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SUMMARY:Allori senza fronde
DESCRIPTION:  \nA cura di Aberto Salvadori e Luigi Fassi \nIn due intensi decenni di mostre e progetti artistici\, il punto di forza del MAN è stato quello di aver saputo proporre al proprio pubblico un programma espositivo variegato\, imprevedibile e sempre mutevole. Se l’attenzione alla ricerca artistica contemporanea rimane uno snodo centrale dell’attività dell’istituzione\, il MAN negli anni ha tuttavia indagato con attenzione e originalità i percorsi e gli sviluppi dell’arte moderna occidentale. L’intenzione del museo è infatti accompagnare i visitatori in un viaggio di conoscenza dove emerga con forza la continuità che lega tra loro le diverse esperienze artistiche succedutesi nei secoli che hanno scritto la storia dell’arte moderna e contemporanea. \nAllori senza fronde presenta per la prima volta al pubblico italiano un affascinante esplorazione del laboratorio artistico di Pierre Puvis de Chavannes\, artista protagonista dell’arte francese tra Otto e Novecento e la cui attività ha influenzato con forza lo sviluppo artistico delle generazioni che lo hanno seguito\, come testimonia la continua ammirazione tributatagli da Paul Cézanne\, Paul Gauguin\, Vincent Van Gogh\, George Seurat e Henry Matisse. \nComposta da prestiti provenienti da collezioni private e pubbliche\, la mostra presenta una selezione di opere su carta e dipinti di un artista fondamentale della fine del XIX secolo. \nPierre Puvis de Chavannes nacque a Lione\, in Francia\, nel 1824\, il più giovane di quattro figli di una famiglia discendente dalla nobiltà della Borgogna. Interrotti gli studi in ingegneria in seguito alla morte della madre e a una lunga malattia\, Puvis trascorse un lungo soggiorno in Italia per ritrovare la salute. \nQuest’esperienza italiana\, assieme all’incontro con le opere di Giotto e Piero della Francesca\, ebbe una profonda impressione su Puvis\, che decise di dedicarsi interamente all’arte dopo il suo ritorno a Parigi nel 1848. Puvis cominciò a lavorare negli studi di Henri Scheffer\, Eugène Delacroix e Thomas Couture\, rifuggendo la formazione artistica convenzionale e dipingendo da solo nel suo studio. Il suo interesse per i grandi temi eroici e l’immaginario classico portò Puvis a intraprendere la pittura murale\, considerata a quel tempo la suprema ambizione per tutti i pittori realisti più ambiziosi. \nDurante la sua carriera di quattro decenni\, Puvis cercò costantemente di perfezionare un’estetica classica e altamente decorativa. L’artista francese sviluppò un’originale palette di tonalità opache e sbiancate\, dipinte in modo da infondere alle sue figure solidità e carattere. La sua padronanza emerge in composizioni finemente calibrate che accrescono ulteriormente il suo realismo etereo e prestano alle sue figure una solitudine essenziale. Svincolato da movimenti e categorie condivise\, Puvis\, come emerge dalla mostra\, si muove tra simbolismo e verismo\, disegni e olii su tela\, schizzi e bozzetti\, alla ricerca di un riscatto della dignità umana che affonda le sue radici nella cultura umanistica del Rinascimento italiano. È proprio a partire da quello straordinario capitolo della storia italiana che meglio si può comprendere l’opera di Puvis de Chavannes\, un artista che ci invita a guardare al nostro tempo attraverso il filtro della lenta sedimentazione della cultura nei secoli. \nLa mostra è accompagnata da un catalogo edito da Marsilio con testi di Louise D’Argencourt (storica dell’arte\, ex curatrice National Gallery of Canada\, Ottawa)\, Bertrand Puvis de Chavannes (storico dell’arte\, presidente del Comité Puvis de Chavannes) e dei curatori. \n 
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SUMMARY:Personnages
DESCRIPTION:  \na cura di Luigi Fassi  \n“Personnages” è la prima retrospettiva museale dedicata all’ artista franco – palestinese Maliheh Afnan (Haifa\, 1935 – Londra\, 2016). Figura ancora poco noto al pubblico dell’arte\, in cinque decenni di intensa attività Afnan è stata diasporica testimone degli sconvolgimenti e dei destini che hanno caratterizzato il mondo del Medioriente mediterraneo. \nIl titolo della mostra prende ispirazione dalla un’evocativa serie di disegni\, Personnages\, realizzati nel corso di diversi anni ed eseguiti da Afnan in tecnica mista\, in cui compaiono una successione di volti e di figure umane. \nLe rappresentazioni all’interno delle opere simulano una folla di presenze fantasmatiche attraverso cui l’artista restituisce frammenti della propria esperienza nel travagliato percorso degli eventi mediorientali novecenteschi. Ogni opera racconta un volto\, una possibile memoria e una storia dimenticata\, alludendo allo sradicamento dalla propria cultura e identità come dimensione non solo storica ma anche esistenziale del destino umano.  \nIl percorso espositivo presentato al MAN è caratterizzato da una serie di lavori dal carattere enigmatico eseguiti dall’artista su tipologie di supporti diversi e mediante differenti tecniche tra cui velature\, combustioni e rilievi in gesso. \nIn mostra sono inoltre presenti anche due opere degli anni settanta\, cartoni soggetti a un processo di combustione che allud al coevo dramma della Guerra civile in Libano\, e un’installazione\, costruita servendosi di antichi libri Bahá’í\, culto religioso fondata da Bahá’u’lláh nel XIX secolo e alveo culturale di appartenenza della famiglia di Afnan. \nConclude il percorso una vetrina che presenta una selezione di sketch e disegni in piccolo formato. \nDa questi bozzetti emerge un aspetto che percorre sottotraccia tutto il lavoro dell’artista\, la percezione del tragico come indissolubile dalla dimensione dello humour e dell’ironia. \nNata in Palestina da genitori persiani di tradizione religiosa Bahá’í\, Afnan ha trascorso un’esistenza diasporica\, dalle sponde mediterranee della Palestina e del Libano agli Stati Uniti\, dal Kuwait alla Francia e all’Inghilterra. \nSono proprio gli avvenimenti storici e sociali dagli anni quaranta in poi in Medio Oriente a caratterizzare il percorso artistico dell’artista\, testimone degli eventi traumatici di quei decenni\, come le devastazioni della Guerra civile in Libano. \nL’intero progetto è accompagnato da un catalogo monografico edito da Arkadia di Cagliari\, con testi di Sussan Babaie (docente di storia dell’arte dell’Iran e dell’Islam presso il Courtauld Institute of Art di Londra)\, Rose Issa (storica dell’arte mediorientale\, Londra) e Luigi Fassi. \n 
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SUMMARY:Il segno e l’idea
DESCRIPTION:  \nA cura di Emanuela Manca e Luigi Fassi  \nIn sintonia con l’intero progetto curatoriale e le tematiche affrontate con “Personnages” e “Allori senza fronde” il MAN propone circa venti opere appartenenti alla collezione permanente del museo tra cui disegni\, sculture e dipinti. \nTra gli artisti in mostra\, Antonio Ballero\, Giuseppe Biasi\, Salvatore Fancello\, Francesco Ciusa\, Francesca Devoto\, Bernardino Palazzi e Giacinto Satta\, figure chiave per l’elaborazione di nuovi canoni espressivi nella scena artistica sarda. \nIl corpus espositivo è una straordinaria occasione per vedere non solo opere finite ma anche bozzetti e studi anatomici\, che rivelano al contempo l’attenzione verso i classici – rielaborandone il pensiero alla luce della propria cultura – e l’indagine sulla fisiognomica che impegna la scienza di fine Ottocento influenzando profondamente la storia culturale della Sardegna. \nNelle opere è la rappresentazione della figura umana nella sua dimensione simbolica a prevalere\, tra dettagli di volti e volumetrie di corpi\, sempre in stretto rapporto con il mondo della Sardegna del XX secolo e la cultura mediterranea insulare. 
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SUMMARY:Sogno d’oltremare
DESCRIPTION:  \na cura di Luigi Fassi \ndal 9 novembre 2018 al 3 marzo 2019 \nCon “Sogno d’oltremare” François-Xavier Gbrè\, per la prima volta in Italia\, presenta una selezione fotografica a soggetto africano\, che documenta un’esplorazione delle città capitali dell’Africa occidentale\, Abidjan e Bamako\, Porto Novo e Dakar insieme a nuova serie di immagini realizzate durate il suo soggiorno in Sardegna e commissionate dal MAN. \nLa residenza di Gbré in Sardegna\, svoltasi con il supporto della Film Commission Sardegna tra luglio e settembre 2018\, percorrendo la maggior parte delle regioni storiche dell’isola\, si traduce all’interno di questa esposizione in una ricerca fotografica composta in forma di ipotetico dialogo epistolare tra un cittadino ivoriano residente in Sardegna e qualcuno rimasto a casa\, o forse\, tra chi vive in Africa e scrive a un amico ormai lontano nelle latitudini europee. La solitudine emotiva del dislocamento geografico\, lo sfruttamento dei territori\, e il rapporto tra ciò che viene classificato come sud e ciò che è definito nord\, sono le tematiche che trapelano da questi lavori.  La mostra vuole portare alla luce la difficile situazione identitaria nell’Africa occidentale contemporanea\, divisa tra le conseguenze della guerra fredda\, la migrazione del popolo e l’ascesa di una occupazione economica guidata dalla Cina.  \nGbré ha sviluppato un diario di appunti fotografici sui paesaggi del territorio interno dell’isola\, seguendo le tracce di edifici dismessi\, antichi insediamenti industriali\, siti archeologici\, infrastrutture abbandonate e scenari naturali circostanti. Oggetto di indagine\, infatti\, sono le strutture civiche e l’architettura pubblica (piscine\, stadi sportivi) e luoghi storici come monumenti e elementi decorativi (murales) osservati come simboli futuristici del progresso e allo stesso tempo luoghi di esclusione e selezione sociale. \nIl viaggio dell’artista in Sardegna si trasforma in un percorso culturale e sociale seguendo le tracce stratificate di insediamenti e memorie\, identità d’oltremare di epoca coloniale\, vittorie e sconfitte. \nIn mostra è presente anche un’antica carta geografica settecentesca che rivela l’immagine di “un’altra Sardegna” dove i consueti codici cartografici sono irriconoscibili. Se nelle immagini di Gbré l’Africa non si distingue più dall’Europa e il Mali dalla Sardegna è perchè il mondo del Mediterraneo insulare\, immerso in una falda di storia lenta come ha scritto lo storico Fernand Braudel\, omette le prospettive e sommerge il presente con l’enigma della propria storia\, tra incroci e ibridazioni\, lingue e paesaggi\, lutti e rinascite. Osservata dall’Africa\, la Sardegna che Gbré racconta è così un universo sfuggente e inafferrabile\, in cui altre culture\, altri popoli e altri mondi hanno precedentemente coabitato. \nLa ricerca di François-Xavier Gbré è un’investigazione fotografica della modernità africana\, un’ininterrotta osservazione di luoghi rurali e scenari urbani che contribuisce a ripensare la storia recente del continente attraverso uno strumento di confessione intimo e privato.  \nSi ringraziano gli enti che sostengono l’attività del MAN: Regione Sardegna\, Provincia di Nuoro\, Fondazione di Sardegna.
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SUMMARY:O Youth and Beauty!
DESCRIPTION:  \na cura di Luigi Fassi \ndal 9 novembre 2018 al 3 marzo 2019 \n“O Youth and Beauty!” prende titolo dall’omonimo racconto di John Cheever\, in cui lo scrittore americano crea una rappresentazione della quotidianità sospesa tra bellezza e rimpianto\, e dove l’ambientazione tra i sobborghi e le aree suburbane delinea l’immagine del conformismo americano post bellico. Allo stesso modo le opere di Anna Bjerger (Svezia 1973)\, Louis Fratino (Stati Uniti 1994) e Waldemar Zimbelmann (Kazakistan 1984)\, accomunate da un uso intimistico della pittura figurative\, tentano di delineare un ritratto dell’identità culturale di questi autori attraverso una stratificazione di elementi realistici e finzione. Frammenti di quotidianità\, mediante l’utilizzo della pittura figurativa\, divengono lo strumento per dare forma al proprio vissuto in cui dominano le tonalità della malinconia e di un’identità culturale che appare incerta e sfuggente. \nI dipinti di Anna Bjerger si rifanno reciprocamente a fotografie che ritraggono personaggi anonimi per tracciare figure indefinibili in scenari non determinati. I soggetti\, colti un attimo prima di rivelare la propria identità\, vengono rappresentati tra ambienti domestici e paesaggi naturali; l’artista non fornisce ulteriori indizi narrativi e la contrazione delle scene rimane irrisolta\, tra tagli di prospettive\, dettagli in primo piano e sfocature lontane. \nLouis Fratino autore di un raffinato corpus di opere ispirate alla storia dell’arte classica e moderna\, attraverso il medium del disegno e dell’olio su tela\, compone un inno alla quotidianità. Giovani uomini rappresentati in tranquille scene di vita\, ma anche amanti avvolti nella passione sono i protagonisti delle raffigurazioni\, dove il registro meditativo si alterna a quello melanconico\, passando dalla solitudine all’euforia della socialità. Le sue opere si mostrano come un omaggio agli amici\, al desiderio e al rimpianto di momenti fugaci della vita metropolitana.  \nSoggetti animati come animali\, bambini\, figure femminili sovrapposti a paesaggi naturali e interni domestici caratterizzano le illustrazioni di ispirazione anni Sessanta e Settanta di Waldemar Zimbelmann. I personaggi raffiguranti rivelano le influenze culturali che caratterizzano la vita dell’artista\, nato in una regione rurale del Kazakistan da una famiglia della minoranza tedesca e successivamente riemigrata in Germania negli anni della sua infanzia. Zimbelmann fornisce alle sue opere un duplice approccio: \nletterario\, poichè sembrano ispirate a un’iconografia non lontana dalla dimensione del mito e della fiaba; materico\, attraverso l’utilizzo e l’introduzione di materiali riciclati che interagiscono\, tramite un sentimento di percezione tattile della materia\, con lo spettatore.  \nLa mostra individua nel confronto tra tre diverse espressioni pittoriche figurative un’ipotesi di racconto\, trasfigurando gesti e situazioni in una soffusa\, inquieta malinconia. \nSi ringraziano gli enti che sostengono l’attività del MAN: Regione Sardegna\, Provincia di Nuoro\, Fondazione di Sardegna.
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SUMMARY:Sabir
DESCRIPTION:  \na cura di Luigi Fassi \ndal 9 novembre 2018 al 3 marzo 2019 \nIl percorso espositivo immaginato da Dor Guez con “Sabir”\, comprende una collezione di documenti d’archivio\, due lavori video e una nuova installazione sonora\, prodotta e commissionata per l’occasione dal MAN. \nL’artista attiva una riflessione di ampio raggio sul senso di appartenenza a una comunità\, in rapporto alla grande storia e ai suoi stravolgimenti: cresciuto in Israele in una famiglia in cui s’intrecciano elementi cristiani\, arabi\, ebraici e palestinesi\, Guez appartiene a una minoranza nella minoranza nello stato di Israele\, quella della comunità palestinese di fede cristiana. Ed è a partire da qui che l’artista offre il proprio sguardo sul Mediterraneo\, proposto nelle sale del museo Man. \nLa mostra prende il nome dal titolo di uno dei due video presentati\, “Sabir”: termine arabo\, dalla radice latina della parola sapere. Si riferisce a un linguaggio spurio\, condiviso da popoli con lingue diverse\, fatto di reinvenzioni per trovare una forma di comunicazione comune. Il video inizia con il primo piano del tramonto che scende sulle spiagge di Jaffa in Israele ed è accompagnato dalla voce di Samira\, nonna dell’artista\, che dipana il racconto della sua vita. Senza mostrare la protagonista\, e alternando l’Arabo all’Ebraico\, il monologo si articola dal racconto felice di un’infanzia mediterranea a Jaffa\, passando per le violente espulsioni israeliane del ’48\, alla dispersione di una famiglia nei Paesi mediorientali e poi in Europa per arrivare all’istituzione della nuova società israeliana. \nIl titolo del secondo video in mostra riprende il nome della protagonista “Sa(mira)” (2009)\, voce narrante dell’opera\, che racconta questa volta il conflitto interiore e sociale di una vita con doppia identità in Israele\, come cittadina israeliana di origine araba. \nIl percorso espositivo immaginato dall’artista continua con una preziosa istallazione sonora ambientale\, Two Lines and a Yard\, prodotta dal MAN appositamente per la mostra. Qui l’artista frammenta e distorce il rumore delle onde del mare che si infrangono a Jaffa assieme alla registrazione audio dell’abbattimento della casa della famiglia di sua nonna a opera delle autorità israeliane. Distruzione morte e rinascita si alternano nella traccia sonora\, evidenziando un percorso simbolico che racchiude in sè il senso dell’intera mostra.   \nConclude il percorso “The Christian Palestinian Archive”(CPA)\, work in progress che riunisce documenti e fotografie che testimoniano la storia e la vita della comunità cristiano-palestinese dalla prima metà del XX secolo all’esodo forzato successivo alla fondazione dello stato di Israele. Il CPA è stato creato dall’artista nel 2009 ed è costituito da migliaia di immagini raccolte mediante il coinvolgimento diretto di alcune famiglie che hanno vissuto la diaspora cristiano-palestinese. Mediante un processo di riproduzione Guez rivitalizza le fotografie rendendole scanogrammi\, immagini analogiche ottenute eseguendo una scansione che le trasforma in nuovi e unici documenti visivi. \nGli “Scanograms” si impongono come una riflessione sul rapporto tra qualità estetiche e culturali dei documenti storici e sul valore civico della testimonianza ai fini della costruzione di una storia condivisa. \nPer questa mostra Guez presenta “Scanogram # 1 and Scanogram # 2” (2010)\, due capitoli dell’archivio che presentano un’ampia quantità di immagini datate 1938-1958\, raffiguranti una donna\, Samira (nonna dell’artista) e la sua famiglia. \nLa ricerca artistica che caratterizza le opere di Guez manifesta\, attraverso molteplici e differenti modalità e forme di rappresentazione\, il rapporto tra l’identità personale\, la memoria e la continuità del passato negli eventi del presente con l’obiettivo di ripercorrere la complessità della storia israeliana. Momenti intimi e personali servono a ricostruire una vicenda collettiva restituendo voce e testimonianza agli accadimenti politici e sociali che hanno interessato il popolo palestinese e israeliano. \nSi ringraziano gli enti che sostengono l’attività del MAN: Regione Sardegna\, Provincia di Nuoro\, Fondazione di Sardegna. \nLa mostra è supportata da  Artis Grant Program \n 
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SUMMARY:La Bohème
DESCRIPTION:A cura di Claire Leblanc e Otto Letze \nAlla fine del XIX secolo la rivoluzione industriale determinò in tutta l’Europa un drastico mutamento sociale\, con conseguenze ambivalenti. Se l’industrializzazione dettava condizioni di lavoro brutali\, al tempo stesso rendeva disponibili un gran numero di nuovi beni di consumo assieme a occasioni di svago per il tempo libero. Approfittare di questi nuovi beni e assistere al rapido moltiplicarsi di opportunità d’intrattenimento consentiva di sfuggire per un breve tempo dalla cruda realtà del duro lavoro quotidiano. \nQuesti prodotti e opportunità necessitavano di essere promossi e veicolati e la pubblicità di massa divenne essenziale\, aprendo un nuovo terreno di lavoro per artisti\, grafici e tipografie. \nTale rapido sviluppo permise ad artisti come Henri de Toulouse-Lautrec e i suoi contemporanei di rivoluzionare velocemente la riproduzione grafica\, segnando così l’inizio di una nuova disciplina artistica indipendente: la stampa grafica tradizionale divenne l’arte del poster. \nLa mostra La Bohème espone l’eccezionale opera litografica di Henri deToulouse-Lautrec\, presentata in una stretta interazione con le opere dei suoi predecessori e contemporanei\, che vissero e sperimentarono nella Parigi della Belle Époque. Questa prospettiva panoramica permette ai visitatori di seguire da vicino le origini della moderna pubblicità di massa. \nLa presentazione\, presso il MAN – Museo d’Arte della Provincia di Nuoro in Sardegna\, è la prima tappa di una tour espositivo che coinvolgerà diversi musei internazionali. \nQuando Henri de Toulouse-Lautrec si trasferì a Parigi da giovane adulto\, divenne presto un narratore della vita nella capitale francese\, un pittore dell’affascinante demi-monde e dei suoi luoghi: i veri atelier del suo lavoro divennero gli ippodromi\, i circhi\, i teatri di prosa e di musica\, i cabaret e i bordelli. \nDi quei luoghi l’artista raffigurò in presa diretta gli attori e gli spettatori\, con passione e senza filtri. Toulouse-Lautrec si prese gioco degli spettatori d’elite\, illustrandoli in maniera caricaturale ed elevando a stelle delle sue opere i protagonisti più umili di quel mondo – i cantanti\, le ballerine e anche le prostitute. Tramite la sua rappresentazione amorevole e sfrontata della vita parigina\, lo spirito di quell’epoca si è radicato per sempre nell’opera di Toulouse-Lautrec e vi è rimasto intatto sino ai giorni nostri. \nPer agevolare la pubblicazione delle sue osservazioni sulla vita moderna e notturna di Parigi\, Toulouse-Lautrec iniziò a sperimentare la stampa litografica a partire dalla seconda metà degli anni ottanta dell’Ottocento. Impiegò tale tecnica nella sua produzione artistica e inaugurò una vera e propria rivoluzione nella litografia mediante le grandi dimensioni dei lavori\, la ricchezza dei colori saturi\, le pennellate e le tecniche miste a gesso e spruzzo. \nIn soli dieci anni\, fino alla sua morte nel 1901\, produsse 368 stampe e poster litografici che considerò sempre d’importanza pari a quella dei suoi dipinti e disegni. Ancora oggi il suo nome è legato ai poster di Jane Avril\, Yvette Guilbert e Aristide Bruant\, divenuti già da molto tempo dei classici nella storia dell’arte. \nPrima di Toulouse-Lautrec\, Jules Chéret e Pierre Bonnard fecero uso del poster nella pubblicità di diversi spettacoli. Quando Toulouse-Lautrec iniziò a sperimentare la litografia\, i suoi contemporanei\, artisti affermati come Alfons Mucha e Théophile-Alexandre Steinlen si servirono della medesima tecnica e riuscirono anch’essi a creare dei veri capolavori. Nel corso della vita di questi artisti e per merito del loro lavoro\, le stampe litografiche e i poster acquisirono un nuovo status\, da semplici strumenti pubblicitari a nuovo genere artistico di riconosciuto valore. \nOrganizzata in sei sezioni\, non è solo la Parigi di Toulouse-Lautrec a prendere vita in questa mostra\, ma anche quella dei suoi predecessori e contemporanei. La maggior parte dei poster in mostra sono pubblicità per appuntamenti della vita notturna parigina\, solitamente in combinazione con l’annuncio di uno spettacolo dal vivo. Altri poster promuovono invece diversi servizi e prodotti – gli oggetti di lusso della classe lavoratrice dell’epoca. \nL’intera opera litografica dei poster pubblicitari di Toulouse-Lautrec è conservata in due collezioni museali d’Europa. Arricchita da opere di Alfons Mucha\, Théophile-Alexandre Steinlen\, Pierre Bonnard e Felix Vallotton\, La Bohème presenta dal 22 giugno al 21 ottobre 2018 al MAN di Nuoro un insieme di 110 opere. La mostra è organizzata in collaborazione con il Musée d’Ixelles di Bruxelles e lo Institute for Cultural Exchange di Tübingen in Germania. \nUn catalogo di 144 pagine corredato da immagini delle opere e testi di Luigi Fassi e Claire Leblanc in inglese ed italiano è disponibile nello shop del MAN e presso la Silvana Editorale di Milano (www.silvanaeditoriale.it). \n 
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SUMMARY:Anne Franchetti
DESCRIPTION:Gavoi\, Ex Caserma \nLa Casa delle Letterature di Roma e il Museo MAN di Nuoro\, nell’ambito del Preludio del Festival “L’isola delle storie”\, sono lieti di presentare la mostra Anne Franchetti. L’invenzione della Petra Sarda\, curata da Ileana Florescu e Maria Ida Gaeta.  \nNei rinnovati spazi della “Ex Caserma” di Gavoi saranno esposte una selezione di opere in grès\,realizzate dalla ceramista italo-americana Anne Franchetti corredate da fotografie di Ileana Florescu e Ottavio Celestino.  \nIl percorso di Anne Milliken Franchetti ha attraversato paesi e lingue diverse\, trovando esito in un progetto creativo originale in cui si sono fusi esperienza\, memoria autobiografica\, rispetto del territorio e dimensione artistica. In oltre quarant’anni di attività\, Anne Franchetti ha innovato la ceramica sarda utilizzando argille da grès mai sperimentate sino ad allora nella creazione di piatti e vasellame e miscelando\, tra l’altro\, ceneri della flora autoctona (ferula\, eucalipto\, lentisco\, corbezzolo etc.) per creare una straordinaria e unica gamma di smalti. Nel corso degli anni\, la Sardegna diventerà sua terra di adozione nella conquista di uno spazio personale e collettivo che darà corpo alle sue aspirazioni.  \nQuesto progetto è stato avviato alla fine degli anni Settanta – in seguito a due fondamentali viaggi che la porteranno a conoscere Bernard Leach\, il padre della moderna ceramica inglese\, e le tecniche ceramiche di Faenza – con la costruzione\, nei pressi della propria casa a Capo Ceraso\, di un forno a legna per la cottura delle prime ceramiche. Un sogno che avrebbe successivamente trovato esito nella creazione\, nel 1984\, della società “Ceramiche di San Pantaleo” – in seguito generosamente donata a un collaboratore locale – da cui prenderà vita il progetto “Petra Sarda”.  \nIl libro edito in occasione della mostra da Imago Multimedia – Anne Franchetti. Una sarda del Maine – contiene testi di Marcello Fois\, Franco Masala\, Edoardo Sassi\, e fotografie di Ottavio Celestino\, Simon d’Exéa e Ileana Florescu assieme ad un omaggio di Claudio Abate. Vi si racconta il percorso di vita di questa grande ceramista\, attraverso le testimonianze delle persone che hanno condiviso la sua esperienza artistica\, il suo “ricettario” e una serie di immagini che rappresentano le ceramiche all’interno del contesto che le ha ispirate: la terra\, la roccia\, il mare e il cielo sardo. Parole e fotografie che compongono il quadro affascinante di una vita spesa nel segno della creatività.  \nLa mostra sarà poi allestita alla Casa delle Letterature di Roma – Piazza dell’Orologio 3 – dal 20 settembre 2017  Opening ore 18:30. \n  \n 
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SUMMARY:L'elica e la luce
DESCRIPTION:a cura di Chiara Gatti e Raffaella Resch \nDopo i progetti sull’espressionismo tedesco e le coppie dell’avanguardia russa\, il MAN è lieto di presentare “L’elica e la luce. Le futuriste. 1912_1944”\, una mostra dedicata al futurismo e le donne. Si completa in questo modo la trilogia dal taglio inedito\, realizzata con la direzione artistica di Lorenzo Giusti e focalizzata sui movimenti dell’avanguardia storica.  \nLa presenza delle donne nell’arte del Novecento è stata messa in luce da diversi studi a partire dalla fine degli anni settanta: al di là dell’intenzione di scoprire un genere\, uno specifico femminile in arte\, sono state compiute ricognizioni storico-critiche che hanno portato o riportato in luce personalità eccezionali\, opere di alto valore\, esistenze dalle trame complesse\, di cui prima si ignoravano addirittura le date di nascita o morte\, e ci hanno restituito un panorama dell’arte delle donne nelle avanguardie\, fino a quel momento rimasto in secondo piano. \nUn caso ancora aperto e controverso è il ruolo delle donne nel futurismo\, movimento programmaticamente misogino\, che fin dalla sua fondazione proclamava il disprezzo della donna e costruiva una visione dell’arte totalizzante su valori quali la forza\, la velocità\, la guerra\, da cui il genere femminile doveva rimanere escluso (“Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo\, il patriottismo\, il gesto distruttore dei libertari\, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna”\, Manifesto del futurismo\, 1909).  \nLa mostra rintraccia – attraverso oltre 100 opere fra dipinti\, sculture\, carte\, tessuti\, maquette teatrali e oggetti d’arte applicata – l’operato di queste donne che hanno lavorato dagli anni dieci fino agli anni quaranta\, firmando i manifesti teorici del futurismo\, partecipando alle mostre\, sperimentando innovazioni di stile e di materiali in ambiti trasversali quali le arti decorative\, la scenografia\, la fotografia e il cinema\, ma anche la danza\, la letteratura e il teatro. Figure indipendenti\, artiste e intellettuali di primo piano nella ricerca estetica d’inizio secolo. \nLe vicende sono a volte spregiudicate (esemplare la biografia di Valentine de Saint-Point)\, spesso passate in sordina rispetto alle cronache\, qualche volta inosservate dalla critica coeva\, o assorbite dall’anonimato della vita famigliare (come accadde a Brunas) o cancellate delle guerre (Alma Fidora\, la cui biblioteca e l’archivio di documenti sono andati distrutti sotto i bombardamenti). Spiccano artiste totali\, non solo la più nota Benedetta\, ma anche Marisa Mori\, Adele Gloria e il gruppo di coloro che collaborano a “L’Italia futurista”: i campi d’interesse sono vastissimi\, dalla scrittura\, alla pittura\, all’illustrazione\, alla ceramica\, non esclusi gli studi di metapsichica e l’occultismo\, verso cui anche il Manifesto della Scienza futurista mostra attenzione.  \nLa mostra\, che vanta prestiti in arrivo da collezioni pubbliche e private italiane\, con opere anche poco conosciute\, prende le mosse dal Manifeste de la Femme futuriste\, pubblicato da Valentine de Saint-Point il 25 marzo 1912\, in risposta alla Fondazione e Manifesto del Futurismo di Marinetti pubblicato a Parigi nel 1909 su “Le Figaro”. \nIl percorso individua i caratteri di una ricerca collettiva che – libera da stereotipi\, cliché\, luoghi comuni e banali dipendenze legate ai rapporti di parentela con i “maschi” del movimento – testimonia la profondità di una riflessione estetica condivisa dalle donne del gruppo\, ricca di implicazioni peculiari. \nLa selezione delle opere è accostata da un ampio apparato documentario\, prime edizioni di testi\, lettere autografe\, fotografie d’epoca\, manifesti originali\, studi\, bozzetti.  \nOgni capitolo del percorso\, che procede per macro-temi – il corpo e la danza\, il volo e la velocità\, il paesaggio e l’astrazione\, le forme e le parole – documenta una vena particolare delle artiste futuriste\, dedite ora alle arti applicate\, al tessuto\, ora all’uso del metallo e\, in generale\, a una sperimentazione polimaterica e multidisciplinare nel campo delle arti figurative\, ma anche letterarie e coreutiche. \nLa mostra racconta le affascinanti biografie di ciascuna di loro\, che s’intrecciano con la vita artistica e culturale del periodo (i salotti\, le maggiori mostre nazionali\, le riviste\, i teatri) ma si ambientano anche sullo sfondo di un paese\, allo stesso tempo\, eccitato dal progresso\, ferito dal conflitto.  \nIn catalogo saranno pubblicate le opere esposte con testi di Giancarlo Carpi\, Enrico Crispolti\, Chiara Gatti\, Lorenzo Giusti\, Raffaella Resch e una intervista a Lea Vergine\, autrice della memorabile mostra curata nel 1980 per il Palazzo Reale di Milano\, “L’altra metà dell’avanguardia”\, dedicata alle artiste attive tra il 1910 e il 1940.
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SUMMARY:Una visione astratta
DESCRIPTION:A cura di Ilaria Bonacossa e Francesca Serrati \nAssistente curatore: Michela Murialdo  \nIn collaborazione con il Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce\, Genova \nMaria Cernuschi Ghiringhelli è stata una figura unica nel panorama dell’arte italiana tra le due guerre. Considerata la “musa astratta” di Carlo Belli e Osvaldo Licini\, all’inizio del 1930 divenne un’appassionata sostenitrice dell’arte astratta italiana e internazionale\, riuscendo a intercettare le proposte più innovative con una grande autonomia di giudizio. Una Peggy Guggenheim italiana\, capace di intrattenere solidi rapporti con gli artisti\, anche quelli più giovani e non ancora affermati\, poiché ciò che più le interessava era “seguire e se possibile incoraggiare\, gli sviluppi di un tipo di ricerca artistica in cui credevo”.  \nPartendo da alcuni opere chiave dell’astrattismo italiano degli anni Trenta\, passando per le ricerche percettiviste e preconcettuali degli anni Sessanta\, fino all’arte Optical e la Nuova Pittura degli anni Settanta e Ottanta\, la mostra\, a cura di Ilaria Bonacossa e Francesca Serrati\, ripercorre la storia della collezione – conservata presso il Museo di Villa Croce a Genova – dialogando con alcuni dei principali movimenti artistici e autori del Novecento italiano.  \nL’incontro di Maria Cernuschi con l’arte si deve al marito Gino Ghiringhelli\, artista e proprietario della galleria milanese “Il Milione”\, luogo fondamentale per la promozione dell’arte astratta in Italia. Tra il 1934 e il 1935 la galleria presenta il lavoro di artisti quali Kandinsky\, Vordemberge-Gildewart\, Albers\, Fontana\, Licini\, Melotti ed è il primo spazio espositivo a ospitare opere di Soldati\, Radice\, Rho e Veronesi. Nel 1933 la Galleria aveva supportato la pubblicazione di Kn\, saggio di critica d’arte di Carlo Belli\, dedicato proprio a Maria Cernuschi Ghiringhelli\, e definito da Kandinsky “il vangelo dell’arte astratta”.  \nNel 1940\, anno della separazione dal marito\, Maria Cernuschi inizia ad acquistare una serie di quadri che diventano testimonianza di una nuova fase della sua vita\, rappresentando\, più che una scelta documentaria\, una spinta sentimentale che la porta a definire la propria raccolta non come unacollezione razionale\, ma più semplicemente come la “sua” collezione (“i miei quadri”). Nel 1950\, stanca dell’ambiente milanese\, si trasferisce in Liguria\, dove respira un clima nuovo\, culturalmente vivo\, grazie alla presenza di un nutrito gruppo di artisti attivi soprattutto presso le fabbriche di ceramica di Albisola.  \nA partire dal 1965 gli acquisti si fanno sempre più frequenti e le scelte più rigorose.  I criteri di acquisizione abbandonano la sfera privata e si orientano sempre più verso il tentativo di documentare in maniera organica gli esiti della ricerca artistica contemporanea\, soprattutto italiana\, nell’ambito dell’astrazione. Una scelta che\, negli anni Settanta\, trova un elemento di specificità nell’attenzione alla ricerca portata avanti nel contesto ligure.  \nMaria Cernuschi Ghiringhelli è stata capace di cogliere gli elementi di novità nella produzione artistica del suo tempo senza attenderne la consacrazione da parte della critica o del mercato\, come testimoniano le date – tutte precoci –  dei lavori di Piero Manzoni\, di cui in mostra è possibile vedere uno dei primi Achrome\, di Agostino Bonalumi\, di Lucio Fontana\, di Osvaldo Licini\, di Gino Ghiringhelli di Bruno Munari e di numerosi altri autori. Una lungimiranza nelle scelte affiancata e supportata dallo stretto e mai interrotto rapporto con le generazioni artistiche attive prima della guerra\, ed in particolare proprio Melotti\, Soldati\, Munari e Fontana.  \nSe l’interesse di una collezione privata lo si può ricondurre soprattutto alla sua originalità\, alla sua “differenza” dalle altre\, dettata da una visione\, da incontri e da esperienze personali\, quella di Maria Cernuschi può essere senza dubbio considerata una delle collezioni italiane più interessanti del Novecento.  \n“Una visione astratta. Opere dalla Collezione Maria Cernuschi Ghiringhelli” si propone di presentare al pubblico il cuore di questa collezione privata\, rappresentativa di un momento storico e artistico fondamentale\, ma anche specchio di storie\, scelte\, pulsioni e sentimenti personali della sua artefice.
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SUMMARY:Michele Ciacciofera
DESCRIPTION:A cura di Bonaventure Soh Bejeng Ndikung \nPartendo da un approccio antropologico\, la ricerca di Ciacciofera ruota attorno all’universo del Mediterraneo concentrandosi su tematiche riconducibili ai suoi luoghi d’origine – la Sardegna e la Sicilia in particolare – che l’artista rilegge nel loro aspetto storico e culturale\, politico e sociale\, attraverso l’uso di differenti media artistici che spaziano dalla pittura alla scultura\, dal disegno all’installazione e al suono.  \nIl progetto realizzato per il Museo MAN ha come tema di fondo la dimensione sociale e culturale\, storica e attuale\, del macrocosmo mediterraneo. Un mare i cui popoli hanno da sempre tessuto relazioni di ogni tipo\, dando vita a un amalgama di etnie\, linguaggi\, sapori\, leggende e tradizioni. Culla di civiltà millenarie\, luogo di transiti\, di scambi commerciali e culturali\, ma anche di guerre e di conflitti\, così come oggi di migrazioni e naufragi\, il Mediterraneo diventa\, nella visione dell’artista\, metafora di un nuovo umanesimo per la creazione di valori sociali\, politici e culturali alternativi.  \nIn particolare Emisferi Sud è la sintesi di due progetti Janas code e The Density of the Transparent Wind\, recentemente presentati alla 57ma Biennale di Venezia e a dOCUMENTA 14 di Kassel e Atene. Il primo\, in cui la dimensione dell’arcaico e del contemporaneo trovano un punto di incontro\, è il frutto di una ricerca sulle Domus de Janas\, grotte di epoca neolitica rese leggendarie nella tradizione popolare e letteraria sarda\, che l’artista concettualmente sintetizza e reinterpreta.  \nIl secondo\, l’installazione sonora realizzata in occasione di dOCUMENTA 14\, rimanda invece all’attività dei pescatori in Sicilia\, al loro rapporto con la natura e soprattutto alla dimensione solidale che caratterizza la loro vita anche rispetto alle grandi criticità del mondo contemporaneo e del Mediterraneo in particolare. Le riflessioni sul mare e sulle attività umane correlate a esso vengono in questo lavoro analizzate attraverso un prisma antropologico\, tramite registrazioni di voci\, rumori e suoni che\, manipolati digitalmente e ritmicamente\, danno esito a una composizione astratta capace di raccontare la complessa esperienza del mare e della convivenza attraverso il lavoro.  \nPer la mostra al MAN Ciacciofera presenterà due installazioni inedite facenti parte dei suddetti progetti che sintetizzano e convogliano su un unico piano di lettura le due diverse ricerche\, nell’intento di aprire a una riflessione complessiva sulla storia del Mediterraneo e dei suoi confini.  \nA questi due lavori sarà affiancata una terza installazione\, dal titolo Life Swing\, concepita appositamente per la mostra Emisferi Sud e in particolare per lo spazio verticale che\, attraverso le scale\, separa i piani del museo. L’altalena\, su cui dondola il libro La questione sarda di Antonio Gramsci\, rappresenta una metafora dell’oscillazione nel tempo e nello spazio del pensiero umano\, un gioco magico che contempla il rapporto tra la vita e la morte\, tra l’origine\, il presente e il futuro. \nMichele Ciacciofera (Nuoro\, 1969) vive e lavora a Parigi. Dopo la formazione in scienze politiche\, antropologia e sociologia a Palermo ha frequentato lo studio di Giovanni Antonio Sulas a Nuoro. Ha partecipato a numerose esposizioni in Italia e all’estero\, sia collettive che personali\, tra le quali\, in tempi recenti\, la 57° Biennale d’Arte di Venezia\, Viva Arte Viva\, Venezia 2017\, dOCUMENTA 14\, Learning from Athens\, Kassel/Atene 2017\, Enchanted Nature\, Revisited\, CAFA Museum\, Pechino 2016\, Nel Mezzo del Mezzo\, Museo Riso\, Palermo 2015\, What we call love – from Surrealism to now\, IMMA Museum\, Dublino 2015\, I hate the indifferent\, Summerhall\, Edinburgo 2014\, Odio gli indifferenti\, Palazzo Montalto\, Siracusa 2014.
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SUMMARY:Sardegna contemporanea
DESCRIPTION: “Sardegna Contemporanea. Spazi Archivi Produzioni” è la terza tappa del programma pluriennale del Museo MAN “La costante resistenziale”\, dedicato allo studio delle ricerche più innovative che\, a partire dalla fine degli anni Cinquanta\, hanno caratterizzato la scena artistica regionale. \nL’individuazione di un possibile connotato specifico\, da riconoscere all’interno delle diverse esperienze\, costituisce l’ossatura di questo progetto. La “Costante resistenziale sarda” è infatti un concetto con il quale l’archeologo Giovanni Lilliu ha cercato di esprimere la storica lotta condotta dal popolo sardo contro le potenze coloniali che di volta in volta si sono affacciate sulle coste dell’isola. \nLa mostra\, a cura di Micaela Deiana\, ci pone davanti a un panorama artistico in cui la questione del linguaggio e della sua sincronia rispetto ai dibattiti ufficiali risulta meno pressante: l’età globalizzata\, la velocità dello scambio grazie al web e la facilità degli spostamenti fisici alterano la dinamica relazionale fra centro e periferia. \nPartendo da queste mutate condizioni\, si propone una ricostruzione della produzione artistica nell’isola ampliata rispetto alla ricerche dei singoli artisti e collettivi\, che include anche gli artist-run-space\, i centri espositivi\, le gallerie e le associazioni culturali che hanno contribuito a dare forma alla scena locale. Il progetto si apre così alla totalità delle figure che hanno abitato il sistema dell’arte degli ultimi vent’anni – artisti\, curatori\, critici\, galleristi\, collezionisti e mecenati – evidenziando relazioni e collaborazioni. \n“Sardegna contemporanea” si articola su due livelli di indagine\, da una parte l’organizzazione di una mostra dalla curatela corale\, dall’altra la creazione di un primo archivio della produzione visiva in Sardegna negli anni Duemila. \nLa mostra ricostruisce le vicende della produzione isolana attraverso le narrazioni dei singoli spazi che hanno animato il dibattito culturale degli ultimi quindici anni. Sono stati invitati a partecipare diciassette realtà e ciascuna ha scelto le modalità espositive attraverso cui raccontare la propria esperienza\, organizzando una propria sezione espositiva libera da condizionamenti istituzionali. Si è innescato così un processo di autodeterminazione\, corale e orizzontale\, specchio dell’eterogeneità delle proposte e delle visioni portate avanti in Sardegna negli anni Duemila. \nLa project room accoglie invece l’archivio-biblioteca\, una sala studio per chiunque voglia approfondire la produzione artistica in Sardegna negli anni Duemila. Viene istituito un archivio aperto\, un primo fondo implementabile che avvia una ricognizione sulle ricerche dei singoli artisti attivi in questo arco temporale. Primo passo di un programma di studio e ricerca\, l’archivio vuole costituirsi come un progetto in continuo sviluppo\, capace di fotografare nel tempo l’evoluzione della realtà artistica isolana. Viene accompagnato da una biblioteca che raccoglie cataloghi\, produzioni editoriali e portfolio. \nAttraverso “Sardegna contemporanea. Spazi Archivi Produzioni” il Museo MAN si fa spazio aperto\, laboratorio di ricerca in cui sperimentare nuove forme di produzione ed esposizione. L’istituzione si presenta in questa occasione come un network di esperienze differenti riunite in un unico luogo di confronto e produzione. \nAlla mostra seguirà la pubblicazione del volume Arte Contemporanea in Sardegna (1957-2017)\, edito da Magonza Editore con il contributo speciale del Banco di Sardegna. Il libro\, a cura di Lorenzo Giusti\, Micaela Deiana ed Emanuela Manca\, raccoglie una ricca selezione di testi critici sulla produzione artistica in Sardegna a partire dalla fine degli anni Cinquanta\, con ricostruzioni cronologiche e affondi tematici dedicati a contesti geografici\, gruppi ed eventi. Dodici gli autori coinvolti nel volume: Sonia Borsato\, Antonella Camarda\, Simona Campus\, Antonello Cuccu\, Micaela Deiana\, Rita Pamela Ladogana\, Emanuela Manca\, Emanuelle Mureddu\, Giangavino Pazzola\, Marta Pettinau\, Roberto Sirigu\, Luca Vargiu. \nPartecipano al laboratorio di Sardegna Contemporanea: Askosarte\, blublauerspazioarte\, Casa Falconieri\, Centro culturale Man Ray\, Cherimus\, Fondazione per l’arte Bartoli Felter\, Galleria Capitol\, Giuseppefraugallery\, Little Room Gallery\, LEM – Laboratorio Estetica Moderna\, Madriche\, MEME | Arte contemporanea prossima / Progetto Contemporaneo\, Seuna Lab\, S’Umbra Percorsi Visivi\, Su Palatu Fotografia\, Spazio (In)visibile\, Spazio P.
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SUMMARY:Luca Bertolo
DESCRIPTION:Gavoi\, Ex Caserma \nNell’ambito del Preludio del Festival Letterario “Isola delle Storie” \nOpening sabato 10 giugno 2017\, h. 17.30 \nFino al 2 luglio 2017 \n  \nIn occasione della 14esima edizione del “Festival Letterario Isola delle Storie” di Gavoi\, il Museo MAN è lieto di presentare la mostra di Luca Bertolo\, Se non qui dove.  \nDopo i progetti di Alessandro Pessoli\, Jennifer West e Jakub Julian Ziolkowski\, quello di Luca Bertolo è il quarto appuntamento di un ciclo annuale di mostre personali teso a riflettere sui molteplici utilizzi e sulla possibile attualità della pittura\, un medium da sempre dibattuto\, andato incontro a costanti messe in discussione e a radicali trasformazioni\, che negli ultimi anni ha riconquistato significativi spazi di indagine e visibilità all’interno del sistema dell’arte internazionale.  \nLe opere di Luca Bertolo mettono in atto un’attenta riflessione sui modi della rappresentazione. La sua ricerca muove da un elaborato approccio speculativo\, rivelando allo stesso tempo un’attenzione per i materiali pittorici e un interesse specifico per la dimensione e i linguaggi del figurativo. L’incontro di due mondi apparentemente distanti che\, nella visione portata avanti dall’artista\, trovano ricorrenti punti di contatto.  \nFulcro della mostra di Gavoi sono i tre quadri che occupano il centro delle prime tre sale del percorso espositivo\, sostenuti da tradizionali cavalletti per la pittura. Realizzati tra il 2014 e il 2016\, questi dipinti rompono il meccanismo simbolico della rappresentazione classica\, raffigurando sul fronte ciò che solitamente si trova nel retro\, vale a dire il telaio\, il risvolto della tela fissato al legno del quadro. Memori di una precisa tradizione pittorica che affonda le proprie radici nel Rinascimento italiano\, nel genere del trompe-l’oeil e nella pittura fiamminga seicentesca di autori come Gijsbrechts – il primo a rappresentare il verso di un dipinto – e naturalmente nella speculazione teorica delle avanguardie storiche\, i lavori di Bertolo interrogano sullo statuto del quadro in quanto oggetto e dispositivofigurativo\, e sulle molteplici e allo stesso tempo limitate funzioni della pittura\, in una dimensione spazio-temporale sospesa.  \nIl percorso trova sviluppo nei tre Signs (che in inglese ha il doppio significato di segno e cartello) presentati nella quarta e ultima sala della mostra\, una serie di lavori in cui i codici linguistici della pittura si sovrappongono ai meccanismi comunicativi dello spazio pubblico e nello specifico della cartellonistica. Un semplice bastone può trasformare la tela in un nuovo codice visivo\, un “segnale” la cui definizione richiederebbe immediatezza e chiarezza\, mentre ciò che in questo caso si offre alla visione\, una superficie dipinta\, stimola piuttosto l’arbitrato e la contemplazione. Riflettendo sulla differenza tra codifica e decodifica\, tra criteri di rappresentazione e comunicazione\, l’artista rivela come tra l’immediatezza del segno e la paziente composizione pittorica si possano individuare stimolanti vie mediane cariche di forza espressiva.  \nCompleta la mostra il lavoro Preghiera esistenzialista (2011)\, un semplice sonoro che riproduce alcuni brani  tratti dal celebre documentario High School di Frederick Wiseman (USA\, 1968)\, in cui il ritmo e l’alternanza delle voci tra oratore e assemblea\, tipici della preghiera nella tradizione cattolica\, sono utilizzati nel contesto di una lezione scolastica\, ribaltando in questo modo i codici della comunicazione\, in una dimensione sospesa tra sacro e profano.  \nLuca Bertolo (Milano\, 1968) si è laureato in Scienze dell’Informazione all’Università Statale di Milano e diplomato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha vissuto a San Paolo\, Londra\, Berlino e Vienna. Dal 2006 abita in un paese sulle Alpi Apuane. Ha partecipato a mostre in spazi pubblici e privati\, tra i quali GAM\, Torino; GNAM\, Roma; Kettle’s Yard\, Cambridge; Centro Luigi Pecci\, Prato; MACRO\, Roma; Galleria Comunale di Monfalcone; Palazzo delle Papesse\, Siena; Nomas Foundation\, Roma; SpazioA\, Pistoia; Arcade\, Londra; Fondazione Prada\, Milano; 176 / Zabludowicz Collection\, Londra; uqbar\, Berlino; Galerie Tatjana Pieters\, Gent; The Goma\, Madrid; Marc Foxx\, Los Angeles. Suoi articoli sono apparsi su Flash Art\, Il Giornale dell’arte\, Exibart\, Artribune\, Warburghiana\, Doppiozero. Attualmente insegna pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna. \n  \n  \nGavoi – Ex Caserma \nvia S. Antioco 1 \nOrari: \n11-28 giugno \n10:00-13:00 / 16:00-19:00 \n29 giugno- 2 luglio \n10:00 -22:00 \n 
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SUMMARY:Amore e rivoluzione
DESCRIPTION:Nell’anno del centenario della rivoluzione di ottobre\, il MAN e la Fondazione di Sardegna sono lieti di annunciare l’imminente apertura della mostra Amore e rivoluzione. Coppie di artisti dell’avanguardia russa\, in programma dal 1 giugno al 1 ottobre 2017.  \nNata dalla collaborazione con la Galleria Statale Tretjakov di Mosca e con il Museo Nazionale Schusev di Architettura\, in partership con Bank Austria Kunstforum di Vienna e grazie al contributo speciale della Fondazione di Sardegna\, la mostra\, a cura di Heike Eipeldauer e Lorenzo Giusti\, adotta un punto di vista innovativo – le coppie di artisti – per rileggere le vicende dell’avanguardia visiva russa attraverso il contributo di sei autori della prima generazione\, uniti nella ricerca di nuovi linguaggi espressivi\, così come nella vita comune:Natalia Goncharova(1881–1962)e Mikhail Larionov (1881–1964)\, Varvara Stepanova (1894–1958) e Alexander Rodchenko (1891–1956)\, Lyubov Popova (1889–1924) e Alexander Vesnin (1883–1959).  \nDestinata ad attrarre un pubblico variegato\, non soltanto di amanti della storia dell’arte\, ma anche di appassionati di storia del Novecento\, di comunicazione\, design e fotografia\, la mostra intende raccontare lo stretto legame tra arte e vita che le diverse coppie si trovarono a sperimentare\, in una fase di intensa collaborazione e di grande impegno\, sia artistico\, sia politico. Attraverso un nucleo di oltre cento opere\, tra dipinti\, sculture\, disegni\, collage\, fotografie\, manifesti pubblicitari e di propaganda politica\, saranno indagati i metodi di lavoro\, le tecniche\, i linguaggi\, soffermandosi sui punti di contatto\, ma anche sulle specificità e dunque sui diversi profili degli autori considerati.  \nAccomunati dall’ambizione di connettere tutti i generi della creatività artistica con l’azione estetica\, l’elaborazione teorica e la prospettiva politica\, gli artisti dell’avanguardia contribuirono ad alimentare l’aspirazione al cambiamento e a costruire le basi di una nuova idea di società.  \nContraddistinti da una grande produttività\, i movimenti nati sotto la spinta della rivoluzione bolscevica del 1917 portarono alla ribalta non soltanto un numero senza precedenti di donne artiste\, attive alla stregua degli uomini\, ma anche una serie inusuale di coppie all’interno della quale le tre coinvolte in questo progetto possono essere considerate le più importanti e rappresentative. Lavorando fianco a fianco\, condividendo spazi\, idee\, programmi\, le coppie dell’avanguardia russa giunsero a fondere indissolubilmente la sfera privata con quella pubblica\, promuovendo e testimoniando quella visione utopica\, quella possibilità di una creazione collettiva alternativa al mito dell’arte come sfera del genio solitario\, di cui la rivoluzione si era fatta promotrice insieme al grande ideale della parità di genere.  \nQuali aspetti artistici e quali ideali sociali risultano predominanti nel percorso di queste coppie? Funzionò effettivamente\, questa collaborazione\, come strumento di emancipazione oppure le convenzioni di genere continuarono a condizionare la produzione artistica e la sua ricezione da parte del pubblico? Con queste domande alla base\, la mostra al MAN intende tracciare una genealogia dell’avanguardia russa: dagli esordi prerivoluzionari intorno al 1907\, influenzati dalle sperimentazioni dell’arte moderna occidentale\, fino allo sviluppo dei più noti movimenti artistici degli anni Dieci e Venti\, capitali nello sviluppo dei linguaggi dell’avanguardia internazionale\, a partire dal cubo-futurismo di Liubov Popova e Varvara Stepanova\, passando per il raggismo di Natalia Goncharova e Mikhail Larionov\, che\, come Popova \, partecipò anche al suprematismo di Malevich\, fino alla sperimentazione di nuovi criteri di funzionalizzazione dell’arte nell’ambito del costruttivismo\, frequentato da Stepanova\, Vesnin\, Popova e soprattutto Rodchenko\, di cui\, insieme a un numero significativo di pitture\, collage e manifesti\, sarà presentato un nucleo di oltre 20 fotografie che\, nel loro insieme\, costituiscono di fatto una mostra nella mostra.  \nCompleta la mostra il catalogo\, pubblicato da Silvana Editoriale\, con testi di Heike Eipeldauer\, Lorenzo Giusti\, Verena Krieger\, Alexander Lavrentiev e Florian Steininger.
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SUMMARY:Jakub Julian Ziolkowski
DESCRIPTION:Dal prossimo 1 giugno\, fino al 1 ottobre 2017\, la project room del Museo MAN ospiterà la mostra Nasellini\, prima personale in un museo italiano dell’artista polacco Jakub Julian Ziolkowski\, a cura di Lorenzo Giusti\, con la collaborazione di Rowena Chiu.  \nZiolkowski è conosciuto principalmente per i suoi dipinti surreali\, popolati da creature fantastiche e spesso inquietanti. Un “organicismo pittorico” nutrito di riferimenti eterogenei\, in cui le tradizioni occidentali e orientali si mescolano\, dialogando con la storia delle avanguardie artistiche. Le iconografie che ne derivano raccontano stati della mente\, mondi caotici in cui realtà e immaginazione si confondono l’una con l’altra\, proiettando lo spettatore in un universo di sogni\, ricordi\, desideri. Apparentemente dominate dal caos\, le opere di Ziolkowski contengono in realtà un ordine interno\, regolato da flussi narrativi intrecciati.  \nLa mostra al MAN\, terza di un programma annuale che vede il museo impegnato in un’indagine diffusa sulla possibile attualità del mezzo pittorico\, ruota attorno a una particolare tipologia di pasta\, i “Nasellini”\, un formato inesistente\, derivato dalla forma della cavità nasale\, che evoca la leggenda dei tortellini\, nati\, stando a quanto si narra\, osservando la forma dell’ombelico.  \nAttraverso dipinti\, sculture e una serie di brevi video realizzati durante un periodo di residenza in Sardegna\, l’artista metterà in scena una surreale campagna pubblicitaria per la promozione dei “Nasellini”\, esplorando il confine tra reale e irreale e sconsacrando\, attraverso l’ironia\, l’espediente ludico e il sarcasmo\, l’immaginario collettivo legato alla pasta\, uno dei principali elementi identitari dell’Italia. Le opere troveranno alloggio in un ambiente modificato per l’occasione\, quasi un’installazione site specific\, evocante le atmosfere di una tradizionale trattoria\, con pareti colorate e quadri e poster appesi in maniera disordinata. \nI video\, tutti girati tra Nuoro e le coste della Sardegna con attori non professionisti\, sono stati realizzati grazie al contributo speciale della Fondazione Sardegna Film Commission.  \nJakub Julian Ziolkowski (Zamosc\, Polonia\, 1980)\, vive e lavora a Cracovia\, città in cui ha studiato nella prestigiosa “Accademia di Belle Arti Jan Matejko”. Tra le mostre più recenti: tbc\, Zamosc Gallery\, Zamosc\, 2017; Glimpses\, Fundacja Galerii Foksal\, Varsavia\, 2017; Neues Museum\, Das Leben Selbst\, Norimberga\, 2017; Sick Of Love\, Café Nhà Sàn\, Hanoi\, Vietnam\, 2016; Jakub Julian Ziolkowski. Imagorea’\, Warsaw Academy of Fine Arts\, Varsavia\, 2014; Raw Thoughts\, Hauser & Wirth Zurich\, Zurigo\, 2013; Jakub Julian Ziolkowski. Skin and Bread\, Foksal Gallery Foundation\, Varsavia\, 2012; Jakub Julian Ziolkowski: In Utero\, Parasol Unit\, Londra\, 2011; Jakub Julian Ziolkowski. Timothy Galoty & The Dead Brains\, Hauser & Wirth New York\, New York\, 2010. Tra le numerose partecipazioni a mostre collettive: An Uncanny Likeness\, Simon Lee\, New York\, 2017\, Animality\, Marian Goodman Gallery\, Londra\, 2016\,State of Life’\, National Art Museum of China\, Beijing\, China\, 2015\, Il Palazzo Enciclopedic’\, 55 Biennale di Venezia\, Venezia\, 2013\, Painting Between the Lines\, CCA Wattis Institute\, San Francisco\, 2011\, The Generational: Younger Than Jesus\, The New Museum of Contemporary Art\, New York\, 2009. \n  \n 
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SUMMARY:LCR#3 - Preludio
DESCRIPTION:Sarà inaugurata il prossimo 17 febbraio\, insieme alle mostre di Berenice Abbott e Jennifer West\, l’installazione di Leonardo Boscani\, Golden Zimmer\, specificatamente realizzata per gli spazi della Project Room del Museo MAN.  \nGolden Zimmer è la prima di una serie di iniziative che introducono al terzo e ultimo appuntamento del progetto espositivo pluriennale La Costante Resistenziale\, dedicato alle ricerche più innovative che\, dai primi anni dell’autonomia regionale ai giorni nostri\, hanno caratterizzato la scena artistica sarda.  \nDopo i primi due appuntamenti del 2015 e del 2016\, La Costante resistenziale #3\, a cura di Micaela Deiana\, sarà dedicata alle ricerche artistiche più recenti\, sviluppate nel corso degli anni Duemila. Il Preludio\, attraverso una ciclo di appuntamenti\, eventi e mostre\, proporrà approfondimenti tematici sulle questioni legate all’arte socialmente impegnata\, la ricerca video\, la relazione fra arte e suono e la performance.  \nLa ricerca di Leonardo Boscani è volta\, sino dagli anni Novanta\, all’analisi delle contraddizioni sociali e politico-economiche della società occidentale\, alle quali oppone utopie fantascientifiche\, in cui critica e ironia si bilanciano nella creazione di un nuovo mondo linguistico.  \nIn Golden Zimmer la riflessione si focalizza sull’esodo migratorio che sta caratterizzando il panorama europeo degli ultimi anni. I tentativi e le contraddizioni delle politiche sociali messe in atto dall’Unione Europea per rispondere all’emergenza in corso vengono sublimati in un ambiente aureo\, luogo avulso dalla temporalità\, sognato e irraggiungibile\, che richiama la simbologia e l’estetica dei luoghi di culto della religione ortodossa oppure le icone e le pale d’altare dell’arte bizantina e medievale.   \nIl materiale con cui l’installazione è realizzata non è però la preziosa foglia d’oro ma l’altrettanto delicata – e assai più facilmente deteriorabile- metallina delle coperte termiche usate nelle situazioni di primo soccorso. La camera citata da Boscani nel titolo dell’installazione evoca\, quindi\, quella domestica sognata dal migrante che cerca nuova vita in Europa. Il riferimento all’ esperienza individuale\, intima e umana\,  è affiancato dai dati statistici delle politiche migratorie\, i cui numeri vengono scientificamente riportati dall’artista in un fregio decorativo che corre lungo l’intero ambiente.  \nSimbolo e funzionalità\, decorazione e impegno sociale si bilanciano in uno spazio per il pensiero critico che\, attraverso l’esperienza sensoriale del colore e della luce\, stimola le coscienze individuali e collettive.  \nLeonardo Boscani(Sassari\, 1961) si è formato presso l’Accademia dei Belle Arti di Sassari: Fra le mostre più recenti si segnalano le personali “Umana Ambizione + Notre Siècle\, Boscani + Bertozzi”\, Musée de la Corse\, Corte\, FR (2014)\, “DNA-Disciplina Naturale dell’Antagonista 2\, Boscani + Delogu”\, a cura di Emanuela Falqui\, Galleria S’Umbra\, Cagliari (2014) e le collettive “Par le Bleu\, la « grande couleur”\, a cura di Anne Alessandri\, FRAC-Corse\, Bastion de France\, Portovecchio\, FR (2015)\, “Civil Servants”\, a cura di Micaela Deiana\, MAN Nuoro (2015)\, Love for risk\, MSU-Museum of Contemporary Art Zagreb\, Zagabria\, Croazia (2012)
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SUMMARY:Jennifer West
DESCRIPTION:Il Museo MAN è lieto di annunciare l’imminente apertura della mostra di Jennifer West\, Action Movies\, Painted Films and History Collage\, a cura di Lorenzo Giusti.   \nPrima personale dell’artista americana in un museo italiano\, la mostra si compone di un gruppo di 10 lavori realizzati a partire dal 2005 e di una nuova opera che costituisce un punto di svolta nella produzione dell’artista.   \nFilm Title Poem (2016)è infatti l’ultimo e unico film sonoro realizzato da West. L’artista descrive il lavoro come un “un montaggio psichico della mia interiore storia del cinema”. L’opera si presenta come un collage di immagini\, tratte da oltre 500 titolature di film\, trasferite su una pellicola da 35mm. La materialità del film – in seguito trasferito su supporto digitale – è sottolineata dall’intervento diretto sulla pellicola attraverso motivi incisi\, contorni\, tracciati e forature. Sensuale\, astratto e immaginifico allo stesso tempo\, il lavoro indaga l’incidenza della fiction nella nostra memoria e il modo in cui la rivoluzione digitale ha cambiato l’esperienza della visione.   \nJennifer West ha iniziato a esplorare sistematicamente la possibilità di produrre film senza l’ausilio della videocamera sino dal 2004. L’artista rimuove la pellicola dal suo contesto d’uso convenzionale\, intervenendo su di essa attraverso processi diversi\, che possono spaziare dalle tecniche artistiche tradizionali (pittura\, disegno\, collage\, graffito\, incisione)\, ad azioni alternative come l’emulsione\, la manipolazione chimica oppure l’esposizione diretta alla luce dei materiali fotosensibili. Il risultato è uno “spazio filmico” immersivo e psichedelico\, un’animazione materiale di segni e immagini\, caratterizzata da toni acidi e ritmi concitati.   \nConcepite in alcuni casi come vere e proprie performance\, le azioni di Jennifer West sulla pellicola prevedono spesso il coinvolgimento di altre persone\, così come l’utilizzo di materiali del quotidiano\, dal cibo al rossetto ai pneumatici per motociclette\, oppure l’esposizione all’azione degli agenti naturali in luoghi di particolare significato.   \nÈ il caso di Salt Crystal Spiral Jetty Dead Sea Five Years Film (2013)\, uno dei dieci lavori presenti in mostra\, realizzato immergendo una pellicola in un bagno di argilla a temperatura elevata nel 2008 e in seguito stipata fra altri oggetti in una valigia\, messa tra le cartacce nel cestino dello studio dell’artista\, coperta di argilla per cinque anni e infine trascinata lungo le rocce incrostate di sale della celebre Spiral Jetty di Robert Smithson\, prima di essere gettata nelle acque gelide del lago salato dello Utah\, nel tentativo di evocare lo spirito originario dell’opera e la visione poetica dell’artista americano.   \nLa mostra al MAN di Nuoro sarà inoltre occasione per l’avvio di un nuovo lavoro che\, partendo da un’esplorazione del territorio\, avrà origine in Sardegna nei giorni precedenti l’inaugurazione.   \nJennifer West (Topanga\, California) è nota internazionalmente per il suo lavoro di ricerca sul materialismo nel cinema. Ha ricevuto commissioni da alcune delle più prestigiose istituzioni museali\, come Tramway\, Glasgow (2016); PICA TBA Fest (2014); High Line Art\, New York (2012)\, The Aspen Art Museum (2010) e la Turbine Hall della TATE Modern di Londra (2009). \nTra le mostre personali si segnalano: S1 Artspace\, Sheffield\, Regno Unito (2012); Contemporary Art Museum\, Houston (2010); Kunstverein Nuremberg (2010); Transmission Gallery\, Glasgow (2008) e White Columns\, New York (2007). \nWest ha presentato i propri lavori in numerosi musei\, rassegne e spazi espositivi\, tra i quali: Shenzhen Animation Biennial\, Shenzhen (2016); Carnegie Museum of Art\, Pittsburg (2015); Kunstlerhaus KM-Halle fur Kunst & Medien\, Kunsterhaus Graz\, Austria e Cincinnati Art Museum\, Ohio (2014); Palais de Tokyo\, Paris; Nottingham Contemporary\, England; Utah Museum of Contemporary Art (2013); Henry Moore Foundation\, Leeds\, UK; MOCA\, Cleveland\, OH; deCordova Sculpture Park e Museum\, Lincoln\, MA\, Saatchi Gallery\, London (2012); White Flag Projects\, St. Louis; Contemporary ArtsForum\, Santa Barbara; White Columns\, New York; the Rubbell Family Collection\, Miami (2015/2011); Schirn Kunsthalle\, Frankfurt\, Leubsdorf Gallery\, Hunter College\, New York\, Seattle Art Museum (2010)\, Tate Modern\, Londra; Institute of Contemporary Art\, Philadelphia (2009)\, Drawing Center\, New York\, Aspen Art Museum\, Tel Aviv Museum of Art (2008)\, CAPC Musée d’Art Contemporain\, Bordeaux\, France\, Contemporary Art Museum\, Detroit\, Henry Art Gallery\, Seattle\, ZKM Museum for New Media\, Karlsruhe\, Tate St. Ives (2007). Una sua mostra personale\, “Film is Dead…” è attualmente in corso al Seattle Art Museum\, Seattle (2016-2017).
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SUMMARY:Berenice Abbott
DESCRIPTION:Il Museo MAN è lieto di annunciare l’imminente apertura della prima mostra antologica in Italia dedicata a Berenice Abbott (USA\, 1898-1991)\, una delle più originali e controverse protagoniste della storia fotografica del Novecento.  \nTerza di un grande ciclo dedicato alla Street Photography\, la mostra al MAN di Nuoro\, a cura di Anne Morin\, presenta\, per la prima volta in Italia\, una selezione di ottantadue stampe originali realizzate tra la metà degli anni Venti e i primi anni Sessanta. Suddiviso in tre macrosezioni – Ritratti\, New York e Fotografie scientifiche – il percorso espositivo fornisce un quadro generale del grande talento e della variegata attività di Berenice Abbott.  \nNata a Springfield\, in Ohio\, nel 1898\, Berenice Abbott si trasferisce a New York nel 1918 per studiare scultura. Qui entra in contatto con Marcel Duchamp e con Man Ray\, esponenti di punta del movimento dada. Con Man Ray\, in particolare\, stringe un rapporto di amicizia che la spingerà a seguirlo a Parigi e a lavorare come sua assistente tra il 1923 e il 1926.  \nSono di questo periodo i primi ritratti fotografici dedicati ai maggiori protagonisti dell’avanguardia artistica e letteraria europea\, da Jean Cocteau\, a James Joyce\, da Max Ernst ad André Gide. Ritratti che – secondo molti interpreti – costituiscono il canale espressivo attraverso il quale Berenice Abbott – lesbica dichiarata\, in un’epoca ancora lontana dall’accettare l’omosessualità femminile – racconta la propria dimensione sessuale. \nAllontanatasi dallo studio di Man Ray per aprire il proprio laboratorio di fotografia – frequentato da un circolo di intellettuali e artiste lesbiche come Jane Heap\, Sylvia Beach\, Eugene Murat\, Janet Flanner\, Djuna Barnes\, Betty Parson – già nel 1926 Abbott espone i propri ritratti nella galleria “Le Sacre du Printemps”. È in questo momento che entra in contatto con il fotografo francese Eugène Atget\, conosciuto per le sue immagini delle strade di Parigi\, volte a catturare la scomparsa della città storica e le mutazioni nel paesaggio urbano.  \nPer Abbott è un punto di svolta. La fotografa decide di abbandonare la ricerca portata avanti fino a quel momento e di fare propria la poetica del negletto Atget – del quale\, alla morte\, acquisterà gran parte dell’archivio\, facendolo conoscere in Europa e negli Stati Uniti – dedicandosi\, da quel momento in poi\, al racconto della metropoli di New York.  \nTutti gli anni Trenta\, dopo il rientro negli Stati Uniti\, sono infatti dedicati alla realizzazione di un unico grande progetto\, volto a registrare le trasformazioni della città in seguito alla grande depressione del 1929. La sua attenzione si concentra sulle architetture\, sull’espansione urbana e sui grattacieli che progressivamente si sostituiscono ai vecchi edifici\, oltre che sui negozi e le insegne. Il risultato è un volume\, tra i più celebri della storia della fotografia del XX secolo\, intitolato “Changing New York” (1939)\, che raccoglie una serie straordinaria di fotografie caratterizzate da forti contrasti di luci e ombre e da angolature dinamiche\, ad esaltare la potenza delle forme e il ritmo interno alle immagini.  \nNel 1940 Berenice Abbott diventa picture editor per la rivista “Science Illustrated”. L’esperienza maturata nelle strade di New York la porterà a guardare con occhi diversi le immagini scientifiche\, che diventano per lei uno spazio privilegiato di osservazione della realtà oltre il paesaggio urbano. In linea con le coeve ricerche artistiche sull’astrazione\, Berenice Abbott realizza allora una serie di fotografie di laboratorio\, concentrandosi sul dinamismo e sugli equilibri delle forme\, con esiti straordinari.  \nLa mostra al Museo MAN\, realizzata grazie al contributo della Regione Sardegna e della Fondazione di Sardegna\, racconta le tre principali fasi della produzione fotografica di Berenice Abbott attraverso una ricca selezione di scatti\, tra i più celebri della sua produzione\, e materiale documentario proveniente dal suo archivio.  
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SUMMARY:Soggettivo – Primordiale
DESCRIPTION:Insieme al fauvismo in Francia\, l’espressionismo tedesco è stata la prima avanguardia artistica del Novecento. I celebri gruppi “Die Brücke” (Il ponte)\, fondato a Dresda nel 1905\, e “Der Blaue Reiter” (Il cavaliere azzurro)\, nato a Monaco sei anni più tardi\, non soltanto rivoluzionarono i canoni ereditati dalle esperienze pittoriche tardo-ottocentesche\, ma posero anche le basi per lo sviluppo di uno dei più importanti filoni della ricerca artistica del XX secolo\, destinato a influenzare una parte significativa delle sperimentazioni moderne. \nLa mostra al MAN di Nuoro\, a cura di Tayfun Belgin e Lorenzo Giusti\, propone una riscoperta dei movimenti dell’espressionismo tedesco attraverso una selezione di oltre cento opere provenienti dalla collezione dall’Osthaus Museum di Hagen\, dedicato al grande collezionista Karl Ernst Osthaus\, uno dei padri sostenitori dell’avanguardia artistica e architettonica europea\, il primo in Germania ad acquistare opere di Gauguin e di Van Gogh. \nIn particolare la mostra pone l’accento su due aspetti fondamentali\, che legano tra loro le ricerche artistiche delle diverse correnti dell’espressionismo: la volontà di sviluppare una nuova forma di espressione soggettiva\, libera da condizionamenti letterari\, simbolici o tematici\, e la ricerca di valori primordiali\, da ritrovare sia nella vita delle città\, sia – e soprattutto – nel contesto naturale. \nI linguaggi sperimentati dagli artisti tedeschi reagivano alle trasformazioni della società moderna e agli eventi politici dell’Europa dell’inizio del XX secolo. Stretti tra il conservatorismo della politica imperiale e la crescita di una cultura di massa favorita dallo sviluppo industriale\, gli artisti trovarono così rifugio nei valori dell’individualismo e del primordio\, alla ricerca di esperienze di vita autentiche e originali. \nAutori come Ernst Ludwig Kirchner\, Otto Mueller ed Emil Nolde indagarono l’espressione dei corpi umani\, guardando sia ai lavoratori delle province tedesche sia ai nativi delle colonie lontane. Un lavoro fortemente legato all’attualità\, che intendeva avanzare una critica al sistema politico e alla crescita incontrollata delle città e allo stesso tempo ribadire l’importanza del singolo\, con i suoi sentimenti\, i suoi stati d’animo\, all’interno di una società sempre più massificata. \nNolde in particolare – e con lui Max Pechstein – intraprese lunghi viaggi nei territori coloniali tedeschi d’oltremare\, nel Sud del Pacifico\, mentre Erich Heckel e Karl Schmidt-Rottluff si dedicarono invece al tema del paesaggio\, lavorando spesso a Dangast\, nel territorio morenico del Mare del Nord\, dove realizzarono opere di grande originalità\, dai colori accesi e brillanti\, ricche di movimento e di pathos. \nA queste tendenze si affiancò anche la ricerca di nuove forme\, più individuali\, di religiosità\, da cui la riscoperta soprattutto dei temi della Passione di Cristo\, a cui si dedicò – oltre allo stesso Nolde – anche Christian Rohlfs. Quest’ultimo\, in particolare\, insieme a Kirchner e Nolde\, fu uno degli artisti dell’espressionismo maggiormente amati da Osthaus e per ben trentasette anni mantenne il proprio atelier all’interno dell’edificio che ospitava la collezione del grande mecenate\, il Folkwang Museum\, inaugurato ad Hagen nel 1902 grazie al contributo di Henry Van de Velde\, che ne curò l’arredamento e la decorazione interna. \nIn forme diverse anche Franz Marc e Alexej von Jawlensky – esponenti di punta del gruppo del “Cavaliere azzurro” insieme a Wassily Kandinsky – testimoniarono una profonda tensione spirituale\, che nel primo trovò espressione negli scenari che circondano i suoi celebri animali – quasi la ricerca di una nuova condizione paradisiaca originale – e nel secondo si manifestò invece nelle realizzazione di figure iconiche\, sulla scia della tradizione pittorica orientale\, portata avanti\, in maniera quasi ossessiva\, a partire dal 1911. \nCompletata con una serie di lavori di Max Pechstein\, Lyonel Feininger\, Max Beckmann\, Max Liebermann\, Conrad Felixmüller e Gabriele Münter\, la mostra al MAN di Nuoro – realizzata in collaborazione con l’Institut für Kulturaustausch (Tübingen) – costituisce un’occasione unica in Italia per la conoscenza di uno dei movimenti più influenti nella storia delle avanguardie pittoriche del XX secolo. \n*** \nArtisti in mostra: Max Beckmann\, Walther Bötticher\, Lyonel Feininger\, Conrad Felixmüller\, Erich Heckel\, Alexej von Jawlensky\, Wassily Kandinsky\, Max Liebermann\, Ernst Ludwig Kirchner\, August Macke\, Franz Marc\, Ludwig Meidner\, Otto Mueller\, Gabriele Münter\, Emil Nolde\, Max Pechstein\, Christian Rohlfs\, Karl Schmidt-Rottluff.  \nTayfun Belgin è direttore dell’Osthaus Museum di Hagen. Dal 1985 al 1988 ha diretto il Kunstverein Ruhr di Essen. Dal 1990 al 2003 ha lavorato come responsabile della collezione e capo-dipartimento per il Museo Ostwall di Dortmund. Dal 2003 al 2007 ha diretto la Kunsthalle di Krems\, in Austria. Nel 2007 è stato nominato direttore dell’Osthaus Museum di Hagen. Dal 2012 è anche direttore del Dipartimento culturale di Hagen. Ha curato numerose mostre a livello nazionale e internazionale dedicate ai movimenti e agli artisti dell’espressionismo tedesco\, oltre a retrospettive su Alexej von Jawlensky\, Miró\, Immendorff\, Lüpertz\, Schmidt-Rottluff e altri. \nLorenzo Giusti è direttore del Museo MAN di Nuoro\, per il quale ha organizzato mostre retrospettive dedicate a figure di primo piano della storia dell’arte e della fotografia del XX secolo (Alberto Giacometti\, Maria Lai\, Jean Arp\, Marino Marini\, Vivian Maier\, Paul Klee\, Garry Winogrand) e curato progetti d’arte contemporanea collaborando con artisti internazionali\, tra i quali\, negli ultimi anni\, Thomas Hirschhorn\, Hamish Fulton\, Michael Höpfner\, Michel Blazy\, Roman Signer e altri. Curatore del Centro per l’arte contemporanea EX3 di Firenze tra il 2009 e il 2012\,  è  docente a contratto presso l’Università di Sassari (Decamaster) e dal 2015 membro del direttivo AMACI (Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani).  
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SUMMARY:Alessandro Pessoli
DESCRIPTION:Forte di una radicata convinzione nelle possibilità della pittura\, Alessandro Pessoli (Cervia\, 1963) ha sottoposto il mezzo pittorico a oltre trent’anni di rivisitazioni teoriche e formali. Il suo ricco linguaggio visivo\, in cui iconografie classicheggianti si alternano a richiami all’espressività futurista\, e a incursioni nei mondi della fantascienza e del fumetto\, trova corrispondenza in una altrettanto ricca pluralità di materiali e tecniche utilizzati: dall’inchiostro su carta fino al cinema animato. Proprio dalla relazione tra queste due sponde estreme prende spunto la mostra “The Neighbors”\, prima personale dell’artista in un museo italiano\, a cura di Nicola Ricciardi.  \nIn linea con l’attenzione dedicata negli ultimi anni dal Museo MAN al rapporto tra arti visive e cinema d’animazione\, la mostra di Alessandro Pessoli nasce dallo studio dei due filmati in stop-motion realizzati dall’artista a quasi 15 anni di distanza l’uno dall’altro. In Caligola (1999-2002)\, esseri umani\, animali e oggetti inanimati appaiono e scompaiono in un continuo oscillare tra costruzione e distruzione. Gli oltre 4500 disegni che compongono il filmato non tessono una singola trama\, ma seguono piuttosto la struttura irrazionale e la ricchezza simbolica di un sogno febbrile\, alternando momenti ludici a rappresentazioni grottesche e attingendo a iconografie distanti quanto un Cristo sulla croce e un aereo nei cieli della prima guerra mondiale. \nAutoritratto Petrolini (2014) ruota invece attorno alla figura dell’attore e drammaturgo italiano Ettore Petrolini e al personaggio di stampo dadaista da lui inventato—Fortunello—che nelle mani di Pessoli diventa l’espediente attraverso cui scardinare temi legati alla storia culturale del Paese e affrontare riflessioni sull’identità e la natura dell’artista.  \nL’apparente distanza tra queste due animazioni è colmata dalle diverse serie di disegni presenti in mostra\, tra le quali The Neighbors\, appositamente creata per questa occasione. Realizzati in momenti distinti tra il 2000 e i giorni nostri\, gli inchiostri su carta e le serigrafie su tela condividono un’ambientazione e un sapore velatamente cinematografici: qui fanno la loro comparsa Capitan America e Braccio di Ferro\, l’iconografia religiosa si mescola con la cultura popolare\, episodi personali si intrecciano con la Storia nazionale\, e allusioni al Rinascimento italiano dialogano con richiami alla pittura Pop europea – il tutto senza apparente soluzione di continuità. \nL’insieme di questi poliedrici lavori restituisce la particolare agilità di pensiero di Pessoli\, un’attitudine che gli ha consentito di muoversi negli anni tra tematiche e linguaggi tanto differenti senza tuttavia mai perdere di vista la propria ostinata ricerca formale.  \nChiude infine la mostra – anche in termini cronologici – l’autoritratto Studio City (2015)\, in cui l’artista appare come il protagonista di un coloratissimo cartoon. Il titolo è un esplicito riferimento a Los Angeles\, città in cui Pessoli vive dal 2009\, e in particolare al neighborhood in cui trovano casa i principali studi cinematografici: il fondale ideale per le movimentate avventure dei suoi personaggi\, in parte comparse in attesa di un ruolo sul set di un film\, e in parte vicini di casa\, gente del quartiere\, volti famigliari\, neighbors. \n 
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SUMMARY:Museo Ciusa
DESCRIPTION:Grazie a un accordo tra il Comune e la Provincia di Nuoro\, che ne hanno affidato la gestione al Museo MAN nel 2016 ha riaperto al pubblico il Museo Francesco Ciusa.  \nLe sale consacrate al celebre artista nuorese (1983-1949) riuniscono il gruppo dei grandi gessi scultorei\, di proprietà della Regione Sardegna\, il nucleo di opere del Museo MAN\, riferibili soprattutto alla produzione più matura\, e un gruppo di altri esemplari provenienti da raccolte sia pubbliche sia private. \nUn insieme di quasi cinquanta opere\, rappresentativo della variegata attività dell’artista\, di cui fanno parte lavori significativi come Il Ritorno\, La Campana\, Il fromboliere\, Il Cainita\, la ricostruzione\, integrata con frammenti marmorei originali\, del Monumento a Sebastiano Satta – eretto nel 1931 e in seguito smantellato – fino alla celebre Madre dell’ucciso\, opera simbolo della cultura figurativa sarda\, che lo scultore presentò alla Biennale di Venezia nel 1907\, ricevendo il plauso della critica.  \nLe sculture presentate all’interno del percorso museale riflettono i momenti più intensi della ricerca di Ciusa\, dagli esordi\, nei primi del Novecento\, sino alla fine degli anni Quaranta. A differenza di molti suoi contemporanei\, Ciusa ebbe la possibilità di frequentare\, sino dal 1899\, l’Accademia di Belle Arti di Firenze\, al fianco di maestri come lo scultore Domenico Trentacoste\, il pittore macchiaiolo Giovanni Fattori e l’incisore Adolfo De Carolis\, dei quali rielaborò non soltanto i linguaggi\, tra realismo e simbolismo\, ma anche le idee anarchiche e socialiste.  \nUn percorso di intensa riflessione e di scambio con personalità di rilievo\, come Giovanni Papini\, Plinio Nomellini\, Galileo Chini\, grazie al cui contributo il lavoro dello scultore poté giungere a una sintesi originale\, capace di fondere la tradizione dei tagliapietre sardi\, con il suo portato di valori radicati e temi ricorrenti\, e le tecniche scultoree accademiche. Considerato l’iniziatore della scultura moderna in Sardegna\, Ciusa riuscì a conciliare due realtà distanti\, quella agropastorale e quella urbana\, dando voce al mondo popolare sardo\, fino ad allora inascoltato. \nIl percorso Sardegna 900\nInsieme alle sale dedicate a Francesco Ciusa\, gli spazi dell’ex tribunale di Nuoro ospitano un nuovo percorso espositivo dedicato agli artisti della scuola pittorica sarda della prima metà del secolo scorso\, che vede riunite le opere più importanti della collezione del MAN.  \nNata dall’accorpamento di quattro raccolte pubbliche (Provincia di Nuoro\, Comune di Nuoro\, Camera di Commercio di Nuoro\, Ente Provinciale del Turismo) e successivamente cresciuta grazie a un’attenta politica di acquisizioni e comodati\, la collezione del MAN custodisce lavori di artisti nati o attivi in Sardegna\, coprendo un arco temporale che va dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri. Un corpus di oltre 600 opere che al proprio interno annovera alcuni tra gli autori più importanti\, nonché alcune opere chiave della storia dell’arte in Sardegna\, come Sa ria di Antonio Ballero\, La fede di Mario Delitala (parte del ciclo decorativo della sala consiliare del Comune di Nuoro)\, Donna con frutta di Giovanni Ciusa Romagna\, Contadino alla fonte di Giuseppe Biasi e numerose altre.  \nOpere che consentono di percorrere le più importanti tappe della storia dell’arte della prima metà del Novecento in Sardegna\, caratterizzata da una riscoperta delle iconografie tradizionali\, dei costumi e dei riti quotidiani\, attraverso la quale gli artisti si propongono di promuovere una nuova visione dell’isola\, celebrandone i valori autoctoni\, il primordio\, il mito della terra incontaminata e della genuinità del popolo sardo\, contrapposti all’omologazione della modernità.  \nIl percorso si chiude idealmente con l’opera di matrice cubista L’ombra del mare sulla collina\, di Mauro Manca\, che inaugura una nuova fase della pittura in Sardegna\, segnando uno spartiacque tra le esperienze figurative della scuola regionale e quelle astratte che si sarebbero affermate da lì in avanti.   \nRecentemente il percorso “Sardegna 900” si è arricchito di due nuove sale espositive dedicate rispettivamente a Mario Delitala e ai “Sardi dell’Isia”: Salvatore Fancello\, Costantino Nivola e Giovanni Pintori.  \nLa sala dedicata a Mario Delitala\, che precede l’inizio del percorso vero e proprio\, restituisce al pubblico la visione integrata della celebre Cacciata dell’arrendadore\, recentemente restaurata\, insieme alle quattro lunette allegoriche\, realizzate nel 1924\, che componevano il ciclo decorativo del salone consiliare del Comune di Nuoro.  La decorazione riprende alcuni temi cari al regime fascista da poco affermatosi in Italia (famiglia\, fede\, lavoro\, patria)\, mentre la tela de “La cacciata dell’arrendadore”\, ispirata a un episodio della storia di Nuoro del 1772\, assurge a simbolo del riscatto di un popolo e dell’affermazione della sua identità.  \nLa seconda nuova sala espositiva\, posta al primo piano\, è dedicata ai cosiddetti “Sardi dell”Isia”\, la celebre scuola costituita dall’Umanitaria di Milano a Monza\, che\, dal 1922 al 1943\, fu un’eccezionale fucina di talenti\, dove insegnarono figure di rilievo come Arturo Martini\, Marino Marini\, Pio Semeghini e Giuseppe Pagano. Grazie a una borsa di studio della Camera di Commercio di Nuoro vi giunsero\, tra il 1930 e il 1931\, anche Nivola\, Fancello e Pintori\, artisti che hanno inciso nella cultura figurativa del Novecento e che\, nell’ambito della storia dell’arte sarda\, costituiscono un significativo momento di innovazione e sperimentazione.  \n 
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SUMMARY:Garry Winogrand
DESCRIPTION:La grande fotografia ancora una volta al MAN. A un anno dal successo della mostra di Vivian Maier\, il Museo della Provincia di Nuoro è lieto di annunciare l’imminente apertura di un nuovo progetto espositivo\, in anteprima nazionale\, dedicato a Garry Winogrand\, padre della street photography.  \nNegli ultimi anni il lavoro di Winogrand (1928-1984) è stato in più occasioni accostato a quello di Vivian Maier. Anche lui\, come l’ormai celebre tata fotografa\, operò nelle strade di New York a partire dai primi anni Sessanta\, portando avanti un lavoro capillare e ossessivo di reportage.  \nWinogrand è stato uno dei più importanti cronisti della società americana\, oltre che uno dei più celebri fotografi internazionali degli anni Sessanta e Settanta. Il suo sguardo sulle abitudini dei cittadini statunitensi\, apparentemente distratto\, quasi casuale\, spesso ironico\, fu influenzato soprattutto dalla fotografia sociale di Robert Frank e Walker Evans\, che reinterpretò in una forma nuova e radicale.  \nWinogrand individuò negli anonimi abitanti delle città americane il soggetto ideale per dare corpo alla propria visione del mondo\, raccontando storie laterali\, prive di copione o colpi di scena\, catturate sempre in luoghi pubblici: nei parchi\, allo zoo\, nei centri commerciali\, nei musei\, negli aeroporti\, oppure in occasione di manifestazioni politiche ed eventi sportivi.  \nLa sua tecnica si contraddistingue per l’utilizzo di obiettivi grandangolari. I tanti provini giunti sino a noi dimostrano come Winogrand ricercasse volontariamente la presenza di uno spazio esterno al soggetto\, spesso forzando l’inclinazione della macchina fotografica. Com’è stato scritto in più occasioni\, sarebbe sbagliato liquidare questi sfondi come elementi secondari\, come un “rumore” visivo irrilevante. Secondo l’originale visione di Winogrand\, i dettagli esterni\, inclusi nella cornice della fotografia\, contribuivano invece ad accrescere la forza e il significato del soggetto ritratto.  \nLa mostra al MAN\, a cura di Lola Garrido\, realizzata in collaborazione con diChroma Photography\, presenta\, per la prima volta in Italia\, la collezione completa delle fotografie che\, nel 1975\, andarono a comporre il celebre volume “Women are Beautiful”\, divenuto oggi un oggetto di culto. Immagini istantanee\, qui proposte attraverso una serie di stampe originali\, che celebrano la figura femminile con uno sguardo autentico\, in cui si mescolano ammirazione e ironia\, venerazione e sarcasmo.  \nUn lavoro per molti aspetti controverso\, parallelo a quello dei poeti della Beat Generation\, a cui non furono risparmiate pesanti critiche. Se infatti agli occhi di alcuni interpreti le fotografie apparirono come una gioiosa riflessione sull’emancipazione della donna e sulla sensualità\, altri – per la presenza di figure formose\, in abiti sbracciati o minigonne\, o per l’indugiare dellosguardo di Winogrand sui seni e i fondoschiena – le avvertirono invece come l’espressione contorta di una visione maschilista e misogina.  \nCiò che appare evidente è che non si tratta di una riflessione superficiale sui nuovi concetti di bellezza\, ma piuttosto di una descrizione delle conseguenze sociali della controcultura americana\, oltre che di una dichiarazione di sostegno ai diritti e alla libertà delle donne in un momento in cui il conservatorismo puritano sembrava volere rimettere in discussione alcune delle più importanti conquiste del dopoguerra. Il noto fotografo Joel Meyerowitz\, ha parlato di “un urto e un abbraccio allo stesso tempo: lui è una contraddizione e le immagini sono contradditorie”.  \n***  \nGarry Winogrand (1928-1984) nasce in una famiglia operaia del Bronx. Inizia a fotografare durante il servizio militare. Studia pittura al City College di New York e fotografia presso la Columbia University. Nel 1949 frequenta un corso di fotogiornalismo presso la New School for Social Research di New York e dal 1952 fino al 1969 lavora come fotoreporter freelance. La sua prima esposizione di rilievo si tiene al MOMA nel 1963. Nel 1966 espone le sue foto all’interno della mostra Toward a social landscape alla George Eastman House di Rochester\, insieme a Lee Friedlander\, amico e compagno di peregrinazioni. Con lui e con Diane Arbus partecipa alla mostra New Documents (MOMA\, 1967). Ha vinto tre volte il Gugghenheim Fellowship Awards (1964\, 1969\, 1979) e un a volta il National Endowment of the Arts Award (1979). Le fotografie documentaristiche di Garry Winogrand sono apparse in riviste come “Sports Illustrated”\, “Fortune” e “Life”. Alla sua morte\, avvenuta nel 1984 a causa di un tumore\, ha lasciato un enorme archivio di immagini\, molte delle quali mai sviluppate. Alcune di queste sono state raccolte\, esposte e pubblicate dal MOMA nel volume Winogrand. Figments from the Real World (1988). Opere di Winogrand sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei del mondo\, come il MOMA di New York\, la Tate Modern di Londra\, il Centre Pompidou di Parigi.  \nLola Garrido è una storica dell’arte specializzata in fotografia. E’ stata responsabile della collezione della Fondazione Banesto\, che oggi arricchisce il patrimonio del Museo Reina Sofia.  Come critica d’arte ha collaborato con i più importanti giornali spagnoli. La sua personale collezione di fotografia è stata oggetto di numerose mostre. \nIl Museo MAN è un’Istituzione della Provincia di Nuoro\, sostenuta dalla Regione Autonoma della Sardegna e dalla Fondazione di Sardegna. 
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SUMMARY:Petra Feriancová
DESCRIPTION:Dal 15 luglio 2016\, fino al 9 di ottobre\, la project room del  museo MAN ospiterà il progetto di Petra Feriancová\, An exhibition on doubt\, a cura di Emanuela Manca.  \nTemi ricorrenti nella ricerca di Petra Feriancová sono l’esplorazione dei processi di percezione del reale e di costruzione della memoria e la modalità (quasi mai univoca) con cui vengono portati a compimento. Le sue opere\, attraverso l’utilizzo di differenti linguaggi visivi – installazioni\, fotografie\, testi – riflettono la realtà in modo fittizio e innescano dubbi sulla dimensione spaziale e temporale in cui lo spettatore si muove.    \nAnche nella nuova installazione realizzata per il MAN di Nuoro l’artista introduce uno spazio-tempo multiplo che si apre a molteplici interpretazioni\, un rimescolamento di epoche e luoghi attraverso il quale riconsiderare i modi di fruizione della realtà e dell’arte.  \nLo spettatore avrà l’impressione di trovarsi in un tradizionale museo etnografico che illustra la vita e i mestieri della Sardegna. Gli oggetti esposti\, presentati come reperti\, saranno in realtà repliche di utensili comuni\, sovradimensionate e ricostruite artigianalmente con materiali diversi rispetto a quelli impiegati tradizionalmente. Il cambio di scala e le caratteristiche materiche rendono gli oggetti chiaramente creati per la pura contemplazione estetica\, attraverso un processo di annullamento degli usi funzionali. Artefatti intoccabili\, reliquie delle quali\, prima ancora di ritrovare nelle conoscenze condivise la loro funzione iniziale\, si percepisce la sola forma.  \nLa mostra materializza dunque l’idea di un’isola lontana\, utilizzando elementi esclusivamente slovacchi – oggetti d’artigianato\, fotografie di folklore e feste popolari – determinati da condizioni naturali e culturali sorprendentemente simili a quelle della Sardegna (pastorizia\, costumi\, musica\, strumenti). L’obiettivo dell’artista è dimostrare che\, così come la nostra comprensione e interpretazione della storia può essere contestata\, allo stesso modo ciò che appare ai nostri occhi può essere persuasivo anche se inesistente o basato su un immaginario falso.  \nL’idea tipica della Sardegna è qui dunque sradicata e messa in discussione. Ogni rappresentazione dei luoghi è indice di una precisa realtà\, che l’artista\, nello spazio generato dal dubbio\, riesce tuttavia a trasformare in metafora; un processo di interpretazione personale che connette il vissuto individuale e i meccanismi di apprendimento condizionati dalla storia e dalla cultura. Forme\, immagini e tracce del passato sono accolti nella consapevolezza che il loro significato originale è da tempo degradato o perduto\, ma proprio in ragione di questa distorsione del significato “originale”\, si può mettere in discussione la visione della realtà\, ridefinendo una propria versione del mondo.  \nIl lavoro di Petra Feriancová\, è stato selezionato dal Museo MAN in occasione di ArtVerona 2015\, nell’ambito del progetto Level 0\, a cui hanno aderito alcuni tra i più importanti musei d’arte contemporanea italiani. La mostra è realizzata con il contributo di Slovak Art Council.  \nPetra Feriancová è nata nel 1977 a Bratislava\, dove tuttora vive e opera. Lavora principalmente con testi\, fotografie e installazioni. Vincitrice nel 2010 del premio Oskar Cepan per giovani artisti visivi\, organizzato dalla FCS Foundation for a Civil Society\, ha esposto in numerose istituzioni tra le quali: Fondazione Morra Greco\, (Napoli\, 2014)\, ISCP International Studio & curatorial Program (New York\, 2011)\, Casa delle Arti di Brno (2012)\,  Nel 2013 ha rappresentato la Slovacchia e la Repubblica Ceca alla 55 ° Biennale di Venezia con il progetto  Still the same place. \n  \n 
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SUMMARY:Atleta Frottage
DESCRIPTION:a cura di MEGA e Nicola Ricciardi \nGavoi\, Museo comunale \n11/06 – 03/07/2016 \nIn occasione della 13esima edizione del Festival Letterario Isola delle Storie\, gli artisti Diego Perrone e Andrea Sala tornano a confrontarsi con una disciplina distante dalla loro abituale pratica scultorea\, ovvero la fotografia\, intesa in senso etimologico come “scrittura per mezzo della luce”. \nL’inedita collaborazione proposta dal MAN per gli spazi del Museo Comunale di Gavoi\, ha trovato una sua prima originale formalizzazione nell’aprile 2016 con una mostra presso lo spazio MEGA di Milano (“Unghia”\, a cura di MEGA [Davide Giannella\, Delfino Sisto Legnani\, Giovanna Silva] e Nicola Ricciardi). In quell’occasione Perrone e Sala hanno esposto una serie di lavori realizzati all’interno di camere oscure costruite artigianalmente in cantine\, spazi di risulta e stanze in disuso. In questi luoghi casalinghi ma transitori\, nel corso di un anno\, i due artisti hanno quindi preso dimestichezza con i processi chimici dello sviluppo fotografico e con il disegno a mano libera su supporti fotosensibili\, utilizzando come pennello una piccola fonte di luce elettrica\, anch’essa costruita manualmente. Le risultanti tele—caratterizzate da una materialità plastica\, quasi scultorea—rappresentano forme solo all’apparenza astratte\, che tuttavia alludono ad alcuni assunti alla base della loro ricerca: l’osservazione cieca della tecnica\, l’incisione quale strumento primordiale di scrittura\, l’errore come categoria dell’esperienza (da cui la ricorrente iconografia del paraurti). \nSe la prima tappa è stata contraddistinta dalla stretta collaborazione con il fotografo Delfino Sisto Legnani— che ha realizzato gli scatti a cui si sono successivamente ispirati i disegni—per questo secondo momento gli artisti hanno deciso di confrontarsi e interagire con i protagonisti del Festival. Sin dall’appuntamento di Milano infatti\, la collaborazione tra Perrone e Sala ha trovato forza e trazione proprio nell’aprirsi a continue sperimentazioni in termini di formati\, contesti\, approcci\, e partecipazioni. Per l’Isola delle Storie\, la collaudata tecnica dello “scrivere con la luce”—intesa come metodologia pratica e al tempo stesso teorica—viene  messa a disposizione degli scrittori\, i quali sono invitati a entrare all’interno di una camera oscura appositamente costruita e pensata per gli spazi del Museo Comunale; qui gli ospiti letterari verranno chiamati a scrivere frasi\, pensieri\, considerazioni\, senza che vi sia un tema prestabilito\, ma facendosi guidare dagli instabili equilibri tra processi fotografici e caratteri tipografici. Le derivanti pagine di pellicola fotosensibile—oggetti ibridi tra scultura\, fotografia e letteratura—vivranno come opere d’arte autonome e al tempo stesso collettive\, e saranno esposte nei giorni del Festival insieme ai lavori originalmente presentati a Milano. “Atleta Frottage” tuttavia non rappresenta semplicemente il secondo capitolo di “Unghia” ma piuttosto il suo sviluppo narrativo\, l’evoluzione di un’indagine sui nessi tra tecnica e linguaggio che in questo nuovo contesto diventa più esplicitamente esplorazione del rapporto tra la parola e la sua fisicità. \n 
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SUMMARY:Salvatore Fancello
DESCRIPTION:In occasione del centenario della nascita di Salvatore Fancello\, il MAN è lieto di presentare\, per la prima volta riuniti in un unico percorso di vista\, il corpus completo dei disegni dell’artista di Dorgali conservati all’interno della collezione del museo. Un nucleo di oltre cinquanta opere\, rappresentativo dei diversi filoni della ricerca grafica di Fancello\, a cui\, nel quadro dell’esposizione\, andrà ad aggiungersi un ulteriore gruppo di disegni\, recentemente ottenuti in comodato e mai esposti in precedenza.  \nNata nel 1999 per volontà della Provincia di Nuoro\, la collezione del MAN è il risultato di un’accurata selezione di opere di artisti sardi dalla fine dell’Ottocento ai nostri giorni. Una raccolta di circa 600 opere all’interno della quale il consistente gruppo di disegni di Fancello costituisce una delle parti più importanti e rappresentative. \nIl percorso artistico di Salvatore Fancello si svolge nell’arco di appena un decennio\, dal momento in cui\, nel 1930\, si trasferisce a Monza per frequentare l’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche – frequentato anche dagli amici Giovanni Pintori e Costantino Nivola – fino ai successivi soggiorni a Milano\, Padova e Albissola\, per concludersi con la precoce morte in guerra nel 1941\, sul fronte greco-albanese\, all’età di soli venticinque anni.  \nAllievo di Giuseppe Pagano\, Pio Semeghini\, Raffaele De Grada\, ma anche di Arturo Martini e Marino Marini\, insegnanti di plastica decorativa\, Fancello affinò a Monza le sue doti di ceramista\, disciplina che aveva appreso da ragazzo nella bottega dorgalese di Ciriaco Piras\, allievo di Francesco Ciusa. Ma ancora prima che nella produzione ceramica\, Fancello si distinse come abile e originale disegnatore\, pratica che non abbandonò mai nel corso della sua breve vita\, durante la quale realizzò moltissimi bozzetti\, schizzi preparatori\, ma anche vere e proprie pitture su carta\, a cui oggi viene riconosciuto un valore significativo in virtù della grande fantasia\, dello stile unico\, del segno grafico audace e per le soluzioni formali libere e raffinate.  \nÈ nel corso di questo unico decennio di attività che nascono le creature fantastiche per cui Fancello è maggiormente conosciuto\, interpreti di un mondo bizzarro e surreale\, popolato di animali sia esotici – africani perlopiù – sia tipici della fauna della sua Sardegna\, sempre presente nei ricordi dell’artista. Un bestiario “più fiabesco che moralistico\, (…) trasposizione dall’umano in chiave di garbata ironia”\, come ebbe avuto modo di definirlo Giulio Carlo Argan\, tra i primi sostenitori di Fancello insieme ad altri importanti scrittori e critici della Milano degli anni Trenta\, come Leonardo Sinisgalli\, Nino Bertocchi e Giulia Veronesi.  \nOltre alle raffigurazioni del mondo animale ampiamente descritte dal nucleo di disegni della collezione del MAN\, la produzione grafica di Fancello vede la presenza di altri soggetti\, tutti rappresentati all’interno del percorso espositivo\, in particolare i nudi femminili – di cui si espongono alcuni degli esemplari più importanti – e alcuni significativi paesaggi\, sia campestri\, sia urbani.  \nOltre a evidenziare l’eterogeneità dei soggetti affrontati da Fancello\, la mostra al MAN è rappresentativa anche delle diverse tecniche grafiche adottate dall’artista; dai disegni a inchiostro o china\, agli acquerelli\, al carboncino\, alle chine colorate\, per giungere infine al graffito\, dove si raggiungono esiti di grande audacia\, testimoniati da opere come La raccoglitrice\, o ancora Leone e Cinghiale\, datate intorno alla fine degli anni Trenta\, entrambe in collezione MAN\, a cui andrà ad aggiungersi un singolare Felino con gazzelle di collezione privata. \n *** \nSalvatore Fancello nasce nel 1916 a Dorgali. Nel 1929 inizia il suo apprendistato come ceramista presso il laboratorio di Ciriaco Piras. Nel 1930 partecipa al concorso indetto dalla Camera di Commercio di Nuoro\, di cui risulterà vincitore. Il premio è una borsa di studio per l’iscrizione all’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche (ISIA) di Monza. Dopo la partecipazione\, nel 1933\, alla IV Mostra interprovinciale sarda di Belle Arti a Cagliari\, seguirà il conseguimento del diploma\, nel 1935. In questi anni realizza i primi bestiari in terracotta. Partecipa in alla V Mostra dell’artigianato e piccola industria di Cagliari e alla IV Mostra sindacale di Nuoro\, esponendo le sue ceramiche. Sempre in questi anni\, ospite a Padova del suo docente Virgilio Ferraresso\, produce una serie di nuovi lavori in ceramica. Si trasferisce a Milano con Costantino Nivola e Giovanni Pintori nel 1936. Qui partecipa alla VI Triennale dove\, con lo stesso Nivola\, realizza una grande parete grffita\, ottenendo un premio per i sui Segni zodiacali. Nel 1938 collabora con il “Settebello” realizzando vignette satiriche. Sempre nel 1938 realizza il Disegno ininterrotto\, oggi conservato presso il Comune di Dorgali. Giulia Carlo Argan e Cesare Brandi\, intanto\, cercano di promuovere il suo lavoro su alcune rivista\, tra cui “Corrente”. Si reca quindi ad Albisola Marina\, presso il rinomato laboratorio di ceramica di Giuseppe Mazzotti\, dove realizza numerosi lavori\, tra bestiari\, presepi e vasi. E’ qui che incontra Lucio Fontana. Nel 1939 viene chiamato alle armi. Un anno dopo espone alla VII Triennale di Milano\, aggiudicandosi\, insieme a Leoncillo Leonardi\, il Diploma d’onore. Partirà l’anno successivo per l’Albania\, dove morirà il 12 marzo 1941 a Bregu Rapit. Nel dicembre 1941\, pochi mesi dopo la morte dell’artista\, la prestigiosa rivista “Domus” dedica a Fancello la copertina seguita\, nell’anno successivo\, da una pubblicazione monografica in occasione della sua prima retrospettiva alla Pinacoteca di Brera.
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SUMMARY:Roman Signer
DESCRIPTION:Il Museo MAN è lieto di annunciare l’imminente apertura della mostra Roman Signer. Films and Installations\, a cura di Lorenzo Giusti e Li Zhenhua.  \nRicca di oltre duecento film e di una serie di nuove installazioni realizzate per questa occasione\, quella al MAN di Nuoro sarà la prima mostra personale di Roman Signer in un museo italiano.  \nSigner ha iniziato la carriera di artista nella seconda metà degli anni Sessanta\, dopo avere lavorato come disegnatore per un architetto\, come ingegnere radio apprendista\, e\, per un breve periodo\, come tecnico in una fabbrica di pentole a pressione. Conosciuto per avere definito un nuovo concetto di scultura legato alla processualità\, alla trasformazione e al movimento\, Signer crea installazioni come azioni\, esperimenti\, quasi sempre solitari\, per i quali utilizza oggetti d’uso comune (ombrelli\, tavoli\, stivali\, contenitori\, cappelli\, biciclette) attivati da polveri da sparo o da forze naturali\, come il vento o l’acqua. Processi di esplosione o di collisione che si tramutano in esperienze estetiche visivamente ed emotivamente coinvolgenti e che interpretano l’approccio empirico come una questione artistica.  \nIl progetto al MAN di Nuoro si divide in due segmenti. Il primo\, nato dalla collaborazione con il Chronos Art Center di Shanghai\, presenta l’intera produzione di filmati in Super 8 realizzati dall’artista nel corso della propria attività. Un nucleo di 205 opere che vanno dal 1975 al 1989 – anno in cui Signer abbandona la pellicola per passare ad altri supporti – presentate all’interno di un’affascinante videoinstallazione a 100 canali realizzata in Cina e qui riproposta in una nuova versione arricchita e sviluppata. Video girati nel proprio “laboratorio” di San Gallo oppure in spazi naturali\, soprattutto a Weissbad\, nel cantone di Appenzell. \nIl secondo segmento del progetto presenta tre nuovi lavori scultorei creati per la mostra al MAN\, connotati come sempre da un’ironia sottile. Tra le nuove produzioni\, Ombrelli (2016) è un’opera site specific per la scalinata del museo\, un sistema bizzarro di parapioggia tenuti insieme da un equilibrio instabile. Installazione (2016) è una scultura attraversabile che occuperà un’intera sala del museo\, un percorso surreale che riflette sulla percezione di sé e del proprio corpo\, in cui l’osservatore si fa oggetto osservato. Chiude il percorso Occhiali (2016)\, un oggetto insolito\, composto da un proiettore Super 8 e da un paio di occhiali ad alterarne la proiezione luminosa\, che sembra gettare uno sguardo dissacrante sulla produzione dell’artista\, sempre al confine tra scultura e video\, tra staticità e movimento\, tra azione e visione.  \nCompleterà la mostra un catalogo con  testi di Lorenzo Giusti\, Li Zhenhua\, Barbara Casavecchia e Rachel Withers. Oltre alla documentazione delle nuove opere\, la pubblicazione conterrà anche un dvd con una raccolta delle azioni realizzate da Signer in Italia\, a partire dall’inizio degli anni Novanta\, in località come Civitella d’Agliano\, Stromboli\, la Maremma\, ma anche Venezia\, in occasione della Biennale del 1999.  \nRoman Signer (Appenzell\, 1938) ha partecipato alle più importanti rassegne artistiche internazionali\, come “documenta” a Kassel (1987)\, lo Skulptur Projekte di Münster (1997)\, la Biennale di Shanghai (2012). Nel 1999 ha rappresentato la Svizzera alla Biennale di Venezia. Tra le ultime mostre personali si ricordano: Bonnefantenmuseum di Maastricht (2000)\, Camden Arts Centre di Londra (2001); OK Centrum für Gegenwartskunst di Linz (2005); Aargauer Kunsthaus di Aarau (2006); Hamburger Bahnhof di Berlino (2007); Sala de Arte Publico Siqueiros di Città del Messico (2011); Hangar à Bananes di Nantes\, Kunsthalle di Mainz (2012)\, Kunstmuseum di San Gallo (2014)\, Barbican  Centre di Londra\, Kunsthus di Zug e Centre Culturel Suisse di Parigi (2015). In Cina il suo lavoro è stato recentemente presentato presso l’Accademia d’arte di Hangzhou\, il CAFA Art Museum di Pechino (2014)\, il GAFA Art Museum di Guangzhou e l’OCT di Shenzhen (2015).  \nRoman Signer. Films and Installations è un progetto del museo MAN\, a cura di Lorenzo Giusti e Li Zhenhua\, realizzato in collaborazione con CAC – Chronos Art Center di Shanghai\, con la partnership tecnica di WTI International Co. Limited\, il supporto di Pro Helvetia e il contributo di Regione Sardegna\, Provincia di Nuoro e Fondazione di Sardegna.
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SUMMARY:Ettore Favini
DESCRIPTION:Il Museo MAN è lieto di annunciare Arrivederci\, mostra personale di Ettore Favini\, a cura di Chiara Vecchiarelli.  \nIl lavoro di Ettore Favini si costituisce da oltre dieci anni attorno alla relazione fra l’opera e l’ambiente in cui questa si inserisce\, sia esso ecosistema\, memoria di una vita o narrazione collettiva. Proprio l’ambiente assume infatti una funzione generativa\, nel suo essere oggetto di indagine e insieme\, grazie all’esperienza di fruizione dell’opera\, strumento per l’analisi della relazione fra l’uomo e lo spazio. \nArrivederci è un progetto espositivo che vive di diversi momenti. Articolato in due fasi – una doppia mostra personale presso il MAN di Nuoro e il Museo d’arte contemporanea Villa Croce di Genova – il progetto trova un prolungamento testuale nel volume realizzato dall’editore Humboldt Books\, specializzato in arti visive e letteratura di viaggio.  \nPer questo progetto\, Favini ha sviluppato un itinerario di esplorazione nel territorio della Sardegna\, immergendosi nelle narrazioni dei tessitori isolani. Animato dal desiderio di entrare in contatto con una delle più antiche tradizioni del bacino del Mediterraneo\, l’artista ha visitato i numerosi laboratori tessili presenti sul territorio\, ricevendo in dono dalle persone incontrate (artigiani\, artisti\, stilisti…) oltre cento tessuti. I singoli frammenti\, e le storie che raccontano\, hanno costituito la materia da cui ha preso vita un nuovo corpus di opere. In particolare\, nei lavori realizzati per il MAN\, il rapporto tra la trama e l’ordito si trasfigura in una nuova relazione tra il tempo e lo spazio: le diverse temporalità degli eventi che hanno creato la texture dei vissuti incontrati convergono\, per il periodo della mostra\, nello spazio dell’opera.  \nOrdito delle molte trame di una narrazione comune\, la mostra costituirà al tempo stesso un doppio omaggio al mare. Se dal mare arrivano le vele da crociera che concorreranno – insieme ai tessuti raccolti in Sardegna e tinti del blu di Genova – a comporre l’installazione che sarà visibile a Villa Croce\, dal mare arriva soprattutto la forma della grande vela realizzata con i tessuti donati che attraverserà le sale del MAN. È dunque letteralmente come una vela che le memorie legate ai diversi tessuti si dispiegano nella mostra; un ritratto corale dell’Isola che trasforma il limbo temporale che il titolo annuncia nell’augurio di rivedersi presto\, che ogni mostra porta con sé.  \nDurante il corso delle due mostre a Nuoro e Genova\, che avranno luogo l’una a breve distanza dall’altra\, un’opera realizzata da Favini viaggerà a bordo di una nave in rotta tra la Sardegna e la Liguria\, facendo dei flutti che congiungono le due terre una sede espositiva alla pari dei musei coinvolti. \nLa pubblicazione completerà il progetto presentando\, oltre a un ricco apparato di testi e immagini\, uno scritto inedito dell’artista che racconta l’esperienza di raccolta dei tessuti e delle storie dell’isola e il modo in cui queste sono convogliate nel lavoro e\, infine\, nella mostra. \nEttore Favini (Cremona\, 1974) vive e lavora a Milano. Ha esposto in importanti istituzioni nazionali e internazionali tra le quali: Ocat\, Shanghai (2015); PAC\, Milano (2014); Fondazione Pastificio Cerere\, Roma (2013); PAV\, Torino (2012 e 2010); Museo Riso\, Palermo (2011); ISCP\, New York (2009); Song Eun Art Space\, Seoul; Futura Space\, Praga;  Galleria d’Arte Moderna\, Milano; MA.GA\, Gallarate; CCCS Strozzina\, Firenze (2009); Fondazione Sandretto Re Rebaudengo\, Torino (2008); Italian Academy of Columbia University\, New York (2007); Accademia di Francia\, Roma; American Academy\, Roma (2009); Fondazione Olivetti\, Roma (2006); \n 
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SUMMARY:80/90
DESCRIPTION:80/90. Arte in Sardegna è la seconda tappa del programma triennale del MAN “La costante resistenziale”\, dedicato allo studio delle ricerche più innovative che\, a partire dalla fine degli anni Cinquanta\, hanno caratterizzato la scena artistica regionale. \nA un anno dal primo evento dedicato al periodo 1957-1983\, la mostra “80-90”\, a cura di Antonella Camarda e Rita Pamela Ladogana\, propone un confronto con la complessità del campo culturale sardo attraverso una visione polifonica dell’arte visiva dell’ultimo ventennio del Novecento. \nIl progetto mira a descrivere eventi ed esperienze sviluppatesi sul territorio isolano\, al fine di proporre una visione d’insieme del tessuto artistico e della critica che ne ha supportato lo sviluppo. Un rapporto di cui restano non soltanto le opere d’arte ma anche un ricco corpus documentario – composto da rassegne stampa\, filmati e soprattutto inviti\, cataloghi\, locandine e manifesti –  riproposto in questa occasione all’interno del percorso espositivo. \nDue decenni caratterizzati in egual misura da continuità e cambiamento\, in cui coerenza e sperimentazione convivono in una scena articolata che\, venute meno le tensioni ideologiche degli anni Settanta\, vede il consolidarsi di itinerari individuali e l’emergere di nuovi protagonisti. \nNonostante il discorso sull’identità non sia certamente estraneo agli artisti operanti in Sardegna – che in alcuni casi portano avanti progetti di craft design che ripensano le esperienze dell’ISOLA (Istituto Sardo Lavoro Artigiano) –  più che una rivendicazione di specificità locali in senso collettivo\, a prevalere sono le esigenze di determinazione del sé individuale\, di promozione della propria ricerca personale fuori dall’adesione a specifiche correnti. \nLa tensione verso una dimensione esistenziale è del resto in linea con il contesto generale degli anni Ottanta: età dei sentimenti e del privato\, della citazione e dei media\, della fine dell’ideologia\, della sperimentazione\, a volte effimera\, di nuovi linguaggi\, nuovi materiali e dei primordi della rivoluzione digitale. Fra echi della Transavanguardia e un massiccio ritorno alla pittura\, declinata in esperimenti neo-espressionisti o ricerche formali che puntano al geometrico e all’astratto\, appaiono le prime prove di arte di partecipazione\, performativa e di videoarte. \nNegli anni Novanta\, se la chiusura a Cagliari della Galleria Duchamp e a Nuoro della Galleria Chironi 88 – centri propulsori per il contemporaneo nell’isola – mostra la vulnerabilità del sistema dell’arte in Sardegna\, vecchie e nuove generazioni di artisti e critici trovano spazi diversi e nuovi impulsi\, anche grazie al sostegno di una parte della classe politica che promuove politiche di acquisizione ed eventi dedicati alla scena artistica locale. \nNon è più possibile individuare etichette o raggruppamenti\, domina un quadro frammentario dove le varianti prevalgono sulle costanti e le diversità sulle affinità. Diventano importanti le ricerche autobiografiche\, il dialogo tra alterità e identità\, l’indagine sempre più approfondita del rapporto con lo spazio e le pratiche legate all’uso del corpo\, declinate in differenti direzioni. \nIl percorso della mostra si chiude con un la fine del millennio\, segnato idealmente dalla mostra Atlante. Geografia e Storia della Giovane Arte Italiana\, curata nel 1999 a Sassari da Giuliana Altea e Marco Magnani\, nell’ambito della quale si ripensano su prospettive nuove il discorso delle geografie culturali\, portando avanti un gruppo di artisti emergenti diverso per formazione\, linguaggi e istanze\, ma accomunati da un’attitudine sperimentale e dall’insofferenza per i limiti – mentali e fisici – isolani. Nello stesso anno a Nuoro\, il Museo MAN apre al pubblico\, per imporsi presto come principale centro per il contemporaneo in Sardegna. \nArtisti in mostra: Italo Antico\, Gianni Atzeni\, Leonardo Boscani\, Gaetano Brundu\, Zaza Calzia\, Giovanni Campus\, Giovanni Carta\, Francesco Casu\, Tonino Casula\, Erik Chevalier\, Aldo Contini\, Enrico Corte\, Pietro Costa\, Attilio della Maria\, Antonello Dessì\, Paola Dessy\, Nino Dore\, Angelino Fiori\, Greta Frau\, Gino Frogheri\, Salvatore Garau\, Gianni Nieddu\, Giorgio Urgeghe\, Maria Lai\, Ermanno Leinardi\, Angelo Liberati\, Gabriella Locci\, Lalla Lussu\, Antonio Mallus\, Pinuccia Marras\, Luigi Mazzarelli\, Italo Medda\, Mirella Mibelli\, Marco Moretti\, Wanda Nazzari\, Costantino Nivola\, Andrea Nurcis\, Antonello Ottonello\, Primo Pantoli\, Igino Panzino\, Pastorello\, Bruno Petretto\, Roberto Puzzu\, Rosanna Rossi\, Anna Saba\, Giulia Sale\, Graziano Salerno\, Giovanna Salis\, Josephine Sassu\, Giovanna Secchi\, Danilo Sini\, Pietro Siotto\, Aldo Tilocca\, Y Liver. \nAntonella Camarda è ricercatrice in Storia dell’arte contemporanea all’Università di Sassari e dal 2015 direttrice del Museo Nivola di Orani. \nPamela Ladogana è ricercatrice in Storia dell’arte contemporanea all’Università di Cagliari e parte del comitato di direzione di Medea\, rivista internazionale di studi interculturali.
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SUMMARY:Zanele Muholi - Lindeka Qampi
DESCRIPTION:AZOLA / Somnyama Ngonyama è il titolo della mostra delle fotografe sudafricane Zanele Muholi e Lindeka Qampi\, esito della residenza in Sardegna e del worskhop tenuto al museo MAN nel mese di dicembre. \nIl progetto\, a cura di Emanuela Falqui\, Erik Chevalier e Laura Farneti\, si compone di una selezione di opere incentrate sull’attivismo visuale e la politica dell’autorappresentazione\, più una nuova serie di scatti realizzati in Sardegna. \nIn continuità con le attività di workshop e seminari promosse dal MAN\, le artiste sono state invitate a tenere un laboratorio di fotografia\, nell’ambito del quale sono stati affrontati diversi temi: dall’archivio di una comunità al racconto di famiglia\, all’autoritratto\, fino alle problematiche dell’era digitale\, in una prospettiva di condivisione orientata alla responsabilità sociale. \nZanele Muholi ha dedicato quasi un decennio della sua vita alla documentazione dell’identità visiva delle lesbiche e transgender del Sudafrica\, con la creazione di un corpo voluminoso di più di 250 ritratti\, “Faces & Phases”\, e con l’intenzione dichiarata di voler dare vita a una “Mappa […]\, una storia visuale delle lesbiche nere in Sud Africa dopo l’apartheid” per restituire alla comunità LGBTQI un archivio nel quale potersi riconoscere e ritrovare la propria dignità. Per lavorare sull’identità omosessuale\, Muholi ha dovuto fare i conti con la mancanza di una storia visiva che la rappresentasse e ha inserito la sua narrazione nel quadro più ampio della formazione delle identità nel Sudafrica\, che comprende il problema del razzismo\, l’immagine della sessualità e il colonialismo. \nIl suo lavoro prosegue in questa direzione con una nuova serie di autoritratti in bianco e nero\, dal titolo Somnyama Ngonyama (che significa “Ave\, Leonessa nera”)\, in cui il suo corpo narrante assume in maniera provocatoria gli stereotipi di razza\, di classe\, di genere\, interpretando differenti archetipi femminili. Ancora una volta l’artista rielabora il suo vissuto personale\, le sue origini e le traspone in una dimensione collettiva e di riscatto con un linguaggio estetizzante e contraddittorio\, per esempio costruendo il suo personaggio con un abbigliamento di fortuna fatto di oggetti domestici ornamentali o enfatizzando il colore della sua pelle per riflettere sul luogo comune della razza; come lei spiega: “Esagerando l’oscurità del tono della mia pelle\, rivendico il mio essere nera che mi sembra sia continuamente messo in scena dall’altro privilegiato. La mia realtà è che io non imito il nero: è la mia pelle e l’esperienza dell’essere nera ad essere profondamente radicate in me”. L’obiettivo è quello di dare vita ad nuovo archivio fotografico sulla politica della razza e del pigmento. Alcuni scatti richiamano momenti drammatici della storia del Sudafrica\, come la strage dei minatori in sciopero uccisi dalla polizia a Marikana nel 2012\, Thulani I\, Paris; altri si rifanno alla morte recente di cittadini neri negli Stati Uniti per mano delle forze dell’ordine\, MaID I\, Syracuse: i guanti bianchi presenti nella foto sono usati dalla polizia quando indagano sulla morte di qualcuno senza voler lasciare traccia ma in questo caso\, per l’artista\, nascondono la loro colpevolezza. \nAlcune foto sono degli omaggi a persone care\, come quello dedicato alla madre\, in cui l’artista indossa gli strumenti tipici da lavoro di una domestica\, il mestiere che sua mamma ha fatto per più di 40 anni. \nLa serie Somnyama Ngonyama si arricchisce di nuovi scatti durante i viaggi che Muholi fa per lavoro. Ogni immagine ha dei riferimenti precisi e contiene degli elementi simbolici che appartengono a culture e paesi differenti\, a persone o comunità che incontra; mette in relazione questi elementi con il suo corpo e la sua identità. \nDurante la residenza in Sardegna\, Muholi ha continuato a lavorare sugli autoritratti e ha aggiunto cinque immagini alla sua serie. \nLa fotografa sta lavorando attualmente anche a un’altra serie di ritratti con molteplici identità\, MaID (My Identity)\, che può essere letto anche come maid\, domestica. Un lavoro autobiografico in cui l’attivista visuale trasforma il proprio corpo in un soggetto d’arte con il quale incoraggia fotografe e donne a prestare attenzione alle molte sostanze delle quali sono fatte\, per guarire\, prima di avventurarsi nelle sfere di altri individui. \nLindeka Qampi ha conosciuto Zanele Muholi nel 2006 all’interno del collettivo Iliso Labantu\, di cui fa parte: un gruppo di fotografi delle township che documenta la vita urbana contemporanea. David Goldblatt per loro ha scritto: “l’apartheid non c’è più\, ma rimangono le lacune nel tessuto sociale\, nella nostra esperienza e nella comprensione reciproca delle nostre vite. Iliso Labantu può dare un contributo significativo per ridurre queste mancanze.” \nLindeka Qampi inizia la sua attività di fotografa come autodidatta creando cartoline per turisti sulla vita delle township attorno alla Città del Capo dove esporrà nel 2010 per la prima volta. Prosegue come fotografa di strada con una serie sviluppata nel corso di 10 anni e ancora in divenire\, Daily Lives. Originaria di quei luoghi\, l’artista sviscera dall’interno tutti quegli aspetti visivi legati alle gestualità più comuni\, allo spazio confinato che era il segno più esplicito dell’apartheid e che ha disegnato la forma dell’abitare anche attuale\, alla diversità delle culture\, alla creatività delle persone\, alle norme culturali\, al valore di una storia condivisa. Le sue foto superano la visione pietistica occidentale del terzo mondo e fanno riapparire il gesto quotidiano come gesto politico capace di vivere il presente\, di trasformarlo o almeno di sognarlo. Un’altra serie\, Living in this World\, racconta la vita giovani di borgata cresciuti con padri assenti. \nNel 2015 Qampi punta l’obiettivo su se stessa. Azola\, il suo ultimo lavoro\, fa parte di un corpo più ampio intitolato Inside My Heart\, che racconta storie familiari\, spesso dolorose. In Azola rielabora un trauma universale femminile attraverso una vicenda personale di violenza\, lo stupro\, spesso accompagnato dall’omertà\, dalla rimozione e dalla solitudine. Il suo linguaggio onirico ricerca le sue radici nel subconscio\, in un mondo atavico\, per ritrovare le viscere della terra e sanare una ferita inguaribile con un grido liberatorio\, per rompere definitivamente il suo silenzio ma anche quello di molte altre donne. Per raccontare la sua storia Qampi ha coinvolto la sua famiglia; la figlia Azola\, rappresenta la sua esperienza di violenza avuta da bambina; il marito e il fratello simboleggiano l’aggressività maschile\, le donne invece accompagnano il suo dolore. Anche Qampi ha lavorato in Sardegna producendo nuove immagini per questo racconto in cui si ritrae continuando il suo viaggio interiore. \nDa diversi anni Zanele Muholi e Lindeka Qampi collaborano a progetti di formazione per incoraggiare chiunque a usare il mezzo fotografico e l’immagine come strumenti di emancipazione. \nNel 2014 il laboratorio di fotografia “Photo XP. The 2014 XP\, Siyafundisana”\, che significa “condividere i propri saperi”\, si è svolto a Soweto\, una delle più grandi township del Sudafrica che ha svolto storicamente un ruolo importante nella lotta all’apartheid. Il corso era rivolto alle giovani ragazze di una scuola per invogliarle a raccontarsi e lavorare sul proprio ambiente. L’ultimo progetto nel 2015 “Visual Activism Cultural Exchange Project (VACEP)” si è svolto in Europa\, ad Oslo\, e ha coinvolto non soltanto gli artisti locali ma anche i richiedenti asilo\, i migranti africani attualmente in Europa.  \nAl workshop hanno partecipato: Leonardo Boscani / Lucia Cadeddu / Emanuela Cau / Franco Casu / Giulia Casula/ Alessandra Cridar / Chiara Coppola / Francesca Corriga / Rita Delogu / Simone Loi / Moju Manuli / Antonio Mannu / Katia Marroccu / Melania Massa / Michela Mereu / Veronica Muntoni / Stefania Muresu / Gigi Murru / Medea Laura Pace / Cristina Pia / Stefano Pia / Anna Zurru  \nIl progetto è stato realizzato grazie alla collaborazione con il Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni e con quello di Storia\, Beni culturali e Territorio dell’Università di Cagliari. \nLa mostra è sponsorizzata da QSS Europa\, Stampa
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SUMMARY:L'occhio indiscreto
DESCRIPTION:Nuoro\, Museo MAN – Cagliari e Sassari\, Sedi Fondazione Banco di Sardegna  \nMostra a cura di Maria Paola Dettori \nNasce AR/S – Arte Condivisa in Sardegna. Il nuovo progetto della Fondazione Banco di Sardegna inaugura il suo percorso con una retrospettiva dedicata a Bernardino Palazzi. La critica lo ha avvicinato\, più o meno propriamente\, a Degas\, Boldini\, Sargent\, Carena e Casorati. Ma rispetto a costoro Bernardino Palazzi sa proporre anche altri registri\, molti del tutto personali\, segreti\, ignoti agli stessi studiosi e al grande collezionismo. Che ora\, e finalmente\, la retrospettiva che la sua Sardegna gli dedica in tre diverse sedi\, dal 27 novembre al 14 febbraio\, ha il merito di svelare. L’iniziativa è realizzata dalla Fondazione Banco di Sardegna che con essa avvia un progetto ambizioso quanto necessario: “AR/S – Arte Condivisa in Sardegna”. Partendo dal rilevante patrimonio d’arte conservato dalla stessa Fondazione\, AR/S intende favorire la messa in rete di collezioni pubbliche e private\, offrendole alla popolazione sarda e agli ospiti dell’isola\, spesso per la prima volta\, in mostre diffuse in più sedi nel territorio regionale. Il tutto accompagnato da momenti di approfondimento\, incontri\, laboratori\, residenze d’artista e progetti di arte pubblica sul territorio. Il focus di AR/S è concentrato sulla produzione artistica in Sardegna dalla fine dell’Ottocento ad oggi. Un focus che\, come conferma già la mostra “L’occhio indiscreto. Bernardino Palazzi. Grafico\, illustratore\, fotografo”\, curata da Maria Paola Dettori\, non è rigidamente inteso. \nSe\, infatti\, Palazzi è di origine sarda\, essendo nato a Nuoro nel 1907\, la sua attività artistica si è sviluppata in gran parte tra Padova\, Venezia\, la Liguria e Milano.  A trent’anni dalla scomparsa e a quasi altrettanti dall’ultima mostra a lui dedicata (Vicenza\, 1987)\, Bernardino Palazzi viene ora indagato nella sua terra d’origine con l’obiettivo di restituirlo alla storia dell’arte europea del Novecento.Tre le sedi espositive: il Museo MAN di Nuoro e le due sedi della Fondazione\, a Sassari e a Cagliari\, che da sole meriterebbero una visita per le caratteristiche architettoniche e il corredo artistico che le caratterizza.Com’è negli obiettivi del progetto AR/S\, questa prima mostra riunisce opere di proprietà di diversi soggetti sollecitati dalla Fondazione: il Banco di Sardegna e il Museo del Novecento di Milano in primis\, insieme a diversi collezionisti privati\, sardi e non\, che hanno generosamente accolto l’invito a mettere a disposizione le proprie opere accanto a quelle appartenenti alla collezione della Fondazione Banco di Sardegna. Saranno proprio le due sedi della Fondazione a Cagliari e a Sassari ad accogliere le tele più significative\, quelle che meglio esemplificano i momenti più alti della carriera del pittore: i capolavori della pittura di nudo degli Anni Venti/Trenta (a Cagliari) e il tema del ritratto collettivo del mondo di intellettuali\, come quello fermato nel dipinto Bagutta (a Sassari). Testimonianza di un pittore mondano ed elegante\, ma insieme assai meno scontato e semplice di quanto possa apparire in superficie\, per il quale la rappresentazione del corpo femminile sarà tema costante\, soggetto amato e indagato per tutta la vita\, ma che avrà nelle opere degli anni milanesi i suoi risultati d’eccellenza.Nuoro\, e il Museo MAN\, ospiteranno invece un ricco catalogo di opere di grafica e illustrazioni\, accompagnate da apparati documentari e interessanti inediti. Nell’insieme non un’antologica\, ma una mostra che presenta l’artista per quelli che unanimemente la critica e il mercato gli riconobbero come traguardi: il nudo femminile\, il ritratto e l’illustrazione. E\, insieme a questi temi portanti\, va in mostra il Palazzi inedito e privato. Compreso quello\, privatissimo\, dei disegni erotici e il Palazzi fotografo.Si entrerà così nello studio e nell’universo creativo del pittore\, dove il tema del corpo (e secondariamente anche dell’eros) scorre come una corrente sotterranea: e da qui tracima nell’intera sua opera\, anche là dove non lo si immaginerebbe. Con il disincanto delle novelle del Boccaccio\, i disegni erotici si palesano come divertissement in cui l’autore non ha remore a raffigurare per sé solo un mondo in cui è la sensualità a dettar legge\, a dominare e travolgere\, senza badare a ruoli\, età\, missioni. La sezione fotografica presenta il materiale da lavoro\, personale e privato\, dell’artista: un corpus di immagini di studio\, dove Palazzi ritrae sé stesso e\, soprattutto\, le sue modelle\, le stesse che si ritrovano in diversi dipinti. L’osservazione di questi materiali accompagna il visitatore lungo il percorso creativo del pittore\, rendendolo “voyeuristicamente” complice dell’atmosfera del suo atelier\, mai algida e distaccata\, ma calda\, intimamente vissuta come le lenzuola aggrovigliate sulle quali si distendono\, sfrontate o pudiche\, le sue modelle. \nInfo: www.fondazionebancodisardegna.it Facebook: AR/S – Arte condivisa in Sardegna
URL:https://www.museoman.it/event/locchio-indiscreto/
LOCATION:MAN\, Via Sebastiano Satta 27\, Nuoro\, NU\, 08100\, Italia
CATEGORIES:Focus Sardegna,MAN
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