Ettore Favini\, a cura di Chiara Vecchiarelli.  \nIl lavoro di Ettore Favini si costituisce da oltre dieci anni attorno alla relazione fra l’opera e l’ambiente in cui questa si inserisce\, sia esso ecosistema\, memoria di una vita o narrazione collettiva. Proprio l’ambiente assume infatti una funzione generativa\, nel suo essere oggetto di indagine e insieme\, grazie all’esperienza di fruizione dell’opera\, strumento per l’analisi della relazione fra l’uomo e lo spazio. \nArrivederci è un progetto espositivo che vive di diversi momenti. Articolato in due fasi – una doppia mostra personale presso il MAN di Nuoro e il Museo d’arte contemporanea Villa Croce di Genova – il progetto trova un prolungamento testuale nel volume realizzato dall’editore Humboldt Books\, specializzato in arti visive e letteratura di viaggio.  \nPer questo progetto\, Favini ha sviluppato un itinerario di esplorazione nel territorio della Sardegna\, immergendosi nelle narrazioni dei tessitori isolani. Animato dal desiderio di entrare in contatto con una delle più antiche tradizioni del bacino del Mediterraneo\, l’artista ha visitato i numerosi laboratori tessili presenti sul territorio\, ricevendo in dono dalle persone incontrate (artigiani\, artisti\, stilisti…) oltre cento tessuti. I singoli frammenti\, e le storie che raccontano\, hanno costituito la materia da cui ha preso vita un nuovo corpus di opere. In particolare\, nei lavori realizzati per il MAN\, il rapporto tra la trama e l’ordito si trasfigura in una nuova relazione tra il tempo e lo spazio: le diverse temporalità degli eventi che hanno creato la texture dei vissuti incontrati convergono\, per il periodo della mostra\, nello spazio dell’opera.  \nOrdito delle molte trame di una narrazione comune\, la mostra costituirà al tempo stesso un doppio omaggio al mare. Se dal mare arrivano le vele da crociera che concorreranno – insieme ai tessuti raccolti in Sardegna e tinti del blu di Genova – a comporre l’installazione che sarà visibile a Villa Croce\, dal mare arriva soprattutto la forma della grande vela realizzata con i tessuti donati che attraverserà le sale del MAN. È dunque letteralmente come una vela che le memorie legate ai diversi tessuti si dispiegano nella mostra; un ritratto corale dell’Isola che trasforma il limbo temporale che il titolo annuncia nell’augurio di rivedersi presto\, che ogni mostra porta con sé.  \nDurante il corso delle due mostre a Nuoro e Genova\, che avranno luogo l’una a breve distanza dall’altra\, un’opera realizzata da Favini viaggerà a bordo di una nave in rotta tra la Sardegna e la Liguria\, facendo dei flutti che congiungono le due terre una sede espositiva alla pari dei musei coinvolti. \nLa pubblicazione completerà il progetto presentando\, oltre a un ricco apparato di testi e immagini\, uno scritto inedito dell’artista che racconta l’esperienza di raccolta dei tessuti e delle storie dell’isola e il modo in cui queste sono convogliate nel lavoro e\, infine\, nella mostra. \nEttore Favini (Cremona\, 1974) vive e lavora a Milano. Ha esposto in importanti istituzioni nazionali e internazionali tra le quali: Ocat\, Shanghai (2015); PAC\, Milano (2014); Fondazione Pastificio Cerere\, Roma (2013); PAV\, Torino (2012 e 2010); Museo Riso\, Palermo (2011); ISCP\, New York (2009); Song Eun Art Space\, Seoul; Futura Space\, Praga;  Galleria d’Arte Moderna\, Milano; MA.GA\, Gallarate; CCCS Strozzina\, Firenze (2009); Fondazione Sandretto Re Rebaudengo\, Torino (2008); Italian Academy of Columbia University\, New York (2007); Accademia di Francia\, Roma; American Academy\, Roma (2009); Fondazione Olivetti\, Roma (2006); \n 
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SUMMARY:80/90
DESCRIPTION:80/90. Arte in Sardegna è la seconda tappa del programma triennale del MAN “La costante resistenziale”\, dedicato allo studio delle ricerche più innovative che\, a partire dalla fine degli anni Cinquanta\, hanno caratterizzato la scena artistica regionale. \nA un anno dal primo evento dedicato al periodo 1957-1983\, la mostra “80-90”\, a cura di Antonella Camarda e Rita Pamela Ladogana\, propone un confronto con la complessità del campo culturale sardo attraverso una visione polifonica dell’arte visiva dell’ultimo ventennio del Novecento. \nIl progetto mira a descrivere eventi ed esperienze sviluppatesi sul territorio isolano\, al fine di proporre una visione d’insieme del tessuto artistico e della critica che ne ha supportato lo sviluppo. Un rapporto di cui restano non soltanto le opere d’arte ma anche un ricco corpus documentario – composto da rassegne stampa\, filmati e soprattutto inviti\, cataloghi\, locandine e manifesti –  riproposto in questa occasione all’interno del percorso espositivo. \nDue decenni caratterizzati in egual misura da continuità e cambiamento\, in cui coerenza e sperimentazione convivono in una scena articolata che\, venute meno le tensioni ideologiche degli anni Settanta\, vede il consolidarsi di itinerari individuali e l’emergere di nuovi protagonisti. \nNonostante il discorso sull’identità non sia certamente estraneo agli artisti operanti in Sardegna – che in alcuni casi portano avanti progetti di craft design che ripensano le esperienze dell’ISOLA (Istituto Sardo Lavoro Artigiano) –  più che una rivendicazione di specificità locali in senso collettivo\, a prevalere sono le esigenze di determinazione del sé individuale\, di promozione della propria ricerca personale fuori dall’adesione a specifiche correnti. \nLa tensione verso una dimensione esistenziale è del resto in linea con il contesto generale degli anni Ottanta: età dei sentimenti e del privato\, della citazione e dei media\, della fine dell’ideologia\, della sperimentazione\, a volte effimera\, di nuovi linguaggi\, nuovi materiali e dei primordi della rivoluzione digitale. Fra echi della Transavanguardia e un massiccio ritorno alla pittura\, declinata in esperimenti neo-espressionisti o ricerche formali che puntano al geometrico e all’astratto\, appaiono le prime prove di arte di partecipazione\, performativa e di videoarte. \nNegli anni Novanta\, se la chiusura a Cagliari della Galleria Duchamp e a Nuoro della Galleria Chironi 88 – centri propulsori per il contemporaneo nell’isola – mostra la vulnerabilità del sistema dell’arte in Sardegna\, vecchie e nuove generazioni di artisti e critici trovano spazi diversi e nuovi impulsi\, anche grazie al sostegno di una parte della classe politica che promuove politiche di acquisizione ed eventi dedicati alla scena artistica locale. \nNon è più possibile individuare etichette o raggruppamenti\, domina un quadro frammentario dove le varianti prevalgono sulle costanti e le diversità sulle affinità. Diventano importanti le ricerche autobiografiche\, il dialogo tra alterità e identità\, l’indagine sempre più approfondita del rapporto con lo spazio e le pratiche legate all’uso del corpo\, declinate in differenti direzioni. \nIl percorso della mostra si chiude con un la fine del millennio\, segnato idealmente dalla mostra Atlante. Geografia e Storia della Giovane Arte Italiana\, curata nel 1999 a Sassari da Giuliana Altea e Marco Magnani\, nell’ambito della quale si ripensano su prospettive nuove il discorso delle geografie culturali\, portando avanti un gruppo di artisti emergenti diverso per formazione\, linguaggi e istanze\, ma accomunati da un’attitudine sperimentale e dall’insofferenza per i limiti – mentali e fisici – isolani. Nello stesso anno a Nuoro\, il Museo MAN apre al pubblico\, per imporsi presto come principale centro per il contemporaneo in Sardegna. \nArtisti in mostra: Italo Antico\, Gianni Atzeni\, Leonardo Boscani\, Gaetano Brundu\, Zaza Calzia\, Giovanni Campus\, Giovanni Carta\, Francesco Casu\, Tonino Casula\, Erik Chevalier\, Aldo Contini\, Enrico Corte\, Pietro Costa\, Attilio della Maria\, Antonello Dessì\, Paola Dessy\, Nino Dore\, Angelino Fiori\, Greta Frau\, Gino Frogheri\, Salvatore Garau\, Gianni Nieddu\, Giorgio Urgeghe\, Maria Lai\, Ermanno Leinardi\, Angelo Liberati\, Gabriella Locci\, Lalla Lussu\, Antonio Mallus\, Pinuccia Marras\, Luigi Mazzarelli\, Italo Medda\, Mirella Mibelli\, Marco Moretti\, Wanda Nazzari\, Costantino Nivola\, Andrea Nurcis\, Antonello Ottonello\, Primo Pantoli\, Igino Panzino\, Pastorello\, Bruno Petretto\, Roberto Puzzu\, Rosanna Rossi\, Anna Saba\, Giulia Sale\, Graziano Salerno\, Giovanna Salis\, Josephine Sassu\, Giovanna Secchi\, Danilo Sini\, Pietro Siotto\, Aldo Tilocca\, Y Liver. \nAntonella Camarda è ricercatrice in Storia dell’arte contemporanea all’Università di Sassari e dal 2015 direttrice del Museo Nivola di Orani. \nPamela Ladogana è ricercatrice in Storia dell’arte contemporanea all’Università di Cagliari e parte del comitato di direzione di Medea\, rivista internazionale di studi interculturali.
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SUMMARY:Zanele Muholi - Lindeka Qampi
DESCRIPTION:AZOLA / Somnyama Ngonyama è il titolo della mostra delle fotografe sudafricane Zanele Muholi e Lindeka Qampi\, esito della residenza in Sardegna e del worskhop tenuto al museo MAN nel mese di dicembre. \nIl progetto\, a cura di Emanuela Falqui\, Erik Chevalier e Laura Farneti\, si compone di una selezione di opere incentrate sull’attivismo visuale e la politica dell’autorappresentazione\, più una nuova serie di scatti realizzati in Sardegna. \nIn continuità con le attività di workshop e seminari promosse dal MAN\, le artiste sono state invitate a tenere un laboratorio di fotografia\, nell’ambito del quale sono stati affrontati diversi temi: dall’archivio di una comunità al racconto di famiglia\, all’autoritratto\, fino alle problematiche dell’era digitale\, in una prospettiva di condivisione orientata alla responsabilità sociale. \nZanele Muholi ha dedicato quasi un decennio della sua vita alla documentazione dell’identità visiva delle lesbiche e transgender del Sudafrica\, con la creazione di un corpo voluminoso di più di 250 ritratti\, “Faces & Phases”\, e con l’intenzione dichiarata di voler dare vita a una “Mappa […]\, una storia visuale delle lesbiche nere in Sud Africa dopo l’apartheid” per restituire alla comunità LGBTQI un archivio nel quale potersi riconoscere e ritrovare la propria dignità. Per lavorare sull’identità omosessuale\, Muholi ha dovuto fare i conti con la mancanza di una storia visiva che la rappresentasse e ha inserito la sua narrazione nel quadro più ampio della formazione delle identità nel Sudafrica\, che comprende il problema del razzismo\, l’immagine della sessualità e il colonialismo. \nIl suo lavoro prosegue in questa direzione con una nuova serie di autoritratti in bianco e nero\, dal titolo Somnyama Ngonyama (che significa “Ave\, Leonessa nera”)\, in cui il suo corpo narrante assume in maniera provocatoria gli stereotipi di razza\, di classe\, di genere\, interpretando differenti archetipi femminili. Ancora una volta l’artista rielabora il suo vissuto personale\, le sue origini e le traspone in una dimensione collettiva e di riscatto con un linguaggio estetizzante e contraddittorio\, per esempio costruendo il suo personaggio con un abbigliamento di fortuna fatto di oggetti domestici ornamentali o enfatizzando il colore della sua pelle per riflettere sul luogo comune della razza; come lei spiega: “Esagerando l’oscurità del tono della mia pelle\, rivendico il mio essere nera che mi sembra sia continuamente messo in scena dall’altro privilegiato. La mia realtà è che io non imito il nero: è la mia pelle e l’esperienza dell’essere nera ad essere profondamente radicate in me”. L’obiettivo è quello di dare vita ad nuovo archivio fotografico sulla politica della razza e del pigmento. Alcuni scatti richiamano momenti drammatici della storia del Sudafrica\, come la strage dei minatori in sciopero uccisi dalla polizia a Marikana nel 2012\, Thulani I\, Paris; altri si rifanno alla morte recente di cittadini neri negli Stati Uniti per mano delle forze dell’ordine\, MaID I\, Syracuse: i guanti bianchi presenti nella foto sono usati dalla polizia quando indagano sulla morte di qualcuno senza voler lasciare traccia ma in questo caso\, per l’artista\, nascondono la loro colpevolezza. \nAlcune foto sono degli omaggi a persone care\, come quello dedicato alla madre\, in cui l’artista indossa gli strumenti tipici da lavoro di una domestica\, il mestiere che sua mamma ha fatto per più di 40 anni. \nLa serie Somnyama Ngonyama si arricchisce di nuovi scatti durante i viaggi che Muholi fa per lavoro. Ogni immagine ha dei riferimenti precisi e contiene degli elementi simbolici che appartengono a culture e paesi differenti\, a persone o comunità che incontra; mette in relazione questi elementi con il suo corpo e la sua identità. \nDurante la residenza in Sardegna\, Muholi ha continuato a lavorare sugli autoritratti e ha aggiunto cinque immagini alla sua serie. \nLa fotografa sta lavorando attualmente anche a un’altra serie di ritratti con molteplici identità\, MaID (My Identity)\, che può essere letto anche come maid\, domestica. Un lavoro autobiografico in cui l’attivista visuale trasforma il proprio corpo in un soggetto d’arte con il quale incoraggia fotografe e donne a prestare attenzione alle molte sostanze delle quali sono fatte\, per guarire\, prima di avventurarsi nelle sfere di altri individui. \nLindeka Qampi ha conosciuto Zanele Muholi nel 2006 all’interno del collettivo Iliso Labantu\, di cui fa parte: un gruppo di fotografi delle township che documenta la vita urbana contemporanea. David Goldblatt per loro ha scritto: “l’apartheid non c’è più\, ma rimangono le lacune nel tessuto sociale\, nella nostra esperienza e nella comprensione reciproca delle nostre vite. Iliso Labantu può dare un contributo significativo per ridurre queste mancanze.” \nLindeka Qampi inizia la sua attività di fotografa come autodidatta creando cartoline per turisti sulla vita delle township attorno alla Città del Capo dove esporrà nel 2010 per la prima volta. Prosegue come fotografa di strada con una serie sviluppata nel corso di 10 anni e ancora in divenire\, Daily Lives. Originaria di quei luoghi\, l’artista sviscera dall’interno tutti quegli aspetti visivi legati alle gestualità più comuni\, allo spazio confinato che era il segno più esplicito dell’apartheid e che ha disegnato la forma dell’abitare anche attuale\, alla diversità delle culture\, alla creatività delle persone\, alle norme culturali\, al valore di una storia condivisa. Le sue foto superano la visione pietistica occidentale del terzo mondo e fanno riapparire il gesto quotidiano come gesto politico capace di vivere il presente\, di trasformarlo o almeno di sognarlo. Un’altra serie\, Living in this World\, racconta la vita giovani di borgata cresciuti con padri assenti. \nNel 2015 Qampi punta l’obiettivo su se stessa. Azola\, il suo ultimo lavoro\, fa parte di un corpo più ampio intitolato Inside My Heart\, che racconta storie familiari\, spesso dolorose. In Azola rielabora un trauma universale femminile attraverso una vicenda personale di violenza\, lo stupro\, spesso accompagnato dall’omertà\, dalla rimozione e dalla solitudine. Il suo linguaggio onirico ricerca le sue radici nel subconscio\, in un mondo atavico\, per ritrovare le viscere della terra e sanare una ferita inguaribile con un grido liberatorio\, per rompere definitivamente il suo silenzio ma anche quello di molte altre donne. Per raccontare la sua storia Qampi ha coinvolto la sua famiglia; la figlia Azola\, rappresenta la sua esperienza di violenza avuta da bambina; il marito e il fratello simboleggiano l’aggressività maschile\, le donne invece accompagnano il suo dolore. Anche Qampi ha lavorato in Sardegna producendo nuove immagini per questo racconto in cui si ritrae continuando il suo viaggio interiore. \nDa diversi anni Zanele Muholi e Lindeka Qampi collaborano a progetti di formazione per incoraggiare chiunque a usare il mezzo fotografico e l’immagine come strumenti di emancipazione. \nNel 2014 il laboratorio di fotografia “Photo XP. The 2014 XP\, Siyafundisana”\, che significa “condividere i propri saperi”\, si è svolto a Soweto\, una delle più grandi township del Sudafrica che ha svolto storicamente un ruolo importante nella lotta all’apartheid. Il corso era rivolto alle giovani ragazze di una scuola per invogliarle a raccontarsi e lavorare sul proprio ambiente. L’ultimo progetto nel 2015 “Visual Activism Cultural Exchange Project (VACEP)” si è svolto in Europa\, ad Oslo\, e ha coinvolto non soltanto gli artisti locali ma anche i richiedenti asilo\, i migranti africani attualmente in Europa.  \nAl workshop hanno partecipato: Leonardo Boscani / Lucia Cadeddu / Emanuela Cau / Franco Casu / Giulia Casula/ Alessandra Cridar / Chiara Coppola / Francesca Corriga / Rita Delogu / Simone Loi / Moju Manuli / Antonio Mannu / Katia Marroccu / Melania Massa / Michela Mereu / Veronica Muntoni / Stefania Muresu / Gigi Murru / Medea Laura Pace / Cristina Pia / Stefano Pia / Anna Zurru  \nIl progetto è stato realizzato grazie alla collaborazione con il Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni e con quello di Storia\, Beni culturali e Territorio dell’Università di Cagliari. \nLa mostra è sponsorizzata da QSS Europa\, Stampa
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SUMMARY:L'occhio indiscreto
DESCRIPTION:Nuoro\, Museo MAN – Cagliari e Sassari\, Sedi Fondazione Banco di Sardegna  \nMostra a cura di Maria Paola Dettori \nNasce AR/S – Arte Condivisa in Sardegna. Il nuovo progetto della Fondazione Banco di Sardegna inaugura il suo percorso con una retrospettiva dedicata a Bernardino Palazzi. La critica lo ha avvicinato\, più o meno propriamente\, a Degas\, Boldini\, Sargent\, Carena e Casorati. Ma rispetto a costoro Bernardino Palazzi sa proporre anche altri registri\, molti del tutto personali\, segreti\, ignoti agli stessi studiosi e al grande collezionismo. Che ora\, e finalmente\, la retrospettiva che la sua Sardegna gli dedica in tre diverse sedi\, dal 27 novembre al 14 febbraio\, ha il merito di svelare. L’iniziativa è realizzata dalla Fondazione Banco di Sardegna che con essa avvia un progetto ambizioso quanto necessario: “AR/S – Arte Condivisa in Sardegna”. Partendo dal rilevante patrimonio d’arte conservato dalla stessa Fondazione\, AR/S intende favorire la messa in rete di collezioni pubbliche e private\, offrendole alla popolazione sarda e agli ospiti dell’isola\, spesso per la prima volta\, in mostre diffuse in più sedi nel territorio regionale. Il tutto accompagnato da momenti di approfondimento\, incontri\, laboratori\, residenze d’artista e progetti di arte pubblica sul territorio. Il focus di AR/S è concentrato sulla produzione artistica in Sardegna dalla fine dell’Ottocento ad oggi. Un focus che\, come conferma già la mostra “L’occhio indiscreto. Bernardino Palazzi. Grafico\, illustratore\, fotografo”\, curata da Maria Paola Dettori\, non è rigidamente inteso. \nSe\, infatti\, Palazzi è di origine sarda\, essendo nato a Nuoro nel 1907\, la sua attività artistica si è sviluppata in gran parte tra Padova\, Venezia\, la Liguria e Milano.  A trent’anni dalla scomparsa e a quasi altrettanti dall’ultima mostra a lui dedicata (Vicenza\, 1987)\, Bernardino Palazzi viene ora indagato nella sua terra d’origine con l’obiettivo di restituirlo alla storia dell’arte europea del Novecento.Tre le sedi espositive: il Museo MAN di Nuoro e le due sedi della Fondazione\, a Sassari e a Cagliari\, che da sole meriterebbero una visita per le caratteristiche architettoniche e il corredo artistico che le caratterizza.Com’è negli obiettivi del progetto AR/S\, questa prima mostra riunisce opere di proprietà di diversi soggetti sollecitati dalla Fondazione: il Banco di Sardegna e il Museo del Novecento di Milano in primis\, insieme a diversi collezionisti privati\, sardi e non\, che hanno generosamente accolto l’invito a mettere a disposizione le proprie opere accanto a quelle appartenenti alla collezione della Fondazione Banco di Sardegna. Saranno proprio le due sedi della Fondazione a Cagliari e a Sassari ad accogliere le tele più significative\, quelle che meglio esemplificano i momenti più alti della carriera del pittore: i capolavori della pittura di nudo degli Anni Venti/Trenta (a Cagliari) e il tema del ritratto collettivo del mondo di intellettuali\, come quello fermato nel dipinto Bagutta (a Sassari). Testimonianza di un pittore mondano ed elegante\, ma insieme assai meno scontato e semplice di quanto possa apparire in superficie\, per il quale la rappresentazione del corpo femminile sarà tema costante\, soggetto amato e indagato per tutta la vita\, ma che avrà nelle opere degli anni milanesi i suoi risultati d’eccellenza.Nuoro\, e il Museo MAN\, ospiteranno invece un ricco catalogo di opere di grafica e illustrazioni\, accompagnate da apparati documentari e interessanti inediti. Nell’insieme non un’antologica\, ma una mostra che presenta l’artista per quelli che unanimemente la critica e il mercato gli riconobbero come traguardi: il nudo femminile\, il ritratto e l’illustrazione. E\, insieme a questi temi portanti\, va in mostra il Palazzi inedito e privato. Compreso quello\, privatissimo\, dei disegni erotici e il Palazzi fotografo.Si entrerà così nello studio e nell’universo creativo del pittore\, dove il tema del corpo (e secondariamente anche dell’eros) scorre come una corrente sotterranea: e da qui tracima nell’intera sua opera\, anche là dove non lo si immaginerebbe. Con il disincanto delle novelle del Boccaccio\, i disegni erotici si palesano come divertissement in cui l’autore non ha remore a raffigurare per sé solo un mondo in cui è la sensualità a dettar legge\, a dominare e travolgere\, senza badare a ruoli\, età\, missioni. La sezione fotografica presenta il materiale da lavoro\, personale e privato\, dell’artista: un corpus di immagini di studio\, dove Palazzi ritrae sé stesso e\, soprattutto\, le sue modelle\, le stesse che si ritrovano in diversi dipinti. L’osservazione di questi materiali accompagna il visitatore lungo il percorso creativo del pittore\, rendendolo “voyeuristicamente” complice dell’atmosfera del suo atelier\, mai algida e distaccata\, ma calda\, intimamente vissuta come le lenzuola aggrovigliate sulle quali si distendono\, sfrontate o pudiche\, le sue modelle. \nInfo: www.fondazionebancodisardegna.it Facebook: AR/S – Arte condivisa in Sardegna
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SUMMARY:Paul Klee
DESCRIPTION:“L’iniziale disorientamento di fronte alla natura si spiega con ciò\, che si comincia con lo scorgerne soltanto le ultime ramificazioni\, senza risalire alla radice. Una volta però che uno se ne sia reso conto\, può riconoscere anche nella più lontana fogliolina la manifestazione dell’unica legge che regola il tutto e trarne vantaggio” (Paul Klee\, Diari\, n. 536).  \nDopo la mostra dedicata al rapporto tra l’opera di Alberto Giacometti e la statuaria arcaica\, il MAN_Museo d’Arte della Provincia di Nuoro prosegue la propria programmazione rivolta ad analizzare aspetti poco indagati della produzione dei più importanti artisti del XX secolo con una mostra dedicata a Paul Klee (1879-1940).  \nInedito in Sardegna\, Klee è uno degli autori più complessi e originali del secolo scorso. Con questa rassegna\, realizzata dal Museo MAN con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna\, della Provincia di Nuoro e della Fondazione Banco di Sardegna\, con il patrocinio dell’Ambasciata di Svizzera in Italia\, curata da Pietro Bellasi e Guido Magnaguagno\, con il coordinamento scientifico di Raffaella Resch\, si intende esplorare un elemento fondamentale nell’opera dell’artista\, ovvero la percezione della presenza di un principio vitale\, generativo\, insito nella materia delle cose.  \nIn senso specifico Klee non ha mai parlato di “animismo”\, tuttavia la sua opera appare permeata di uno spirito animato avvertito in tutta la realtà materiale ed evocato dall’azione creativa dell’artista. “Creatura superiore” (Diari\, n. 660)\, l’artista\, attraverso il proprio sguardo vivificatore\, porta alla luce l’elemento generatore presente nei diversi mondi che popolano il cosmo\, nascosto sotto la superficie delle cose. Che siano uomini\, bambini\, animali\, oggetti\, paesaggi o architetture\, i mondi di Klee obbediscono tutti alla medesima legge della natura\, che l’artista indaga e imita.  \nUn unico principio vitale governa l’intero ordine naturale\, dalle cose grandi a quelle infinitesimamente piccole. Questo principio sembra palesarsi in molte opere dell’artista\, in particolare nei disegni e negli acquarelli degli anni Venti e Trenta. Opere come Feigenbaum (Fico)\, del 1929\, o Im Park (Nel parco)\, del 1940\, presenti in questa mostra\, o ancora l’importante dipinto Wohin? (Dove?) del 1920\, proveniente dalle collezioni della Città di Locarno\, esposto nel 1937 all’interno della mostra “Arte degenerata”\, organizzata dal regime nazionalsocialista tedesco.  \nLa rappresentazione del mondo animale offre una serie di parabole\, di favole morali\, dove l’animale è innalzato al ruolo di essere umano\, nei suoi vizi e nelle sue virtù. Ecco che nel disegno Tierfreundschaft (Amicizia tra animali) del 1923\, ad esempio\, un cane e un gatto si accompagnano bonariamente in una tranquilla passeggiata\, incarnando il senso di amicizia che può nascere tra due esseri umani.  \nLo studio delle opere architettoniche rivela l’interesse di Klee verso la percezione della forma e la comprensione dell’elemento organico\, vivo\, dentro di essa\, evidente in alcuni acquarelli come Americanisch – Japanisch (Americano – giapponese)\, realizzato nel 1918\, dove a svettanti palazzi stilizzati è affiancata l’icona dell’occhio. “Una volta che si è compreso l’elemento numerico del concetto di organismo”\, scrive Klee\, “lo studio della natura procede più spedito e con maggiore esattezza” (Diari 536).  \nMa il principio generativo insito in tutte le cose è ravvisabile soprattutto in quelle opere che\, in maniera dichiarata\, evocano o imitano il mondo dell’infanzia\, come in Hier der bestellte Wagen! – Ecco la carretta richiesta\, del 1935\, ma anche nel finissimo dipinto Getrübtes – Turbato\, del 1934\, proveniente dalle collezioni della GAM di Torino\, o ancora in quei lavori dove le figure sono rappresentate con tratti semplici\, stilizzati\, alla maniera dei bambini\, come nel dipinto Gebärde eines Antlitzes (Espressioni di un volto)\, del 1939\, proveniente dalla collezione del Museo del Territorio Biellese.  \nForme di vita organiche e spiriti della materia animano i diversi soggetti presenti nelle opere di Klee. Un’immagine che sembra trovare una sintesi formale in un’opera come Figurale Blätter (Foglie figurate)\, un lavoro del 1938 dove alcune figure antropomorfe\, come piccoli feti\, vivono rannicchiate all’interno di foglie–incubatrici.  \nArtista immerso nello spirito del suo tempo\, dove si avvicendano eclatanti scoperte scientifiche\, Klee recepisce gli sconvolgimenti provocatidalle teorie della relatività e della fisica quantistica\, così come le evoluzione degli studi psicoanalitici\, rielaborandoli in maniera indipendente all’interno di una visione magico-fenomenica dell’universo.  \n*** \nL’esposizione sarà accompagnata da un catalogo pubblicato da Magonza Editore con saggi di Pietro Bellasi\, Guido Magnaguagno e Raffaella Resch\, oltre alla riproduzione completa delle opere in mostra e un apparato bio-bibliografico. \nPietro Bellasi è uno studioso di antropologia dell’arte\, ha insegnato all’Università di Bologna e alla Sorbona\, è curatore di diverse mostre e cataloghi\, tra le quali “Giacometti e l’arcaico”\, Nuoro 2014; “Corpo\, automi e robot”\, Lugano 2010\, “I Giacometti. La valle e il mondo”\, Milano e Mannheim\, 2000-2001; “Un diavolo per capello”\, Bologna 2005; Tinguely e Munari\, La Spezia\, 1994  \nGuido Magnaguagno\, storico dell’arte svizzero; è stato vicedirettore del Kunsthaus di Zurigo e per lunghi anni direttore del Museo Tinguely di Basilea. Ha curato numerose mostre di arte contemporanea ed è esperto di elvetica.  \nRaffaella Resch ha organizzato e coordinato numerose mostre e cataloghi presso la Fondazione Antonio Mazzotta. Attualmente collabora con diverse istituzioni e artisti come free lance.
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SUMMARY:Eugenia Vanni
DESCRIPTION:Il progetto Il vero colore del cielo\, di Eugenia Vanni\, rientra un percorso di riflessione\, avviato dall’artista nel 2008\, sui possibili modi di applicazione e di sviluppo delle attività manuali professionali. L’obiettivo dell’artista è di dilatare il potenziale delle conoscenze specifiche attraverso il compimento di esperienze di tipo estetico\, secondo un processo di trasposizione delle abilità e di annullamento degli usi funzionali. In continuità con questo percorso\, la project room del museo sarà trasformata in un atelier di pittura\, un laboratorio aperto di condivisione di saperi e di studio di nuove prospettive non convenzionali.  \nIl laboratorio\, che si è svolto al MAN dal 23 al 25 ottobre\, ha coinvolto professionisti di diversi settori\, estranei al mondo dell’arte (chirurghi\, cuochi\, estetisti…). Le persone coinvolte sono state invitate ad affrontare il tema del ritratto e a realizzare opere di natura ambigua\, non identificabili né con il lavoro di un professionista\, né con quello di un dilettante\, esprimendo piuttosto l’essenza\, la qualità\, delle specifiche abilità manuali. I manufatti realizzati saranno presentati nelle sale del museo a partire dal 30 ottobre insieme a una selezione di opere dell’artista.  \nIl lavoro di Eugenia Vanni si configura come un’articolata riflessione sulla pittura\, un’analisi in cui il “saper fare” diventa oggetto di un’indagine allargata sulle tecniche e sui processi. Ecco che i tradizionali procedimenti artistici- dall’imprimitura al piano di argilla per bassorilievo – da strumento si fanno soggetto del dipinto. I passaggi intermedi\, dei quali solitamente non rimane traccia\, diventano i protagonisti di opere anomale\, in cui la pittura\, illusione del reale\, diventa una seconda realtà in cui credere.  \nIl lavoro di Eugenia Vanni\, presentato dalla Galleria Fuoricampo\, è stato selezionato dal Museo MAN in occasione di Art Verona 2014\, nell’ambito del progetto Level Zero\, a cui hanno aderito dieci tra i più importanti musei d’arte contemporanea italiani.  \nEugenia Vanni (Siena\, 1980) ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Firenze e la NABA di Milano. Tra le mostre più recenti: Rinvia la mia partenza\, Museo Internazionale e Biblioteca della Musica\, Bologna 2015; Barbecue\, Galleria Riccardo Crespi\, Milano 2014; Sturm und drang\, Museo Marino Marini\, Firenze 2012; Cartabianca-Firenze\, Museo di Villa Croce\, Genova 2012. 
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SUMMARY:Remo Salvadori
DESCRIPTION:Un intervento di Remo Salvadori al MAN nell’ambito del progetto: “L’ALBERO DELLA CUCCAGNA. NUTRIMENTI DELL’ARTE “\, a cura di Achille Bonito Oliva.  \nSabato 10 ottobre 2015. Ore 11.00 \nUni Nuoro – Aula Decamaster  \nNella prima metà degli anni Ottanta Remo Salvadori realizza la prima versione di Continuo infinito presente\, un’opera circolare\, composta da un intreccio di fili in acciaio\, ispirata dalla possibilità di una creazione priva di rotture\, senza soluzione di continuità\, orientata a un’armonizzazione delle dimensioni spaziale e temporale. Dal momento della sua prima esecuzione\, il lavoro diventa elemento costitutivo del linguaggio e della poetica dell’artista\, trovando in seguito nuove forme di sviluppo\, con dimensioni e spessori variabili\, sia all’interno di musei e gallerie\, sia all’esterno\, come opera d’arte pubblica.   \nPer il Museo MAN Remo Salvadori ha immaginato una costruzione partecipata dell’anello. Le premesse teoriche di una nuova parafrasi di Continuo Infinito Presente saranno condivise con il pubblico nell’ambito di un seminario che vedrà la partecipazione di operatori culturali\, architetti e curatori. Al seminario seguirà la costruzione materiale dell’opera nel contesto naturale del Monte Ortobene e il successivo posizionamento nelle sale del MAN\, dove il cerchio si troverà a dialogare con altri lavori dell’artista: Triade\, L’osservatore non l’oggetto osservato\, Nel momento.  \nIl progetto di Remo Salvadori per il Museo MAN\, con la partecipazione di UniNuoro (Decamaster) e dell’Ordine degli Architetti della Provincia di Nuoro\, rientra nell’ambito del programma L’albero della Cuccagna. Nutrimenti dell’arte\, a cura di Achille Bonito Oliva\,  con il patrocinio di EXPO Milano 2015\, che sarà presentato in simultanea su tutto il territorio nazionale il 10 ottobre\, in occasione della XI Giornata del Contemporaneo AMACI – Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani\, articolandosi in vari interventi presso musei pubblici e fondazioni private\, tra cui il MAXXI di Roma\, il MART di Rovereto\, Il Castello di Rivoli (Torino)\, il MADRE di Napoli.  \nL’esperienza artistica di Remo Salvadori (Cerreto Guidi\, 1947)\, prende avvio a Firenze\, dove studia presso l’Accademia di Belle Arti\, e in seguito si sviluppa a Milano\, dove l’artista si stabilisce all’inizio degli anni ’70. Ha partecipato alle Biennali di Venezia del 1982\, 1986 e 1993 e alle edizioni di Documenta\, a Kassel\, del 1982 e del 1992\, oltre ad avere preso parte a numerose mostre collettive\, tra le quali The European Iceberg (Art Gallery of Ontario\, 1985)\, Chambres d’amis (S.M.A.K\, Gand\, 1986) o ancoraHappiness: A Survival Guide for Art and Life (Mori Art Museum\, Tokyo\, 2003). Le sue mostre personali più importanti hanno avuto luogo al Magasin\, Centre National d’Art Contemporain di Grenoble nel 1991\, al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato nel 1997\, alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia\, nel 2005 e al MAXXI\, Roma\, nel 2012.
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SUMMARY:Enrico Piras. Alessandro Sau
DESCRIPTION:Il Museo MAN\, in collaborazione con il Comune di Gavoi\, presenta\, negli spazi del Museo Comunale (Casa Lai)\, Occhio Riflesso\, un lavoro di Enrico Piras e Alessandro Sau nato dalla riflessione sul ruolo dell’opera d’arte\, della sua esistenza e legittimazione e del suo rapporto con il pubblico. \nIl progetto\, il cui esito finale è costituito da due serie di opere – Egyptian Darkness di Enrico Piras\, e Ways of Seeing di Alessandro Sau – si è articolato in due parti proponendo una netta separazione tra il momento intuitivo\, creativo e formale dell’opera realizzata (occhio)\, e la riproduzione e diffusione del suo valore artistico (riflesso) attraverso la documentazione fotografica\, filtro narrativo tra le opere e il pubblico. Nella prima fase si è sviluppato attraverso una serie di mostre bi-personali della durata di un giorno\, realizzate in Sardegna in spazi non convenzionali legati a particolari contesti storici e architettonici: una grotta artificiale\, una domus de janas\, un bunker\, una pinnetta\, un villaggio minerario e una villa nobiliare.  \nI luoghi scelti diventano parte attiva e fondamentale della presentazione\, oltre che oggetto dei lavori esposti\, assumono il ruolo di scenario per le mostre in cui l’apparato strutturale si unisce alle opere stesse\, in una costruzione scenica in cui luci\, generatori elettrici\, proiettori\, convivono e ne rendono possibile la realizzazione. \nLe mostre\, allestite e visitate unicamente dai due artisti\, sono state caratterizzate dall’assenza di pubblico e di una curatela esterna specifica: tutti gli aspetti relativi all’organizzazione espositiva vengono infatti compresi nella stessa pratica artistica. Nella seconda fase\, la restituzione attraverso il medium fotografico ha permesso di veicolarne il contenuto agendo non solo come riproduttore delle opere esposte\, ma anche come testimone di una ricostruzione scenica: i luoghi scelti diventano parte integrante della documentazione\, caricandosi di una forte valenza narrativa.  \nEnrico Piras\, artista e ricercatore visivo\, è nato a Cagliari nel 1987\, dove vive e lavora. Si è diplomato in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Sassari e ha conseguito un master in Fine Arts presso la Utrecht Graduate School of the Arts (NL).  \nAlessandro Sau vive e lavora Cagliari dove è nato nel 1981. Ha studiato Pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma e Arte e Antropologia del Sacro presso l’Accademia di Brera. Ha conseguito un master in Fine Arts presso il Transart institute (University of Plymouth).  \n  \n  \n 
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SUMMARY:Claudia Castellucci
DESCRIPTION:Il Museo MAN\, in collaborazione con il Comune di Gavoi\, presenta la seconda tappa di Setta. Quadri di comportamento\, una personale tematica di Claudia Castellucci a cura di Silvia Fanti\, in collaborazione con il Museo Marino Marini di Firenze. Fino al 30 agosto\, il Museo Comunale di Gavoi (ex Casa Lai) accoglie una serie di opere create dal 1985\, lungo un percorso che ruota attorno alla Rappresentazione\, attraversando scultura\, azione scenica\, linguaggio.  \nArtista\, coreuta e didatta\, Claudia Castellucci ha composto testi drammatici e teorici\, oltre che essere stata interprete in molti spettacoli della Socìetas Raffaello Sanzio\, attraversando e forzando diversi sistemi di rappresentazione\, e ha creato diverse scuole drammatiche e ritmiche unendo alla ginnastica una pratica filosofica. Il suo personale percorso di ricerca\, dopo un’esperienza trentennale\, è sfociato nella composizione di Setta. Scuola di tecnica drammatica\, libro/manuale che presenta 59 giornate di esercizi\, e indici utili a riformulare le giornate. La Socìetas Raffaello Sanzio è una delle compagnie teatrali più note e apprezzate della scena mondiale. Romeo Castellucci\, che l’ha fondata nel 1981 insieme a Claudia Castellucci\, Chiara Guidi e Paolo Guidi\, ha ricevuto  nel 2013 il Leone d’Oro della Biennale di Venezia. \n  \nIl libro Setta. Scuola di tecnica drammatica è caratterizzato da una finalità trasparente e dichiarata (la scuola) e da una struttura intimamente connessa a questa finalità (gli esercizi e le giornate). Le scuole (quelle da lei dirette dal 1989 al 2011\, e quelle potenziali future) sono in realtà una dimensione della conoscenza\, non uno snodo nella trasmissione della stessa. Anzi\, con un “anatema” l’autrice diffida chiunque pratichi questi esercizi a inquadrarli in un metodo canonico. Come scrive Claudia Castellucci  “le indicazioni contenute in questo libro non chiedono di essere meditate\, bensì praticate. Tale pratica è finalizzata alla fondazione di un modo di stare insieme: la scuola. Il libro fonda una scuola se almeno tre persone decidono di metterlo in pratica. La tecnica drammatica è l’ambito utilizzato da questa scuola per conoscere agonisticamente la realtà\, perciò è soltanto un mezzo e non lo scopo di questa scuola. Ambizione del libro è quella di essere utilizzato come un attrezzo utile a sviluppare una scuola. Il carattere rivoluzionario del rapporto scolastico\, fiorito nell’antichità mediterranea\, assegna al modo di conoscere insieme un’importanza che prevale rispetto alla stessa conoscenza delle discipline. Questo modo si compie facendo esercizi. Si sceglie una relazione che serve a favorire la propria conoscenza; non si segue semplicemente una persona. Il tentativo di questo libro è facilitare questa relazione. Si scoprirà allora che perfino il luogo non è essenziale.”  \nLa mostra Setta. Quadri di comportamento\, è la messa in atto del libro. Le opere suggeriscono cosa fare\, sono un prontuario per il comportamento. Come esplicita la stessa Castellucci nei suoi Appunti per l’arte didascalica: “Ho deciso di spiegare i contenuti del mio libro attraverso una serie di quadri didascalici. Scelgo la spiegazione\, e non la teoria\, come nel libro. Invito i critici alla teoria. Ci sono pensieri pratici: esercizi che servono a fondare una scuola reale\, così come reali sono le decisioni che si prendono in merito al contatto con questa. Le opere che faccio sono tutte\, in un modo\, o in un altro\, didascaliche. Anche la tecnica e la materia sono utili ad apprendere. Non voglio esprimere una teoria\, ma invitare alla prassi. La prassi è comunque un dominio di ordine metafisico che allontana l’utilitarismo e l’utilitario: solo l’utile accetta. Questa arte\, l’arte che accetta questo ordine\, è un’arte che serve.”  \nClaudia Castellucci nasce a Cesena nel 1958. Compie i suoi studi al Liceo Artistico a all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Nel 1981 partecipa alla fondazione della Socìetas Raffaello Sanzio\, per la quale compone testi drammatici e teorici\, e con cui passa nei teatri delle principali capitali del mondo. Parallelamente crea scuole ritmiche\, di cui alcune dedicate alla danza e altre allo studio della rappresentazione. Dal 2009 divarica la propria arte in due rami: uno approfondisce il ballo\, come disciplina del tempo praticata da danzatori esperti\, l’altro prosegue l’idea di scuola come opera fatta di relazioni. Continua a recitare sporadicamente testi autografi tra cui i recenti Il Dialogo degli Schiavi e Il Regno Profondo. Ha pubblicato Uovo di bocca. Scritti lirici e drammatici\, Bollati Boringhieri\, 2000 e Setta. Scuola di tecnica drammatica\, Quodlibet\, 2015. \n  \nMuseo Comunale – Gavoi (Nu) \nVia Margherita s.n. \n Dal venerdì alla domenica \nh 10\,00-13\,00 | 17\,00-20\,00 \n  \nPer informazioni: \nMuseo MAN \nvia S. Satta 27 – 08100 Nuoro \ntel. +39 0784 25 21 10 \ninfo@museoman.it \nwww.museoman.it \n  \n 
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SUMMARY:Thomas Hirschhorn
DESCRIPTION:Con 3 “Easycollage” and 6 “Collage-Truth”\, Thomas Hirschhorn trasforma la “project room” del Museo MAN in un ambiente provocatorio\, carico di suggestioni e di contrasti visivi. Il progetto\, a cura di Lorenzo Giusti\, propone una serie di lavori di grandi dimensioni\, più altri di più piccolo formato\, realizzati tra il 2012 e il 2015\, in cui servizi fotografici di moda convivono con immagini di guerra.  \nIl senso di straniamento e di repulsione provocato dalla visione dei collage è l’arma con cui Hirschhorn conduce la propria battaglia contro una relazione semplificata con l’immagine e contro la tendenza della fotografia massmediatica a concentrarsi su aspetti parziali della realtà\, che proprio la fotografia avrebbe la pretesa di catturare\, rimuovendone le sfumature.  \nL’imposizione alla vista di corpi dilaniati dalla guerra e contestualmente di corpi idealizzati dal marketing pubblicitario\, accostamenti apparentemente contrari a ogni logica di senso ed estetica\, costituisce una strategia consapevole\, orientata all’inversione del processo di assuefazione/ipersensibilizzazione indotto dai media.  \nI lavori di Thomas Hirschhorn intendono stimolare il pubblico a prendere consapevolezza del proprio bagaglio visivo\, a fare i conti con la propria sensibilità\, e ad avvertire la necessità di un pensiero critico elaborato rispetto al mondo dei media e\, più in generale\, rispetto alla realtà geopolitica e alle condizioni sociali della contemporaneità.  \nIl progetto 3 “Easycollage” and 6 “Collage-Truth” sviluppa il percorso di indagine sul collage come strumento di analisi critica portato avanti da Hirschhorn nel corso degli ultimi anni. Una ricerca a cui l’artista affianca sia lavori site specific\, che rispondono a una precisa volontà di analisi critica della società (ambienti realizzati perlopiù con materiali poveri e oggetti d’uso comune)\, sia operazioni partecipative\, che prevedono un coinvolgimento diretto del pubblico\, come nel caso dei progetti della serie “Presence and Production”\, come  “Deleuze Monument” (Avignone\, 2000)\, “Bataille Monument” (Kassel\, 2002)\, “24h Foucault” (Parigi\, 2004)\, “The Bijlmer Spinoza-Festival” (Amsterdam\, 2009)\, “Gramsci Monument” (New York\, 2013) e “Flamme éternelle” (Parigi\, 2014). \nThomas Hirschhorn (Berna\, 1957)\, si trasferisce a Parigi nel 1983 dopo gli studi  alla Schule für Gestaltung di Zurigo. Ha presentato i propri lavori in numerosi musei\, gallerie e manifestazioni internazionali\, fra cui la Biennale di Venezia (1999 e 2015)\, Documenta 11 (2002)\, La 27a Biennale di San Paolo (2006)\, la 55a edizione del Carnegie International di Pittsburg (2008)\, il Padiglione Svizzero alla Biennale di Venezia del 2011\, La Triennale al Palais de Tokyo di Parigi (2012)\, la 9a Biennale di Shanghai (2012)\, la Gladstone Gallery New York (2012)\, Manifesta 10 a San Pietroburgo (2014). Il suo lavoro più recente\, “Flamme éternelle”\, parte del progetto “Presence and Production”\, è stato presentato nel 2014 al Palais de Tokyo. MIT Press-October Books ha pubblicato una selezione dei suoi scritti critici (Critical Laboratory: The Writings of Thomas Hirschhorn\, 2013). Ancora più recente è l’uscita del libro dedicato al “Gramsci Monument” (edito nel 2015 da Dia Foundation e Koenig Books)\, progetto che l’artista ha sviluppato nel Bronx di New York nel 2013. Numerosi i premi ricevuti: “Preis für Junge Schweizer Kunst” (1999)\, “Prix Marcel Duchamp” (2000)\, “Rolandpreis für Kunst im öffentlichen Raum” (2003)\, “Joseph Beuys-Preis” (2004) and the “Kurt Schwitters-Preis” (2011).
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SUMMARY:Vivian Maier
DESCRIPTION:Dopo gli Stati Uniti il fascino di Vivian Maier sta incantando l’Europa. \nBambinaia per le famiglie benestanti di New York e Chicago sino dai primi anni Cinquanta del secolo scorso\, per oltre cinque decadi ha fotografato la vita nelle strade delle città in cui ha vissuto senza mai far conoscere il proprio lavoro. Mai una mostra\, neppure marginale\, mai una pubblicazione. \nCiò che ha lasciato è un archivio sterminato\, con più di 150.000 negativi\, una miriade di pellicole non sviluppate\, stampe\, film in super 8 o 16 millimetri\, registrazioni\, appunti e altri documenti di vario genere che la tata “francese” (la madre era originaria delle Alpi provenzali) accumulava nelle stanze in cui si trovava a vivere\, custodendo tutto con grande gelosia. \nConfinato infine in un magazzino\, il materiale è stato confiscato nel 2007\, per il mancato pagamento dell’affitto\, e quindi scoperto dal giovane John Maloof in una casa d’aste di Chicago. \nLa mostra al MAN di Nuoro\, a cura di Anne Morin\, realizzata in collaborazione con diChroma Photography\, sarà la prima di Vivian Maier ospitata da un’Istituzione pubblica italiana. \nPartendo dai materiali raccolti da John Maloof\, il progetto espositivo fornisce una visione d’insieme dell’attività di Vivian Maier ponendo l’accento su elementi chiave della sua poetica\, come l’ossessione per la documentazione e l’accumulo\, fondamentali per la costruzione di un corretto profilo artistico\, oltre che biografico. \nInsieme a 120 fotografie tra le più importanti dell’archivio di Maloof\, catturate tra i primi anni Cinquanta e la fine dei Sessanta\, la mostra presenta anche una serie di dieci filmati in super 8 e una selezione di immagini a colori realizzate a partire dalla metà degli anni Sessanta. Privi di tessuto narrativo e senza movimenti di camera\, i filmati fanno chiarezza sul suo modo di approcciare il soggetto\, fornendo indizi utili per l’interpretazione del lavoro fotografico. \nGli scatti degli anni Settanta raccontano invece il cambiamento di visione\, dettato dal passaggio dalla Rolleiflex alla Leica\, che obbligò Vivian Maier a trasferire la macchina dall’altezza del ventre a quella dell’occhio\, offrendole nuove possibilità di visione e di racconto. \nLa mostra sarà inoltre arricchita da una serie di provini a contatto\, mai esposti in precedenza\, utili per comprendere i processi di visione e sviluppo della fotografa americana. \nA conquistare il pubblico\, prima ancora delle fotografie\, è la storia di “tata Vivian”\, perfetta per un romanzo esistenziale o come trama di una commedia agrodolce; talmente insolita\, talmente affascinante\, da non sembrare vera. \nMa al di là del racconto\, al di là delle note biografiche\, dei piccoli grandi segreti rivelati dalle persone che l’hanno conosciuta\, al di là del suo ritratto di donna eccentrica e riservata\, dura e curiosa come pochi altri\, custode di un mistero non ancora svelato\, al di là di tutto c’è il grande lavoro fotografico di Vivian Maier\, su cui molto rimane ancora da dire. \nVivian Maier ha scattato perlopiù nel tempo libero e a giudicare dai risultati si può credere che\, in quel tempo\, non abbia fatto altro. I suoi soggetti prediletti sono stati le strade e le persone\, più raramente le architetture\, gli oggetti e i paesaggi. \nFotografava ciò che improvvisamente le si presentava davanti\, che fosse strano\, insolito\, degno di nota\, o la più comune delle azioni quotidiane. Il suo mondo erano “gli altri”\, gli sconosciuti\, le persone anonime delle città\, con cui entrava in contatto per brevi momenti\, sempre mantenendo una certa distanza che le permetteva di fare dei soggetti ritratti i protagonisti inconsapevoli di piccole-grandi storie senza importanza. \nOgni tanto però\, in alcune composizioni più ardite\, Vivian Maier si rendeva visibile\, superava la soglia della scena per divenire lei stessa parte del suo racconto. Il riflesso del volto su un vetro\, la proiezione dell’ombra sul terreno\, la sua silhouette compaiono nel perimetro di molte immagini\, quasi sempre spezzate da ombre o riflessi\, con l’insistenza un po’ ossessiva di chi\, insieme a un’idea del mondo\, è in cerca soprattutto di se stesso. In questa indagine senza fine talvolta coinvolgeva anche i bambini che le venivano affidati\, costringendoli a seguirla in giro per la città\, in zone spesso degradate di New York o di Chicago. A uno sguardo sensibile e benevolo per gli umili\, gli emarginati\, univa una vena sarcastica\, evidente in molti scatti rubati\, che colpiva un po’ tutti\, dai ricchi borghesi dei quartieri alti agli sbandati delle periferie. \n“Di Vivian Maier – afferma Lorenzo Giusti\, Direttore del MAN – si parla oggi come di una grande fotografa del Novecento\, da accostare ai maestri del reportage di strada\, da Alfred Eisenstaedt a Robert Frank\, da Diane Arbus a Lisette Model. Le grandi istituzioni museali fanno però fatica a legittimare il suo lavoro\, vuoi perché\, in tutta una vita\, non ebbe una sola occasione per mostrarlo\, vuoi per la diffusa – e legittima – diffidenza verso l’attività degli “hobbisti”. Ma i musei\, si sa\, arrivano sempre un po’ in ritardo. \nDelle opere di Vivian Maier non colpisce soltanto la capacità di osservazione\, l’occhio vigile e attento a ogni sensibile variazione dell’insieme\, l’abilità di composizione e di inquadramento. Ciò che più impressiona è la facilità nel passare da un registro all’altro\, dalla cronaca\, alla tragedia\, alla commedia dell’assurdo\, sempre tendendo saldamente fede al proprio sguardo. Una voce rimasta per molto tempo fuori dal coro\, ma senza dubbio ben accordata”.
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SUMMARY:Sardegna reportage 2015
DESCRIPTION:La commissione del concorso “Sardegna Reportage”\, riunitasi a Gavoi il 13 giugno scorso\, ha individuato quattro progetti tra i centouno presentati al Museo MAN da altrettanti concorrenti\, segnalando in particolare il lavoro di Matteo Melis\, “Cagliari\, vita e costumi di una città del 2015”.  \nGli altri progetti segnalati dalla commissione sono i reportage di Erik Chevalier\, “Terra di nessuno”\, di Bruno Olivieri\, “Il desiderio”\, e di Stefano Pia\, “Kilometri Zero”. La commissione ha inoltre ritenuto opportuno attribuire una menzione speciale ad alcuni singoli scatti presentati dai fotografi Paolo Marchi\, Gigi Murru\, Virgilio Piras e Daniele Pischedda.  \nIspirato al lavoro di Vivian Maier\, alla quale il MAN dedicherà un’importante retrospettiva a partire dal prossimo 10 luglio\, il concorso “Sardegna Reportage” 2015 era dedicato alla fotografia di strada (Street Photography)\, un genere che rivolge la propria attenzione alla vita negli spazi pubblici\, e richiedeva la capacità di raccontare ambienti\, persone\, situazioni o contesti urbani della Sardegna di oggi attraverso il medium fotografico\, concentrandosi sulla vita quotidiana\, i cambiamenti di costume\, le interazioni umane\, lo spirito e le contraddizioni del nostro tempo. Coerentemente con quanto richiesto\, le opere individuate dalla giuria si distinguono per la capacità di catturare situazioni curiose o dense di pathos e per il tempismo nel cogliere attimi significativi.  Dei diversi lavori sono stati valutati le motivazioni originarie\, i temi individuati\, la forza comunicativa\, l’attinenza al genere prescelto\, oltre agli aspetti formali e di qualità delle immagini.  \nLa commissione – composta da Michele Smargiassi\, giornalista di Repubblica e curatore del blog Fotocrazia\, Paolo Curreli\, redattore delle pagine culturali della Nuova Sardegna e Max Solinas\, giornalista\, photo editor e fotoreporter dell’Unione Sarda – ha così motivato la scelta fatta:  \n“Tra tutti i progetti presentati\, molto differenti tra loro per intenzioni e qualità\, la giuria ha scelto di selezionare quattro portfolio personali e altrettanti scatti singoli\, diversi tra loro per sensibilità\, approccio  formale\, scelta di soggetti e stile. Segnaliamo tra tutti  il progetto di Matteo Melis\, “Cagliari\, vita e costumi di una città del 2015”. Le cinque fotografie presentate colgono\, con coerenza stilistica e sensibilità di sguardo\, mutamenti della città contemporanea in cui sono ancora ravvisabili le tracce di una specificità locale ma ormai diluite nell’alveo della globalizzazione. A parere della giuria l’autore ha ben interpretato il linguaggio ormai classico della “street photography”\, come richiesto dal bando\, declinandolo in modo personale; l’attenzione al banale come all’insolito aspetto delle relazioni umane in un angolo di scena urbana rendono questo lavoro  particolarmente interessante e degno di nota”.   \nIl progetto di Matteo Melis\, insieme agli altri lavori indicati dalla commissione\, sarà presentato al Museo MAN a partire dal prossimo 10 luglio\, in concomitanza con la mostra dedicata a Vivian Maier. \n 
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SUMMARY:Italo Zuffi
DESCRIPTION:“Potersi dire” è il titolo del progetto di Italo Zuffi per il Museo MAN\, secondo di una serie di momenti di approfondimento sul lavoro dell’artista avviata nello scorso febbraio dalla Nomas Foundation di Roma e destinata a coinvolgere\, nel corso del 2015\, il de Appel Arts Centre di Amsterdam e l’ar/ge kunst di Bolzano. \nL’esposizione al MAN è rivelatrice dei due distinti percorsi di ricerca presenti nell’opera dell’artista: un versante più intimista\, di indagine introspettiva\, e uno legato all’analisi del suo rapporto con il sistema-arte\, sempre visualizzato e risolto con filtro autobiografico. \nAl primo filone appartiene il lavoro Poesie doppie\, ideato nel 2014\, una performance in cui Zuffi recita alcune sue poesie scritte nel corso degli ultimi anni. Il contenuto delle poesie offre uno sguardo sul tempo delle relazioni\, “su una presa di coscienza corporea\, in transito verso un alleggerimento esistenziale”. La recita a memoria delle poesie avviene in base a una coreografia tesa a crearsi una distrazione\, nonché a proporre un esercizio di specchiatura. \nIl secondo lavoro in mostra\, Incentivi\, è una nuova produzione realizzata in occasione del progetto al MAN\, concepita come un dialogo diretto con il sistema dell’arte\, di cui sono evocate regole interne e logiche collettive di legittimazione. Un ciclo di testi su tela che riflettono sul rapporto tra produzione di opere e loro circolazione attraverso sistemi promozionali e di mercato. Questi nuovi lavori\, presentati negli spazi della project room del museo\, proseguono il percorso di verifica\, avviato dall’artista nel 2010\, attorno al concetto di “competizione” intesa come rappresentazione di ciò che concerne sia strategie di diffusione del lavoro\, sia i luoghi e gli agenti in cui queste si attivano. In questo caso\, il lavoro interroga l’economia dell’artista nell’ambito allargato del mercato dell’arte. \nAlla mostra al MAN sarà affiancato un laboratorio con gli allievi del master di primo livello in Diritto ed economia dell’Arte e della Cultura (Decamaster) organizzato dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Sassari in collaborazione con UniNuoro e Fondazione Banco di Sardegna. Il laboratorio prevede lo svolgimento di una serie di esercizi di gruppo\, tesi allo sviluppo di un’analisi critica della visione e dell’esperienza dell’opera in un contesto di sistema. \n\n\n\n\nItalo Zuffi\n\n\nItalo Zuffi (Imola\, 1969. Vive a Milano) nel suo lavoro utilizza scultura\, performance\, foto e scrittura per creare “non un disegno totale\, bensì una serie indefinita di stanze” (Pier Luigi Tazzi\, 2003). Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna (Diploma in Pittura\, 1993)\, e al Central St Martins College of Art & Design di Londra (Master of Arts\, 1997). Nel 2001 gli è stata assegnata la Wheatley Bequest Fellowship in Sculpture presso l’Institute of Art & Design di Birmingham (GB). È docente di Scultura presso l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila dal febbraio 2015\, e dal 2011 è Guest-Lecturer in Performance alla Royal Academy of Arts dell’Aja (NL). \nMostre personali (recenti): Quello che eri\, e quello che sei\, Nomas Foundation\, Roma; Gli ignari\, appartamento privato\, Milano (2013); La penultima assenza del corpo\, Fondazione Pietro Rossini\, Briosco (2012); Zuffi\, Italo\, Pinksummer\, Genova (2010). \nMostre collettive (recenti): Esercizi di Rivoluzione\, un progetto di Maxxi e Nomas Foundation\, Maxxi\, Roma (2014); Le leggi dell’ospitalità\, Galleria P420\, Bologna (2014); Per4m\, Artissima\, Torino (2014); I baffi del bambino\, Lucie Fontaine\, Milano (2014); La Pelle – Symphony of Destruction\, MAXXX Project Space\, Sierre (2014); Le statue calde\, Museo Marino Marini\, Firenze (2014); Drive my car\, OPENING Via Pola\, Milano (2013); Italia Tropici\, Angelo Mai Altrove Occupato\, Roma (2013); Il fascino discreto dell’oggetto. Figura 2: Natura Morta\, GNAM\, Roma (2013); Almanac\, Newman Popiashvili gallery\, New York (2013); Fuoriclasse\, Villa Reale\, Milano (2012)\, Mexico City Blues\, Shanaynay\, Parigi (2012) e New York Gallery\, New York (2012).
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DESCRIPTION:“La costante resistenziale” è un progetto espositivo che mira a fornire un quadro complessivo delle ricerche più innovative che\, dai primi anni dell’autonomia regionale ai giorni nostri\, hanno caratterizzato la scena artistica sarda. Un programma triennale che\, entro il 2017\, porterà a ricostruire sei decenni di attività sperimentale\, mettendo in evidenza tematiche\, eventi\, gruppi e personalità. \nL’individuazione di un possibile “connotato specifico” da riconoscere all’interno delle diverse esperienze\, costituisce l’ossatura di questo progetto. La “Costante resistenziale sarda” è un concetto con il quale l’archeologo Giovanni Lilliu ha cercato di esprimere la storica lotta condotta dal popolo sardo contro le potenze coloniali che di volta in volta si sono affacciate sulle coste dell’isola. “La Sardegna”\, ha scritto Lilliu\, “in ogni tempo\, ha avuto uno strano marchio storico: quello di essere stata sempre dominata (in qualche modo ancora oggi)\, ma di avere sempre resistito. Un’Isola sulla quale è calata per i secoli la mano oppressiva del colonizzatore\, a cui ha opposto\, sistematicamente\, il graffio della resistenza. Perciò\, i Sardi hanno avuto l’aggressione di integrazioni di ogni specie ma\, nonostante questo\, sono riusciti a conservarsi sempre se stessi.” \nNel quadro dell’indagine sulla produzione artistica e culturale\, il concetto di “costante resistenziale”\, viene a delinearsi come una metafora ideale e allo stesso tempo come un criterio di visione privilegiato attraverso il quale osservare lo sviluppo delle pratiche artistiche e dei linguaggi espressivi alla luce degli influssi esterni\, del dibattito critico e delle tendenze nazionali e internazionali\, di volta in volta recepite o negate\, affermate o reinterpretate. \nLa prima delle tre mostre\, “Venticinque anni di ricerca artistica in Sardegna”\, in programma al Museo MAN dal 17 aprile al 28 giugno 2015\, intende guardare alla generazione di artisti emersi tra il 1957 e il 1983. L’arco di tempo individuato\, così come il titolo proposto\, fanno riferimento a un importante precedente storico: la mostra\, realizzata nel 1983 dal Comune di Nuoro e dal Consorzio per la pubblica lettura Sebastiano Satta\, a cura di Salvatore Naitza e Sandra Piras\, che intendeva fare il punto sulla produzione dell’ultimo quarto di secolo attraverso i lavori di un nutrito gruppo di autori di diversa formazione e tendenza. \nLa scelta del 1957 come data di inizio del percorso di rinnovamento si spiega in ragione di un evento che ebbe luogo a Nuoro. Quell’anno\, nell’ambito della Biennale d’Arte\, una giuria composta da Elena Baggio\, Felice Casorati\, Mario Delitala\, Rodolfo Pallucchini e Marco Valsecchi\, assegnò il Premio Sardegna di pittura a Mauro Manca per l’opera intitolata L’ombra del mare sulla collina; un dipinto di matrice cubista\, che nel precorrere le sperimentazioni segnico-materiche che l’artista avrebbe portato avanti negli anni successivi\, segnava un netto spartiacque tra le esperienze figurative e quelle astratte. \nLa diffusione dei nuovi linguaggi si registrerà nell’isola in seguito al trasferimento di Mauro Manca a Sassari come direttore dell’Istituto Statale d’Arte (1959)\, divenuto sotto la sua direzione riferimento di indagini avanzate\, e col sorgere a Cagliari di formazioni di ricerca come “Studio 58” e\, nel decennio successivo\, il “Gruppo Iniziativa”\, attivo tra il 1960 e 1965\, il “Gruppo Transazionale” (1966)\, sotto la guida metodologica di Corrado Maltese\, e il “Centro di Cultura Democratica”\, fondato nel 1967. \nIntorno a Manca e alla sua scuola nasce il “Gruppo A” (1962)\, che raccoglie le istanze dei protagonisti della nuova generazione sassarese. Eredità successivamente recepita dal “Gruppo della Rosa” (1976) all’interno del quale vedranno la luce le indagini di quegli artisti usciti dall’Istituto d’Arte e lì ritornati in qualità di insegnanti. \nGruppi non sempre omogenei\, formatisi nelle due maggiori città della regione\, a cui\, in un quadro generale che tiene conto anche delle specificità geografiche e culturali di Nuoro – un centro di produzione e promozionale della cultura sarda aperto alla ricezione degli influssi esterni – si affiancano personalità indipendenti di diverso orientamento. \nI Sessanta e i Settanta in Sardegna sono stati anche gli anni della critica impegnata che\, dalle pagine dei quotidiani locali\, vede attivi intellettuali di estrazione diversa (storici dell’arte\, antropologi\, linguisti) in un dibattito costruito sul rifiuto parallelo di un regionalismo chiuso e di un cosmopolitismo di maniera. Un’esperienza complessa e talvolta contraddittoria\, in bilico tra una dimensione interna\, di definizione della propria specificità culturale\, ed una esterna\, nella consapevolezza della necessità di inserire i problemi culturali sardi nel quadro di coordinate internazionali. \nLa costante resistenziale #1. Artisti in mostra: Italo Antico\, Antonio Atza\, Gaetano Brundu\, Paolo Bullitta\, Zaza Calzia\, Giovanni Campus\, Giovanni Canu\, Sergio Cara\, Giovanni Carta\, Tonino Casula\, Aldo Contini\, Salvatore Coradduzza\, Paola Dessy\, Nino Dore\, Angelino Fiori\, Gino Frogheri\, Maria Lai\, Ermanno Leinardi\, Angelo Liberati\, Carlo Loi\, Mauro Manca\, Nicolò Masia\, Luigi Mazzarelli\, Mirella Mibelli\, Rosetta Murru\, Luciano Muscu\, Costantino Nivola\, Primo Pantoli\, Igino Panzino\, Giuseppe Pettinau\, Gaetano Pinna\, Giovanni Pintori\, Roberto Puzzu\, Rosanna Rossi\, Vincenzo Satta\, Pinuccio Sciola\, Giovanna Secchi\, Antonio Secci\, Agostino Sini\, Ugo Ugo\, Italo Utzeri. \n“La costante resistenziale” è un progetto pluriennale del Museo MAN\, ideato da Lorenzo Giusti\, che nel corso del suo sviluppo si avvarrà della collaborazione di diversi studiosi. Il primo dei tre eventi in programma\, Venticinque anni di ricerca artistica in Sardegna (1957-1983)\, è curato da Emanuela Manca\, con la consulenza di Rosanna Rossi e Silvano Tagliagambe.
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DESCRIPTION:Il progetto “Civil Servants”\, a cura di Micaela Deiana\, nasce da una ricognizione delle pratiche artistiche di natura antagonista portate avanti in Sardegna\, volte alla formulazione di modelli di analisi\, decostruzione e problematizzazione dell’attuale contesto socio-politico.  In questo ricco filone\, sul crinale fra attivismo e ricerca artistica\, la mostra si concentra in particolare su quelle indagini che\, nel corso degli ultimi anni\, hanno sollevato importanti questioni ambientali\, fondamentali per il futuro dell’isola. \nL’espressione “Civil Servant” appartiene alla cultura anglosassone e indica la responsabilità e il profondo senso civico con il quale i funzionari statali prestano il proprio servizio alla comunità di cui sono parte. Gli artisti selezionati fanno di questa attitudine un elemento chiave della propria poetica\, dando vita a opere\, ma soprattutto azioni\, in cui l’arte diventa strumento di critica sociale per sensibilizzare il territorio al valore del bene comune. \nAttraverso le narrazioni di Leonardo Boscani\, Riccardo Fadda\, Pasquale Bassu ed Eleonora Di Marino\, la mostra racconta in particolare gli effetti dell’occupazione e dello sfruttamento del suolo ad opera di poli industriali che hanno caratterizzato la cosiddetta “rinascita industriale sarda” negli anni Sessanta e Settanta\, e gli strumenti critici con cui oggi si cerca di far fronte al fallimento politico-economico di quelle strategie di sviluppo e di dare avvio al difficile processo di riconversione. \n\n\n\n\nLeonardo Boscani\n\n\nLeonardo Boscani (Sassari\, 1961)\, da anni attivo sul fronte della critica sociale attraverso progetti di ricerca artistica\, propone Studio di fattibilità per l’allevamento del cervo semibrado nel territorio di Monte Rosè\, opera “distopica”\, a cura della Fondazione A. Cicchiarelli\, per la programmazione di un nuovo sviluppo del settore dell’allevamento nel nord Sardegna parallelo agli interventi di bonifica dell’industria chimica dell’area di Porto Torres. \n\n\n\n\nRiccardo Fadda\n\n\nRiccardo Fadda (Porto Torres\, 1976)\, fondatore del collettivo artistico AZ.Namusn.Art\, presenta un gruppo di lavori dalla serie Anarchaeology\, in cui affronta criticamente il tema del patrimonio culturale invitando alla presa di coscienza di una rinnovata identità locale che tenga conto delle condizioni dell’ambiente e delle contraddizioni del territorio. \n\n\n\n\nPasquale Bassu\n\n\nPasquale Bassu (Nuoro\, 1979)\, uno dei nuovi membri del gruppo nuorese “Seuna Lab”\, dà luogo a una performance dal titolo Io sono stato\, coinvolgendo il pubblico in un mutuo scambio di servizi garantito da un circuito di banconote creato dall’artista stesso. \n\n\n\n\nEleonora Di Marino\n\n\nEleonora Di Marino (Carbonia\, 1990) presenta Betile\, opera inserita nella ricerca di S.p.a. – Soluzioni Per l’Ambiente\, un progetto in itinere che evidenzia le contraddizioni del caso “Fanghi Rossi”\, terreni tutelati dal punto di vista paesaggistico benché tossici\, a causa della presenza di residui metallici dovuta alle lavorazioni minerarie. L’artista fa parte del collettivo Giuseppe Frau Gallery\, operante nel nel Sulcis – Iglesiente.
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SUMMARY:Canto di strada
DESCRIPTION:Frutto di un dialogo ideale scaturito dalla condivisione di una concezione del cammino come motore di esperienze artistiche\, la mostra\, a cura di Lorenzo Giusti\, presenta una serie di nuovi lavori – fotografie\, wall drawings\, disegni e installazioni – nati dalla comune esperienza di viaggio sulle montagne della Sardegna centrale. Hamish Fulton (Londra\, 1946) è una delle figure più rappresentative dell’arte inglese degli ultimi decenni. Insieme a Richard Long è considerato il padre fondatore di un movimento internazionale di “artisti camminatori”\, di cui l’austriaco Michael Höpfner (Krems\, 1972) è oggi uno degli esponenti più significativi. \nLa mostra al MAN di Nuoro mette per la prima volta a confronto il lavoro dei due artisti\, individuando nel viaggio sulle montagne del Supramonte e del Gennargentu un terreno comune di confronto. Un’esperienza di immersione totale nella natura aspra della Barbagia orientale che ha visto muovere i due artisti per due settimane nello stesso ambiente\, senza mai incontrarsi. Uniti da una medesima passione per la montagna e da una comune visione della pratica artistica come espressione di esperienze personali (anche quando fatte in gruppo)\, Fulton e Höpfner aprono\, attraverso l’utilizzo di linguaggi diversi – più concettuale quello del primo\, con testi o grafici di percorso\, più visivo quello del secondo\, con fotografie e installazioni – una significativa riflessione sul ruolo dell’arte\, sui concetti di esperienza e di creazione\, oltre che sul rapporto tra uomo e ambiente. \nCompleterà il progetto un catalogo\, pubblicato da NERO\, con testi di Lorenzo Giusti\, Giovanni Carmine e Muriel Enjalran. \nLa mostra sarà accompagnata da un programma di attività laboratoriali a cura della sezione didattica del museo e da esperienze di cammino per il pubblico\, in collaborazione con artisti e guide ambientali del territorio.  \n\n\n\n\nHamish Fulton\n\n\nInizia la sua carriera alla fine degli anni Sessanta\, definendosi “Walking Artist”\, un modo per distinguere il proprio lavoro dalle pratiche della Land Art a cui era stato inizialmente accomunato. La sua è un’arte esperienziale\, che si nutre di lunghi percorsi a piedi in contesti naturali\, in particolare di montagna\, dall’Europa al Sudamerica\, dal Tibet al Giappone. A partire dagli anni Novanta ha declinato parte del proprio lavoro in una dimensione partecipata\, finalizzata alla condivisione dell’esperienza del cammino\, che ha trovato applicazione e sviluppo anche in contesti urbani. Le sue opere sono conservate nelle collezioni dei più importanti musei del mondo\, dal MOMA di New York\, al Centre Pompidou di Parigi\, alla Tate Modern di Londra. \n\n\n\n\nMichael Höpfner\n\n\nVive tra Vienna e Berlino. Il suo lavoro si incentra sull’esperienza del viaggio a piedi\, attraverso zone desertiche o scarsamente abitate dall’Ucraina alla Cina\, dal Kirghizistan alla Corea del Sud. Un percorso iniziato come esplorazione fisica e mentale di spazi geografici e che è proseguito come riflessione sui concetti di realtà e di luogo. Tra le mostre più recenti si ricordano quelle al Kunstforum Bank di Vienna\, alla Kunsthalle di San Gallo\, al Kunstverein di Salisburgo\, all’ar/ge Kunst di Bolzano e nelle gallerie Olaf Stüber di Berlino e Hubert Winter di Vienna.
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