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SUMMARY:Picasso e Guernica
DESCRIPTION:a cura di Michele Tavola \nDal 23 settembre al 31 dicembre del 1953 Guernica venne esposta nella Sala delle Cariatidi del Palazzo Reale di Milano\, insieme a più di trecento altre opere del maestro spagnolo\, dando forma alla più grande retrospettiva di Picasso mai tenuta in Italia. Successivamente la mostra venne spostata a Roma\, ma in formato ridotto e soprattutto senza Guernica\, che da allora non fece mai più ingresso nel nostro Paese. La Sala delle Cariatidi\, che al momento di accogliere il capolavoro picassiano presentava ancora i segni dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale\, amplificando così il significato dell’opera\, in quell’occasione ospitò anche altre drammatiche composizioni di esplicita denuncia dei disastri della guerra quali il Massacro in Corea e Carnaio. \nOggi Guernica non viaggia più\, non lascia mai la Spagna e la sua sala al Museo Reina Sofía di Madrid. Non tornerà più a Parigi\, dove è stata creata\, commissionata dal governo repubblicano spagnolo per l’Esposizione Universale del 1937\, non tornerà più al MoMa di New York\, dove ha passato buona parte del suo esilio prima di tornare in patria\, e sicuramente non tornerà più in Italia. Settant’anni dopo la storica esposizione al Palazzo Reale di Milano\, il MAN di Nuoro celebra il passaggio italiano di Guernica\, simbolicamente e artisticamente fondamentale per una generazione di artisti\, di critici d’arte e di cittadini italiani. \nL’omaggio nuorese si suddivide in due sezioni principali: l’eco di Guernica nella produzione artistica di Picasso e il racconto della genesi dell’opera attraverso il racconto visivo di Dora Maar\, fotografa e all’epoca compagna dell’artista spagnolo. \nLa prima sezione trova il suo fulcro principale nello straordinario dittico di incisioni intitolato Sueño y mentira de Franco\, vero e proprio contraltare grafico del grande dipinto. Picasso iniziò a incidere la prima lastra nel gennaio del 1937 ma abbandonò presto il lavoro. Nel mese di maggio\, appena dopo il tragico bombardamento della cittadina basca\, portò a termine entrambe le matrici proprio mentre stava eseguendo la monumentale tela\, utilizzando gli stessi studi e le stesse idee. Non si tratta affatto\, però di una versione in formato ridotto del quadro\, ma di un’invenzione originale\, a sé stante\, che prende le mosse dallo stesso pensiero e dallo stesso impeto creativo. Attorno a Sueño y mentira de Franco si raccoglierà una piccola ma significativa serie di incisioni\, disegni e dipinti che afferiscono direttamente alla gestazione di Guernica o che\, per essere stati realizzate nello stesso periodo\, richiamano da vicino stile e temi del celebre dipinto. \nLa seconda anima della mostra ruoterebbe attorno alla straordinaria testimonianza di Dora Maar\, che documentò giorno per giorno\, con le proprie fotografie\, il lavoro di Picasso. Si tratta di una serie di scatti al contempo commoventi e fondamentali per la ricostruzione filologica della creazione di Guernica. Non mancheranno nemmeno immagini scattate nel 1953 da Mario Perroti in occasione della rassegna milanese\, nell’allestimento toccante della Sala delle Cariatidi segnata dai bombardamenti\, situazione tragica che convinse Picasso a esporre il suo capolavoro in quel contesto così affine all’anima del dipinto. \nIl progetto ideale della mostra contemplerà anche una sezione documentale che renderà il percorso di altissima qualità\, completando la narrazione in una ricorrenza che l’Italia è chiamata a celebrare e di cui il Museo MAN di Nuoro si farebbe capofila.
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SUMMARY:SENSORAMA
DESCRIPTION:Lo sguardo\, le cose\, gli inganni\nda Magritte alla realtà aumentata\n \ninaugurazione venerdì 8 luglio ore 18.30 \na cura di Chiara Gatti e Tiziana Cipelletti \ncon il contributo scientifico di Baingio Pinna del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Sassari\, autore del libro La percezione visiva\, il Mulino\, 2021 \nProgetto di allestimento a cura di Denis Santachiara \nCoordinamento di Rita Moro ed Elisabetta Masala \nVideo installazioni a cura di Storyville \n  \nSENSORAMA adotta in modo colto e originale il modello del Museo delle illusioni e affida alle opere di artisti e videomaker contemporanei l’esplorazione della relazione tra Visione e Percezione con l’obiettivo di mostrare la complessità dei fenomeni cognitivi e il “piacere” di essere ingannati. \nL’illusione è la nostra realtà. Perché del mondo\, là fuori\, vediamo il poco che i nostri occhi sono in grado di vedere. “How your eyes trick your mind”\, come gli occhi ingannano la mente\, dicono gli inglesi. Il risultato è una rappresentazione delle cose che non è reale per niente. Tocca al nostro cervello orientarsi fra apparenze ed enigmi. \nChi si occupa di percezione parte da queste premesse\, ma sa di avere alle spalle secoli di discussione filosofica\, da Platone in avanti. La domanda “vediamo davvero la realtà?” è un antico dilemma. Oggi però le neuroscienze possono cominciare a dare una risposta\, studiando gli organi di senso e analizzando la capacità del cervello di interpretare i segnali che questi gli inviano. \nIl museo MAN di Nuoro\, che da sempre si dedica alla ricerca e ai diversi linguaggi del contemporaneo\, inaugura una nuova stagione espositiva che mira a riflettere su alcuni temi sollecitati dal dramma della pandemia e della reclusione: la comunicazione interrotta\, lo sguardo velato dal diaframma di uno schermo\, la lettura delle immagini sottratte alla vista e restituite in una realtà virtuale. Tornare a guardare\, ad allenare gli occhi e a porsi interrogativi sulla verità (o meno) della visione è lo scopo di una mostra che\, partendo da antecedenti storici\, dai padri nobili di una pittura di verità e d’inganno\, come René Magritte e Giorgio de Chirico\, apre lo spettro alle indagini estetiche più recenti in fatto di percezione e autenticità. Ecco allora le fotografie allo specchio di Florence Henri o le tavole ottico-cinetiche di Alberto Biasi\, gli ambienti avvolgenti e conturbanti di Peter Kogler o Marina Apollonio; e ancora\, le sculture anamorfiche di Marc Didou o le performance intese come veri e propri trompe-l’œil umani di Liu Bolin\, l’uomo invisibile. \nIl titolo della mostra SENSORAMA è ispirato al nome di una macchina ideata nel 1957 dal regista statunitense Morton Heilig per testare esperienza sinestetiche nel suo cinema d’esperienza\, al fine di amplificare impressioni\, oltre che sonore con audio stereofonico\, persino tattili\, dinamiche e olfattive. Per vedere la musica è il nome di una sezione riservata a scoprire proprio la sinestesia\, l’automatismo psichico che consiste nell’associare in un’unica immagine due contenuti riferiti a due sfere sensoriali diverse. \nSENSORAMA è tanto cinema\, arte d’artificio per eccellenza\, “fabbrica delle illusioni” fin dal suo esordio e terreno di sperimentazioni visive delle avanguardie. Il percorso della mostra contempla la cinematografia fantastica di George Méliès basata sulla sparizione degli oggetti ottenuta con uno primitivo stop frame e la levitazione di cose e persone con la ripresa a passo uno\, per arrivare alle fantasmagoriche interazioni tra avanguardie artistiche (Léger\, Man Ray\, Picabia\, Cocteau\, Duchamp…) e cinema. Cinema sperimentale appunto che\, facendo suo lo statuto della magia e giocando con inganni e deformazioni percettive\, butta all’aria la nostra “consueta” esperienza del reale. \nI meravigliosi paradossi dell’era digitale. Con l’installazione in realtà aumentata la “non realtà” esce dai suoi confini\, allaga la nostra percezione e dà un accesso a nuovi significati in una visione/versione multilayer. Senza l’impiego di device\, ma grazie all’utilizzo del proprio telefonino (Bring Your Own Device)\, si potrà vivere la fascinazione “intelligente e complessa” di un contenuto a più strati\, indispensabile completamento della visione di un mondo in transizione. \nIl progetto si arricchisce di installazioni site specific\, nel caso per esempio degli interventi studiati ad hoc per il MAN da parte di artisti come Felice Varini\, autore di disegni nello spazio\, monumentali quanto effimeri\, oltre a una stanza magica progetta dal designer Denis Santachiara e una grotta di libri scavati come rocce da impronte di corpi impalpabili realizzata da Marco Cordero. \nSENSORAMA vuole rappresentare insomma il grado zero della percezione\, utile per ripulire lo sguardo\, per tornare a stupirci di fronte ai paradossi della vista\, per ricominciare a osservare le opere con sguardo indagatore\, per avvicinarci alle immagini consapevoli di un limite fluido fra reale e virtuale\, ma pronti ad aguzzare gli occhi per svelare i meccanismi che orchestrano il processo stesso della visione. Un invito a imparare a guardare. Ma\, soprattutto\, a dubitare. \nArtisti \nRené Magritte\, Giorgio de Chirico\, Florence Henri\, Alberto Biasi\, Luigi Mazzarelli\, Peter Kogler\, Felice Varini\, Marina Apollonio\, Denis Santachiara\, Marc Didou\, Peter Miller\, Liu Bolin\, Marco Cordero\, Humans since 1982\, Ole Martin Lund Bø\, Paolo Cavinato\, Cinzia Fiorese\, Marco Di Giovanni\, Kensuke Koike. \nCatalogo Electa con testi di Baingio Pinna\, Chiara Gatti e Tiziana Cipelletti \n  \n  \nUfficio Stampa \nStudio ESSECI di Sergio Campagnolo \ntel. 049.66.34.99 \nReferente Simone Raddi: simone@studioesseci.net \n  \n 
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SUMMARY:CARLO LEVI
DESCRIPTION:CARLO LEVI: TUTTO IL MIELE È FINITO. LA SARDEGNA\, LA PITTURA \na cura di Giorgina Bertolino  \ne il progetto speciale di residenza produttiva di \nVITTORIA SODDU \nOGNI ANDARE È UN RITORNARE \nrealizzato con la Fondazione Sardegna Film Commission \n  \nopen day: venerdì 11 febbraio 2022\, h. 10 – 19 \napertura: 11 febbraio – 19 giugno 2022 \nIl MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro presenta da venerdì 11 febbraio a domenica 19 giugno 2022 la grande antologica di Carlo Levi (Torino 1902 – Roma 1975) che rende omaggio al pittore-scrittore nei 120 dalla nascita\, in occasione degli anniversari dei suoi due viaggi in Sardegna\, compiuti nel maggio 1952 e nel dicembre 1962. La mostra documenta l’intero arco della sua ricerca con 89 opere tra dipinti\, disegni e incisioni\, datate dal 1925 ai primi anni settanta. Si avvale della collaborazione della Fondazione Carlo Levi di Roma e dei prestiti di musei\, collezioni pubbliche e private. È arricchita dal progetto speciale di residenza produttiva che ha visto coinvolta l’artista Vittoria Soddu (Sassari 1986) con un triplice intervento realizzato con la produzione di Fondazione Sardegna Film Commission\, concepito appositamente per il percorso espositivo. \nLa mostra trae il titolo da Tutto il miele è finito\, il libro di Carlo Levi sulla Sardegna edito da Einaudi nel 1964. Il libro è il racconto dei viaggi del 1952 e 1962\, ed è un palinsesto di paesaggi naturali\, culturali\, poetici e politici. La mostra del MAN ricostruisce l’incontro fra l’artista e l’isola\, offrendo l’occasione per immergersi nella sua pittura\, dagli esordi alla maturità. Carlo Levi: tutto il miele è finito. La Sardegna\, la pittura è\, insieme\, una mostra monografica e un’ampia antologica\, articolata sui tre piani del Museo. Dedicata a un protagonista della storia e della cultura italiana del Novecento\, è un invito a ripensarne l’eredità nel presente. \n“La mostra che il MAN di Nuoro ha dedicato a Carlo Levi nel centoventesimo anniversario della nascita indaga aspetti meno conosciuti della sua storia artistica e intellettuale\, in linea con una volontà di ricerca che il museo ha dedicato negli ultimi anni alla riscoperta del proprio territorio – il mondo insulare del mediterraneo italiano – mediante i contributi di artisti e artiste di diversa provenienza e nazionalità che hanno dedicato parte significativa delle loro ricerche alla Sardegna\, in un percorso che dal recente passato arriva sino al lavoro delle più giovani generazioni”\, spiega Luigi Fassi nell’introduzione al catalogo della mostra. \nLa Sardegna \nLe prime sale al piano terra del Museo introducono l’artista con tre autoritratti (fra i quali il celebre Autoritratto con la mano gialla del 1930) e raccontano i suoi viaggi in Sardegna. Carlo Levi arriva per la prima volta nell’isola nel maggio 1952 e vi ritornerà nel dicembre di dieci anni dopo. I suoi resoconti sono pubblicati a puntate su “L’Illustrazione Italiana” e su “La Stampa”\, quindi raccolti in Tutto il miele è finito nel 1964. Le parole si intrecciano alle immagini\, richiamate in mostra da oltre 30 fotografie che ricompongono i paesaggi della Sardegna degli anni cinquanta. Sguardi e obiettivi diversi\, tra istantanee amatoriali e fotografie d’autore\, riconsegnano il fascino dell’isola\, delle sue città\, delle persone\, della natura e della sua storia\, oltre gli itinerari più consueti. \nViene esposto per la prima volta un nucleo di 10 fotografie dell’inedito Album di viaggio di Carlo Levi del 1952. Conservate nel Fondo fotografico della Fondazione Levi di Roma\, le piccole stampe in bianco e nero dell’Album hanno costituito il punto di partenza della ricerca alla base della mostra. A questi materiali preziosi\, disposti in bacheca insieme a libri e documenti\, si affiancano a parete le campagne fotografiche di due celebri autori: 16 fotografie di Federico Patellani (Monza 1911 – Milano 1977)\, scattate in Sardegna nel 1950 – in prestito dal Museo di Fotografia Contemporanea di Milano-Cinisello Balsamo – in parte pubblicate a corredo di Viaggio in Sardegna\, il primo articolo di Levi apparso su “L’Illustrazione Italiana” del giugno 1952; 10 fotografie dell’ungherese János Reismann (Szombathely 1905 – Budapest 1976) del 1959 – in prestito dall’Hungarian Museum of Photography di Kecskemèt – pubblicate nella versione tedesca diTutto il miele è finito (Aller Honig geht zu Ende. Tagebuch aus Sardinien) edita nel 1965. \nIntroducendo Tutto il miele è finito nel 1964\, Carlo Levi paragonava il suo libro a un ritratto: “Così\, questo scritto\, che non è né un saggio\, né un’inchiesta\, né un romanzo\, ma un semplice\, laterale capitolo di quella storia presente che tutti viviamo\, o scriviamo\, in noi e fuori di noi\, mi sembra possa assomigliarsi piuttosto a un ritratto\, a un tentativo\, soltanto accennato e parziale\, di ritratto di una persona conosciuta nel tempo\, il cui viso racconta e comprende\, oggi\, i diversi momenti della sua storia. È\, questa persona\, soltanto la Sardegna?”.  \nCome spiega la curatrice\, Giorgina Bertolino “il progetto della mostra inizia dalla rilettura di Tutto il miele è finito\, un paesaggio-scritto che coinvolge e implica il corpo dell’artista\, l’esperienza fisica sul terreno\, il contatto con un passato amalgamato al suolo del presente\, l’ascolto dei suoni\, dei canti e delle voci delle persone. Tutto il miele è finito è un libro-paesaggio\, della specie di quelle letture che oggi raccogliamo intorno alle nozioni capienti di antropologia del paesaggio e di ecologia della cultura. Oltre l’idea di un paesaggio pacificato\, cristallizzato dalle retoriche della bellezza\, i paesaggi sardi di Carlo Levi conservano intatta la loro capacità dinamica\, cognitiva\, politica”. \n  \nLa pittura \nL’antologica ripercorre le stagioni della pittura di Carlo Levi\, a cominciare dagli esordi. Al primo piano\, i dipinti datati dal 1925 al 1930 mostrano le città del giovane Levi: Torino\, dove è nato\, Parigi e Alassio\, in Liguria\, dove la sua famiglia possiede una casa sulla collina: qui è ambientato Aria\, un dipinto del 1929 appartenente alle collezioni della GAM\, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino. I quadri documentano la sua formazione di artista europeo e l’intenso dialogo con l’arte francese; ricompongono la cerchia familiare (con Padre a tavola del 1926\, Figura estrusca del 1929 e Due signore del 1930\, in prestito dalla Fondazione Levi) e l’ambito delle amicizie. \nLe opere al secondo piano ripercorrono le stagioni successive\, dai primi anni trenta agli anni settanta\, seguendo l’evoluzione della “grafia ondosa”\, l’inconfondibile cifra stilistica che anima gli autoritratti e i ritratti (è il caso di Leone Ginzburg del 1933)\, i paesaggi (il Paesaggio di Alassio del Museo Novecento di Firenze) e le nature morte (Natura morta con pane francese del Patrimonio artistico del Gruppo Unipol). \nLa pittura di Carlo Levi è un diario\, una biografia: le sue opere parlano del confino in Lucania (con La strada alle grotte del 1935\, La fossa del Bersagliere e La Santarcangelese del 1936\, in prestito dal Museo Nazionale di Matera\, Palazzo Lanfranchi); raccontano della guerra\, della Liberazione (con l’Autoritratto del 1945 della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma) e così degli incontri\, delle persone amate (Ritratto di Linuccia Saba\, 1944-1945\, Collezione RAI\, Sede regionale Friuli Venezia-Giulia di Trieste) dei luoghi\, le case\, i giardini\, gli alberi\, raffigurati nel ciclo dei Carrubi dei primi anni settanta. Tutto per Carlo Levi è ritratto: il genere canonico della storia dell’arte è per lui uno strumento di conoscenza\, affettivo ed empatico. \nLa sala che chiude l’antologica presenta\, per la prima volta in Italia\, 12 carte appartenenti al ciclo della cecità\, un nucleo di disegni del 1973 realizzati in parallelo alla scrittura del Quaderno a cancelli\, pubblicato dopo la scomparsa. In questi disegni nati dal buio\, mentre è convalescente da un’operazione agli occhi\, Carlo Levi si immerge nelle profondità dell’inconscio e della memoria\, esplorando il proprio immaginario. \n  \nVittoria Soddu: ogni andare è un ritornare \nIl progetto speciale di Vittoria Soddu (Sassari 1986) è una rilettura nel presente di Tutto il miele è finite\, una pratica contemplativa del paesaggio ispirata dalla narrazione di Carlo Levi. Trae il titolo da una frase in apertura del libro: “Qui nella contemporaneità si sono mescolate le carte; qui nell’isola dei sardi ogni andare è un ritornare”. \nIl progetto è composto da tre lavori concepiti appositamente per la mostra. Il percorso inizia dal tratto dell’acquerello che anima la metamorfosi della donna in cornacchia nell’installazione video Back to back. Il video\, in una delle sale del piano terra\, anticipa l’eco del racconto suggerito nella traccia sonora Orune al secondo piano\, una rielaborazione di materiali d’archivio con la voce di Levi stesso e field recordings. Al terzo piano\, il lavoro più corale: Ogni andare è un ritornare restituisce in una forma filmica\, dalla forte matrice performativa\, la lettura dell’opera di Levi in dialogo con il territorio e la sua comunità oggi. \nIl libro di Carlo Levi\, racconta Vittoria Soddu\,“Invita a percorrere dei centri concentrici accompagnandoci da un capo all’altro dell’isola\, a volte sovrapponendo accadimenti e sensazioni. È un testo che porta a non ricercare una rigida consequenzialità degli eventi; per accedere alla sua essenza labirintica è necessario accogliere questa impossibilità di tracciare una narrazione logica\, con una sua cronologia cristallina”. \n“La scelta di Vittoria Soddu\, artista che lavora nel campo ibrido fra performance\, moving image e sound sculpture è guidata da un approccio più sperimentale di raccordo con il pubblico. Il nostro team di produzione si è messo al servizio del percorso creativo di un’artista così innovativa secondo un principio di accostamento\, sovrapposizione e contaminazione di linguaggi diversi. Una sfida per i futuri format\, da sperimentare con i nuovi spettatori e le nuove piattaforme\, creando insieme una nuova visione di Sardegna”\, spiega Gianluca Aste\, presidente di Fondazione Sardegna Film Commission. \nLa mostra è accompagnata da un importante catalogo edito dal MAN con la Società Editrice Allemandi. Introdotto da Luigi Fassi\, il volume propone un ampio corredo iconografico con le tavole a colori delle 89 opere esposte in mostra\, le fotografie dell’Album di viaggio di Carlo Levi\, i bianchi e neri di Federico Patellani e János Reismann e documenti d’epoca. La ricca sezione dei testi approfondisce il rapporto tra Levi e la Sardegna\, con una antologia selezionata dei suoi primi articoli e attraverso i saggi critici di Giorgina Bertolino\, Francesca Congiu\, Valeria Deplano\, Elisabetta Masala e la conversazione tra Vittoria Soddu e Nevina Satta\, Micaela Deiana\, Marco Piredda della Fondazione Sardegna Film Commission. \n  \nCONTATTI PER LA STAMPA \ninfo@museoman.it \n+39.0784.252110 \nhttps://drive.google.com/drive/folders/1gQ9Kr2SgfglQfmGE8IkOfuUkMwSNNDjd?usp=sharing \n 
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SUMMARY:Sonia Leimer
DESCRIPTION:Il progetto Via San Gennaro è vincitore della quarta edizione dell’Italian Council (2018)\, concorso ideato dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane (DGAAP) del MiC-Ministero della Cultura per promuovere l’arte contemporanea italiana nel mondo\, finanziando nuove opere di alcuni dei più significativi artisti italiani in collaborazione strategica con istituzioni museali italiane e internazionali. In questa occasione il MAN ha sviluppato un percorso di sostegno a Sonia Leimer in partnership con l’International Studio & Curatorial Program (ISCP) di New York – uno dei più affermati incubatori di produzioni innovative di arte contemporanea a livello globale – dove il progetto è stato presentato in anteprima dal settembre 2019 al gennaio 2020 a cura di Kari Conte e Luigi Fassi.  \nVia San Gennaro è l’esito di una residenza intensiva di diversi mesi dell’artista a New York. Nel corso del soggiorno Sonia Leimer ha condotto una ricerca sulle memorie italiane di Little Italy a Manhattan\, quartiere newyorchese simbolo della storia della migrazione italiana negli Stati Uniti\, in particolare dalle regioni meridionali e mediterranee\, crocevia di destini individuali e collettivi tra il Novecento e il nuovo millennio. \nArticolata in opere scultoree\, video e disegni\, la mostra è una ricognizione di un insieme di tracce\, fenomeni e sedimenti urbani capaci di raccontare le trasformazioni di Little Italy assieme all’inesorabile sparizione delle memorie italiane. La mostra prende titolo dalla celebrazione della Festa di San Gennaro che ha luogo ogni anno a settembre a Little Italy dal 1924. \nLa mostra è accompagnata da un ampio catalogo edito con ISCP e Mousse Publishing e corredato da saggi critici di Alessandra Cianchetta\, Kari Conte e Luigi Fassi.
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SUMMARY:Vittorio Accornero – Edina Altara
DESCRIPTION:Gruppo di famiglia con immagini\, mostra curata da Luca Scarlini e dedicata a Vittorio Accornero de Testa (Casale Monferrato\, 1896 – Milano\, 1982) e Edina Altara (Sassari\, 1898 – Lanusei\, 1983) vuole riportare l’attenzione sull’operato dei due artisti e illustratori\, indagando le complesse vicende biografiche e creative che li hanno visti uniti a partire dalle loro prime opere individuali degli anni Venti sino agli anni Ottanta del Novecento. \nIn questa occasione e con il contributo importante di un gruppo di scenografi attivi con il Teatro di Sardegna – Loïc Hamelin\, Sabrina Cuccu e Sergio Mancosu – il MAN si trasforma in un libro di fiabe\, un caleidoscopio di immagini d’eleganza novecentesca. Va in scena la fiaba di due artisti sospesi tra la Sardegna\, l’Italia continentale e il mondo. La mostra è un racconto della fiaba di Edina e Ninon scandito in capitoli nelle sale della mostra\, tra i territori della grafica – come nel caso delle immagini per il transatlantico Rex\, e l’invenzione di oggetti tra design e architettura – gli specchi di Edina e le rivisitazioni architettoniche neo-rococò di Accornero in Piemonte. \nLa mostra è accompagnata da un importante catalogo edito dal MAN con Silvana Editoriale e corredato da saggi critici di Luigi Fassi\, Luca Scarlini\, Pompeo Vagliani\, Silvia Mira\, Lauretta Colonnelli\, Aurora Fiorentini\, Giorgia Toso e Federico Spano.
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SUMMARY:Lisetta Carmi
DESCRIPTION:Il MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro presenta una grande antologica dedicata a Lisetta Carmi (Genova\, 1924)\, tra le più significative protagoniste della fotografia italiana del secondo dopoguerra.La mostra “Lisetta Carmi. Voci allegre nel buio. Fotografie in Sardegna 1962-1976” è curata da Luigi Fassi e Giovanni Battista Martini e si inserisce nell’ambito della ricerca condotta dal MAN sulla relazione tra i grandi fotografi italiani e la Sardegna; un dialogo estetico che vede nella retrospettiva dell’anno scorso sull’opera di Guido Guidi il suo precedente interlocutore.La rassegna porta alla luce un capitolo inedito della fotografia di Lisetta Carmi\, quello dedicato alla Sardegna\, riunendo centinaia di scatti in bianco e nero realizzati tra il 1962 e il 1976 durante numerosi e ripetuti soggiorni nell’isola.Completa il percorso espositivo una serie inedita di diapositive a colori che ritraggono i paesaggi dell’entroterra sardo\, con boschi\, fiumi e laghi colti nella loro dimensione più arcana ed evocativa.Due sezioni della mostra sono poi dedicate alla serie de I Travestiti (1965-1971) e agli operai di Genova – porto  (1964).La prima è l’esito degli anni di frequentazione dedicati da Lisetta Carmi alla comunità dei travestiti di Genova\, relegata ai margini della società\, condividendo con empatia un quotidiano che contrappone alla marginalizzazione sociale momenti di vita in comune.La seconda è l’esito di un servizio fotografico del 1964 sui lavoratori del porto del capoluogo ligure\, realizzato con l’obiettivo di denunciare le durissime condizioni del lavoro.La mostra è accompagnata da un ampio catalogo monografico edito da Marsilio e corredato da saggi critici di Etienne Bernard\, Nicoletta Leonardi\, Giovanni Battista Martini e Luigi Fassi.Da martedì 19 gennaio 2021 a domenica 20 giugno 2021\, il MAN di Nuoro presenta inoltre il progetto espositivo D’oro e verderame\, una selezione di opere tratte dalla collezione permanente del museo. \n 
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SUMMARY:Il regno segreto
DESCRIPTION:Il Museo MAN di Nuoro riapre al pubblico\, dopo aver disposto tutte le misure necessarie a garantire la sicurezza sanitaria dei visitatori e dello staff dell’Istituzione.\n\nLa mostra Il regno segreto. Sardegna-Piemonte: una visione postcoloniale\, a cura di Luca Scarlini\, che avrebbe dovuto inaugurare lo scorso 13 marzo\, è pronta ad accogliere i visitatori da venerdì 29 maggio e sarà visitabile sino a domenica 15 novembre 2020. \nAttraverso il lavoro di artisti\, musicisti e intellettuali\, la rassegna rappresenta un’ampia e articolata indagine storiografica e culturale che rivela la relazione tra Sardegna e Piemonte\, dal 1720 agli anni Sessanta del Novecento\, raccogliendo una varietà di opere d’arte\, documenti\, manufatti\, testi letterari\, illustrazioni\, ceramiche\, fotografie e spartiti musicali\, provenienti da prestigiose istituzioni italiane.Completa la mostra una sezione dedicata all’animazione curata da Fondazione Sardegna Film Commission che\, in collaborazione con il MAN\, ha sviluppato quattro format sperimentali di corti d’animazione dedicati agli illustratori sardi attivi in Piemonte nel Novecento.La mostra svela un volto inedito del Regno di Sardegna\, un regno segreto\, ricco di storie non ancora esplorate e fatto di prolifici incontri e grande mobilità\, narrato per lo più in termini polemici dalla storiografia sarda e con numerosi equivoci da quella piemontese.La relazione tra le due regioni iniziò infatti nel 1720\, quando l’isola divenne sabauda\, e da allora gli scambi e le transazioni culturali tra i due territori si intensificarono sempre più\, determinando un’epoca di movimenti di persone\, oggetti e idee che cambiò profondamente il destino di Sardegna e Piemonte e avrebbe contribuito alla costituzione del Regno d’Italia e allo sviluppo di una cultura nazionale.  \nLa mostra è corredata da un ampio catalogo monografico edito da Ilisso che raccoglie saggi inediti appositamente commissionati a importanti autori e scrittori sardi e piemontesi quali Marcello Fois\, scrittore\, commediografo e sceneggiatore\, Gianni Farinetti\, scrittore\, sceneggiatore e regista\, Maria Paola Dettori\, storica dell’arte\, Luciano Marrocu\, storico e scrittore\, e Luigi Fassi\, direttore del MAN.
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SUMMARY:Kiluanji Kia Henda
DESCRIPTION:Il MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro presenta\, da venerdì 31 gennaio a domenica 1 marzo 2020\, la prima grande mostra personale in un museo europeo dedicata a Kiluanji Kia Henda (Luanda\, Angola\, 1979)\, uno dei più significativi artisti e attivisti di origine africana nello scenario dell’arte contemporanea.Something Happened on the Way to Heaven è una mostra curata da Luigi Fassi\, direttore del MAN\, prodotta ad hoc per il museo di Nuoro che in collaborazione con la Fondazione Sardegna Film Commission ha invitato l’artista a soggiornare sull’isola e a offrire il proprio sguardo estetico sulla Sardegna. Il progetto ripropone una modalità di invito-residenza già attivato lo scorso anno con l’artista franco-ivoriano François-Xavier Gbré e prosegue una linea di ricerca avviata dal MAN sulla scena artistica africana contemporanea. \nSomething Happened on the Way to Heaven presenta una serie di opere scultoree e installative realizzate ex-novo da Kiluanji Kia Henda durante il soggiorno sull’isola\, accanto a lavori fotografici precedentemente prodotti. Nelle opere di nuova produzione le bellezze paesaggistiche della terra sarda si fondono con le tracce architettoniche della Guerra Fredda e delle basi militari ancora presenti sull’isola. \nIl progetto espositivo sarà poi presentato dal MAN all’interno degli spazi espositivi della Galerias Municipais di Lisbona nel mese di ottobre 2020. \n  \n 
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SUMMARY:Anna Marongiu
DESCRIPTION:Da venerdì 8 novembre 2019 a domenica 1 marzo 2020 il Museo MAN di Nuoro presenta\, la prima retrospettiva museale di Anna Marongiu (Cagliari 1907 – Ostia 1941)\, curata da Luigi Fassi. \nLa mostra rappresenta un’importante tappa della ricerca del MAN sull’arte del Novecento sardo e italiano. \nIl percorso espositivo si sviluppa attorno tre cicli di illustrazioni dedicati a capolavori della letteratura realizzati da Marongiu tra il 1926 e il 1930: la serie completa delle tavole di Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare (1930)\, le illustrazioni de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni (1926) e le tavole de Il Circolo Pickwick di Charles Dickens (1929). Quest’ultimo lavoro\, composto da 262 tavole realizzate a inchiostro e acquerello\, costituisce il cuore della retrospettiva: in prestito dal Charles Dickens Museum di Londra è oggi\, a novant’anni dalla sua realizzazione\, per la prima volta visibile in un museo. \nAnna Marongiu\, prematuramente scomparsa in un incidente aviatorio a Ostia\, è una delle figure più originali e al tempo stesso dimenticate della scena artistica sarda della prima metà del Novecento. Dopo gli studi a Roma e la frequentazione dell’Accademia Inglese nella capitale\, Marongiu intraprese un percorso artistico che ha attraversato con grande capacità di sperimentazione molteplici tecniche come il disegno\, la penna\, l’acquaforte\, l’olio\, il bulino. Il suo registro linguistico\, caratterizzato da una forte espressività del segno\, si muove tra l’umoristico e il drammatico\, il comico e il mitologico\, trovando originalità e vigore in tutte le tecniche da lei adoperate. L’esposizione dedicatale nel 1938 dalla Galleria Palladino di Cagliari fu una delle prime mostre personali di un’artista donna in Sardegna e contribuì all’ulteriore affermazione dell’artista sulla scena nazionale\, che nel 1940 parteciperà alla Mostra dell’incisione italiana moderna a Roma. \nLa mostra è arricchita da un breve film sull’artista\, realizzato da MAN e Film Commission Sardegna in collaborazione con il Charles Dickens Museum con la regia di Gemma Lynch. \nAccompagnerà la mostra un catalogo edito da Marsilio Editore. \n  \n 
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SUMMARY:L'ombra del mare sulla collina
DESCRIPTION:Da venerdì 8 novembre 2019 a domenica 12 gennaio 2020\, il MAN di Nuoro presenta\, in parallelo con la retrospettiva di Anna Marongiu\, la mostra L’ombra del mare sulla collina\, una preziosa selezione di opere tratte dalla collezione permanente del museo\, a cura di Luigi Fassi ed Emanuela Manca. \nL’esposizione offre un’inedita lettura della collezione del MAN\, raccontando in modo nuovo più di un secolo di arte in Sardegna attraverso un variegato corpus di disegni\, pitture e sculture. Il percorso ricostruisce le vicende artistiche del Novecento sardo attraverso alcune delle opere più rappresentative della collezione e prosegue fino al presente instaurando uno stretto dialogo con diversi autori contemporanei. \nÈ un’opera di Mauro Manca a dare il titolo alla mostra\, scelta in ragione del netto spartiacque che essa segna tra le esperienze figurative e quelle astratte: unanimemente ritenuta il passaggio cruciale per l’apertura\, nel secondo dopoguerra\, degli orizzonti dell’arte moderna in Sardegna\, L’ombra del mare sulla collina dell’artista sassarese è lo snodo intorno a cui ruota l’intero progetto espositivo. \nLa mostra racconta l’eterogeneità della storia artistica sarda\, innesta tra loro mondi e stili diversi\, tradizioni e sperimentazioni\, e svela le nuove acquisizioni di Aldo Contini e Mario Paglietti.\n \nTra gli artisti in mostra si annoverano alcune delle figure chiave per l’elaborazione dei diversi canoni espressivi che hanno caratterizzato la scena artistica sarda dal Novecento a oggi: Edina Altara\, Antonio Ballero\, Alessandro Biggio\, Giuseppe Biasi\, Giovanni Campus\, Teodorico Cavallazzi\, Cristian Chironi\, Francesco Ciusa\, Giovanni Ciusa Romagna\, Aldo Contini\, Mario Delitala\, Francesca Devoto\, Salvatore Fancello\, Dino Fantini\, Gino Frogheri\, Vincenzo Grosso\, Caterina Lai\, Maria Lai\, Mauro Manca\, Melkiorre Melis\, Wanda Nazzari\, Costantino Nivola\, Mario Paglietti\, Bernardino Palazzi\, Rosanna Rossi\, Giacinto Satta\, Vincenzo Satta\, Tona Scano\, Antonio Secci.\n  \n  \n 
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SUMMARY:Guido Guidi In Sardegna: 1974\, 2011
DESCRIPTION:Il MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro ospita\, da venerdì 21 giugno a domenica 20 ottobre 2019\, la prima grande mostra in un museo italiano dedicata a Guido Guidi (Cesena\, 1941)\, uno dei più significativi protagonisti della fotografia italiana del secondo dopoguerra. Guido Guidi – IN SARDEGNA: 1974\, 2011 è una mostra curata da Irina Zucca Alessandrelli e coprodotta dal MAN in collaborazione con ISRE\, Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna. La mostra presenta 232 fotografie inedite che testimoniano la relazione di Guido Guidi con il territorio sardo\, ripreso una prima volta nel 1974 e successivamente nel 2011\, anno di una importante committenza da parte dell’ISRE.L’esposizione costituisce a un tempo un racconto antropologico e paesaggistico dei cambiamenti occorsi nell’isola nel corso di quattro decenni e un percorso di ricerca sul medium della fotografia che pone in dialogo immagini in bianco e nero degli anni Settanta e opere a colori degli anni Duemila.Le opere esposte\, ristampate dall’artista in occasione della mostra\, sono documentate in un catalogo in tre volumi in cofanetto pubblicato da MACK Books\, editore londinese di fotografia contemporanea d’autore.
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SUMMARY:Sweets of Sin - Le dolcezze del peccato
DESCRIPTION:  \nGavoi\, Museo del Fiore Sardo \n  \nNell’ambito del Preludio del Festival Letterario “Isola delle Storie” \nOpening domenica 16 giugno 2019\, h. 19.00 \nFino al 7 luglio 2019 \n  \nIn occasione della 16esima edizione del “Festival Letterario Isola delle Storie” di Gavoi\, il MAN è lieto di presentare la mostra Sweets of Sin – Le dolcezze del peccato di Miroslaw Balka\, a cura di Luigi Fassi. \nUna delle figure più note della scena artistica europea e internazionale\, l’artista polacco Miroslaw Balka ha posto al centro del prorio lavoro temi storici e sociali in rapporto della memoria collettiva\, con una particolare attenzione alle vicende europee e ad eventi autobiografici. Le sue opere indagano il ruolo della figura umana mediante sculture e create con materiali comuni che ne evocano la presenza in forma simbolica\, rappresentando stanze\, fontane\, letti\, sedute.    \nNell’opera scultorea del 2004 intitolata 250 x 280 x 120 (Sweets of Sin) – una fontana di whiskey –  Balka mette in scena una riflessione sulla figura di James Joyce (1882-1941)\, rivoluzionario scrittore irlandese del XX secolo\, con il quale l’artista polacco si è a lungo confrontato negli anni\, alla ricerca delle ragioni del reciproco fare artistico e di somiglianze biografiche\, quali ad esempio una matrice culturale segnata per entrambi da un’educazione fortemente cattolica. \nNella sua capacità di unire tra loro elementi alti (il fluire del liquido come immagine del flusso di coscienza\, tecnica narrativa principale della letteratura di Joyce) e bassi (il corpo\, il suo stordimento alcolico e le sue secrezioni)\, 250 x 280 x 120 (Sweets of Sin) commenta e interpreta l’opera di Joyce mediante una sua evocazione sovversiva\, umoristica e quasi astratta. Miroslaw Balka ha creato con quest’opera un omaggio non solo all’immortale figura letteraria di Joyce ma anche ai paradossi dell’esistenza\, alle cadute e alle rinascite che caratterizzano la vita di ogni ciascuno nel mondo\, affidando così all’arte un messaggio di empatia e redenzione universale.
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SUMMARY:Allori senza fronde
DESCRIPTION:  \nA cura di Aberto Salvadori e Luigi Fassi \nIn due intensi decenni di mostre e progetti artistici\, il punto di forza del MAN è stato quello di aver saputo proporre al proprio pubblico un programma espositivo variegato\, imprevedibile e sempre mutevole. Se l’attenzione alla ricerca artistica contemporanea rimane uno snodo centrale dell’attività dell’istituzione\, il MAN negli anni ha tuttavia indagato con attenzione e originalità i percorsi e gli sviluppi dell’arte moderna occidentale. L’intenzione del museo è infatti accompagnare i visitatori in un viaggio di conoscenza dove emerga con forza la continuità che lega tra loro le diverse esperienze artistiche succedutesi nei secoli che hanno scritto la storia dell’arte moderna e contemporanea. \nAllori senza fronde presenta per la prima volta al pubblico italiano un affascinante esplorazione del laboratorio artistico di Pierre Puvis de Chavannes\, artista protagonista dell’arte francese tra Otto e Novecento e la cui attività ha influenzato con forza lo sviluppo artistico delle generazioni che lo hanno seguito\, come testimonia la continua ammirazione tributatagli da Paul Cézanne\, Paul Gauguin\, Vincent Van Gogh\, George Seurat e Henry Matisse. \nComposta da prestiti provenienti da collezioni private e pubbliche\, la mostra presenta una selezione di opere su carta e dipinti di un artista fondamentale della fine del XIX secolo. \nPierre Puvis de Chavannes nacque a Lione\, in Francia\, nel 1824\, il più giovane di quattro figli di una famiglia discendente dalla nobiltà della Borgogna. Interrotti gli studi in ingegneria in seguito alla morte della madre e a una lunga malattia\, Puvis trascorse un lungo soggiorno in Italia per ritrovare la salute. \nQuest’esperienza italiana\, assieme all’incontro con le opere di Giotto e Piero della Francesca\, ebbe una profonda impressione su Puvis\, che decise di dedicarsi interamente all’arte dopo il suo ritorno a Parigi nel 1848. Puvis cominciò a lavorare negli studi di Henri Scheffer\, Eugène Delacroix e Thomas Couture\, rifuggendo la formazione artistica convenzionale e dipingendo da solo nel suo studio. Il suo interesse per i grandi temi eroici e l’immaginario classico portò Puvis a intraprendere la pittura murale\, considerata a quel tempo la suprema ambizione per tutti i pittori realisti più ambiziosi. \nDurante la sua carriera di quattro decenni\, Puvis cercò costantemente di perfezionare un’estetica classica e altamente decorativa. L’artista francese sviluppò un’originale palette di tonalità opache e sbiancate\, dipinte in modo da infondere alle sue figure solidità e carattere. La sua padronanza emerge in composizioni finemente calibrate che accrescono ulteriormente il suo realismo etereo e prestano alle sue figure una solitudine essenziale. Svincolato da movimenti e categorie condivise\, Puvis\, come emerge dalla mostra\, si muove tra simbolismo e verismo\, disegni e olii su tela\, schizzi e bozzetti\, alla ricerca di un riscatto della dignità umana che affonda le sue radici nella cultura umanistica del Rinascimento italiano. È proprio a partire da quello straordinario capitolo della storia italiana che meglio si può comprendere l’opera di Puvis de Chavannes\, un artista che ci invita a guardare al nostro tempo attraverso il filtro della lenta sedimentazione della cultura nei secoli. \nLa mostra è accompagnata da un catalogo edito da Marsilio con testi di Louise D’Argencourt (storica dell’arte\, ex curatrice National Gallery of Canada\, Ottawa)\, Bertrand Puvis de Chavannes (storico dell’arte\, presidente del Comité Puvis de Chavannes) e dei curatori. \n 
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SUMMARY:Personnages
DESCRIPTION:  \na cura di Luigi Fassi  \n“Personnages” è la prima retrospettiva museale dedicata all’ artista franco – palestinese Maliheh Afnan (Haifa\, 1935 – Londra\, 2016). Figura ancora poco noto al pubblico dell’arte\, in cinque decenni di intensa attività Afnan è stata diasporica testimone degli sconvolgimenti e dei destini che hanno caratterizzato il mondo del Medioriente mediterraneo. \nIl titolo della mostra prende ispirazione dalla un’evocativa serie di disegni\, Personnages\, realizzati nel corso di diversi anni ed eseguiti da Afnan in tecnica mista\, in cui compaiono una successione di volti e di figure umane. \nLe rappresentazioni all’interno delle opere simulano una folla di presenze fantasmatiche attraverso cui l’artista restituisce frammenti della propria esperienza nel travagliato percorso degli eventi mediorientali novecenteschi. Ogni opera racconta un volto\, una possibile memoria e una storia dimenticata\, alludendo allo sradicamento dalla propria cultura e identità come dimensione non solo storica ma anche esistenziale del destino umano.  \nIl percorso espositivo presentato al MAN è caratterizzato da una serie di lavori dal carattere enigmatico eseguiti dall’artista su tipologie di supporti diversi e mediante differenti tecniche tra cui velature\, combustioni e rilievi in gesso. \nIn mostra sono inoltre presenti anche due opere degli anni settanta\, cartoni soggetti a un processo di combustione che allud al coevo dramma della Guerra civile in Libano\, e un’installazione\, costruita servendosi di antichi libri Bahá’í\, culto religioso fondata da Bahá’u’lláh nel XIX secolo e alveo culturale di appartenenza della famiglia di Afnan. \nConclude il percorso una vetrina che presenta una selezione di sketch e disegni in piccolo formato. \nDa questi bozzetti emerge un aspetto che percorre sottotraccia tutto il lavoro dell’artista\, la percezione del tragico come indissolubile dalla dimensione dello humour e dell’ironia. \nNata in Palestina da genitori persiani di tradizione religiosa Bahá’í\, Afnan ha trascorso un’esistenza diasporica\, dalle sponde mediterranee della Palestina e del Libano agli Stati Uniti\, dal Kuwait alla Francia e all’Inghilterra. \nSono proprio gli avvenimenti storici e sociali dagli anni quaranta in poi in Medio Oriente a caratterizzare il percorso artistico dell’artista\, testimone degli eventi traumatici di quei decenni\, come le devastazioni della Guerra civile in Libano. \nL’intero progetto è accompagnato da un catalogo monografico edito da Arkadia di Cagliari\, con testi di Sussan Babaie (docente di storia dell’arte dell’Iran e dell’Islam presso il Courtauld Institute of Art di Londra)\, Rose Issa (storica dell’arte mediorientale\, Londra) e Luigi Fassi. \n 
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SUMMARY:Il segno e l’idea
DESCRIPTION:  \nA cura di Emanuela Manca e Luigi Fassi  \nIn sintonia con l’intero progetto curatoriale e le tematiche affrontate con “Personnages” e “Allori senza fronde” il MAN propone circa venti opere appartenenti alla collezione permanente del museo tra cui disegni\, sculture e dipinti. \nTra gli artisti in mostra\, Antonio Ballero\, Giuseppe Biasi\, Salvatore Fancello\, Francesco Ciusa\, Francesca Devoto\, Bernardino Palazzi e Giacinto Satta\, figure chiave per l’elaborazione di nuovi canoni espressivi nella scena artistica sarda. \nIl corpus espositivo è una straordinaria occasione per vedere non solo opere finite ma anche bozzetti e studi anatomici\, che rivelano al contempo l’attenzione verso i classici – rielaborandone il pensiero alla luce della propria cultura – e l’indagine sulla fisiognomica che impegna la scienza di fine Ottocento influenzando profondamente la storia culturale della Sardegna. \nNelle opere è la rappresentazione della figura umana nella sua dimensione simbolica a prevalere\, tra dettagli di volti e volumetrie di corpi\, sempre in stretto rapporto con il mondo della Sardegna del XX secolo e la cultura mediterranea insulare. 
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SUMMARY:Sogno d’oltremare
DESCRIPTION:  \na cura di Luigi Fassi \ndal 9 novembre 2018 al 3 marzo 2019 \nCon “Sogno d’oltremare” François-Xavier Gbrè\, per la prima volta in Italia\, presenta una selezione fotografica a soggetto africano\, che documenta un’esplorazione delle città capitali dell’Africa occidentale\, Abidjan e Bamako\, Porto Novo e Dakar insieme a nuova serie di immagini realizzate durate il suo soggiorno in Sardegna e commissionate dal MAN. \nLa residenza di Gbré in Sardegna\, svoltasi con il supporto della Film Commission Sardegna tra luglio e settembre 2018\, percorrendo la maggior parte delle regioni storiche dell’isola\, si traduce all’interno di questa esposizione in una ricerca fotografica composta in forma di ipotetico dialogo epistolare tra un cittadino ivoriano residente in Sardegna e qualcuno rimasto a casa\, o forse\, tra chi vive in Africa e scrive a un amico ormai lontano nelle latitudini europee. La solitudine emotiva del dislocamento geografico\, lo sfruttamento dei territori\, e il rapporto tra ciò che viene classificato come sud e ciò che è definito nord\, sono le tematiche che trapelano da questi lavori.  La mostra vuole portare alla luce la difficile situazione identitaria nell’Africa occidentale contemporanea\, divisa tra le conseguenze della guerra fredda\, la migrazione del popolo e l’ascesa di una occupazione economica guidata dalla Cina.  \nGbré ha sviluppato un diario di appunti fotografici sui paesaggi del territorio interno dell’isola\, seguendo le tracce di edifici dismessi\, antichi insediamenti industriali\, siti archeologici\, infrastrutture abbandonate e scenari naturali circostanti. Oggetto di indagine\, infatti\, sono le strutture civiche e l’architettura pubblica (piscine\, stadi sportivi) e luoghi storici come monumenti e elementi decorativi (murales) osservati come simboli futuristici del progresso e allo stesso tempo luoghi di esclusione e selezione sociale. \nIl viaggio dell’artista in Sardegna si trasforma in un percorso culturale e sociale seguendo le tracce stratificate di insediamenti e memorie\, identità d’oltremare di epoca coloniale\, vittorie e sconfitte. \nIn mostra è presente anche un’antica carta geografica settecentesca che rivela l’immagine di “un’altra Sardegna” dove i consueti codici cartografici sono irriconoscibili. Se nelle immagini di Gbré l’Africa non si distingue più dall’Europa e il Mali dalla Sardegna è perchè il mondo del Mediterraneo insulare\, immerso in una falda di storia lenta come ha scritto lo storico Fernand Braudel\, omette le prospettive e sommerge il presente con l’enigma della propria storia\, tra incroci e ibridazioni\, lingue e paesaggi\, lutti e rinascite. Osservata dall’Africa\, la Sardegna che Gbré racconta è così un universo sfuggente e inafferrabile\, in cui altre culture\, altri popoli e altri mondi hanno precedentemente coabitato. \nLa ricerca di François-Xavier Gbré è un’investigazione fotografica della modernità africana\, un’ininterrotta osservazione di luoghi rurali e scenari urbani che contribuisce a ripensare la storia recente del continente attraverso uno strumento di confessione intimo e privato.  \nSi ringraziano gli enti che sostengono l’attività del MAN: Regione Sardegna\, Provincia di Nuoro\, Fondazione di Sardegna.
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SUMMARY:O Youth and Beauty!
DESCRIPTION:  \na cura di Luigi Fassi \ndal 9 novembre 2018 al 3 marzo 2019 \n“O Youth and Beauty!” prende titolo dall’omonimo racconto di John Cheever\, in cui lo scrittore americano crea una rappresentazione della quotidianità sospesa tra bellezza e rimpianto\, e dove l’ambientazione tra i sobborghi e le aree suburbane delinea l’immagine del conformismo americano post bellico. Allo stesso modo le opere di Anna Bjerger (Svezia 1973)\, Louis Fratino (Stati Uniti 1994) e Waldemar Zimbelmann (Kazakistan 1984)\, accomunate da un uso intimistico della pittura figurative\, tentano di delineare un ritratto dell’identità culturale di questi autori attraverso una stratificazione di elementi realistici e finzione. Frammenti di quotidianità\, mediante l’utilizzo della pittura figurativa\, divengono lo strumento per dare forma al proprio vissuto in cui dominano le tonalità della malinconia e di un’identità culturale che appare incerta e sfuggente. \nI dipinti di Anna Bjerger si rifanno reciprocamente a fotografie che ritraggono personaggi anonimi per tracciare figure indefinibili in scenari non determinati. I soggetti\, colti un attimo prima di rivelare la propria identità\, vengono rappresentati tra ambienti domestici e paesaggi naturali; l’artista non fornisce ulteriori indizi narrativi e la contrazione delle scene rimane irrisolta\, tra tagli di prospettive\, dettagli in primo piano e sfocature lontane. \nLouis Fratino autore di un raffinato corpus di opere ispirate alla storia dell’arte classica e moderna\, attraverso il medium del disegno e dell’olio su tela\, compone un inno alla quotidianità. Giovani uomini rappresentati in tranquille scene di vita\, ma anche amanti avvolti nella passione sono i protagonisti delle raffigurazioni\, dove il registro meditativo si alterna a quello melanconico\, passando dalla solitudine all’euforia della socialità. Le sue opere si mostrano come un omaggio agli amici\, al desiderio e al rimpianto di momenti fugaci della vita metropolitana.  \nSoggetti animati come animali\, bambini\, figure femminili sovrapposti a paesaggi naturali e interni domestici caratterizzano le illustrazioni di ispirazione anni Sessanta e Settanta di Waldemar Zimbelmann. I personaggi raffiguranti rivelano le influenze culturali che caratterizzano la vita dell’artista\, nato in una regione rurale del Kazakistan da una famiglia della minoranza tedesca e successivamente riemigrata in Germania negli anni della sua infanzia. Zimbelmann fornisce alle sue opere un duplice approccio: \nletterario\, poichè sembrano ispirate a un’iconografia non lontana dalla dimensione del mito e della fiaba; materico\, attraverso l’utilizzo e l’introduzione di materiali riciclati che interagiscono\, tramite un sentimento di percezione tattile della materia\, con lo spettatore.  \nLa mostra individua nel confronto tra tre diverse espressioni pittoriche figurative un’ipotesi di racconto\, trasfigurando gesti e situazioni in una soffusa\, inquieta malinconia. \nSi ringraziano gli enti che sostengono l’attività del MAN: Regione Sardegna\, Provincia di Nuoro\, Fondazione di Sardegna.
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SUMMARY:Sabir
DESCRIPTION:  \na cura di Luigi Fassi \ndal 9 novembre 2018 al 3 marzo 2019 \nIl percorso espositivo immaginato da Dor Guez con “Sabir”\, comprende una collezione di documenti d’archivio\, due lavori video e una nuova installazione sonora\, prodotta e commissionata per l’occasione dal MAN. \nL’artista attiva una riflessione di ampio raggio sul senso di appartenenza a una comunità\, in rapporto alla grande storia e ai suoi stravolgimenti: cresciuto in Israele in una famiglia in cui s’intrecciano elementi cristiani\, arabi\, ebraici e palestinesi\, Guez appartiene a una minoranza nella minoranza nello stato di Israele\, quella della comunità palestinese di fede cristiana. Ed è a partire da qui che l’artista offre il proprio sguardo sul Mediterraneo\, proposto nelle sale del museo Man. \nLa mostra prende il nome dal titolo di uno dei due video presentati\, “Sabir”: termine arabo\, dalla radice latina della parola sapere. Si riferisce a un linguaggio spurio\, condiviso da popoli con lingue diverse\, fatto di reinvenzioni per trovare una forma di comunicazione comune. Il video inizia con il primo piano del tramonto che scende sulle spiagge di Jaffa in Israele ed è accompagnato dalla voce di Samira\, nonna dell’artista\, che dipana il racconto della sua vita. Senza mostrare la protagonista\, e alternando l’Arabo all’Ebraico\, il monologo si articola dal racconto felice di un’infanzia mediterranea a Jaffa\, passando per le violente espulsioni israeliane del ’48\, alla dispersione di una famiglia nei Paesi mediorientali e poi in Europa per arrivare all’istituzione della nuova società israeliana. \nIl titolo del secondo video in mostra riprende il nome della protagonista “Sa(mira)” (2009)\, voce narrante dell’opera\, che racconta questa volta il conflitto interiore e sociale di una vita con doppia identità in Israele\, come cittadina israeliana di origine araba. \nIl percorso espositivo immaginato dall’artista continua con una preziosa istallazione sonora ambientale\, Two Lines and a Yard\, prodotta dal MAN appositamente per la mostra. Qui l’artista frammenta e distorce il rumore delle onde del mare che si infrangono a Jaffa assieme alla registrazione audio dell’abbattimento della casa della famiglia di sua nonna a opera delle autorità israeliane. Distruzione morte e rinascita si alternano nella traccia sonora\, evidenziando un percorso simbolico che racchiude in sè il senso dell’intera mostra.   \nConclude il percorso “The Christian Palestinian Archive”(CPA)\, work in progress che riunisce documenti e fotografie che testimoniano la storia e la vita della comunità cristiano-palestinese dalla prima metà del XX secolo all’esodo forzato successivo alla fondazione dello stato di Israele. Il CPA è stato creato dall’artista nel 2009 ed è costituito da migliaia di immagini raccolte mediante il coinvolgimento diretto di alcune famiglie che hanno vissuto la diaspora cristiano-palestinese. Mediante un processo di riproduzione Guez rivitalizza le fotografie rendendole scanogrammi\, immagini analogiche ottenute eseguendo una scansione che le trasforma in nuovi e unici documenti visivi. \nGli “Scanograms” si impongono come una riflessione sul rapporto tra qualità estetiche e culturali dei documenti storici e sul valore civico della testimonianza ai fini della costruzione di una storia condivisa. \nPer questa mostra Guez presenta “Scanogram # 1 and Scanogram # 2” (2010)\, due capitoli dell’archivio che presentano un’ampia quantità di immagini datate 1938-1958\, raffiguranti una donna\, Samira (nonna dell’artista) e la sua famiglia. \nLa ricerca artistica che caratterizza le opere di Guez manifesta\, attraverso molteplici e differenti modalità e forme di rappresentazione\, il rapporto tra l’identità personale\, la memoria e la continuità del passato negli eventi del presente con l’obiettivo di ripercorrere la complessità della storia israeliana. Momenti intimi e personali servono a ricostruire una vicenda collettiva restituendo voce e testimonianza agli accadimenti politici e sociali che hanno interessato il popolo palestinese e israeliano. \nSi ringraziano gli enti che sostengono l’attività del MAN: Regione Sardegna\, Provincia di Nuoro\, Fondazione di Sardegna. \nLa mostra è supportata da  Artis Grant Program \n 
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SUMMARY:La Bohème
DESCRIPTION:A cura di Claire Leblanc e Otto Letze \nAlla fine del XIX secolo la rivoluzione industriale determinò in tutta l’Europa un drastico mutamento sociale\, con conseguenze ambivalenti. Se l’industrializzazione dettava condizioni di lavoro brutali\, al tempo stesso rendeva disponibili un gran numero di nuovi beni di consumo assieme a occasioni di svago per il tempo libero. Approfittare di questi nuovi beni e assistere al rapido moltiplicarsi di opportunità d’intrattenimento consentiva di sfuggire per un breve tempo dalla cruda realtà del duro lavoro quotidiano. \nQuesti prodotti e opportunità necessitavano di essere promossi e veicolati e la pubblicità di massa divenne essenziale\, aprendo un nuovo terreno di lavoro per artisti\, grafici e tipografie. \nTale rapido sviluppo permise ad artisti come Henri de Toulouse-Lautrec e i suoi contemporanei di rivoluzionare velocemente la riproduzione grafica\, segnando così l’inizio di una nuova disciplina artistica indipendente: la stampa grafica tradizionale divenne l’arte del poster. \nLa mostra La Bohème espone l’eccezionale opera litografica di Henri deToulouse-Lautrec\, presentata in una stretta interazione con le opere dei suoi predecessori e contemporanei\, che vissero e sperimentarono nella Parigi della Belle Époque. Questa prospettiva panoramica permette ai visitatori di seguire da vicino le origini della moderna pubblicità di massa. \nLa presentazione\, presso il MAN – Museo d’Arte della Provincia di Nuoro in Sardegna\, è la prima tappa di una tour espositivo che coinvolgerà diversi musei internazionali. \nQuando Henri de Toulouse-Lautrec si trasferì a Parigi da giovane adulto\, divenne presto un narratore della vita nella capitale francese\, un pittore dell’affascinante demi-monde e dei suoi luoghi: i veri atelier del suo lavoro divennero gli ippodromi\, i circhi\, i teatri di prosa e di musica\, i cabaret e i bordelli. \nDi quei luoghi l’artista raffigurò in presa diretta gli attori e gli spettatori\, con passione e senza filtri. Toulouse-Lautrec si prese gioco degli spettatori d’elite\, illustrandoli in maniera caricaturale ed elevando a stelle delle sue opere i protagonisti più umili di quel mondo – i cantanti\, le ballerine e anche le prostitute. Tramite la sua rappresentazione amorevole e sfrontata della vita parigina\, lo spirito di quell’epoca si è radicato per sempre nell’opera di Toulouse-Lautrec e vi è rimasto intatto sino ai giorni nostri. \nPer agevolare la pubblicazione delle sue osservazioni sulla vita moderna e notturna di Parigi\, Toulouse-Lautrec iniziò a sperimentare la stampa litografica a partire dalla seconda metà degli anni ottanta dell’Ottocento. Impiegò tale tecnica nella sua produzione artistica e inaugurò una vera e propria rivoluzione nella litografia mediante le grandi dimensioni dei lavori\, la ricchezza dei colori saturi\, le pennellate e le tecniche miste a gesso e spruzzo. \nIn soli dieci anni\, fino alla sua morte nel 1901\, produsse 368 stampe e poster litografici che considerò sempre d’importanza pari a quella dei suoi dipinti e disegni. Ancora oggi il suo nome è legato ai poster di Jane Avril\, Yvette Guilbert e Aristide Bruant\, divenuti già da molto tempo dei classici nella storia dell’arte. \nPrima di Toulouse-Lautrec\, Jules Chéret e Pierre Bonnard fecero uso del poster nella pubblicità di diversi spettacoli. Quando Toulouse-Lautrec iniziò a sperimentare la litografia\, i suoi contemporanei\, artisti affermati come Alfons Mucha e Théophile-Alexandre Steinlen si servirono della medesima tecnica e riuscirono anch’essi a creare dei veri capolavori. Nel corso della vita di questi artisti e per merito del loro lavoro\, le stampe litografiche e i poster acquisirono un nuovo status\, da semplici strumenti pubblicitari a nuovo genere artistico di riconosciuto valore. \nOrganizzata in sei sezioni\, non è solo la Parigi di Toulouse-Lautrec a prendere vita in questa mostra\, ma anche quella dei suoi predecessori e contemporanei. La maggior parte dei poster in mostra sono pubblicità per appuntamenti della vita notturna parigina\, solitamente in combinazione con l’annuncio di uno spettacolo dal vivo. Altri poster promuovono invece diversi servizi e prodotti – gli oggetti di lusso della classe lavoratrice dell’epoca. \nL’intera opera litografica dei poster pubblicitari di Toulouse-Lautrec è conservata in due collezioni museali d’Europa. Arricchita da opere di Alfons Mucha\, Théophile-Alexandre Steinlen\, Pierre Bonnard e Felix Vallotton\, La Bohème presenta dal 22 giugno al 21 ottobre 2018 al MAN di Nuoro un insieme di 110 opere. La mostra è organizzata in collaborazione con il Musée d’Ixelles di Bruxelles e lo Institute for Cultural Exchange di Tübingen in Germania. \nUn catalogo di 144 pagine corredato da immagini delle opere e testi di Luigi Fassi e Claire Leblanc in inglese ed italiano è disponibile nello shop del MAN e presso la Silvana Editorale di Milano (www.silvanaeditoriale.it). \n 
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SUMMARY:Anne Franchetti
DESCRIPTION:Gavoi\, Ex Caserma \nLa Casa delle Letterature di Roma e il Museo MAN di Nuoro\, nell’ambito del Preludio del Festival “L’isola delle storie”\, sono lieti di presentare la mostra Anne Franchetti. L’invenzione della Petra Sarda\, curata da Ileana Florescu e Maria Ida Gaeta.  \nNei rinnovati spazi della “Ex Caserma” di Gavoi saranno esposte una selezione di opere in grès\,realizzate dalla ceramista italo-americana Anne Franchetti corredate da fotografie di Ileana Florescu e Ottavio Celestino.  \nIl percorso di Anne Milliken Franchetti ha attraversato paesi e lingue diverse\, trovando esito in un progetto creativo originale in cui si sono fusi esperienza\, memoria autobiografica\, rispetto del territorio e dimensione artistica. In oltre quarant’anni di attività\, Anne Franchetti ha innovato la ceramica sarda utilizzando argille da grès mai sperimentate sino ad allora nella creazione di piatti e vasellame e miscelando\, tra l’altro\, ceneri della flora autoctona (ferula\, eucalipto\, lentisco\, corbezzolo etc.) per creare una straordinaria e unica gamma di smalti. Nel corso degli anni\, la Sardegna diventerà sua terra di adozione nella conquista di uno spazio personale e collettivo che darà corpo alle sue aspirazioni.  \nQuesto progetto è stato avviato alla fine degli anni Settanta – in seguito a due fondamentali viaggi che la porteranno a conoscere Bernard Leach\, il padre della moderna ceramica inglese\, e le tecniche ceramiche di Faenza – con la costruzione\, nei pressi della propria casa a Capo Ceraso\, di un forno a legna per la cottura delle prime ceramiche. Un sogno che avrebbe successivamente trovato esito nella creazione\, nel 1984\, della società “Ceramiche di San Pantaleo” – in seguito generosamente donata a un collaboratore locale – da cui prenderà vita il progetto “Petra Sarda”.  \nIl libro edito in occasione della mostra da Imago Multimedia – Anne Franchetti. Una sarda del Maine – contiene testi di Marcello Fois\, Franco Masala\, Edoardo Sassi\, e fotografie di Ottavio Celestino\, Simon d’Exéa e Ileana Florescu assieme ad un omaggio di Claudio Abate. Vi si racconta il percorso di vita di questa grande ceramista\, attraverso le testimonianze delle persone che hanno condiviso la sua esperienza artistica\, il suo “ricettario” e una serie di immagini che rappresentano le ceramiche all’interno del contesto che le ha ispirate: la terra\, la roccia\, il mare e il cielo sardo. Parole e fotografie che compongono il quadro affascinante di una vita spesa nel segno della creatività.  \nLa mostra sarà poi allestita alla Casa delle Letterature di Roma – Piazza dell’Orologio 3 – dal 20 settembre 2017  Opening ore 18:30. \n  \n 
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SUMMARY:L'elica e la luce
DESCRIPTION:a cura di Chiara Gatti e Raffaella Resch \nDopo i progetti sull’espressionismo tedesco e le coppie dell’avanguardia russa\, il MAN è lieto di presentare “L’elica e la luce. Le futuriste. 1912_1944”\, una mostra dedicata al futurismo e le donne. Si completa in questo modo la trilogia dal taglio inedito\, realizzata con la direzione artistica di Lorenzo Giusti e focalizzata sui movimenti dell’avanguardia storica.  \nLa presenza delle donne nell’arte del Novecento è stata messa in luce da diversi studi a partire dalla fine degli anni settanta: al di là dell’intenzione di scoprire un genere\, uno specifico femminile in arte\, sono state compiute ricognizioni storico-critiche che hanno portato o riportato in luce personalità eccezionali\, opere di alto valore\, esistenze dalle trame complesse\, di cui prima si ignoravano addirittura le date di nascita o morte\, e ci hanno restituito un panorama dell’arte delle donne nelle avanguardie\, fino a quel momento rimasto in secondo piano. \nUn caso ancora aperto e controverso è il ruolo delle donne nel futurismo\, movimento programmaticamente misogino\, che fin dalla sua fondazione proclamava il disprezzo della donna e costruiva una visione dell’arte totalizzante su valori quali la forza\, la velocità\, la guerra\, da cui il genere femminile doveva rimanere escluso (“Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo\, il patriottismo\, il gesto distruttore dei libertari\, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna”\, Manifesto del futurismo\, 1909).  \nLa mostra rintraccia – attraverso oltre 100 opere fra dipinti\, sculture\, carte\, tessuti\, maquette teatrali e oggetti d’arte applicata – l’operato di queste donne che hanno lavorato dagli anni dieci fino agli anni quaranta\, firmando i manifesti teorici del futurismo\, partecipando alle mostre\, sperimentando innovazioni di stile e di materiali in ambiti trasversali quali le arti decorative\, la scenografia\, la fotografia e il cinema\, ma anche la danza\, la letteratura e il teatro. Figure indipendenti\, artiste e intellettuali di primo piano nella ricerca estetica d’inizio secolo. \nLe vicende sono a volte spregiudicate (esemplare la biografia di Valentine de Saint-Point)\, spesso passate in sordina rispetto alle cronache\, qualche volta inosservate dalla critica coeva\, o assorbite dall’anonimato della vita famigliare (come accadde a Brunas) o cancellate delle guerre (Alma Fidora\, la cui biblioteca e l’archivio di documenti sono andati distrutti sotto i bombardamenti). Spiccano artiste totali\, non solo la più nota Benedetta\, ma anche Marisa Mori\, Adele Gloria e il gruppo di coloro che collaborano a “L’Italia futurista”: i campi d’interesse sono vastissimi\, dalla scrittura\, alla pittura\, all’illustrazione\, alla ceramica\, non esclusi gli studi di metapsichica e l’occultismo\, verso cui anche il Manifesto della Scienza futurista mostra attenzione.  \nLa mostra\, che vanta prestiti in arrivo da collezioni pubbliche e private italiane\, con opere anche poco conosciute\, prende le mosse dal Manifeste de la Femme futuriste\, pubblicato da Valentine de Saint-Point il 25 marzo 1912\, in risposta alla Fondazione e Manifesto del Futurismo di Marinetti pubblicato a Parigi nel 1909 su “Le Figaro”. \nIl percorso individua i caratteri di una ricerca collettiva che – libera da stereotipi\, cliché\, luoghi comuni e banali dipendenze legate ai rapporti di parentela con i “maschi” del movimento – testimonia la profondità di una riflessione estetica condivisa dalle donne del gruppo\, ricca di implicazioni peculiari. \nLa selezione delle opere è accostata da un ampio apparato documentario\, prime edizioni di testi\, lettere autografe\, fotografie d’epoca\, manifesti originali\, studi\, bozzetti.  \nOgni capitolo del percorso\, che procede per macro-temi – il corpo e la danza\, il volo e la velocità\, il paesaggio e l’astrazione\, le forme e le parole – documenta una vena particolare delle artiste futuriste\, dedite ora alle arti applicate\, al tessuto\, ora all’uso del metallo e\, in generale\, a una sperimentazione polimaterica e multidisciplinare nel campo delle arti figurative\, ma anche letterarie e coreutiche. \nLa mostra racconta le affascinanti biografie di ciascuna di loro\, che s’intrecciano con la vita artistica e culturale del periodo (i salotti\, le maggiori mostre nazionali\, le riviste\, i teatri) ma si ambientano anche sullo sfondo di un paese\, allo stesso tempo\, eccitato dal progresso\, ferito dal conflitto.  \nIn catalogo saranno pubblicate le opere esposte con testi di Giancarlo Carpi\, Enrico Crispolti\, Chiara Gatti\, Lorenzo Giusti\, Raffaella Resch e una intervista a Lea Vergine\, autrice della memorabile mostra curata nel 1980 per il Palazzo Reale di Milano\, “L’altra metà dell’avanguardia”\, dedicata alle artiste attive tra il 1910 e il 1940.
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SUMMARY:Una visione astratta
DESCRIPTION:A cura di Ilaria Bonacossa e Francesca Serrati \nAssistente curatore: Michela Murialdo  \nIn collaborazione con il Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce\, Genova \nMaria Cernuschi Ghiringhelli è stata una figura unica nel panorama dell’arte italiana tra le due guerre. Considerata la “musa astratta” di Carlo Belli e Osvaldo Licini\, all’inizio del 1930 divenne un’appassionata sostenitrice dell’arte astratta italiana e internazionale\, riuscendo a intercettare le proposte più innovative con una grande autonomia di giudizio. Una Peggy Guggenheim italiana\, capace di intrattenere solidi rapporti con gli artisti\, anche quelli più giovani e non ancora affermati\, poiché ciò che più le interessava era “seguire e se possibile incoraggiare\, gli sviluppi di un tipo di ricerca artistica in cui credevo”.  \nPartendo da alcuni opere chiave dell’astrattismo italiano degli anni Trenta\, passando per le ricerche percettiviste e preconcettuali degli anni Sessanta\, fino all’arte Optical e la Nuova Pittura degli anni Settanta e Ottanta\, la mostra\, a cura di Ilaria Bonacossa e Francesca Serrati\, ripercorre la storia della collezione – conservata presso il Museo di Villa Croce a Genova – dialogando con alcuni dei principali movimenti artistici e autori del Novecento italiano.  \nL’incontro di Maria Cernuschi con l’arte si deve al marito Gino Ghiringhelli\, artista e proprietario della galleria milanese “Il Milione”\, luogo fondamentale per la promozione dell’arte astratta in Italia. Tra il 1934 e il 1935 la galleria presenta il lavoro di artisti quali Kandinsky\, Vordemberge-Gildewart\, Albers\, Fontana\, Licini\, Melotti ed è il primo spazio espositivo a ospitare opere di Soldati\, Radice\, Rho e Veronesi. Nel 1933 la Galleria aveva supportato la pubblicazione di Kn\, saggio di critica d’arte di Carlo Belli\, dedicato proprio a Maria Cernuschi Ghiringhelli\, e definito da Kandinsky “il vangelo dell’arte astratta”.  \nNel 1940\, anno della separazione dal marito\, Maria Cernuschi inizia ad acquistare una serie di quadri che diventano testimonianza di una nuova fase della sua vita\, rappresentando\, più che una scelta documentaria\, una spinta sentimentale che la porta a definire la propria raccolta non come unacollezione razionale\, ma più semplicemente come la “sua” collezione (“i miei quadri”). Nel 1950\, stanca dell’ambiente milanese\, si trasferisce in Liguria\, dove respira un clima nuovo\, culturalmente vivo\, grazie alla presenza di un nutrito gruppo di artisti attivi soprattutto presso le fabbriche di ceramica di Albisola.  \nA partire dal 1965 gli acquisti si fanno sempre più frequenti e le scelte più rigorose.  I criteri di acquisizione abbandonano la sfera privata e si orientano sempre più verso il tentativo di documentare in maniera organica gli esiti della ricerca artistica contemporanea\, soprattutto italiana\, nell’ambito dell’astrazione. Una scelta che\, negli anni Settanta\, trova un elemento di specificità nell’attenzione alla ricerca portata avanti nel contesto ligure.  \nMaria Cernuschi Ghiringhelli è stata capace di cogliere gli elementi di novità nella produzione artistica del suo tempo senza attenderne la consacrazione da parte della critica o del mercato\, come testimoniano le date – tutte precoci –  dei lavori di Piero Manzoni\, di cui in mostra è possibile vedere uno dei primi Achrome\, di Agostino Bonalumi\, di Lucio Fontana\, di Osvaldo Licini\, di Gino Ghiringhelli di Bruno Munari e di numerosi altri autori. Una lungimiranza nelle scelte affiancata e supportata dallo stretto e mai interrotto rapporto con le generazioni artistiche attive prima della guerra\, ed in particolare proprio Melotti\, Soldati\, Munari e Fontana.  \nSe l’interesse di una collezione privata lo si può ricondurre soprattutto alla sua originalità\, alla sua “differenza” dalle altre\, dettata da una visione\, da incontri e da esperienze personali\, quella di Maria Cernuschi può essere senza dubbio considerata una delle collezioni italiane più interessanti del Novecento.  \n“Una visione astratta. Opere dalla Collezione Maria Cernuschi Ghiringhelli” si propone di presentare al pubblico il cuore di questa collezione privata\, rappresentativa di un momento storico e artistico fondamentale\, ma anche specchio di storie\, scelte\, pulsioni e sentimenti personali della sua artefice.
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SUMMARY:Michele Ciacciofera
DESCRIPTION:A cura di Bonaventure Soh Bejeng Ndikung \nPartendo da un approccio antropologico\, la ricerca di Ciacciofera ruota attorno all’universo del Mediterraneo concentrandosi su tematiche riconducibili ai suoi luoghi d’origine – la Sardegna e la Sicilia in particolare – che l’artista rilegge nel loro aspetto storico e culturale\, politico e sociale\, attraverso l’uso di differenti media artistici che spaziano dalla pittura alla scultura\, dal disegno all’installazione e al suono.  \nIl progetto realizzato per il Museo MAN ha come tema di fondo la dimensione sociale e culturale\, storica e attuale\, del macrocosmo mediterraneo. Un mare i cui popoli hanno da sempre tessuto relazioni di ogni tipo\, dando vita a un amalgama di etnie\, linguaggi\, sapori\, leggende e tradizioni. Culla di civiltà millenarie\, luogo di transiti\, di scambi commerciali e culturali\, ma anche di guerre e di conflitti\, così come oggi di migrazioni e naufragi\, il Mediterraneo diventa\, nella visione dell’artista\, metafora di un nuovo umanesimo per la creazione di valori sociali\, politici e culturali alternativi.  \nIn particolare Emisferi Sud è la sintesi di due progetti Janas code e The Density of the Transparent Wind\, recentemente presentati alla 57ma Biennale di Venezia e a dOCUMENTA 14 di Kassel e Atene. Il primo\, in cui la dimensione dell’arcaico e del contemporaneo trovano un punto di incontro\, è il frutto di una ricerca sulle Domus de Janas\, grotte di epoca neolitica rese leggendarie nella tradizione popolare e letteraria sarda\, che l’artista concettualmente sintetizza e reinterpreta.  \nIl secondo\, l’installazione sonora realizzata in occasione di dOCUMENTA 14\, rimanda invece all’attività dei pescatori in Sicilia\, al loro rapporto con la natura e soprattutto alla dimensione solidale che caratterizza la loro vita anche rispetto alle grandi criticità del mondo contemporaneo e del Mediterraneo in particolare. Le riflessioni sul mare e sulle attività umane correlate a esso vengono in questo lavoro analizzate attraverso un prisma antropologico\, tramite registrazioni di voci\, rumori e suoni che\, manipolati digitalmente e ritmicamente\, danno esito a una composizione astratta capace di raccontare la complessa esperienza del mare e della convivenza attraverso il lavoro.  \nPer la mostra al MAN Ciacciofera presenterà due installazioni inedite facenti parte dei suddetti progetti che sintetizzano e convogliano su un unico piano di lettura le due diverse ricerche\, nell’intento di aprire a una riflessione complessiva sulla storia del Mediterraneo e dei suoi confini.  \nA questi due lavori sarà affiancata una terza installazione\, dal titolo Life Swing\, concepita appositamente per la mostra Emisferi Sud e in particolare per lo spazio verticale che\, attraverso le scale\, separa i piani del museo. L’altalena\, su cui dondola il libro La questione sarda di Antonio Gramsci\, rappresenta una metafora dell’oscillazione nel tempo e nello spazio del pensiero umano\, un gioco magico che contempla il rapporto tra la vita e la morte\, tra l’origine\, il presente e il futuro. \nMichele Ciacciofera (Nuoro\, 1969) vive e lavora a Parigi. Dopo la formazione in scienze politiche\, antropologia e sociologia a Palermo ha frequentato lo studio di Giovanni Antonio Sulas a Nuoro. Ha partecipato a numerose esposizioni in Italia e all’estero\, sia collettive che personali\, tra le quali\, in tempi recenti\, la 57° Biennale d’Arte di Venezia\, Viva Arte Viva\, Venezia 2017\, dOCUMENTA 14\, Learning from Athens\, Kassel/Atene 2017\, Enchanted Nature\, Revisited\, CAFA Museum\, Pechino 2016\, Nel Mezzo del Mezzo\, Museo Riso\, Palermo 2015\, What we call love – from Surrealism to now\, IMMA Museum\, Dublino 2015\, I hate the indifferent\, Summerhall\, Edinburgo 2014\, Odio gli indifferenti\, Palazzo Montalto\, Siracusa 2014.
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SUMMARY:Sardegna contemporanea
DESCRIPTION: “Sardegna Contemporanea. Spazi Archivi Produzioni” è la terza tappa del programma pluriennale del Museo MAN “La costante resistenziale”\, dedicato allo studio delle ricerche più innovative che\, a partire dalla fine degli anni Cinquanta\, hanno caratterizzato la scena artistica regionale. \nL’individuazione di un possibile connotato specifico\, da riconoscere all’interno delle diverse esperienze\, costituisce l’ossatura di questo progetto. La “Costante resistenziale sarda” è infatti un concetto con il quale l’archeologo Giovanni Lilliu ha cercato di esprimere la storica lotta condotta dal popolo sardo contro le potenze coloniali che di volta in volta si sono affacciate sulle coste dell’isola. \nLa mostra\, a cura di Micaela Deiana\, ci pone davanti a un panorama artistico in cui la questione del linguaggio e della sua sincronia rispetto ai dibattiti ufficiali risulta meno pressante: l’età globalizzata\, la velocità dello scambio grazie al web e la facilità degli spostamenti fisici alterano la dinamica relazionale fra centro e periferia. \nPartendo da queste mutate condizioni\, si propone una ricostruzione della produzione artistica nell’isola ampliata rispetto alla ricerche dei singoli artisti e collettivi\, che include anche gli artist-run-space\, i centri espositivi\, le gallerie e le associazioni culturali che hanno contribuito a dare forma alla scena locale. Il progetto si apre così alla totalità delle figure che hanno abitato il sistema dell’arte degli ultimi vent’anni – artisti\, curatori\, critici\, galleristi\, collezionisti e mecenati – evidenziando relazioni e collaborazioni. \n“Sardegna contemporanea” si articola su due livelli di indagine\, da una parte l’organizzazione di una mostra dalla curatela corale\, dall’altra la creazione di un primo archivio della produzione visiva in Sardegna negli anni Duemila. \nLa mostra ricostruisce le vicende della produzione isolana attraverso le narrazioni dei singoli spazi che hanno animato il dibattito culturale degli ultimi quindici anni. Sono stati invitati a partecipare diciassette realtà e ciascuna ha scelto le modalità espositive attraverso cui raccontare la propria esperienza\, organizzando una propria sezione espositiva libera da condizionamenti istituzionali. Si è innescato così un processo di autodeterminazione\, corale e orizzontale\, specchio dell’eterogeneità delle proposte e delle visioni portate avanti in Sardegna negli anni Duemila. \nLa project room accoglie invece l’archivio-biblioteca\, una sala studio per chiunque voglia approfondire la produzione artistica in Sardegna negli anni Duemila. Viene istituito un archivio aperto\, un primo fondo implementabile che avvia una ricognizione sulle ricerche dei singoli artisti attivi in questo arco temporale. Primo passo di un programma di studio e ricerca\, l’archivio vuole costituirsi come un progetto in continuo sviluppo\, capace di fotografare nel tempo l’evoluzione della realtà artistica isolana. Viene accompagnato da una biblioteca che raccoglie cataloghi\, produzioni editoriali e portfolio. \nAttraverso “Sardegna contemporanea. Spazi Archivi Produzioni” il Museo MAN si fa spazio aperto\, laboratorio di ricerca in cui sperimentare nuove forme di produzione ed esposizione. L’istituzione si presenta in questa occasione come un network di esperienze differenti riunite in un unico luogo di confronto e produzione. \nAlla mostra seguirà la pubblicazione del volume Arte Contemporanea in Sardegna (1957-2017)\, edito da Magonza Editore con il contributo speciale del Banco di Sardegna. Il libro\, a cura di Lorenzo Giusti\, Micaela Deiana ed Emanuela Manca\, raccoglie una ricca selezione di testi critici sulla produzione artistica in Sardegna a partire dalla fine degli anni Cinquanta\, con ricostruzioni cronologiche e affondi tematici dedicati a contesti geografici\, gruppi ed eventi. Dodici gli autori coinvolti nel volume: Sonia Borsato\, Antonella Camarda\, Simona Campus\, Antonello Cuccu\, Micaela Deiana\, Rita Pamela Ladogana\, Emanuela Manca\, Emanuelle Mureddu\, Giangavino Pazzola\, Marta Pettinau\, Roberto Sirigu\, Luca Vargiu. \nPartecipano al laboratorio di Sardegna Contemporanea: Askosarte\, blublauerspazioarte\, Casa Falconieri\, Centro culturale Man Ray\, Cherimus\, Fondazione per l’arte Bartoli Felter\, Galleria Capitol\, Giuseppefraugallery\, Little Room Gallery\, LEM – Laboratorio Estetica Moderna\, Madriche\, MEME | Arte contemporanea prossima / Progetto Contemporaneo\, Seuna Lab\, S’Umbra Percorsi Visivi\, Su Palatu Fotografia\, Spazio (In)visibile\, Spazio P.
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SUMMARY:Luca Bertolo
DESCRIPTION:Gavoi\, Ex Caserma \nNell’ambito del Preludio del Festival Letterario “Isola delle Storie” \nOpening sabato 10 giugno 2017\, h. 17.30 \nFino al 2 luglio 2017 \n  \nIn occasione della 14esima edizione del “Festival Letterario Isola delle Storie” di Gavoi\, il Museo MAN è lieto di presentare la mostra di Luca Bertolo\, Se non qui dove.  \nDopo i progetti di Alessandro Pessoli\, Jennifer West e Jakub Julian Ziolkowski\, quello di Luca Bertolo è il quarto appuntamento di un ciclo annuale di mostre personali teso a riflettere sui molteplici utilizzi e sulla possibile attualità della pittura\, un medium da sempre dibattuto\, andato incontro a costanti messe in discussione e a radicali trasformazioni\, che negli ultimi anni ha riconquistato significativi spazi di indagine e visibilità all’interno del sistema dell’arte internazionale.  \nLe opere di Luca Bertolo mettono in atto un’attenta riflessione sui modi della rappresentazione. La sua ricerca muove da un elaborato approccio speculativo\, rivelando allo stesso tempo un’attenzione per i materiali pittorici e un interesse specifico per la dimensione e i linguaggi del figurativo. L’incontro di due mondi apparentemente distanti che\, nella visione portata avanti dall’artista\, trovano ricorrenti punti di contatto.  \nFulcro della mostra di Gavoi sono i tre quadri che occupano il centro delle prime tre sale del percorso espositivo\, sostenuti da tradizionali cavalletti per la pittura. Realizzati tra il 2014 e il 2016\, questi dipinti rompono il meccanismo simbolico della rappresentazione classica\, raffigurando sul fronte ciò che solitamente si trova nel retro\, vale a dire il telaio\, il risvolto della tela fissato al legno del quadro. Memori di una precisa tradizione pittorica che affonda le proprie radici nel Rinascimento italiano\, nel genere del trompe-l’oeil e nella pittura fiamminga seicentesca di autori come Gijsbrechts – il primo a rappresentare il verso di un dipinto – e naturalmente nella speculazione teorica delle avanguardie storiche\, i lavori di Bertolo interrogano sullo statuto del quadro in quanto oggetto e dispositivofigurativo\, e sulle molteplici e allo stesso tempo limitate funzioni della pittura\, in una dimensione spazio-temporale sospesa.  \nIl percorso trova sviluppo nei tre Signs (che in inglese ha il doppio significato di segno e cartello) presentati nella quarta e ultima sala della mostra\, una serie di lavori in cui i codici linguistici della pittura si sovrappongono ai meccanismi comunicativi dello spazio pubblico e nello specifico della cartellonistica. Un semplice bastone può trasformare la tela in un nuovo codice visivo\, un “segnale” la cui definizione richiederebbe immediatezza e chiarezza\, mentre ciò che in questo caso si offre alla visione\, una superficie dipinta\, stimola piuttosto l’arbitrato e la contemplazione. Riflettendo sulla differenza tra codifica e decodifica\, tra criteri di rappresentazione e comunicazione\, l’artista rivela come tra l’immediatezza del segno e la paziente composizione pittorica si possano individuare stimolanti vie mediane cariche di forza espressiva.  \nCompleta la mostra il lavoro Preghiera esistenzialista (2011)\, un semplice sonoro che riproduce alcuni brani  tratti dal celebre documentario High School di Frederick Wiseman (USA\, 1968)\, in cui il ritmo e l’alternanza delle voci tra oratore e assemblea\, tipici della preghiera nella tradizione cattolica\, sono utilizzati nel contesto di una lezione scolastica\, ribaltando in questo modo i codici della comunicazione\, in una dimensione sospesa tra sacro e profano.  \nLuca Bertolo (Milano\, 1968) si è laureato in Scienze dell’Informazione all’Università Statale di Milano e diplomato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha vissuto a San Paolo\, Londra\, Berlino e Vienna. Dal 2006 abita in un paese sulle Alpi Apuane. Ha partecipato a mostre in spazi pubblici e privati\, tra i quali GAM\, Torino; GNAM\, Roma; Kettle’s Yard\, Cambridge; Centro Luigi Pecci\, Prato; MACRO\, Roma; Galleria Comunale di Monfalcone; Palazzo delle Papesse\, Siena; Nomas Foundation\, Roma; SpazioA\, Pistoia; Arcade\, Londra; Fondazione Prada\, Milano; 176 / Zabludowicz Collection\, Londra; uqbar\, Berlino; Galerie Tatjana Pieters\, Gent; The Goma\, Madrid; Marc Foxx\, Los Angeles. Suoi articoli sono apparsi su Flash Art\, Il Giornale dell’arte\, Exibart\, Artribune\, Warburghiana\, Doppiozero. Attualmente insegna pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna. \n  \n  \nGavoi – Ex Caserma \nvia S. Antioco 1 \nOrari: \n11-28 giugno \n10:00-13:00 / 16:00-19:00 \n29 giugno- 2 luglio \n10:00 -22:00 \n 
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SUMMARY:Amore e rivoluzione
DESCRIPTION:Nell’anno del centenario della rivoluzione di ottobre\, il MAN e la Fondazione di Sardegna sono lieti di annunciare l’imminente apertura della mostra Amore e rivoluzione. Coppie di artisti dell’avanguardia russa\, in programma dal 1 giugno al 1 ottobre 2017.  \nNata dalla collaborazione con la Galleria Statale Tretjakov di Mosca e con il Museo Nazionale Schusev di Architettura\, in partership con Bank Austria Kunstforum di Vienna e grazie al contributo speciale della Fondazione di Sardegna\, la mostra\, a cura di Heike Eipeldauer e Lorenzo Giusti\, adotta un punto di vista innovativo – le coppie di artisti – per rileggere le vicende dell’avanguardia visiva russa attraverso il contributo di sei autori della prima generazione\, uniti nella ricerca di nuovi linguaggi espressivi\, così come nella vita comune:Natalia Goncharova(1881–1962)e Mikhail Larionov (1881–1964)\, Varvara Stepanova (1894–1958) e Alexander Rodchenko (1891–1956)\, Lyubov Popova (1889–1924) e Alexander Vesnin (1883–1959).  \nDestinata ad attrarre un pubblico variegato\, non soltanto di amanti della storia dell’arte\, ma anche di appassionati di storia del Novecento\, di comunicazione\, design e fotografia\, la mostra intende raccontare lo stretto legame tra arte e vita che le diverse coppie si trovarono a sperimentare\, in una fase di intensa collaborazione e di grande impegno\, sia artistico\, sia politico. Attraverso un nucleo di oltre cento opere\, tra dipinti\, sculture\, disegni\, collage\, fotografie\, manifesti pubblicitari e di propaganda politica\, saranno indagati i metodi di lavoro\, le tecniche\, i linguaggi\, soffermandosi sui punti di contatto\, ma anche sulle specificità e dunque sui diversi profili degli autori considerati.  \nAccomunati dall’ambizione di connettere tutti i generi della creatività artistica con l’azione estetica\, l’elaborazione teorica e la prospettiva politica\, gli artisti dell’avanguardia contribuirono ad alimentare l’aspirazione al cambiamento e a costruire le basi di una nuova idea di società.  \nContraddistinti da una grande produttività\, i movimenti nati sotto la spinta della rivoluzione bolscevica del 1917 portarono alla ribalta non soltanto un numero senza precedenti di donne artiste\, attive alla stregua degli uomini\, ma anche una serie inusuale di coppie all’interno della quale le tre coinvolte in questo progetto possono essere considerate le più importanti e rappresentative. Lavorando fianco a fianco\, condividendo spazi\, idee\, programmi\, le coppie dell’avanguardia russa giunsero a fondere indissolubilmente la sfera privata con quella pubblica\, promuovendo e testimoniando quella visione utopica\, quella possibilità di una creazione collettiva alternativa al mito dell’arte come sfera del genio solitario\, di cui la rivoluzione si era fatta promotrice insieme al grande ideale della parità di genere.  \nQuali aspetti artistici e quali ideali sociali risultano predominanti nel percorso di queste coppie? Funzionò effettivamente\, questa collaborazione\, come strumento di emancipazione oppure le convenzioni di genere continuarono a condizionare la produzione artistica e la sua ricezione da parte del pubblico? Con queste domande alla base\, la mostra al MAN intende tracciare una genealogia dell’avanguardia russa: dagli esordi prerivoluzionari intorno al 1907\, influenzati dalle sperimentazioni dell’arte moderna occidentale\, fino allo sviluppo dei più noti movimenti artistici degli anni Dieci e Venti\, capitali nello sviluppo dei linguaggi dell’avanguardia internazionale\, a partire dal cubo-futurismo di Liubov Popova e Varvara Stepanova\, passando per il raggismo di Natalia Goncharova e Mikhail Larionov\, che\, come Popova \, partecipò anche al suprematismo di Malevich\, fino alla sperimentazione di nuovi criteri di funzionalizzazione dell’arte nell’ambito del costruttivismo\, frequentato da Stepanova\, Vesnin\, Popova e soprattutto Rodchenko\, di cui\, insieme a un numero significativo di pitture\, collage e manifesti\, sarà presentato un nucleo di oltre 20 fotografie che\, nel loro insieme\, costituiscono di fatto una mostra nella mostra.  \nCompleta la mostra il catalogo\, pubblicato da Silvana Editoriale\, con testi di Heike Eipeldauer\, Lorenzo Giusti\, Verena Krieger\, Alexander Lavrentiev e Florian Steininger.
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SUMMARY:Jakub Julian Ziolkowski
DESCRIPTION:Dal prossimo 1 giugno\, fino al 1 ottobre 2017\, la project room del Museo MAN ospiterà la mostra Nasellini\, prima personale in un museo italiano dell’artista polacco Jakub Julian Ziolkowski\, a cura di Lorenzo Giusti\, con la collaborazione di Rowena Chiu.  \nZiolkowski è conosciuto principalmente per i suoi dipinti surreali\, popolati da creature fantastiche e spesso inquietanti. Un “organicismo pittorico” nutrito di riferimenti eterogenei\, in cui le tradizioni occidentali e orientali si mescolano\, dialogando con la storia delle avanguardie artistiche. Le iconografie che ne derivano raccontano stati della mente\, mondi caotici in cui realtà e immaginazione si confondono l’una con l’altra\, proiettando lo spettatore in un universo di sogni\, ricordi\, desideri. Apparentemente dominate dal caos\, le opere di Ziolkowski contengono in realtà un ordine interno\, regolato da flussi narrativi intrecciati.  \nLa mostra al MAN\, terza di un programma annuale che vede il museo impegnato in un’indagine diffusa sulla possibile attualità del mezzo pittorico\, ruota attorno a una particolare tipologia di pasta\, i “Nasellini”\, un formato inesistente\, derivato dalla forma della cavità nasale\, che evoca la leggenda dei tortellini\, nati\, stando a quanto si narra\, osservando la forma dell’ombelico.  \nAttraverso dipinti\, sculture e una serie di brevi video realizzati durante un periodo di residenza in Sardegna\, l’artista metterà in scena una surreale campagna pubblicitaria per la promozione dei “Nasellini”\, esplorando il confine tra reale e irreale e sconsacrando\, attraverso l’ironia\, l’espediente ludico e il sarcasmo\, l’immaginario collettivo legato alla pasta\, uno dei principali elementi identitari dell’Italia. Le opere troveranno alloggio in un ambiente modificato per l’occasione\, quasi un’installazione site specific\, evocante le atmosfere di una tradizionale trattoria\, con pareti colorate e quadri e poster appesi in maniera disordinata. \nI video\, tutti girati tra Nuoro e le coste della Sardegna con attori non professionisti\, sono stati realizzati grazie al contributo speciale della Fondazione Sardegna Film Commission.  \nJakub Julian Ziolkowski (Zamosc\, Polonia\, 1980)\, vive e lavora a Cracovia\, città in cui ha studiato nella prestigiosa “Accademia di Belle Arti Jan Matejko”. Tra le mostre più recenti: tbc\, Zamosc Gallery\, Zamosc\, 2017; Glimpses\, Fundacja Galerii Foksal\, Varsavia\, 2017; Neues Museum\, Das Leben Selbst\, Norimberga\, 2017; Sick Of Love\, Café Nhà Sàn\, Hanoi\, Vietnam\, 2016; Jakub Julian Ziolkowski. Imagorea’\, Warsaw Academy of Fine Arts\, Varsavia\, 2014; Raw Thoughts\, Hauser & Wirth Zurich\, Zurigo\, 2013; Jakub Julian Ziolkowski. Skin and Bread\, Foksal Gallery Foundation\, Varsavia\, 2012; Jakub Julian Ziolkowski: In Utero\, Parasol Unit\, Londra\, 2011; Jakub Julian Ziolkowski. Timothy Galoty & The Dead Brains\, Hauser & Wirth New York\, New York\, 2010. Tra le numerose partecipazioni a mostre collettive: An Uncanny Likeness\, Simon Lee\, New York\, 2017\, Animality\, Marian Goodman Gallery\, Londra\, 2016\,State of Life’\, National Art Museum of China\, Beijing\, China\, 2015\, Il Palazzo Enciclopedic’\, 55 Biennale di Venezia\, Venezia\, 2013\, Painting Between the Lines\, CCA Wattis Institute\, San Francisco\, 2011\, The Generational: Younger Than Jesus\, The New Museum of Contemporary Art\, New York\, 2009. \n  \n 
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SUMMARY:LCR#3 - Preludio
DESCRIPTION:Sarà inaugurata il prossimo 17 febbraio\, insieme alle mostre di Berenice Abbott e Jennifer West\, l’installazione di Leonardo Boscani\, Golden Zimmer\, specificatamente realizzata per gli spazi della Project Room del Museo MAN.  \nGolden Zimmer è la prima di una serie di iniziative che introducono al terzo e ultimo appuntamento del progetto espositivo pluriennale La Costante Resistenziale\, dedicato alle ricerche più innovative che\, dai primi anni dell’autonomia regionale ai giorni nostri\, hanno caratterizzato la scena artistica sarda.  \nDopo i primi due appuntamenti del 2015 e del 2016\, La Costante resistenziale #3\, a cura di Micaela Deiana\, sarà dedicata alle ricerche artistiche più recenti\, sviluppate nel corso degli anni Duemila. Il Preludio\, attraverso una ciclo di appuntamenti\, eventi e mostre\, proporrà approfondimenti tematici sulle questioni legate all’arte socialmente impegnata\, la ricerca video\, la relazione fra arte e suono e la performance.  \nLa ricerca di Leonardo Boscani è volta\, sino dagli anni Novanta\, all’analisi delle contraddizioni sociali e politico-economiche della società occidentale\, alle quali oppone utopie fantascientifiche\, in cui critica e ironia si bilanciano nella creazione di un nuovo mondo linguistico.  \nIn Golden Zimmer la riflessione si focalizza sull’esodo migratorio che sta caratterizzando il panorama europeo degli ultimi anni. I tentativi e le contraddizioni delle politiche sociali messe in atto dall’Unione Europea per rispondere all’emergenza in corso vengono sublimati in un ambiente aureo\, luogo avulso dalla temporalità\, sognato e irraggiungibile\, che richiama la simbologia e l’estetica dei luoghi di culto della religione ortodossa oppure le icone e le pale d’altare dell’arte bizantina e medievale.   \nIl materiale con cui l’installazione è realizzata non è però la preziosa foglia d’oro ma l’altrettanto delicata – e assai più facilmente deteriorabile- metallina delle coperte termiche usate nelle situazioni di primo soccorso. La camera citata da Boscani nel titolo dell’installazione evoca\, quindi\, quella domestica sognata dal migrante che cerca nuova vita in Europa. Il riferimento all’ esperienza individuale\, intima e umana\,  è affiancato dai dati statistici delle politiche migratorie\, i cui numeri vengono scientificamente riportati dall’artista in un fregio decorativo che corre lungo l’intero ambiente.  \nSimbolo e funzionalità\, decorazione e impegno sociale si bilanciano in uno spazio per il pensiero critico che\, attraverso l’esperienza sensoriale del colore e della luce\, stimola le coscienze individuali e collettive.  \nLeonardo Boscani(Sassari\, 1961) si è formato presso l’Accademia dei Belle Arti di Sassari: Fra le mostre più recenti si segnalano le personali “Umana Ambizione + Notre Siècle\, Boscani + Bertozzi”\, Musée de la Corse\, Corte\, FR (2014)\, “DNA-Disciplina Naturale dell’Antagonista 2\, Boscani + Delogu”\, a cura di Emanuela Falqui\, Galleria S’Umbra\, Cagliari (2014) e le collettive “Par le Bleu\, la « grande couleur”\, a cura di Anne Alessandri\, FRAC-Corse\, Bastion de France\, Portovecchio\, FR (2015)\, “Civil Servants”\, a cura di Micaela Deiana\, MAN Nuoro (2015)\, Love for risk\, MSU-Museum of Contemporary Art Zagreb\, Zagabria\, Croazia (2012)
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SUMMARY:Jennifer West
DESCRIPTION:Il Museo MAN è lieto di annunciare l’imminente apertura della mostra di Jennifer West\, Action Movies\, Painted Films and History Collage\, a cura di Lorenzo Giusti.   \nPrima personale dell’artista americana in un museo italiano\, la mostra si compone di un gruppo di 10 lavori realizzati a partire dal 2005 e di una nuova opera che costituisce un punto di svolta nella produzione dell’artista.   \nFilm Title Poem (2016)è infatti l’ultimo e unico film sonoro realizzato da West. L’artista descrive il lavoro come un “un montaggio psichico della mia interiore storia del cinema”. L’opera si presenta come un collage di immagini\, tratte da oltre 500 titolature di film\, trasferite su una pellicola da 35mm. La materialità del film – in seguito trasferito su supporto digitale – è sottolineata dall’intervento diretto sulla pellicola attraverso motivi incisi\, contorni\, tracciati e forature. Sensuale\, astratto e immaginifico allo stesso tempo\, il lavoro indaga l’incidenza della fiction nella nostra memoria e il modo in cui la rivoluzione digitale ha cambiato l’esperienza della visione.   \nJennifer West ha iniziato a esplorare sistematicamente la possibilità di produrre film senza l’ausilio della videocamera sino dal 2004. L’artista rimuove la pellicola dal suo contesto d’uso convenzionale\, intervenendo su di essa attraverso processi diversi\, che possono spaziare dalle tecniche artistiche tradizionali (pittura\, disegno\, collage\, graffito\, incisione)\, ad azioni alternative come l’emulsione\, la manipolazione chimica oppure l’esposizione diretta alla luce dei materiali fotosensibili. Il risultato è uno “spazio filmico” immersivo e psichedelico\, un’animazione materiale di segni e immagini\, caratterizzata da toni acidi e ritmi concitati.   \nConcepite in alcuni casi come vere e proprie performance\, le azioni di Jennifer West sulla pellicola prevedono spesso il coinvolgimento di altre persone\, così come l’utilizzo di materiali del quotidiano\, dal cibo al rossetto ai pneumatici per motociclette\, oppure l’esposizione all’azione degli agenti naturali in luoghi di particolare significato.   \nÈ il caso di Salt Crystal Spiral Jetty Dead Sea Five Years Film (2013)\, uno dei dieci lavori presenti in mostra\, realizzato immergendo una pellicola in un bagno di argilla a temperatura elevata nel 2008 e in seguito stipata fra altri oggetti in una valigia\, messa tra le cartacce nel cestino dello studio dell’artista\, coperta di argilla per cinque anni e infine trascinata lungo le rocce incrostate di sale della celebre Spiral Jetty di Robert Smithson\, prima di essere gettata nelle acque gelide del lago salato dello Utah\, nel tentativo di evocare lo spirito originario dell’opera e la visione poetica dell’artista americano.   \nLa mostra al MAN di Nuoro sarà inoltre occasione per l’avvio di un nuovo lavoro che\, partendo da un’esplorazione del territorio\, avrà origine in Sardegna nei giorni precedenti l’inaugurazione.   \nJennifer West (Topanga\, California) è nota internazionalmente per il suo lavoro di ricerca sul materialismo nel cinema. Ha ricevuto commissioni da alcune delle più prestigiose istituzioni museali\, come Tramway\, Glasgow (2016); PICA TBA Fest (2014); High Line Art\, New York (2012)\, The Aspen Art Museum (2010) e la Turbine Hall della TATE Modern di Londra (2009). \nTra le mostre personali si segnalano: S1 Artspace\, Sheffield\, Regno Unito (2012); Contemporary Art Museum\, Houston (2010); Kunstverein Nuremberg (2010); Transmission Gallery\, Glasgow (2008) e White Columns\, New York (2007). \nWest ha presentato i propri lavori in numerosi musei\, rassegne e spazi espositivi\, tra i quali: Shenzhen Animation Biennial\, Shenzhen (2016); Carnegie Museum of Art\, Pittsburg (2015); Kunstlerhaus KM-Halle fur Kunst & Medien\, Kunsterhaus Graz\, Austria e Cincinnati Art Museum\, Ohio (2014); Palais de Tokyo\, Paris; Nottingham Contemporary\, England; Utah Museum of Contemporary Art (2013); Henry Moore Foundation\, Leeds\, UK; MOCA\, Cleveland\, OH; deCordova Sculpture Park e Museum\, Lincoln\, MA\, Saatchi Gallery\, London (2012); White Flag Projects\, St. Louis; Contemporary ArtsForum\, Santa Barbara; White Columns\, New York; the Rubbell Family Collection\, Miami (2015/2011); Schirn Kunsthalle\, Frankfurt\, Leubsdorf Gallery\, Hunter College\, New York\, Seattle Art Museum (2010)\, Tate Modern\, Londra; Institute of Contemporary Art\, Philadelphia (2009)\, Drawing Center\, New York\, Aspen Art Museum\, Tel Aviv Museum of Art (2008)\, CAPC Musée d’Art Contemporain\, Bordeaux\, France\, Contemporary Art Museum\, Detroit\, Henry Art Gallery\, Seattle\, ZKM Museum for New Media\, Karlsruhe\, Tate St. Ives (2007). Una sua mostra personale\, “Film is Dead…” è attualmente in corso al Seattle Art Museum\, Seattle (2016-2017).
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SUMMARY:Berenice Abbott
DESCRIPTION:Il Museo MAN è lieto di annunciare l’imminente apertura della prima mostra antologica in Italia dedicata a Berenice Abbott (USA\, 1898-1991)\, una delle più originali e controverse protagoniste della storia fotografica del Novecento.  \nTerza di un grande ciclo dedicato alla Street Photography\, la mostra al MAN di Nuoro\, a cura di Anne Morin\, presenta\, per la prima volta in Italia\, una selezione di ottantadue stampe originali realizzate tra la metà degli anni Venti e i primi anni Sessanta. Suddiviso in tre macrosezioni – Ritratti\, New York e Fotografie scientifiche – il percorso espositivo fornisce un quadro generale del grande talento e della variegata attività di Berenice Abbott.  \nNata a Springfield\, in Ohio\, nel 1898\, Berenice Abbott si trasferisce a New York nel 1918 per studiare scultura. Qui entra in contatto con Marcel Duchamp e con Man Ray\, esponenti di punta del movimento dada. Con Man Ray\, in particolare\, stringe un rapporto di amicizia che la spingerà a seguirlo a Parigi e a lavorare come sua assistente tra il 1923 e il 1926.  \nSono di questo periodo i primi ritratti fotografici dedicati ai maggiori protagonisti dell’avanguardia artistica e letteraria europea\, da Jean Cocteau\, a James Joyce\, da Max Ernst ad André Gide. Ritratti che – secondo molti interpreti – costituiscono il canale espressivo attraverso il quale Berenice Abbott – lesbica dichiarata\, in un’epoca ancora lontana dall’accettare l’omosessualità femminile – racconta la propria dimensione sessuale. \nAllontanatasi dallo studio di Man Ray per aprire il proprio laboratorio di fotografia – frequentato da un circolo di intellettuali e artiste lesbiche come Jane Heap\, Sylvia Beach\, Eugene Murat\, Janet Flanner\, Djuna Barnes\, Betty Parson – già nel 1926 Abbott espone i propri ritratti nella galleria “Le Sacre du Printemps”. È in questo momento che entra in contatto con il fotografo francese Eugène Atget\, conosciuto per le sue immagini delle strade di Parigi\, volte a catturare la scomparsa della città storica e le mutazioni nel paesaggio urbano.  \nPer Abbott è un punto di svolta. La fotografa decide di abbandonare la ricerca portata avanti fino a quel momento e di fare propria la poetica del negletto Atget – del quale\, alla morte\, acquisterà gran parte dell’archivio\, facendolo conoscere in Europa e negli Stati Uniti – dedicandosi\, da quel momento in poi\, al racconto della metropoli di New York.  \nTutti gli anni Trenta\, dopo il rientro negli Stati Uniti\, sono infatti dedicati alla realizzazione di un unico grande progetto\, volto a registrare le trasformazioni della città in seguito alla grande depressione del 1929. La sua attenzione si concentra sulle architetture\, sull’espansione urbana e sui grattacieli che progressivamente si sostituiscono ai vecchi edifici\, oltre che sui negozi e le insegne. Il risultato è un volume\, tra i più celebri della storia della fotografia del XX secolo\, intitolato “Changing New York” (1939)\, che raccoglie una serie straordinaria di fotografie caratterizzate da forti contrasti di luci e ombre e da angolature dinamiche\, ad esaltare la potenza delle forme e il ritmo interno alle immagini.  \nNel 1940 Berenice Abbott diventa picture editor per la rivista “Science Illustrated”. L’esperienza maturata nelle strade di New York la porterà a guardare con occhi diversi le immagini scientifiche\, che diventano per lei uno spazio privilegiato di osservazione della realtà oltre il paesaggio urbano. In linea con le coeve ricerche artistiche sull’astrazione\, Berenice Abbott realizza allora una serie di fotografie di laboratorio\, concentrandosi sul dinamismo e sugli equilibri delle forme\, con esiti straordinari.  \nLa mostra al Museo MAN\, realizzata grazie al contributo della Regione Sardegna e della Fondazione di Sardegna\, racconta le tre principali fasi della produzione fotografica di Berenice Abbott attraverso una ricca selezione di scatti\, tra i più celebri della sua produzione\, e materiale documentario proveniente dal suo archivio.  
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