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SUMMARY:Matisse - Metamorfosi
DESCRIPTION:a cura di Chiara Gatti da un progetto di Sandra Gianfreda\, curatrice al Kunsthaus Zürich con Claudine Grammont\, Cheffe du cabinet d’art graphique\, Centre Pompidou \nHenri Matisse è uno dei più grandi artisti  del Novecento\, ma di lui\, paradossalmente\, è ancora trascurata una parte importante di produzione. La figura di Matisse scultore non è\, infatti\, conosciuta nelle pieghe più sottili della sua ricerca. Sebbene la pittura sia sempre rimasta la sua modalità espressiva principale\, il “suo” linguaggio e la forma di indagine del visibile cui si dedicò per tutta la vita\, Matisse condusse in contemporanea una riflessione sulla scultura (e altresì sull’incisione) che fa di lui uno degli artisti più completi del secolo scorso. La sua versatilità ha esplorato varie tecniche simultaneamente\, con curiosità e acuta sperimentazione. Sullo sfondo di questa intelligenza poliedrica\, l’opera scultorea di Matisse rivela una vita parallela rispetto a quella del colorista\, una doppia anima votata alla materia\, al volume\, allo spazio\, che merita di essere posta in relazione – in quanto a processi e traguardi – con quella di altri grandi scultori del XX secolo\, eredi della lezione di Auguste Rodin e divenuti geni dell’avanguardia. Da Brancusi a Giacometti\, da Boccioni a Wotruba. \nPer la prima volta in Italia\, il Museo MAN dedica oggi una mostra alla scultura di Henri Matisse. Il progetto espositivo\, a cura di Chiara Gatti\, rilegge e adatta agli spazi del museo sardo\, il concept inedito e complesso della mostra Matisse Métamorphoses organizzata nel 2019 dalla Kunsthaus di Zurigo e dal Museo Matisse di Nizza. \nUn progetto destinato a ripensare Matisse\, a riconsiderare il ruolo della sua opera nel panorama dell’arte della prima metà del XX secolo\, alla luce di una più ampia ricerca estetica che vede proprio nella scultura il veicolo per nuove e rivoluzionarie soluzioni formali. In questo affondo necessario\, emerge come sia stata in particolare la figura umana il tema principe della sua tensione verso la sintesi. Dall’indagine sul corpo\, la postura\, il gesto o la fisionomia\, Matisse ha sviluppato un percorso di riduzione geometrica dell’immagine che lo ha portato verso un’astrazione ai limiti del radicale. \nCome l’artista stesso affermò nel 1908 nelle sue Notes d’un peintre: «ciò che mi interessa di più non è né la natura morta né il paesaggio\, è la figura». La figura\, non per il suo pathos\, il suo lirismo\, gli stati d’animo o la flessione esistenziale\, ma per il suo senso di presenza nello spazio e la sua ideale evoluzione nel tempo. Matisse ha interrogato infatti il corpo nella sua relazione con l’ambiente prossimo e con il mutare delle circostanze in un lasso di tempo dilatato. Ecco allora l’evoluzione di un dato naturalistico in una sintesi finale che sublima la contingenza in una dimensione di perfezione assoluta. Lo spazio condiziona\, a sua volta\, un sistema di relazioni sottili fra sostanza fisica e vuoto abitato\, fra i gesti e le linee dinamiche che essi disegnano nell’aria. \nLa mostra prende avvio\, dunque\, da una analisi del metodo di creazione dell’artista e dal suo lavoro di trasformazione della figura in variazioni seriali. Il percorso allinea sequenze di bronzi\, datate dai primi anni Dieci agli anni Trenta\, e soggetti presentati nei loro diversi stati successivi e accostati alle fonti di ispirazione dell’artista\, tra cui fotografie di nudi e modelle in posa\, oltre a una selezione essenziale di pochi dipinti in cui i motivi stessi svelano la doppia anima della sua ricerca parallela\, pittorica e scultorea\, in particolare nell’affrontare i temi dominanti del nudo\, della danza\, dell’odalisca. Attraverso circa 30 sculture e una ventina fra disegni\, incisioni\, oltre a fotografie d’epoca e pellicole originali\, la scultura di Matisse verrà posta in relazione con i soggetti di una vita\, le sue magnifiche ossessioni legate alle forme femminili\, alla ricerca fisiognomica sulle modelle\, alle attitudini e alla plasticità dei volumi. \nSullo sfondo di questa ricerca composita\, ecco allora molte figure uniche\, come Le tiaré\, di cui non esistono stadi differenti\, mentre altre si ripetono a intervalli diversi\, variando e trasformandosi\, come il celebre ciclo di Jeannette (I-V). Da qui l’artista sviluppa infatti un approccio concettuale che può essere descritto come una sorta di metodo di progressione formale. Come in una “metamorfosi”\, che ben spiega il titolo della mostra\, le sue figure evolvono da una trascrizione naturale a una sintesi radicale del dato visivo. \nAnche nella sua pittura – come è stato ampiamente studiato dalla critica in passato – è possibile rilevare tale processo di metamorfosi\, senza però giungere mai a considerare veri e propri cicli di opere come “serie”\, ma piuttosto come frutto di un lungo iter di elaborazione che trova nella scultura e nella grafica\, accostate alla pittura stessa\, strumenti di indagine connessi gli uni con gli altri\, nell’idea di un confine liquido fra tecniche. Ne è un esempio l‘Odalisca del Museo Novecento di Milano\, che trova corrispettivi e relazioni sottili e chirurgiche con disegni e bronzi coevi e di cui la mostra allineerà l’intera sequenza. \nLa mostra è realizzata in collaborazione con Manifesto Expo. \nclicca qui per ascoltare l’audioguida\nDettagli tecnici\nIn collaborazione con Kunsthaus Zürich\, Musée Matisse de Nice\nCatalogo bilingue ita/en: Sole24ore Cultura\nCoordinamento mostra a cura di Rita Moro\, Myrtille Montaud e Manifesto Expo\nTesti di Sandra Gianfreda\, Bärbel Küster\nCon la partecipazione del Museo Archeologico di Nuoro\nMedia Partnership : Radio Monte Carlo – www.radiomontecarlo.net \nUfficio Stampa\nSTUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo Via San Mattia 16\, 35121 Padova Tel. +39.049.663499\nreferente Simone Raddi\, simone@studioesseci.net www.studioesseci.net
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SUMMARY:Alice Guareschi - Je m’appelle Olympia
DESCRIPTION:a cura di Chiara Gatti\ncoordinamento di Elisabetta Masala \nProgetto vincitore del PAC2021 – Piano per l’Arte Contemporanea promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura\nIl Museo MAN di Nuoro presenta per l’estate\, negli spazi della sua project room\, Je m’appelle Olympia\, progetto vincitore del PAC2021. \n Je m’appelle Olympia nasce da una “azione per luci di sala” eseguita da Alice Guareschi\, una volta sola\, per un pubblico scelto di invitati\, il 12 aprile 2012 all’Olympia Music Hall\, iconico e leggendario teatro parigino. Le 16 fotografie che compongono questa serie sono state scattate lo stesso giorno dell’azione\, subito dopo l’attivazione dal vivo della coreografia luminosa nello spazio vuoto del teatro\, che ha coinvolto tutte le tredici piste di luci colorate\, integrate in modo permanente nell’architettura. Con inquadratura fissa\, simile ma non identica\, seguendo la precisa partitura originale composta dall’artista\, le immagini restituiscono una sequenza di diversi movimenti di luce all’interno della sala. La serie fotografica diventa così una nuova sintesi dell’immagine-idea e dell’intenzione all’origine della performance: attivare un teatro senza alcuno spettacolo\, suonarlo dal vivo\, risvegliarne la memoria latente\, la vita segreta sottratta allo sguardo dello spettatore. Scomponendo la durata dell’azione in fotogrammi\, che possono essere visti sia singolarmente sia nel loro insieme\, la declinazione spaziale dell’opera permette ora di abbracciarne l’idea in un unico sguardo. \nL’allestimento site-specific\, studiato dall’artista per il MAN\, vede esposte tutte le fotografie della serie\, accanto allo spartito musicale punteggiato\, sui righi\, dai tempi dell’azione\, dove presenze o pause delle luci si sostituiscono alle note musicali in una complessa polifonia. Allo spazio –  concepito come un piccolo teatro – si approda varcando il tendaggio dell’ingresso\, evocazione dell’accesso a una platea\, ma anche confine\, limite che separa il luogo della vita dalla sua rappresentazione. Immerso nel silenzio\, lo spazio ideale del teatro\, sottratto a voci o suoni\, mette in scena se stesso; la luce lo abita\, svelandone l’indole e la fisionomia. \n«Il punto di partenza è un’immagine: quella di una coreografia luminosa che si attiva all’improvviso nello spazio vuoto della sala\, in un momento della giornata in cui non è previsto nessuno spettacolo e il teatro riposa disabitato e silenzioso. Come un’esplosione di energia accumulata nel corso degli anni\, come la rivelazione inaspettata di una vita segreta che riguarda soltanto l’edificio. Qualche mese fa\, quando mi sono ritrovata per la prima volta all’Olympia per un concerto\, sono rimasta profondamente colpita dalla meraviglia silenziosa delle luci in relazione alla monumentalità in qualche modo romantica\, segnata dal tempo e le sue storie\, del teatro. A un punto tale che la musica è diventata un elemento quasi superfluo per me. Senza averlo previsto\, ero diventata spettatrice di un altro spettacolo. A fine serata sono uscita dalla sala per ultima\, per poter approfittare fino in fondo dell’atmosfera così potente dello spazio rimasto vuoto dopo il concerto: la percezione della scala piccolissima del mio corpo in relazione alla maestosità spettacolare del teatro\, ancora più eclatante quando sulla scena non sta accadendo nulla\, ha prodotto anch’essa su di me un effetto davvero sorprendente. Nella sospensione narrativa di questo spazio-tempo presente\, il legame tra passato e futuro sembrava di colpo mostrarsi con la sua straordinaria carica di memoria e di possibile. “Questo è lo spazio che abitano le storie”\, ho pensato. Rimasta di nuovo sola con se stessa\, la sala sembrava vibrare segretamente». Alice Guareschi\, Parigi\, 12 aprile 2012 \nOpen call\nWorkshop per adulti – rivolto a studenti d’arte\, artisti\, ricercatori\, performer\, musicisti\nMi chiamo Olympia\nGiovedì 14 – sabato 16 settembre 2023 \nNel quadro del progetto Mi chiamo Olympia\, il workshop per adulti condotto da Alice Guareschi\, in collaborazione con il dipartimento educativo del MAN\, mira al coinvolgimento diretto dei partecipanti\, stimolando lo sviluppo del pensiero critico\, il confronto e la crescita delle capacità creative. Partendo da alcuni spunti di riflessione che l’opera solleva — quali\, ad esempio\, l’idea di “attivazione di uno spazio”\, di “memoria latente di un luogo” e di “vita segreta di un edificio in assenza di spettacolo” — il lavoro si articolerà in momenti e spazi diversi\, partendo dal MAN per arrivare a esplorare e coinvolgere anche altri punti importanti del tessuto sociale e culturale di Nuoro\, tra cui il teatro civico. L’obiettivo è di creare un legame diretto tra l’opera\, l’artista\, il museo e la città\, dove i partecipanti saranno figure attive\, che attraverso il proprio coinvolgimento\, teorico e pratico\, e la propria esperienza personale\, si faranno agenti portatori di uno sguardo nuovo. \nNota biografica \nAlice Guareschi (1976) è artista visiva e filmmaker\, vive e lavora a Milano. Laureata in filosofia con una tesi sul cinema sperimentale\, articola la sua ricerca tra video\, scrittura e la creazione di oggetti. È stata artista in residenza a Parigi al Pavillon du Palais de Tokyo e alla Cité Internationale des Arts\, a Triangle\, New York\, e a Kaus Australis\, Rotterdam. Nel 2008 ha vinto la Borsa per la Giovane Arte Italiana degli Amici del Castello di Rivoli Museo di Arte Contemporanea\, e nel 2022 ha vinto il bando di produzione PAC2021 promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Dal 2018 insegna Scrittura del progetto e Ricerca creativa allo IED di Milano\, e dal 2022 Visual Arts and Curatorial Studies I alla NABA. Ha partecipato a mostre collettive e festival in Italia e all’estero\, esponendo in istituzioni pubbliche e private tra cui: Fondazione Re Rebaudengo\, Torino; Palais de Tokyo\, Parigi; Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea\, Torino; PAC\, Milano; MAMbo\, Bologna; GAMeC\, Bergamo; Mart\, Rovereto; Palazzo delle Esposizioni\, Roma; Dunkers Kulturhus\, Helsingborg; Fondation d’Entreprise Ricard\, Parigi; Accademia di Spagna e Accademia Tedesca a Villa Massimo\, Roma; Villa Arson\, Nizza. Principali mostre personali: Galleria Alessandro De March\, Milano; Galleria Sonia Rosso\, Torino; Centre Culturel Français\, Milano; Castello di Rivoli\, Torino; Istituto Italiano di Cultura\, Parigi; Microscope Gallery\, Brooklyn; Galerie DREI\, Colonia; Joey Ramone Gallery\, Rotterdam. Film festivals e screenings: Filmmaker Doc Festival\, Milano; Impakt Festival\, Utrecht; Italian Cinema London Festival; Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro; Milano Design Film Festival; La Fondazione\, Roma; Triennale di Milano; Macro\, Roma. \nUfficio Stampa\nSTUDIO ESSECI\nVia San Mattia 16\, Padova\nTel. +39.049.663499\nreferente Simone Raddi\nsimone@studioesseci.net\nwww.studioesseci.net
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DESCRIPTION:  \na cura di Chiara Gatti da un progetto di Sandra Gianfreda\, curatrice al Kunsthaus Zürich con Claudine Grammont\, Cheffe du cabinet d’art graphique\, Centre Pompidou \n  \nHenri Matisse è uno dei più grandi artisti  del Novecento\, ma di lui\, paradossalmente\, è ancora trascurata una parte importante di produzione. La figura di Matisse scultore non è\, infatti\, conosciuta nelle pieghe più sottili della sua ricerca. Sebbene la pittura sia sempre rimasta la sua modalità espressiva principale\, il “suo” linguaggio e la forma di indagine del visibile cui si dedicò per tutta la vita\, Matisse condusse in contemporanea una riflessione sulla scultura (e altresì sull’incisione) che fa di lui uno degli artisti più completi del secolo scorso. La sua versatilità ha esplorato varie tecniche simultaneamente\, con curiosità e acuta sperimentazione. 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Attraverso circa 30 sculture e una ventina fra disegni\, incisioni\, oltre a fotografie d’epoca e pellicole originali\, la scultura di Matisse verrà posta in relazione con i soggetti di una vita\, le sue magnifiche ossessioni legate alle forme femminili\, alla ricerca fisiognomica sulle modelle\, alle attitudini e alla plasticità dei volumi. \nSullo sfondo di questa ricerca composita\, ecco allora molte figure uniche\, come Le tiaré\, di cui non esistono stadi differenti\, mentre altre si ripetono a intervalli diversi\, variando e trasformandosi\, come il celebre ciclo di Jeannette (I-V). Da qui l’artista sviluppa infatti un approccio concettuale che può essere descritto come una sorta di metodo di progressione formale. Come in una “metamorfosi”\, che ben spiega il titolo della mostra\, le sue figure evolvono da una trascrizione naturale a una sintesi radicale del dato visivo. \nAnche nella sua pittura – come è stato ampiamente studiato dalla critica in passato – è possibile rilevare tale processo di metamorfosi\, senza però giungere mai a considerare veri e propri cicli di opere come “serie”\, ma piuttosto come frutto di un lungo iter di elaborazione che trova nella scultura e nella grafica\, accostate alla pittura stessa\, strumenti di indagine connessi gli uni con gli altri\, nell’idea di un confine liquido fra tecniche. Ne è un esempio l‘Odalisca del Museo Novecento di Milano\, che trova corrispettivi e relazioni sottili e chirurgiche con disegni e bronzi coevi e di cui la mostra allineerà l’intera sequenza. \nLa mostra è realizzata in collaborazione con Manifesto Expo. \nclicca qui per ascoltare l’audioguida\n  \nDettagli tecnici \nIn collaborazione con Kunsthaus Zürich\, Musée Matisse de Nice \nCatalogo bilingue ita/en: Sole24ore Cultura \nCoordinamento mostra a cura di Rita Moro\, Myrtille Montaud e Manifesto Expo \nTesti di Sandra Gianfreda\, Bärbel Küster \nCon la partecipazione del Museo Archeologico di Nuoro \nMedia Partnership : Radio Monte Carlo – www.radiomontecarlo.net \n  \nUfficio Stampa \nSTUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo Via San Mattia 16\, 35121 Padova Tel. +39.049.663499 \nreferente Simone Raddi\, simone@studioesseci.net www.studioesseci.net \n 
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SUMMARY:Maria Lai e Jorge Eielson . 100mila stelle
DESCRIPTION:a cura di Elisabetta Masala \nda un’idea di Marina Affanni e Chiara Gatti \nin collaborazione con  \nArchivio Maria Lai\, Centro Studi Jorge Eielson Firenze\, Archivio Eielson Saronno \n  \nIl Museo MAN di Nuoro presenta la prima mostra istituzionale dedicata al profondo dialogo intellettuale e affettivo che legò Maria Lai (1919-2013) all’artista peruviano Jorge Eielson (1924-2006). \nSullo sfondo di una Sardegna rurale\, immersi nei luoghi remoti dell’Ogliastra\, due autori straordinari del Novecento intrecciano la loro storia privata con quella espressiva; condividono riflessioni sul mondo e sull’estetica\, siglano opere a quattro mani\, si dedicano vicendevolmente parole e immagini. Le poesie di Jorge suggeriscono a Maria nuove fiabe per i suoi fili. La Sardegna di Maria\, il suo passato arcaico\, le sue fate\, il Mediterraneo\, nutrono i versi di Jorge e quei nodi di stoffa retaggio di una cultura sudamericana che egli porta con sé sull’isola e cuce alle iconografie primigenie della sua terra d’adozione. \nEielson aveva abbandonato il Perù nel 1948 e aveva vissuto a Parigi e in Svizzera\, prima di stabilirsi in Italia nel 1951. A Bari Sardo\, la sua vita si sposa a quella di un altro autore locale\, Michele Mulas\, a sua volta artista e testimone di una amicizia creativa che si dipana fra gli anni Ottanta e Novanta\, tracciando un sentiero di pensieri condivisi su temi lirici e ricorrenti\, come la natura e il cosmo\, la parola e l’amore. \nScrive Elena Pontiggia: «i punti di contatto nel loro lavoro\, del resto\, non mancavano. Lai e Eielson dialogavano entrambi con quella direzione di ricerca dell’arte contemporanea che utilizza come materiale la tela del quadro\, anzi ne erano fra i protagonisti. È una direzione di ricerca che in Italia va dai Sacchi di Burri alle “bende “di Scarpitta\, dalle tele imbevute di caolino di Piero Manzoni a quelle sagomate di Castellani e Bonalumi\, fino ai Volumi di Dadamaino e ai lavori di Simeti\, Mario Surbone e altri ancora. Le sue origini risalgono dunque all’informale soprattutto degli anni Cinquanta e trovano una nuova declinazione alla fine del decennio col gruppo Azimut. Le due stagioni hanno però ideali antitetici: in Burri e in Scarpitta la tela è essenzialmente materia; in Manzoni e compagni è\, per così dire\, antimateria\, è un aspetto di quell’aspirazione al silenzio che percorre il loro lavoro e vuole superare la fisicità e il grido dell’informale. Anche Eielson si serve della tela\, ma con altri intenti ancora. Nelle sue opere ha un valore fondamentale il nodo\, o quipo\, l’antico segno degli Incas\, che simboleggia un centro di energia cosmica e insieme il nucleo primo\, quasi molecolare\, di ogni essere. Già negli Assemblages Eielson aveva usato i tessuti\, che gli suggerivano una riflessione esistenziale. “Mi venne spontaneo inserire [nell’opera] degli indumenti che […] possedevano una precisa realtà esistenziale. E ci sono serie intere di camicie\, blue-jeans\, giacche e pantaloni\, vestiti da donna\, abiti da sera\, scarpe\, calze\, cravatte\, accessori d’ogni genere. […] Trattai questi indumenti in tutte le maniere possibili: strappati\, bruciati\, tagliati\, attorcigliati e finalmente annodati” ha raccontato l’artista». \nIl progetto della mostra\, firmato da Elisabetta Masala\, curatrice del MAN\, contempla una ottantina di opere di Maria Lai e di Jorge Eielson\, alcune delle quali inedite e presentate al pubblico per la prima volta\, rinvenute in collezioni private ad oggi non ancora valorizzate\, oltre che dagli archivi storici di entrambi gli autori. Il percorso si snoda attraverso una narrazione a due voci che vede dipinti\, tele\, sculture e sperimentazioni tecniche di Lai e Eielson dipanarsi per sezioni\, il paesaggio\, la poesia\, le stelle\, le geografie\, nell’idea di restituite l’armonia di un sentire comune e piccoli “nodi” che collegano in sottotraccia le ragioni antropologiche del lavoro di entrambi\, fra il passato dell’isola a quello dei nativi peruviani. \nProiezione in mostra del film di Patricia Pereyra\, Eielson Des-Nudo \nCatalogo bilingue Nomos Edizioni \nTesti critici di Martha Canfield e Marco Benacci\, Elisabetta Masala\, Elena Pontiggia e Carlos Castro Sajami\, Luis Rebaza-Soraluz\, Mariana Rodríguez Barreno \n 
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SUMMARY:Studio Pratha
DESCRIPTION:Studio Pratha è una fucina creativa sperimentale nata nel 2017 da un’intuizione di Graziella Carta\, fondatrice e direttrice creativa del gruppo. Accogliendo ispirazioni di designer visionarie e artiste eclettiche\, Studio Pratha reinterpreta in chiave contemporanea una raffinata tecnica di tessitura dalla storia millenaria\, ormai praticata solo nel borgo di Sarule. \nLa fase esecutiva degli arazzi resta saldamente ancorata al cuore della Barbagia\, dove le maestre tessitrici creano le opere Pratha utilizzando esclusivamente lana di pecora sarda e lavorando sul tradizionale telaio verticale\, totalmente manuale: fedeli a un disciplinare esecutivo estremamente complesso e prezioso\, realizzano solo pochi centimetri di manufatto al giorno\, lavorando a due o quattro mani. \nLa fase creativa varca invece i confini isolani e nazionali\, aprendosi a nuove collaborazioni che portano gli arazzi Studio Pratha in musei e gallerie internazionali. Pur spaziando tra vari stili e ispirazioni\, le opere Pratha si muovono prevalentemente nella dimensione dell’astrattismo con impronta concettuale\, ma non mancano le sperimentazioni in ambito figurativo\, tra cui il recente tributo a Guernica Tessere la Pace\, nato dalla collaborazione con il Museo MAN di Nuoro. \nOggi sui telai Studio Pratha si intrecciano design e alta artigianalità\, in una continua sperimentazione che si inserisce a pieno titolo nel panorama artistico contemporaneo.
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SUMMARY:Odessa Steps
DESCRIPTION: a cura di Giovanni Francesco Tuzzolino e Federico Crimi \ncon il contributo di Paolo De Marco \n  \nin collaborazione con \nPolo Territoriale Universitario di Agrigento_Università degli Studi di Palermo\, \nNational University Lviv Polytechnic\, \nArchivio dello Stato della Regione di Odessa. \n  \nIl Museo MAN di Nuoro ospita\, dal prossimo 3 marzo\, una mostra inedita e importante dedicata alla storia e al mito della scalinata di Odessa\, rinominata dalla cultura popolare la “Scalinata Potëmkin” in seguito alla fortuna del celeberrimo film di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn\, La corazzata Potëmkin del 1925. \nIl progetto originario della scala\, monumentale cerniera di congiunzione fra il mare e la città\, fu siglato\, negli anni trenta dell’Ottocento\, dall’architetto Francesco Carlo Boffo (1796-1867) la cui biografia è rimasta per decenni avvolta nel mistero\, in bilico fra una tradizione orale che lo legava alla Sardegna e nuovi tasselli documentari che la mostra oggi rivela lungo il percorso\, grazie a recenti scoperte d’archivio. \nDopo la mostra dedicata a Picasso e alla genesi di Guernica\, il Museo MAN torna a riflettere su un episodio storico che ha tuttavia una valenza di attualità\, nel contesto del tragico conflitto in Ucraina\, a un anno esatto dal suo inizio. Il gemellaggio con istituzioni ucraine assume\, in quest’ottica\, un valore di sostegno e vicinanza culturale e civile. \nQuella di Francesco Carlo Boffo è una figura di grande interesse\, sia per la sperimentazione architettonica di temi legati allo spazio urbano\, sia per il suo ruolo di interprete della cultura architettonica italiana\, già vivissima fra Russia e Ucraina sin dalla ricostruzione del Cremlino di Mosca nel Rinascimento\, e che ha conferito alla multiculturale Odessa\, crogiolo di varie culture e città cosmopolita oltre che porto franco\, quell’inconfondibile volto classico tradito altresì dalla scelta di un nome greco per la città. \nBoffo si presenta\, dunque\, come l’autore principale di molti spazi pubblici\, di architetture rappresentative e della stessa scalinata simbolo del luogo\, che congiunge la spianata del porto alla Piazza de Richelieu\, lungo un asse ideale che la mostra restituirà attraverso l’esposizione di disegni forniti eccezionalmente dall’Archivio di Odessa\, planimetrie originali in prestito da prestigiosi istituti italiani\, fra cui la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e l’Archivio Storico di Torino\, oltre alla ricostruzione dei disegni e di un modello in scala realizzati grazie alla collaborazione con il Polo Territoriale Universitario di Agrigento dell’Università degli Studi di Palermo. \nIl MAN approfondirà per la prima volta l’opera dell’architetto\, sottolineando l’apporto offerto nella costruzione dell’identità architettonica e urbana di Odessa\, insieme all’affascinante vicenda umana e artistica sospesa fra la leggenda dei suoi natali sull’isola e le reali origini svizzero ticinesi\, terreno fecondo per molti architetti cresciuti poi in Italia e nei suoi centri di cultura accademica\, fortemente legati alla disciplina del progetto. \nMa la storia di Boffo e della “sua” scalinata non poteva non intrecciare quella di una pellicola che ha reso universalmente noto questo panorama agli occhi del pubblico del Novecento\, trasformando un capolavoro dell’architettura dell’Ottocento in un’icona del grande schermo\, complice il montaggio serrato\, violento e drammatico della famosa sequenza di Ėjzenštejn\, scolpita nell’immaginario comune. Nel testo a catalogo del critico cinematografico Roberto Nepoti si legge: «È un segno indiscutibile di iconicità il fatto che la sequenza sia in assoluto la più citata di tutta la storia del cinema\, sia in forma di omaggio sia in forma di parodia\, da parte di innumerevoli emuli del maestro russo. Tanto che\, alla fine degli anni Novanta\, il noto critico Roger Ebert scrisse: “… il famoso massacro sulla scalinata di Odessa è così citato\, che è probabile che molti spettatori abbiano visto la parodia prima dell’originale”». \nAd arricchire la mostra tocca a due dipinti romantici di notevole valore e qualità\, una marina in tempesta di Ivan Konstantinovič Ajvazovskij del 1897\, concessa dal Museo Nazionale di Varsavia\, e un grande porto di Odessa di Rufim Gavrilovitš Sudkovski del 1885\, in arrivo dal Kunstimuseum di Tallin\, in Estonia. Curiosa la presenza di alcuni rari ex voto con scene di brigantini sardi nella baia di Odessa\, prima e durante la guerra di Crimea. \nArchitettura e cinema si alternano lungo tutto il percorso\, ora affondando nell’analisi costruttiva della scalinata\, ora passando in rassegna i fotogrammi di un film che ha fatto scuola e che esalta\, nelle sue stesse riprese\, i dettagli formali della scenografica rampa. Panorami d’epoca e nuove vedute duettano con le soluzioni geniali della regia di Ėjzenštejn al centro della video installazione che ne racconta la genesi. \n  \nCoordinamento \nRita Moro ed Elisabetta Masala \nda un’idea di Tommaso Esca \n  \nCatalogo edizioni Libria\, testi di Viktor Proskuryakov\, Federico Crimi\, \nGiovanni Francesco Tuzzolino\, Paolo De Marco\, Roberto Nepoti \n  \nVideo installazioni a cura di Storyville \nin collaborazione con Cineteca Milano \n  \n  \nUfficio Stampa  \nSTUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo \nVia San Mattia 16\, 35121 Padova \nTel. +39.049.663499 \nreferente Simone Raddi\, simone@studioesseci.net \nwww.studioesseci.net \n 
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SUMMARY:OLIVO BARBIERI
DESCRIPTION:60 fotografie inedite a colori e un wallpaper di grandi dimensioni \nIl 3 Marzo la Fondazione di Sardegna\, in collaborazione con il Museo MAN\, inaugura la mostra Twelve ee h s nine – Dolmen e Menhir in Sardegna di Olivo Barbieri\, a cura di Marco Delogu e Chiara Gatti. \nLa serie inedita dell’artista conclude il suo lavoro nell’ambito della Commissione Sardegna\, un progetto che sostiene il percorso di produzione di opere d’arte contemporanea attraverso la piattaforma AR/S Arte Condivisa\, con lo scopo di aprire una finestra sul territorio\, la storia e le stratificazioni che caratterizzano l’isola\, per mezzo degli sguardi di curatrici e curatori\, artisti e artiste invitati a vivere esperienze di residenza e produzione in Sardegna. \nOlivo Barbieri\, uno dei maggiori artisti e fotografi italiani contemporanei\, è stato invitato dalla Fondazione di Sardegna a rivolgere il suo sguardo all’isola\, a intraprendere tre viaggi nell’arco di due anni\, decifrando una bolla spazio-temporale tra archeologia e immaginario contemporaneo. \nOggetto della ricerca è il patrimonio composto da numerosissimi megaliti\, dolmen e menhir disseminati sull’isola\, secondo logiche ancora non chiare agli studiosi\, osservati nella loro capacità di modificare lo spazio che li circonda. \nBarbieri\, che già negli anni ottanta aveva viaggiato lungamente in Bretagna e a Carnac\, attratto da questi monumenti megalitici\, dal mistero della loro genesi e della loro funzione\, anche se con anni di ritardo e con un certo senso di colpa per aver atteso tanto\, arriva in Sardegna per accostarsi a un patrimonio altrettanto unico\, poco divulgato\, addirittura per molti quasi sconosciuto. \nGuidato dalla sapiente disponibilità di studiosi come l’archeologo Riccardo Cicilloni\, dalle indicazioni degli abitanti del luogo\, da ricercatori e da memorie locali\, Barbieri in Twelve ee h s nine – Dolmen e Menhir in Sardegna restituisce una ricognizione\, una mappatura sensoriale libera e non scientifica dei megaliti\, ma soprattutto racconta come lo spazio intorno a questi sia cambiato\, come il mondo si sia modificato attraverso forme\, stratificazioni e passaggi logici inconsci. \nLe fotografie registrano autentiche situazioni di convivenza e compenetrazione tra passato arcaico\, costruito recente e paesaggio vegetale. \nL’artista ha allargato il suo sguardo dal singolo sito al paesaggio antropizzato\, verso contesti abitati che hanno assorbito i volumi e la storia di questi straordinari oggetti di resistenza\, in uno scenario nuovo\, modificato dal contesto dei reperti e dal loro ascendente\, ispirando nuove immagini e nuove architetture. \nOlivo Barbieri attraverso questa indagine sulla variazione\, con un processo di osservazione chiaro e privo di orpelli linguistici\, ma portando all’estremo le possibilità percettive del vedere\, traccia una geografia immaginaria della Sardegna profonda\, silente e diversa dalla nota bellezza della costa internazionalmente famosa. \nNei suoi viaggi da Dorgali a Laconi\, da Calangianus a Barrali\, esplora percorsi avventurosi fra campi coltivati\, pascoli e paesi alla ricerca di vestigia a volte inghiottite dalla vegetazione o dal cemento per restituirli al presente. \nNel dialogo con Chiara Gatti pubblicato in catalogo Olivo Barbieri dice: «Ho lavorato e riflettuto molto sulla modificazione dello spazio attorno a ogni reperto\, come le epoche siano trascorse sovrapponendo innesti\, strati\, passaggi. È un racconto temporale sincretico…» \nCome scrivono Marco Delogu e Franco Carta nel testo che accompagna la mostra: “le forme della pietra sono intrise dal tempo e Barbieri ne coglie il mistero\, racchiude nell’inquadratura il colore e la luce\, ne esalta la forza estetica\, ne interroga le suggestioni magiche e il valore simbolico-sacrale che da sempre dolmen e menhir evocano nella mente dell’osservatore\, sia esso uno studioso o un profano”. \nIl lavoro di Barbieri è coerente con le produzioni originali della Fondazione di Sardegna realizzate in questi anni\, produzioni il cui obiettivo è raccontare l’isola attraverso la visione dell’arte\, interpellando protagonisti di primaria levatura per restituire un’immagine dell’isola in dialogo con i contesti creativi nazionali e internazionali più dinamici. Da questo dialogo scaturiscono i segni di una Sardegna insolita che\, a volte\, stentiamo a riconoscere. \nAccompagna la mostra un catalogo con 105 fotografie edito da Punctum Press con testi di Andrea Cortellessa\, Riccardo Cicilloni\, Marco Delogu e Franco Carta e un dialogo tra Olivo Barbieri e Chiara Gatti. \nOLIVO BARBIERI \nTwelve ee h s nine – Dolmen e Menhir in Sardegna \nDal 4 marzo al 25 giugno 2023 \nOrario continuato: 10 – 19 | Lunedì chiuso \nUfficio Stampa: UC studio – press@ucstudio.it \nChiara Ciucci Giuliani chiara@ucstudio.it – mob +39 3929173661 \nRoberta Pucci roberta@ucstudio.it – mob +39 3408174090
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SUMMARY:Fading in
DESCRIPTION:Il MAN prosegue l’indagine sui linguaggi del XXI secolo inaugurando la prima di una serie di Project Room\, un nuovo concept espositivo incentrato sull’universo estetico della contemporaneità. Il piano terra del museo sarà concepito come uno spazio poliedrico\, capace di cambiare forma ad ogni progetto con l’obiettivo di farsi portavoce degli artisti di oggi e della loro visione del mondo. \nIl primo appuntamento vede protagonista Massimo Grimaldi con la mostra Fading in\, che propone una selezione di cinque reportage fotografici realizzati tra il 2010 e il 2021. \nLa poetica di Grimaldi si sviluppa in una costante tensione tra etica e estetica. L’artista ha elaborato una modalità di lavoro che prevede la collaborazione sistematica con EMERGENCY\, associazione umanitaria nata con lo scopo di offrire sostegno medico gratuito alle vittime civili delle guerre e della povertà. Dal 2007 l’artista ha partecipato a diversi concorsi con progetti che prevedevano\, in caso di vincita\, la donazione della somma a EMERGENCY e la realizzazione di reportage in luoghi dove l’ONG è attiva. Il caso più eclatante risale al 2009\, quando Grimaldi vince il concorso internazionale MAXXI 2per100 con un progetto che stabiliva di devolvere il 92% del premio di 700.000 euro a EMERGENCY per la costruzione del Centro Pediatrico di Port Sudan e di documentare l’attività dell’ospedale\, dalla sua costruzione fino alla piena operatività. Un approccio che testimonia come Grimaldi rifletta sulla società e intervenga su di essa\, ridiscutendo il ruolo dell’artista. \nIn Uganda è il lavoro principale presentato al MAN. La videoproiezione è frutto di un reportage\, realizzato ad inizio 2021\, che si muove su un doppio livello: da un lato descrive la vita all’interno del Children’s Surgical Hospital della città ugandese di Entebbe\, puntando l’obiettivo sullo staff di EMERGENCY e sui pazienti; dall’altra\, mostra la bellezza umana e paesaggistica di Entebbe\, la penisola che si allunga sulla costa settentrionale del Lago Vittoria\, su cui sorge l’ospedale. Man mano che le immagini scorrono in dissolvenza\, ci si accorge che parlare di reportage è piuttosto riduttivo. Nelle opere di Grimaldi l’aspetto documentativo resta in secondo piano rispetto alla componente affettiva\, che risulta dominante. In questo modo\, i suoi lavori tracciano un filo rosso tra due mondi: a un’estremità c’è il museo in cui le opere vengono fruite\, mentre all’altro capo si trova una realtà che a molti può apparire distante\, ma non per questo è meno vera. \nImmagini di progetti portati avanti in Sudan\, Sierra Leone\, Afghanistan\, nella Repubblica Centrafricana\, si susseguono in mostra sugli schermi di iPad Pro di ultima generazione con una dissolvenza (appunto un “fade in”)\, da cui deriva il titolo della mostra. Come rileva il critico Luca Cerizza “la melanconia che pervade senza tregua il lavoro di Grimaldi nasce da quella dicotomia che l’artista mostra come mai riconciliata\, tra dimensione etica ed estetica dell’arte e\, ancora più specificatamente nel suo caso\, di un’attrazione sensuale verso un mondo di forme e immagini perfette\, iper-definite\, per lo più astratte\, e la consapevolezza che ogni opera d’arte\, rischi di essere schiacciata da un processo di obsolescenza per il quale viene superata – come ogni altro prodotto – da una successiva proposta linguistica\, da un nuovo stile\, dal soddisfacimento\, insomma\, di un nuovo desiderio”. \nL’utilizzo sistematico degli ultimi modelli Apple su cui scorre una sequenza in loop è una prassi consolidata della poetica di Grimaldi. In questo modo\, venendo meno la possibilità (autoimposta) di decidere l’apparenza esteriore delle opere\, è l’artista in prima persona a mettere in discussione il proprio status\, allineandosi all’evoluzione tecnologica e alle sue contraddizioni. Crolla\, così\, l’assunto dell’arte per l’eternità. Il risultato è un lavoro dal destino ineluttabile\, opere che diventano obsolete nel giro di pochi anni\, asservite a una corsa per un progresso tecnico sempre più incalzante. \nFading in è l’occasione per l’uscita di una nuova edizione de I quaderni del MAN\, con un affondo critico di Luca Cerizza che percorre l’evoluzione del lavoro di Massimo Grimaldi dall’inizio della sua ricerca ad oggi. \n\n\n\nBiografia\n\n\nMassimo Grimaldi (Taranto\, 1974) è un artista italiano che vive e lavora a Milano. La sua pratica indaga la natura di ciò che convenzionalmente chiamiamo “arte”\, il modo con cui essa viene percepita\, valutata e capita. La sua ricerca è una continua interrogazione sui criteri della produzione e della circolazione delle immagini\, sul potere e i limiti della speculazione estetica\, sulla possibilità di una sua ridefinizione etica. L’artista ha avuto mostre personali al Castello di Rivoli\, Torino (2009); Museo di Villa Croce\, Genova (2012); Team Gallery\, New York (2011/2013); West\, The Hague (2014); ZERO…\, Milano (2006/2010/2013/2017/2019/2022). Le sue opere sono state presentate anche in numerose mostre collettive\, fra cui Italics a Palazzo Grassi\, Venezia e MCA\, Chicago (2008-2009) e la 50ma Biennale di Venezia (2003). Nel 2009 Grimaldi ha vinto il concorso internazionale MAXXI 2per100\, utilizzando il premio per la costruzione del Centro Pediatrico di EMERGENCY a Port Sudan.
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SUMMARY:APPARTENENZE
DESCRIPTION:L’importante ingresso in collezione dell’opera Madre che cuce di Mario Sironi\, 1905-1906\, frutto di un recente acquisto da parte del museo MAN presso una collezione privata milanese\, rappresenta l’occasione per una presentazione al pubblico delle ultime acquisizioni pervenute sotto forma di acquisto\, comodato o donazione. La mostra allinea le opere all’interno di un percorso che presenta\, per ciascuna di esse\, un approfondimento storico e tematico\, una narrazione che le colloca sullo sfondo della collezione permanente spiegandone il valore e il ruolo all’interno dell’identità stessa della raccolta. \nL’opera di Sironi (1885-1961)\, in particolare\, è accompagnata da un affondo critico a cura di Elena Pontiggia\, massima esperta italiana del maestro\, raccolto fra le pagine di una piccola pubblicazione dossier destinata a inaugurare la nuova collana editoriale del museo\, I quaderni del MAN. \n«Sironi non cerca una scena intimista – scrive Pontiggia – anzi avrebbe potuto sottoscrivere il Manifesto di Saint Cloud di Munch (1899)\, che proclamava: “Non dipingeremo più interni […]\, donne che lavorano a maglia”. Certo\, il suo è un interno\, ma quello che gli interessa è la costruzione volumetrica: la solida figura femminile\, la sedia ben piantata sul pavimento\, i blocchi di colore del tavolo e dei mobili. Semmai si può avvertire un filo di malinconia nella solitudine della madre\, tutta sola nel silenzio della casa. Tuttavia la scena comunica anche il suo senso di dignità e quasi la sua intima approvazione per il dovere compiuto: quella approvazione interiore che\, come Thomas Mann fa dire a Johann Buddenbrook\, “è la felicità più certa che si possa raggiungere sulla terra”. \nLa madre che cuce ha una fortuna critica relativamente recente perché Sironi\, per il suo successivo rifiuto del divisionismo (condiviso da tanta critica negli anni fra le due guerre)\, non la espone mai in vita. La troviamo per la prima volta in una mostra solo nel 1969\, otto anni dopo la sua scomparsa. Il primo a parlarne però è Costantini\, amico di giovinezza e poi parente dell’artista perché ne aveva sposato la sorella Marta. Nel suo Pittura italiana contemporanea\, uscito nel 1934\, il critico ricorda espressamente la Madre che cuce “fra le opere di intensa colorazione”. L’aggettivo può stupire\, perché l’insieme di verdi e di azzurri del quadro si può definire “intenso” per la sua raffinatezza\, ma non certo non per la sua accensione. Sironi non adotta il divisionismo per accentuare gli effetti luministici della composizione\, e non sfrutta il contrasto dei complementari. È vero però che\, rispetto alla sua tavolozza scura degli anni Venti\, La madre che cuce si distingue per una gamma cromatica ben più viva e naturalistica». \nFra gli altri protagonisti della mostra spicca poi Costantino Nivola (1911-1988)\, con una nuova opera Times Square\, datata 1946\, che si unisce a fondi già custoditi dal MAN e che approda in collezione all’indomani di un restauro significativo (a cura di Maria Albai) e che viene ora valorizzata come un unicum nella produzione del maestro\, per le dimensioni monumentali della tela e per la complessità del soggetto newyorchese\, che si allinea alla sua produzione più celebre\, con alcune varianti degne di essere indagate. \nSignificativa la presenza\, lungo il percorso\, di un dialogo fra Maria Lai (1919-2013) e Jorge Eielson (1924-2006)\, in vista di una mostra futura che il MAN dedicherà il prossimo anno al rapporto fraterno instaurato nel tempo fra due grandi nomi del secondo Novecento\, stretto all’epoca del soggiorno in Sardegna dell’artista peruviano. Per l’occasione entrano in collezione due libri cuciti di Maria Lai\, uno distinto dalle sue famose “geografie”\, e un piccolo breviario dal titolo Sono qui\, concessi in comodato dagli eredi. L’archivio Eielson concede invece un grande nodo\, del ciclo Amazzonia\, che rimanda alla simbologia arcaica del “quipu” nell’impero Inca\, il nodo come lingua\, metodo di scrittura e contabilità\, per misurare il tempo nei calendari\, stilare censimenti. \nFrutto di mostre recenti e recenti donazioni\, ecco ancora opere di Edina Altara (1898-1983)\, Vittorio Accornero (1896-1982)\, Salvatore Fancello (1916-1941) e Anna Marongiu (1907-1941)\, oltre alle splendide fotografie dedicate alla Sardegna di Lisetta Carmi (1924-2022)\, accanto a figure di spicco del contemporaneo  come Martí Guixé (classe 1964)\, con le sue opere tessili\, grandi arazzi ispirati alla tradizione e applicati a sedute di design\, Christian Niccoli (classe 1976) con il video ZWEI (Due) prodotto nell’ambito dell’Italian Council\, e Paolo Cavinato (classe 1975)\, reduce dalla mostra Sensorama dove le sue prospettive chirurgiche hanno aperto varchi in uno spazio che non c’è. \nUna sezione a parte\, una mostra nella mostra\, è riservata all’intervento site specific di Giovanni Campus (classe 1929)\, il grande artista sardo\, milanese d’adozione\, che dipanerà negli ambienti del MAN le sue scatole euclidee fatte di composizioni in divenire nel tempo. Camminando fra le sue geometrie\, si percepiscono spazi abitati da grafici irregolari\, quadranti analitici\, piani cartesiani dove rette e segmenti corrono paralleli e si incrociano all’infinito. \nCampus orchestra linee\, ritmi\, perimetri\, spigoli\, misure\, regole ed eccezioni per erigere steccati minimali\, paesaggi sintetici\, un dominio di segni che si inseguono sulle pareti fino a disegnare luoghi tridimensionali dentro i quali lo spettatore si muove come in un quadro astratto\, in un confine liquido fra pittura e architettura. \nLa componente “tempo” è determinante e dà titolo al ciclo di opere Tempo in processo. Fin dagli anni Settanta\, in epoca di concettualismi\, l’artista ha lavorato sull’unità dell’allestimento\, con tavole collegate fra loro in sequenza\, dimostrando così la trasformazione degli elementi modulari – tracce fatte di corda o metallo – nell’arco di una durata prestabilita. L’effetto è completo quando pittura e scultura si integrano creando scenari avvolgenti\, superfici piane proiettate nella terza dimensione. Costruire lo spazio attraverso il disegno\, nel tempo della pratica e del metodo\, è la ricerca che scorre in sottotraccia a tutta la riflessione del maestro fatta di rigore e lirismo. Per Campus la matematica è poesia. \nIl prezioso intervento di Giovanni Campus sarà accompagnato da un dossier della nuova collana editoriale I quaderni del MAN\, con un testo critico a cura di Chiara Gatti.
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SUMMARY:Picasso e Guernica
DESCRIPTION:a cura di Michele Tavola \nDal 23 settembre al 31 dicembre del 1953 Guernica venne esposta nella Sala delle Cariatidi del Palazzo Reale di Milano\, insieme a più di trecento altre opere del maestro spagnolo\, dando forma alla più grande retrospettiva di Picasso mai tenuta in Italia. Successivamente la mostra venne spostata a Roma\, ma in formato ridotto e soprattutto senza Guernica\, che da allora non fece mai più ingresso nel nostro Paese. La Sala delle Cariatidi\, che al momento di accogliere il capolavoro picassiano presentava ancora i segni dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale\, amplificando così il significato dell’opera\, in quell’occasione ospitò anche altre drammatiche composizioni di esplicita denuncia dei disastri della guerra quali il Massacro in Corea e Carnaio. \nOggi Guernica non viaggia più\, non lascia mai la Spagna e la sua sala al Museo Reina Sofía di Madrid. Non tornerà più a Parigi\, dove è stata creata\, commissionata dal governo repubblicano spagnolo per l’Esposizione Universale del 1937\, non tornerà più al MoMa di New York\, dove ha passato buona parte del suo esilio prima di tornare in patria\, e sicuramente non tornerà più in Italia. Settant’anni dopo la storica esposizione al Palazzo Reale di Milano\, il MAN di Nuoro celebra il passaggio italiano di Guernica\, simbolicamente e artisticamente fondamentale per una generazione di artisti\, di critici d’arte e di cittadini italiani. \nL’omaggio nuorese si suddivide in due sezioni principali: l’eco di Guernica nella produzione artistica di Picasso e il racconto della genesi dell’opera attraverso il racconto visivo di Dora Maar\, fotografa e all’epoca compagna dell’artista spagnolo. \nLa prima sezione trova il suo fulcro principale nello straordinario dittico di incisioni intitolato Sueño y mentira de Franco\, vero e proprio contraltare grafico del grande dipinto. Picasso iniziò a incidere la prima lastra nel gennaio del 1937 ma abbandonò presto il lavoro. Nel mese di maggio\, appena dopo il tragico bombardamento della cittadina basca\, portò a termine entrambe le matrici proprio mentre stava eseguendo la monumentale tela\, utilizzando gli stessi studi e le stesse idee. Non si tratta affatto\, però di una versione in formato ridotto del quadro\, ma di un’invenzione originale\, a sé stante\, che prende le mosse dallo stesso pensiero e dallo stesso impeto creativo. Attorno a Sueño y mentira de Franco si raccoglierà una piccola ma significativa serie di incisioni\, disegni e dipinti che afferiscono direttamente alla gestazione di Guernica o che\, per essere stati realizzate nello stesso periodo\, richiamano da vicino stile e temi del celebre dipinto. \nLa seconda anima della mostra ruoterebbe attorno alla straordinaria testimonianza di Dora Maar\, che documentò giorno per giorno\, con le proprie fotografie\, il lavoro di Picasso. Si tratta di una serie di scatti al contempo commoventi e fondamentali per la ricostruzione filologica della creazione di Guernica. Non mancheranno nemmeno immagini scattate nel 1953 da Mario Perroti in occasione della rassegna milanese\, nell’allestimento toccante della Sala delle Cariatidi segnata dai bombardamenti\, situazione tragica che convinse Picasso a esporre il suo capolavoro in quel contesto così affine all’anima del dipinto. \nIl progetto ideale della mostra contemplerà anche una sezione documentale che renderà il percorso di altissima qualità\, completando la narrazione in una ricorrenza che l’Italia è chiamata a celebrare e di cui il Museo MAN di Nuoro si farebbe capofila.
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SUMMARY:SENSORAMA
DESCRIPTION:Lo sguardo\, le cose\, gli inganni\nda Magritte alla realtà aumentata\n \ninaugurazione venerdì 8 luglio ore 18.30 \na cura di Chiara Gatti e Tiziana Cipelletti \ncon il contributo scientifico di Baingio Pinna del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Sassari\, autore del libro La percezione visiva\, il Mulino\, 2021 \nProgetto di allestimento a cura di Denis Santachiara \nCoordinamento di Rita Moro ed Elisabetta Masala \nVideo installazioni a cura di Storyville \n  \nSENSORAMA adotta in modo colto e originale il modello del Museo delle illusioni e affida alle opere di artisti e videomaker contemporanei l’esplorazione della relazione tra Visione e Percezione con l’obiettivo di mostrare la complessità dei fenomeni cognitivi e il “piacere” di essere ingannati. \nL’illusione è la nostra realtà. Perché del mondo\, là fuori\, vediamo il poco che i nostri occhi sono in grado di vedere. “How your eyes trick your mind”\, come gli occhi ingannano la mente\, dicono gli inglesi. Il risultato è una rappresentazione delle cose che non è reale per niente. Tocca al nostro cervello orientarsi fra apparenze ed enigmi. \nChi si occupa di percezione parte da queste premesse\, ma sa di avere alle spalle secoli di discussione filosofica\, da Platone in avanti. La domanda “vediamo davvero la realtà?” è un antico dilemma. Oggi però le neuroscienze possono cominciare a dare una risposta\, studiando gli organi di senso e analizzando la capacità del cervello di interpretare i segnali che questi gli inviano. \nIl museo MAN di Nuoro\, che da sempre si dedica alla ricerca e ai diversi linguaggi del contemporaneo\, inaugura una nuova stagione espositiva che mira a riflettere su alcuni temi sollecitati dal dramma della pandemia e della reclusione: la comunicazione interrotta\, lo sguardo velato dal diaframma di uno schermo\, la lettura delle immagini sottratte alla vista e restituite in una realtà virtuale. Tornare a guardare\, ad allenare gli occhi e a porsi interrogativi sulla verità (o meno) della visione è lo scopo di una mostra che\, partendo da antecedenti storici\, dai padri nobili di una pittura di verità e d’inganno\, come René Magritte e Giorgio de Chirico\, apre lo spettro alle indagini estetiche più recenti in fatto di percezione e autenticità. Ecco allora le fotografie allo specchio di Florence Henri o le tavole ottico-cinetiche di Alberto Biasi\, gli ambienti avvolgenti e conturbanti di Peter Kogler o Marina Apollonio; e ancora\, le sculture anamorfiche di Marc Didou o le performance intese come veri e propri trompe-l’œil umani di Liu Bolin\, l’uomo invisibile. \nIl titolo della mostra SENSORAMA è ispirato al nome di una macchina ideata nel 1957 dal regista statunitense Morton Heilig per testare esperienza sinestetiche nel suo cinema d’esperienza\, al fine di amplificare impressioni\, oltre che sonore con audio stereofonico\, persino tattili\, dinamiche e olfattive. Per vedere la musica è il nome di una sezione riservata a scoprire proprio la sinestesia\, l’automatismo psichico che consiste nell’associare in un’unica immagine due contenuti riferiti a due sfere sensoriali diverse. \nSENSORAMA è tanto cinema\, arte d’artificio per eccellenza\, “fabbrica delle illusioni” fin dal suo esordio e terreno di sperimentazioni visive delle avanguardie. Il percorso della mostra contempla la cinematografia fantastica di George Méliès basata sulla sparizione degli oggetti ottenuta con uno primitivo stop frame e la levitazione di cose e persone con la ripresa a passo uno\, per arrivare alle fantasmagoriche interazioni tra avanguardie artistiche (Léger\, Man Ray\, Picabia\, Cocteau\, Duchamp…) e cinema. Cinema sperimentale appunto che\, facendo suo lo statuto della magia e giocando con inganni e deformazioni percettive\, butta all’aria la nostra “consueta” esperienza del reale. \nI meravigliosi paradossi dell’era digitale. Con l’installazione in realtà aumentata la “non realtà” esce dai suoi confini\, allaga la nostra percezione e dà un accesso a nuovi significati in una visione/versione multilayer. Senza l’impiego di device\, ma grazie all’utilizzo del proprio telefonino (Bring Your Own Device)\, si potrà vivere la fascinazione “intelligente e complessa” di un contenuto a più strati\, indispensabile completamento della visione di un mondo in transizione. \nIl progetto si arricchisce di installazioni site specific\, nel caso per esempio degli interventi studiati ad hoc per il MAN da parte di artisti come Felice Varini\, autore di disegni nello spazio\, monumentali quanto effimeri\, oltre a una stanza magica progetta dal designer Denis Santachiara e una grotta di libri scavati come rocce da impronte di corpi impalpabili realizzata da Marco Cordero. \nSENSORAMA vuole rappresentare insomma il grado zero della percezione\, utile per ripulire lo sguardo\, per tornare a stupirci di fronte ai paradossi della vista\, per ricominciare a osservare le opere con sguardo indagatore\, per avvicinarci alle immagini consapevoli di un limite fluido fra reale e virtuale\, ma pronti ad aguzzare gli occhi per svelare i meccanismi che orchestrano il processo stesso della visione. Un invito a imparare a guardare. Ma\, soprattutto\, a dubitare. \nArtisti \nRené Magritte\, Giorgio de Chirico\, Florence Henri\, Alberto Biasi\, Luigi Mazzarelli\, Peter Kogler\, Felice Varini\, Marina Apollonio\, Denis Santachiara\, Marc Didou\, Peter Miller\, Liu Bolin\, Marco Cordero\, Humans since 1982\, Ole Martin Lund Bø\, Paolo Cavinato\, Cinzia Fiorese\, Marco Di Giovanni\, Kensuke Koike. \nCatalogo Electa con testi di Baingio Pinna\, Chiara Gatti e Tiziana Cipelletti \n  \n  \nUfficio Stampa \nStudio ESSECI di Sergio Campagnolo \ntel. 049.66.34.99 \nReferente Simone Raddi: simone@studioesseci.net \n  \n 
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SUMMARY:CARLO LEVI
DESCRIPTION:CARLO LEVI: TUTTO IL MIELE È FINITO. LA SARDEGNA\, LA PITTURA \na cura di Giorgina Bertolino  \ne il progetto speciale di residenza produttiva di \nVITTORIA SODDU \nOGNI ANDARE È UN RITORNARE \nrealizzato con la Fondazione Sardegna Film Commission \n  \nopen day: venerdì 11 febbraio 2022\, h. 10 – 19 \napertura: 11 febbraio – 19 giugno 2022 \nIl MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro presenta da venerdì 11 febbraio a domenica 19 giugno 2022 la grande antologica di Carlo Levi (Torino 1902 – Roma 1975) che rende omaggio al pittore-scrittore nei 120 dalla nascita\, in occasione degli anniversari dei suoi due viaggi in Sardegna\, compiuti nel maggio 1952 e nel dicembre 1962. La mostra documenta l’intero arco della sua ricerca con 89 opere tra dipinti\, disegni e incisioni\, datate dal 1925 ai primi anni settanta. Si avvale della collaborazione della Fondazione Carlo Levi di Roma e dei prestiti di musei\, collezioni pubbliche e private. È arricchita dal progetto speciale di residenza produttiva che ha visto coinvolta l’artista Vittoria Soddu (Sassari 1986) con un triplice intervento realizzato con la produzione di Fondazione Sardegna Film Commission\, concepito appositamente per il percorso espositivo. \nLa mostra trae il titolo da Tutto il miele è finito\, il libro di Carlo Levi sulla Sardegna edito da Einaudi nel 1964. Il libro è il racconto dei viaggi del 1952 e 1962\, ed è un palinsesto di paesaggi naturali\, culturali\, poetici e politici. La mostra del MAN ricostruisce l’incontro fra l’artista e l’isola\, offrendo l’occasione per immergersi nella sua pittura\, dagli esordi alla maturità. Carlo Levi: tutto il miele è finito. La Sardegna\, la pittura è\, insieme\, una mostra monografica e un’ampia antologica\, articolata sui tre piani del Museo. Dedicata a un protagonista della storia e della cultura italiana del Novecento\, è un invito a ripensarne l’eredità nel presente. \n“La mostra che il MAN di Nuoro ha dedicato a Carlo Levi nel centoventesimo anniversario della nascita indaga aspetti meno conosciuti della sua storia artistica e intellettuale\, in linea con una volontà di ricerca che il museo ha dedicato negli ultimi anni alla riscoperta del proprio territorio – il mondo insulare del mediterraneo italiano – mediante i contributi di artisti e artiste di diversa provenienza e nazionalità che hanno dedicato parte significativa delle loro ricerche alla Sardegna\, in un percorso che dal recente passato arriva sino al lavoro delle più giovani generazioni”\, spiega Luigi Fassi nell’introduzione al catalogo della mostra. \nLa Sardegna \nLe prime sale al piano terra del Museo introducono l’artista con tre autoritratti (fra i quali il celebre Autoritratto con la mano gialla del 1930) e raccontano i suoi viaggi in Sardegna. Carlo Levi arriva per la prima volta nell’isola nel maggio 1952 e vi ritornerà nel dicembre di dieci anni dopo. I suoi resoconti sono pubblicati a puntate su “L’Illustrazione Italiana” e su “La Stampa”\, quindi raccolti in Tutto il miele è finito nel 1964. Le parole si intrecciano alle immagini\, richiamate in mostra da oltre 30 fotografie che ricompongono i paesaggi della Sardegna degli anni cinquanta. Sguardi e obiettivi diversi\, tra istantanee amatoriali e fotografie d’autore\, riconsegnano il fascino dell’isola\, delle sue città\, delle persone\, della natura e della sua storia\, oltre gli itinerari più consueti. \nViene esposto per la prima volta un nucleo di 10 fotografie dell’inedito Album di viaggio di Carlo Levi del 1952. Conservate nel Fondo fotografico della Fondazione Levi di Roma\, le piccole stampe in bianco e nero dell’Album hanno costituito il punto di partenza della ricerca alla base della mostra. A questi materiali preziosi\, disposti in bacheca insieme a libri e documenti\, si affiancano a parete le campagne fotografiche di due celebri autori: 16 fotografie di Federico Patellani (Monza 1911 – Milano 1977)\, scattate in Sardegna nel 1950 – in prestito dal Museo di Fotografia Contemporanea di Milano-Cinisello Balsamo – in parte pubblicate a corredo di Viaggio in Sardegna\, il primo articolo di Levi apparso su “L’Illustrazione Italiana” del giugno 1952; 10 fotografie dell’ungherese János Reismann (Szombathely 1905 – Budapest 1976) del 1959 – in prestito dall’Hungarian Museum of Photography di Kecskemèt – pubblicate nella versione tedesca diTutto il miele è finito (Aller Honig geht zu Ende. Tagebuch aus Sardinien) edita nel 1965. \nIntroducendo Tutto il miele è finito nel 1964\, Carlo Levi paragonava il suo libro a un ritratto: “Così\, questo scritto\, che non è né un saggio\, né un’inchiesta\, né un romanzo\, ma un semplice\, laterale capitolo di quella storia presente che tutti viviamo\, o scriviamo\, in noi e fuori di noi\, mi sembra possa assomigliarsi piuttosto a un ritratto\, a un tentativo\, soltanto accennato e parziale\, di ritratto di una persona conosciuta nel tempo\, il cui viso racconta e comprende\, oggi\, i diversi momenti della sua storia. È\, questa persona\, soltanto la Sardegna?”.  \nCome spiega la curatrice\, Giorgina Bertolino “il progetto della mostra inizia dalla rilettura di Tutto il miele è finito\, un paesaggio-scritto che coinvolge e implica il corpo dell’artista\, l’esperienza fisica sul terreno\, il contatto con un passato amalgamato al suolo del presente\, l’ascolto dei suoni\, dei canti e delle voci delle persone. Tutto il miele è finito è un libro-paesaggio\, della specie di quelle letture che oggi raccogliamo intorno alle nozioni capienti di antropologia del paesaggio e di ecologia della cultura. Oltre l’idea di un paesaggio pacificato\, cristallizzato dalle retoriche della bellezza\, i paesaggi sardi di Carlo Levi conservano intatta la loro capacità dinamica\, cognitiva\, politica”. \n  \nLa pittura \nL’antologica ripercorre le stagioni della pittura di Carlo Levi\, a cominciare dagli esordi. Al primo piano\, i dipinti datati dal 1925 al 1930 mostrano le città del giovane Levi: Torino\, dove è nato\, Parigi e Alassio\, in Liguria\, dove la sua famiglia possiede una casa sulla collina: qui è ambientato Aria\, un dipinto del 1929 appartenente alle collezioni della GAM\, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino. I quadri documentano la sua formazione di artista europeo e l’intenso dialogo con l’arte francese; ricompongono la cerchia familiare (con Padre a tavola del 1926\, Figura estrusca del 1929 e Due signore del 1930\, in prestito dalla Fondazione Levi) e l’ambito delle amicizie. \nLe opere al secondo piano ripercorrono le stagioni successive\, dai primi anni trenta agli anni settanta\, seguendo l’evoluzione della “grafia ondosa”\, l’inconfondibile cifra stilistica che anima gli autoritratti e i ritratti (è il caso di Leone Ginzburg del 1933)\, i paesaggi (il Paesaggio di Alassio del Museo Novecento di Firenze) e le nature morte (Natura morta con pane francese del Patrimonio artistico del Gruppo Unipol). \nLa pittura di Carlo Levi è un diario\, una biografia: le sue opere parlano del confino in Lucania (con La strada alle grotte del 1935\, La fossa del Bersagliere e La Santarcangelese del 1936\, in prestito dal Museo Nazionale di Matera\, Palazzo Lanfranchi); raccontano della guerra\, della Liberazione (con l’Autoritratto del 1945 della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma) e così degli incontri\, delle persone amate (Ritratto di Linuccia Saba\, 1944-1945\, Collezione RAI\, Sede regionale Friuli Venezia-Giulia di Trieste) dei luoghi\, le case\, i giardini\, gli alberi\, raffigurati nel ciclo dei Carrubi dei primi anni settanta. Tutto per Carlo Levi è ritratto: il genere canonico della storia dell’arte è per lui uno strumento di conoscenza\, affettivo ed empatico. \nLa sala che chiude l’antologica presenta\, per la prima volta in Italia\, 12 carte appartenenti al ciclo della cecità\, un nucleo di disegni del 1973 realizzati in parallelo alla scrittura del Quaderno a cancelli\, pubblicato dopo la scomparsa. In questi disegni nati dal buio\, mentre è convalescente da un’operazione agli occhi\, Carlo Levi si immerge nelle profondità dell’inconscio e della memoria\, esplorando il proprio immaginario. \n  \nVittoria Soddu: ogni andare è un ritornare \nIl progetto speciale di Vittoria Soddu (Sassari 1986) è una rilettura nel presente di Tutto il miele è finite\, una pratica contemplativa del paesaggio ispirata dalla narrazione di Carlo Levi. Trae il titolo da una frase in apertura del libro: “Qui nella contemporaneità si sono mescolate le carte; qui nell’isola dei sardi ogni andare è un ritornare”. \nIl progetto è composto da tre lavori concepiti appositamente per la mostra. Il percorso inizia dal tratto dell’acquerello che anima la metamorfosi della donna in cornacchia nell’installazione video Back to back. Il video\, in una delle sale del piano terra\, anticipa l’eco del racconto suggerito nella traccia sonora Orune al secondo piano\, una rielaborazione di materiali d’archivio con la voce di Levi stesso e field recordings. Al terzo piano\, il lavoro più corale: Ogni andare è un ritornare restituisce in una forma filmica\, dalla forte matrice performativa\, la lettura dell’opera di Levi in dialogo con il territorio e la sua comunità oggi. \nIl libro di Carlo Levi\, racconta Vittoria Soddu\,“Invita a percorrere dei centri concentrici accompagnandoci da un capo all’altro dell’isola\, a volte sovrapponendo accadimenti e sensazioni. È un testo che porta a non ricercare una rigida consequenzialità degli eventi; per accedere alla sua essenza labirintica è necessario accogliere questa impossibilità di tracciare una narrazione logica\, con una sua cronologia cristallina”. \n“La scelta di Vittoria Soddu\, artista che lavora nel campo ibrido fra performance\, moving image e sound sculpture è guidata da un approccio più sperimentale di raccordo con il pubblico. Il nostro team di produzione si è messo al servizio del percorso creativo di un’artista così innovativa secondo un principio di accostamento\, sovrapposizione e contaminazione di linguaggi diversi. Una sfida per i futuri format\, da sperimentare con i nuovi spettatori e le nuove piattaforme\, creando insieme una nuova visione di Sardegna”\, spiega Gianluca Aste\, presidente di Fondazione Sardegna Film Commission. \nLa mostra è accompagnata da un importante catalogo edito dal MAN con la Società Editrice Allemandi. Introdotto da Luigi Fassi\, il volume propone un ampio corredo iconografico con le tavole a colori delle 89 opere esposte in mostra\, le fotografie dell’Album di viaggio di Carlo Levi\, i bianchi e neri di Federico Patellani e János Reismann e documenti d’epoca. La ricca sezione dei testi approfondisce il rapporto tra Levi e la Sardegna\, con una antologia selezionata dei suoi primi articoli e attraverso i saggi critici di Giorgina Bertolino\, Francesca Congiu\, Valeria Deplano\, Elisabetta Masala e la conversazione tra Vittoria Soddu e Nevina Satta\, Micaela Deiana\, Marco Piredda della Fondazione Sardegna Film Commission. \n  \nCONTATTI PER LA STAMPA \ninfo@museoman.it \n+39.0784.252110 \nhttps://drive.google.com/drive/folders/1gQ9Kr2SgfglQfmGE8IkOfuUkMwSNNDjd?usp=sharing \n 
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SUMMARY:Sonia Leimer
DESCRIPTION:Il progetto Via San Gennaro è vincitore della quarta edizione dell’Italian Council (2018)\, concorso ideato dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane (DGAAP) del MiC-Ministero della Cultura per promuovere l’arte contemporanea italiana nel mondo\, finanziando nuove opere di alcuni dei più significativi artisti italiani in collaborazione strategica con istituzioni museali italiane e internazionali. In questa occasione il MAN ha sviluppato un percorso di sostegno a Sonia Leimer in partnership con l’International Studio & Curatorial Program (ISCP) di New York – uno dei più affermati incubatori di produzioni innovative di arte contemporanea a livello globale – dove il progetto è stato presentato in anteprima dal settembre 2019 al gennaio 2020 a cura di Kari Conte e Luigi Fassi.  \nVia San Gennaro è l’esito di una residenza intensiva di diversi mesi dell’artista a New York. Nel corso del soggiorno Sonia Leimer ha condotto una ricerca sulle memorie italiane di Little Italy a Manhattan\, quartiere newyorchese simbolo della storia della migrazione italiana negli Stati Uniti\, in particolare dalle regioni meridionali e mediterranee\, crocevia di destini individuali e collettivi tra il Novecento e il nuovo millennio. \nArticolata in opere scultoree\, video e disegni\, la mostra è una ricognizione di un insieme di tracce\, fenomeni e sedimenti urbani capaci di raccontare le trasformazioni di Little Italy assieme all’inesorabile sparizione delle memorie italiane. La mostra prende titolo dalla celebrazione della Festa di San Gennaro che ha luogo ogni anno a settembre a Little Italy dal 1924. \nLa mostra è accompagnata da un ampio catalogo edito con ISCP e Mousse Publishing e corredato da saggi critici di Alessandra Cianchetta\, Kari Conte e Luigi Fassi.
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SUMMARY:Vittorio Accornero – Edina Altara
DESCRIPTION:Gruppo di famiglia con immagini\, mostra curata da Luca Scarlini e dedicata a Vittorio Accornero de Testa (Casale Monferrato\, 1896 – Milano\, 1982) e Edina Altara (Sassari\, 1898 – Lanusei\, 1983) vuole riportare l’attenzione sull’operato dei due artisti e illustratori\, indagando le complesse vicende biografiche e creative che li hanno visti uniti a partire dalle loro prime opere individuali degli anni Venti sino agli anni Ottanta del Novecento. \nIn questa occasione e con il contributo importante di un gruppo di scenografi attivi con il Teatro di Sardegna – Loïc Hamelin\, Sabrina Cuccu e Sergio Mancosu – il MAN si trasforma in un libro di fiabe\, un caleidoscopio di immagini d’eleganza novecentesca. Va in scena la fiaba di due artisti sospesi tra la Sardegna\, l’Italia continentale e il mondo. La mostra è un racconto della fiaba di Edina e Ninon scandito in capitoli nelle sale della mostra\, tra i territori della grafica – come nel caso delle immagini per il transatlantico Rex\, e l’invenzione di oggetti tra design e architettura – gli specchi di Edina e le rivisitazioni architettoniche neo-rococò di Accornero in Piemonte. \nLa mostra è accompagnata da un importante catalogo edito dal MAN con Silvana Editoriale e corredato da saggi critici di Luigi Fassi\, Luca Scarlini\, Pompeo Vagliani\, Silvia Mira\, Lauretta Colonnelli\, Aurora Fiorentini\, Giorgia Toso e Federico Spano.
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SUMMARY:Lisetta Carmi
DESCRIPTION:Il MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro presenta una grande antologica dedicata a Lisetta Carmi (Genova\, 1924)\, tra le più significative protagoniste della fotografia italiana del secondo dopoguerra.La mostra “Lisetta Carmi. Voci allegre nel buio. Fotografie in Sardegna 1962-1976” è curata da Luigi Fassi e Giovanni Battista Martini e si inserisce nell’ambito della ricerca condotta dal MAN sulla relazione tra i grandi fotografi italiani e la Sardegna; un dialogo estetico che vede nella retrospettiva dell’anno scorso sull’opera di Guido Guidi il suo precedente interlocutore.La rassegna porta alla luce un capitolo inedito della fotografia di Lisetta Carmi\, quello dedicato alla Sardegna\, riunendo centinaia di scatti in bianco e nero realizzati tra il 1962 e il 1976 durante numerosi e ripetuti soggiorni nell’isola.Completa il percorso espositivo una serie inedita di diapositive a colori che ritraggono i paesaggi dell’entroterra sardo\, con boschi\, fiumi e laghi colti nella loro dimensione più arcana ed evocativa.Due sezioni della mostra sono poi dedicate alla serie de I Travestiti (1965-1971) e agli operai di Genova – porto  (1964).La prima è l’esito degli anni di frequentazione dedicati da Lisetta Carmi alla comunità dei travestiti di Genova\, relegata ai margini della società\, condividendo con empatia un quotidiano che contrappone alla marginalizzazione sociale momenti di vita in comune.La seconda è l’esito di un servizio fotografico del 1964 sui lavoratori del porto del capoluogo ligure\, realizzato con l’obiettivo di denunciare le durissime condizioni del lavoro.La mostra è accompagnata da un ampio catalogo monografico edito da Marsilio e corredato da saggi critici di Etienne Bernard\, Nicoletta Leonardi\, Giovanni Battista Martini e Luigi Fassi.Da martedì 19 gennaio 2021 a domenica 20 giugno 2021\, il MAN di Nuoro presenta inoltre il progetto espositivo D’oro e verderame\, una selezione di opere tratte dalla collezione permanente del museo. \n 
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SUMMARY:Il regno segreto
DESCRIPTION:Il Museo MAN di Nuoro riapre al pubblico\, dopo aver disposto tutte le misure necessarie a garantire la sicurezza sanitaria dei visitatori e dello staff dell’Istituzione.\n\nLa mostra Il regno segreto. Sardegna-Piemonte: una visione postcoloniale\, a cura di Luca Scarlini\, che avrebbe dovuto inaugurare lo scorso 13 marzo\, è pronta ad accogliere i visitatori da venerdì 29 maggio e sarà visitabile sino a domenica 15 novembre 2020. \nAttraverso il lavoro di artisti\, musicisti e intellettuali\, la rassegna rappresenta un’ampia e articolata indagine storiografica e culturale che rivela la relazione tra Sardegna e Piemonte\, dal 1720 agli anni Sessanta del Novecento\, raccogliendo una varietà di opere d’arte\, documenti\, manufatti\, testi letterari\, illustrazioni\, ceramiche\, fotografie e spartiti musicali\, provenienti da prestigiose istituzioni italiane.Completa la mostra una sezione dedicata all’animazione curata da Fondazione Sardegna Film Commission che\, in collaborazione con il MAN\, ha sviluppato quattro format sperimentali di corti d’animazione dedicati agli illustratori sardi attivi in Piemonte nel Novecento.La mostra svela un volto inedito del Regno di Sardegna\, un regno segreto\, ricco di storie non ancora esplorate e fatto di prolifici incontri e grande mobilità\, narrato per lo più in termini polemici dalla storiografia sarda e con numerosi equivoci da quella piemontese.La relazione tra le due regioni iniziò infatti nel 1720\, quando l’isola divenne sabauda\, e da allora gli scambi e le transazioni culturali tra i due territori si intensificarono sempre più\, determinando un’epoca di movimenti di persone\, oggetti e idee che cambiò profondamente il destino di Sardegna e Piemonte e avrebbe contribuito alla costituzione del Regno d’Italia e allo sviluppo di una cultura nazionale.  \nLa mostra è corredata da un ampio catalogo monografico edito da Ilisso che raccoglie saggi inediti appositamente commissionati a importanti autori e scrittori sardi e piemontesi quali Marcello Fois\, scrittore\, commediografo e sceneggiatore\, Gianni Farinetti\, scrittore\, sceneggiatore e regista\, Maria Paola Dettori\, storica dell’arte\, Luciano Marrocu\, storico e scrittore\, e Luigi Fassi\, direttore del MAN.
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SUMMARY:Kiluanji Kia Henda
DESCRIPTION:Il MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro presenta\, da venerdì 31 gennaio a domenica 1 marzo 2020\, la prima grande mostra personale in un museo europeo dedicata a Kiluanji Kia Henda (Luanda\, Angola\, 1979)\, uno dei più significativi artisti e attivisti di origine africana nello scenario dell’arte contemporanea.Something Happened on the Way to Heaven è una mostra curata da Luigi Fassi\, direttore del MAN\, prodotta ad hoc per il museo di Nuoro che in collaborazione con la Fondazione Sardegna Film Commission ha invitato l’artista a soggiornare sull’isola e a offrire il proprio sguardo estetico sulla Sardegna. Il progetto ripropone una modalità di invito-residenza già attivato lo scorso anno con l’artista franco-ivoriano François-Xavier Gbré e prosegue una linea di ricerca avviata dal MAN sulla scena artistica africana contemporanea. \nSomething Happened on the Way to Heaven presenta una serie di opere scultoree e installative realizzate ex-novo da Kiluanji Kia Henda durante il soggiorno sull’isola\, accanto a lavori fotografici precedentemente prodotti. Nelle opere di nuova produzione le bellezze paesaggistiche della terra sarda si fondono con le tracce architettoniche della Guerra Fredda e delle basi militari ancora presenti sull’isola. \nIl progetto espositivo sarà poi presentato dal MAN all’interno degli spazi espositivi della Galerias Municipais di Lisbona nel mese di ottobre 2020. \n  \n 
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SUMMARY:Anna Marongiu
DESCRIPTION:Da venerdì 8 novembre 2019 a domenica 1 marzo 2020 il Museo MAN di Nuoro presenta\, la prima retrospettiva museale di Anna Marongiu (Cagliari 1907 – Ostia 1941)\, curata da Luigi Fassi. \nLa mostra rappresenta un’importante tappa della ricerca del MAN sull’arte del Novecento sardo e italiano. \nIl percorso espositivo si sviluppa attorno tre cicli di illustrazioni dedicati a capolavori della letteratura realizzati da Marongiu tra il 1926 e il 1930: la serie completa delle tavole di Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare (1930)\, le illustrazioni de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni (1926) e le tavole de Il Circolo Pickwick di Charles Dickens (1929). Quest’ultimo lavoro\, composto da 262 tavole realizzate a inchiostro e acquerello\, costituisce il cuore della retrospettiva: in prestito dal Charles Dickens Museum di Londra è oggi\, a novant’anni dalla sua realizzazione\, per la prima volta visibile in un museo. \nAnna Marongiu\, prematuramente scomparsa in un incidente aviatorio a Ostia\, è una delle figure più originali e al tempo stesso dimenticate della scena artistica sarda della prima metà del Novecento. Dopo gli studi a Roma e la frequentazione dell’Accademia Inglese nella capitale\, Marongiu intraprese un percorso artistico che ha attraversato con grande capacità di sperimentazione molteplici tecniche come il disegno\, la penna\, l’acquaforte\, l’olio\, il bulino. Il suo registro linguistico\, caratterizzato da una forte espressività del segno\, si muove tra l’umoristico e il drammatico\, il comico e il mitologico\, trovando originalità e vigore in tutte le tecniche da lei adoperate. L’esposizione dedicatale nel 1938 dalla Galleria Palladino di Cagliari fu una delle prime mostre personali di un’artista donna in Sardegna e contribuì all’ulteriore affermazione dell’artista sulla scena nazionale\, che nel 1940 parteciperà alla Mostra dell’incisione italiana moderna a Roma. \nLa mostra è arricchita da un breve film sull’artista\, realizzato da MAN e Film Commission Sardegna in collaborazione con il Charles Dickens Museum con la regia di Gemma Lynch. \nAccompagnerà la mostra un catalogo edito da Marsilio Editore. \n  \n 
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SUMMARY:L'ombra del mare sulla collina
DESCRIPTION:Da venerdì 8 novembre 2019 a domenica 12 gennaio 2020\, il MAN di Nuoro presenta\, in parallelo con la retrospettiva di Anna Marongiu\, la mostra L’ombra del mare sulla collina\, una preziosa selezione di opere tratte dalla collezione permanente del museo\, a cura di Luigi Fassi ed Emanuela Manca. \nL’esposizione offre un’inedita lettura della collezione del MAN\, raccontando in modo nuovo più di un secolo di arte in Sardegna attraverso un variegato corpus di disegni\, pitture e sculture. Il percorso ricostruisce le vicende artistiche del Novecento sardo attraverso alcune delle opere più rappresentative della collezione e prosegue fino al presente instaurando uno stretto dialogo con diversi autori contemporanei. \nÈ un’opera di Mauro Manca a dare il titolo alla mostra\, scelta in ragione del netto spartiacque che essa segna tra le esperienze figurative e quelle astratte: unanimemente ritenuta il passaggio cruciale per l’apertura\, nel secondo dopoguerra\, degli orizzonti dell’arte moderna in Sardegna\, L’ombra del mare sulla collina dell’artista sassarese è lo snodo intorno a cui ruota l’intero progetto espositivo. \nLa mostra racconta l’eterogeneità della storia artistica sarda\, innesta tra loro mondi e stili diversi\, tradizioni e sperimentazioni\, e svela le nuove acquisizioni di Aldo Contini e Mario Paglietti.\n \nTra gli artisti in mostra si annoverano alcune delle figure chiave per l’elaborazione dei diversi canoni espressivi che hanno caratterizzato la scena artistica sarda dal Novecento a oggi: Edina Altara\, Antonio Ballero\, Alessandro Biggio\, Giuseppe Biasi\, Giovanni Campus\, Teodorico Cavallazzi\, Cristian Chironi\, Francesco Ciusa\, Giovanni Ciusa Romagna\, Aldo Contini\, Mario Delitala\, Francesca Devoto\, Salvatore Fancello\, Dino Fantini\, Gino Frogheri\, Vincenzo Grosso\, Caterina Lai\, Maria Lai\, Mauro Manca\, Melkiorre Melis\, Wanda Nazzari\, Costantino Nivola\, Mario Paglietti\, Bernardino Palazzi\, Rosanna Rossi\, Giacinto Satta\, Vincenzo Satta\, Tona Scano\, Antonio Secci.\n  \n  \n 
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SUMMARY:Guido Guidi In Sardegna: 1974\, 2011
DESCRIPTION:Il MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro ospita\, da venerdì 21 giugno a domenica 20 ottobre 2019\, la prima grande mostra in un museo italiano dedicata a Guido Guidi (Cesena\, 1941)\, uno dei più significativi protagonisti della fotografia italiana del secondo dopoguerra. Guido Guidi – IN SARDEGNA: 1974\, 2011 è una mostra curata da Irina Zucca Alessandrelli e coprodotta dal MAN in collaborazione con ISRE\, Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna. La mostra presenta 232 fotografie inedite che testimoniano la relazione di Guido Guidi con il territorio sardo\, ripreso una prima volta nel 1974 e successivamente nel 2011\, anno di una importante committenza da parte dell’ISRE.L’esposizione costituisce a un tempo un racconto antropologico e paesaggistico dei cambiamenti occorsi nell’isola nel corso di quattro decenni e un percorso di ricerca sul medium della fotografia che pone in dialogo immagini in bianco e nero degli anni Settanta e opere a colori degli anni Duemila.Le opere esposte\, ristampate dall’artista in occasione della mostra\, sono documentate in un catalogo in tre volumi in cofanetto pubblicato da MACK Books\, editore londinese di fotografia contemporanea d’autore.
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SUMMARY:Sweets of Sin - Le dolcezze del peccato
DESCRIPTION:  \nGavoi\, Museo del Fiore Sardo \n  \nNell’ambito del Preludio del Festival Letterario “Isola delle Storie” \nOpening domenica 16 giugno 2019\, h. 19.00 \nFino al 7 luglio 2019 \n  \nIn occasione della 16esima edizione del “Festival Letterario Isola delle Storie” di Gavoi\, il MAN è lieto di presentare la mostra Sweets of Sin – Le dolcezze del peccato di Miroslaw Balka\, a cura di Luigi Fassi. \nUna delle figure più note della scena artistica europea e internazionale\, l’artista polacco Miroslaw Balka ha posto al centro del prorio lavoro temi storici e sociali in rapporto della memoria collettiva\, con una particolare attenzione alle vicende europee e ad eventi autobiografici. Le sue opere indagano il ruolo della figura umana mediante sculture e create con materiali comuni che ne evocano la presenza in forma simbolica\, rappresentando stanze\, fontane\, letti\, sedute.    \nNell’opera scultorea del 2004 intitolata 250 x 280 x 120 (Sweets of Sin) – una fontana di whiskey –  Balka mette in scena una riflessione sulla figura di James Joyce (1882-1941)\, rivoluzionario scrittore irlandese del XX secolo\, con il quale l’artista polacco si è a lungo confrontato negli anni\, alla ricerca delle ragioni del reciproco fare artistico e di somiglianze biografiche\, quali ad esempio una matrice culturale segnata per entrambi da un’educazione fortemente cattolica. \nNella sua capacità di unire tra loro elementi alti (il fluire del liquido come immagine del flusso di coscienza\, tecnica narrativa principale della letteratura di Joyce) e bassi (il corpo\, il suo stordimento alcolico e le sue secrezioni)\, 250 x 280 x 120 (Sweets of Sin) commenta e interpreta l’opera di Joyce mediante una sua evocazione sovversiva\, umoristica e quasi astratta. Miroslaw Balka ha creato con quest’opera un omaggio non solo all’immortale figura letteraria di Joyce ma anche ai paradossi dell’esistenza\, alle cadute e alle rinascite che caratterizzano la vita di ogni ciascuno nel mondo\, affidando così all’arte un messaggio di empatia e redenzione universale.
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SUMMARY:Allori senza fronde
DESCRIPTION:  \nA cura di Aberto Salvadori e Luigi Fassi \nIn due intensi decenni di mostre e progetti artistici\, il punto di forza del MAN è stato quello di aver saputo proporre al proprio pubblico un programma espositivo variegato\, imprevedibile e sempre mutevole. Se l’attenzione alla ricerca artistica contemporanea rimane uno snodo centrale dell’attività dell’istituzione\, il MAN negli anni ha tuttavia indagato con attenzione e originalità i percorsi e gli sviluppi dell’arte moderna occidentale. L’intenzione del museo è infatti accompagnare i visitatori in un viaggio di conoscenza dove emerga con forza la continuità che lega tra loro le diverse esperienze artistiche succedutesi nei secoli che hanno scritto la storia dell’arte moderna e contemporanea. \nAllori senza fronde presenta per la prima volta al pubblico italiano un affascinante esplorazione del laboratorio artistico di Pierre Puvis de Chavannes\, artista protagonista dell’arte francese tra Otto e Novecento e la cui attività ha influenzato con forza lo sviluppo artistico delle generazioni che lo hanno seguito\, come testimonia la continua ammirazione tributatagli da Paul Cézanne\, Paul Gauguin\, Vincent Van Gogh\, George Seurat e Henry Matisse. \nComposta da prestiti provenienti da collezioni private e pubbliche\, la mostra presenta una selezione di opere su carta e dipinti di un artista fondamentale della fine del XIX secolo. \nPierre Puvis de Chavannes nacque a Lione\, in Francia\, nel 1824\, il più giovane di quattro figli di una famiglia discendente dalla nobiltà della Borgogna. Interrotti gli studi in ingegneria in seguito alla morte della madre e a una lunga malattia\, Puvis trascorse un lungo soggiorno in Italia per ritrovare la salute. \nQuest’esperienza italiana\, assieme all’incontro con le opere di Giotto e Piero della Francesca\, ebbe una profonda impressione su Puvis\, che decise di dedicarsi interamente all’arte dopo il suo ritorno a Parigi nel 1848. Puvis cominciò a lavorare negli studi di Henri Scheffer\, Eugène Delacroix e Thomas Couture\, rifuggendo la formazione artistica convenzionale e dipingendo da solo nel suo studio. Il suo interesse per i grandi temi eroici e l’immaginario classico portò Puvis a intraprendere la pittura murale\, considerata a quel tempo la suprema ambizione per tutti i pittori realisti più ambiziosi. \nDurante la sua carriera di quattro decenni\, Puvis cercò costantemente di perfezionare un’estetica classica e altamente decorativa. L’artista francese sviluppò un’originale palette di tonalità opache e sbiancate\, dipinte in modo da infondere alle sue figure solidità e carattere. La sua padronanza emerge in composizioni finemente calibrate che accrescono ulteriormente il suo realismo etereo e prestano alle sue figure una solitudine essenziale. Svincolato da movimenti e categorie condivise\, Puvis\, come emerge dalla mostra\, si muove tra simbolismo e verismo\, disegni e olii su tela\, schizzi e bozzetti\, alla ricerca di un riscatto della dignità umana che affonda le sue radici nella cultura umanistica del Rinascimento italiano. È proprio a partire da quello straordinario capitolo della storia italiana che meglio si può comprendere l’opera di Puvis de Chavannes\, un artista che ci invita a guardare al nostro tempo attraverso il filtro della lenta sedimentazione della cultura nei secoli. \nLa mostra è accompagnata da un catalogo edito da Marsilio con testi di Louise D’Argencourt (storica dell’arte\, ex curatrice National Gallery of Canada\, Ottawa)\, Bertrand Puvis de Chavannes (storico dell’arte\, presidente del Comité Puvis de Chavannes) e dei curatori. \n 
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SUMMARY:Personnages
DESCRIPTION:  \na cura di Luigi Fassi  \n“Personnages” è la prima retrospettiva museale dedicata all’ artista franco – palestinese Maliheh Afnan (Haifa\, 1935 – Londra\, 2016). Figura ancora poco noto al pubblico dell’arte\, in cinque decenni di intensa attività Afnan è stata diasporica testimone degli sconvolgimenti e dei destini che hanno caratterizzato il mondo del Medioriente mediterraneo. \nIl titolo della mostra prende ispirazione dalla un’evocativa serie di disegni\, Personnages\, realizzati nel corso di diversi anni ed eseguiti da Afnan in tecnica mista\, in cui compaiono una successione di volti e di figure umane. \nLe rappresentazioni all’interno delle opere simulano una folla di presenze fantasmatiche attraverso cui l’artista restituisce frammenti della propria esperienza nel travagliato percorso degli eventi mediorientali novecenteschi. Ogni opera racconta un volto\, una possibile memoria e una storia dimenticata\, alludendo allo sradicamento dalla propria cultura e identità come dimensione non solo storica ma anche esistenziale del destino umano.  \nIl percorso espositivo presentato al MAN è caratterizzato da una serie di lavori dal carattere enigmatico eseguiti dall’artista su tipologie di supporti diversi e mediante differenti tecniche tra cui velature\, combustioni e rilievi in gesso. \nIn mostra sono inoltre presenti anche due opere degli anni settanta\, cartoni soggetti a un processo di combustione che allud al coevo dramma della Guerra civile in Libano\, e un’installazione\, costruita servendosi di antichi libri Bahá’í\, culto religioso fondata da Bahá’u’lláh nel XIX secolo e alveo culturale di appartenenza della famiglia di Afnan. \nConclude il percorso una vetrina che presenta una selezione di sketch e disegni in piccolo formato. \nDa questi bozzetti emerge un aspetto che percorre sottotraccia tutto il lavoro dell’artista\, la percezione del tragico come indissolubile dalla dimensione dello humour e dell’ironia. \nNata in Palestina da genitori persiani di tradizione religiosa Bahá’í\, Afnan ha trascorso un’esistenza diasporica\, dalle sponde mediterranee della Palestina e del Libano agli Stati Uniti\, dal Kuwait alla Francia e all’Inghilterra. \nSono proprio gli avvenimenti storici e sociali dagli anni quaranta in poi in Medio Oriente a caratterizzare il percorso artistico dell’artista\, testimone degli eventi traumatici di quei decenni\, come le devastazioni della Guerra civile in Libano. \nL’intero progetto è accompagnato da un catalogo monografico edito da Arkadia di Cagliari\, con testi di Sussan Babaie (docente di storia dell’arte dell’Iran e dell’Islam presso il Courtauld Institute of Art di Londra)\, Rose Issa (storica dell’arte mediorientale\, Londra) e Luigi Fassi. \n 
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SUMMARY:Il segno e l’idea
DESCRIPTION:  \nA cura di Emanuela Manca e Luigi Fassi  \nIn sintonia con l’intero progetto curatoriale e le tematiche affrontate con “Personnages” e “Allori senza fronde” il MAN propone circa venti opere appartenenti alla collezione permanente del museo tra cui disegni\, sculture e dipinti. \nTra gli artisti in mostra\, Antonio Ballero\, Giuseppe Biasi\, Salvatore Fancello\, Francesco Ciusa\, Francesca Devoto\, Bernardino Palazzi e Giacinto Satta\, figure chiave per l’elaborazione di nuovi canoni espressivi nella scena artistica sarda. \nIl corpus espositivo è una straordinaria occasione per vedere non solo opere finite ma anche bozzetti e studi anatomici\, che rivelano al contempo l’attenzione verso i classici – rielaborandone il pensiero alla luce della propria cultura – e l’indagine sulla fisiognomica che impegna la scienza di fine Ottocento influenzando profondamente la storia culturale della Sardegna. \nNelle opere è la rappresentazione della figura umana nella sua dimensione simbolica a prevalere\, tra dettagli di volti e volumetrie di corpi\, sempre in stretto rapporto con il mondo della Sardegna del XX secolo e la cultura mediterranea insulare. 
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SUMMARY:Sogno d’oltremare
DESCRIPTION:  \na cura di Luigi Fassi \ndal 9 novembre 2018 al 3 marzo 2019 \nCon “Sogno d’oltremare” François-Xavier Gbrè\, per la prima volta in Italia\, presenta una selezione fotografica a soggetto africano\, che documenta un’esplorazione delle città capitali dell’Africa occidentale\, Abidjan e Bamako\, Porto Novo e Dakar insieme a nuova serie di immagini realizzate durate il suo soggiorno in Sardegna e commissionate dal MAN. \nLa residenza di Gbré in Sardegna\, svoltasi con il supporto della Film Commission Sardegna tra luglio e settembre 2018\, percorrendo la maggior parte delle regioni storiche dell’isola\, si traduce all’interno di questa esposizione in una ricerca fotografica composta in forma di ipotetico dialogo epistolare tra un cittadino ivoriano residente in Sardegna e qualcuno rimasto a casa\, o forse\, tra chi vive in Africa e scrive a un amico ormai lontano nelle latitudini europee. La solitudine emotiva del dislocamento geografico\, lo sfruttamento dei territori\, e il rapporto tra ciò che viene classificato come sud e ciò che è definito nord\, sono le tematiche che trapelano da questi lavori.  La mostra vuole portare alla luce la difficile situazione identitaria nell’Africa occidentale contemporanea\, divisa tra le conseguenze della guerra fredda\, la migrazione del popolo e l’ascesa di una occupazione economica guidata dalla Cina.  \nGbré ha sviluppato un diario di appunti fotografici sui paesaggi del territorio interno dell’isola\, seguendo le tracce di edifici dismessi\, antichi insediamenti industriali\, siti archeologici\, infrastrutture abbandonate e scenari naturali circostanti. Oggetto di indagine\, infatti\, sono le strutture civiche e l’architettura pubblica (piscine\, stadi sportivi) e luoghi storici come monumenti e elementi decorativi (murales) osservati come simboli futuristici del progresso e allo stesso tempo luoghi di esclusione e selezione sociale. \nIl viaggio dell’artista in Sardegna si trasforma in un percorso culturale e sociale seguendo le tracce stratificate di insediamenti e memorie\, identità d’oltremare di epoca coloniale\, vittorie e sconfitte. \nIn mostra è presente anche un’antica carta geografica settecentesca che rivela l’immagine di “un’altra Sardegna” dove i consueti codici cartografici sono irriconoscibili. Se nelle immagini di Gbré l’Africa non si distingue più dall’Europa e il Mali dalla Sardegna è perchè il mondo del Mediterraneo insulare\, immerso in una falda di storia lenta come ha scritto lo storico Fernand Braudel\, omette le prospettive e sommerge il presente con l’enigma della propria storia\, tra incroci e ibridazioni\, lingue e paesaggi\, lutti e rinascite. Osservata dall’Africa\, la Sardegna che Gbré racconta è così un universo sfuggente e inafferrabile\, in cui altre culture\, altri popoli e altri mondi hanno precedentemente coabitato. \nLa ricerca di François-Xavier Gbré è un’investigazione fotografica della modernità africana\, un’ininterrotta osservazione di luoghi rurali e scenari urbani che contribuisce a ripensare la storia recente del continente attraverso uno strumento di confessione intimo e privato.  \nSi ringraziano gli enti che sostengono l’attività del MAN: Regione Sardegna\, Provincia di Nuoro\, Fondazione di Sardegna.
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SUMMARY:O Youth and Beauty!
DESCRIPTION:  \na cura di Luigi Fassi \ndal 9 novembre 2018 al 3 marzo 2019 \n“O Youth and Beauty!” prende titolo dall’omonimo racconto di John Cheever\, in cui lo scrittore americano crea una rappresentazione della quotidianità sospesa tra bellezza e rimpianto\, e dove l’ambientazione tra i sobborghi e le aree suburbane delinea l’immagine del conformismo americano post bellico. Allo stesso modo le opere di Anna Bjerger (Svezia 1973)\, Louis Fratino (Stati Uniti 1994) e Waldemar Zimbelmann (Kazakistan 1984)\, accomunate da un uso intimistico della pittura figurative\, tentano di delineare un ritratto dell’identità culturale di questi autori attraverso una stratificazione di elementi realistici e finzione. Frammenti di quotidianità\, mediante l’utilizzo della pittura figurativa\, divengono lo strumento per dare forma al proprio vissuto in cui dominano le tonalità della malinconia e di un’identità culturale che appare incerta e sfuggente. \nI dipinti di Anna Bjerger si rifanno reciprocamente a fotografie che ritraggono personaggi anonimi per tracciare figure indefinibili in scenari non determinati. I soggetti\, colti un attimo prima di rivelare la propria identità\, vengono rappresentati tra ambienti domestici e paesaggi naturali; l’artista non fornisce ulteriori indizi narrativi e la contrazione delle scene rimane irrisolta\, tra tagli di prospettive\, dettagli in primo piano e sfocature lontane. \nLouis Fratino autore di un raffinato corpus di opere ispirate alla storia dell’arte classica e moderna\, attraverso il medium del disegno e dell’olio su tela\, compone un inno alla quotidianità. Giovani uomini rappresentati in tranquille scene di vita\, ma anche amanti avvolti nella passione sono i protagonisti delle raffigurazioni\, dove il registro meditativo si alterna a quello melanconico\, passando dalla solitudine all’euforia della socialità. Le sue opere si mostrano come un omaggio agli amici\, al desiderio e al rimpianto di momenti fugaci della vita metropolitana.  \nSoggetti animati come animali\, bambini\, figure femminili sovrapposti a paesaggi naturali e interni domestici caratterizzano le illustrazioni di ispirazione anni Sessanta e Settanta di Waldemar Zimbelmann. I personaggi raffiguranti rivelano le influenze culturali che caratterizzano la vita dell’artista\, nato in una regione rurale del Kazakistan da una famiglia della minoranza tedesca e successivamente riemigrata in Germania negli anni della sua infanzia. Zimbelmann fornisce alle sue opere un duplice approccio: \nletterario\, poichè sembrano ispirate a un’iconografia non lontana dalla dimensione del mito e della fiaba; materico\, attraverso l’utilizzo e l’introduzione di materiali riciclati che interagiscono\, tramite un sentimento di percezione tattile della materia\, con lo spettatore.  \nLa mostra individua nel confronto tra tre diverse espressioni pittoriche figurative un’ipotesi di racconto\, trasfigurando gesti e situazioni in una soffusa\, inquieta malinconia. \nSi ringraziano gli enti che sostengono l’attività del MAN: Regione Sardegna\, Provincia di Nuoro\, Fondazione di Sardegna.
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SUMMARY:Sabir
DESCRIPTION:  \na cura di Luigi Fassi \ndal 9 novembre 2018 al 3 marzo 2019 \nIl percorso espositivo immaginato da Dor Guez con “Sabir”\, comprende una collezione di documenti d’archivio\, due lavori video e una nuova installazione sonora\, prodotta e commissionata per l’occasione dal MAN. \nL’artista attiva una riflessione di ampio raggio sul senso di appartenenza a una comunità\, in rapporto alla grande storia e ai suoi stravolgimenti: cresciuto in Israele in una famiglia in cui s’intrecciano elementi cristiani\, arabi\, ebraici e palestinesi\, Guez appartiene a una minoranza nella minoranza nello stato di Israele\, quella della comunità palestinese di fede cristiana. Ed è a partire da qui che l’artista offre il proprio sguardo sul Mediterraneo\, proposto nelle sale del museo Man. \nLa mostra prende il nome dal titolo di uno dei due video presentati\, “Sabir”: termine arabo\, dalla radice latina della parola sapere. Si riferisce a un linguaggio spurio\, condiviso da popoli con lingue diverse\, fatto di reinvenzioni per trovare una forma di comunicazione comune. Il video inizia con il primo piano del tramonto che scende sulle spiagge di Jaffa in Israele ed è accompagnato dalla voce di Samira\, nonna dell’artista\, che dipana il racconto della sua vita. Senza mostrare la protagonista\, e alternando l’Arabo all’Ebraico\, il monologo si articola dal racconto felice di un’infanzia mediterranea a Jaffa\, passando per le violente espulsioni israeliane del ’48\, alla dispersione di una famiglia nei Paesi mediorientali e poi in Europa per arrivare all’istituzione della nuova società israeliana. \nIl titolo del secondo video in mostra riprende il nome della protagonista “Sa(mira)” (2009)\, voce narrante dell’opera\, che racconta questa volta il conflitto interiore e sociale di una vita con doppia identità in Israele\, come cittadina israeliana di origine araba. \nIl percorso espositivo immaginato dall’artista continua con una preziosa istallazione sonora ambientale\, Two Lines and a Yard\, prodotta dal MAN appositamente per la mostra. Qui l’artista frammenta e distorce il rumore delle onde del mare che si infrangono a Jaffa assieme alla registrazione audio dell’abbattimento della casa della famiglia di sua nonna a opera delle autorità israeliane. Distruzione morte e rinascita si alternano nella traccia sonora\, evidenziando un percorso simbolico che racchiude in sè il senso dell’intera mostra.   \nConclude il percorso “The Christian Palestinian Archive”(CPA)\, work in progress che riunisce documenti e fotografie che testimoniano la storia e la vita della comunità cristiano-palestinese dalla prima metà del XX secolo all’esodo forzato successivo alla fondazione dello stato di Israele. Il CPA è stato creato dall’artista nel 2009 ed è costituito da migliaia di immagini raccolte mediante il coinvolgimento diretto di alcune famiglie che hanno vissuto la diaspora cristiano-palestinese. Mediante un processo di riproduzione Guez rivitalizza le fotografie rendendole scanogrammi\, immagini analogiche ottenute eseguendo una scansione che le trasforma in nuovi e unici documenti visivi. \nGli “Scanograms” si impongono come una riflessione sul rapporto tra qualità estetiche e culturali dei documenti storici e sul valore civico della testimonianza ai fini della costruzione di una storia condivisa. \nPer questa mostra Guez presenta “Scanogram # 1 and Scanogram # 2” (2010)\, due capitoli dell’archivio che presentano un’ampia quantità di immagini datate 1938-1958\, raffiguranti una donna\, Samira (nonna dell’artista) e la sua famiglia. \nLa ricerca artistica che caratterizza le opere di Guez manifesta\, attraverso molteplici e differenti modalità e forme di rappresentazione\, il rapporto tra l’identità personale\, la memoria e la continuità del passato negli eventi del presente con l’obiettivo di ripercorrere la complessità della storia israeliana. Momenti intimi e personali servono a ricostruire una vicenda collettiva restituendo voce e testimonianza agli accadimenti politici e sociali che hanno interessato il popolo palestinese e israeliano. \nSi ringraziano gli enti che sostengono l’attività del MAN: Regione Sardegna\, Provincia di Nuoro\, Fondazione di Sardegna. \nLa mostra è supportata da  Artis Grant Program \n 
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SUMMARY:La Bohème
DESCRIPTION:A cura di Claire Leblanc e Otto Letze \nAlla fine del XIX secolo la rivoluzione industriale determinò in tutta l’Europa un drastico mutamento sociale\, con conseguenze ambivalenti. Se l’industrializzazione dettava condizioni di lavoro brutali\, al tempo stesso rendeva disponibili un gran numero di nuovi beni di consumo assieme a occasioni di svago per il tempo libero. Approfittare di questi nuovi beni e assistere al rapido moltiplicarsi di opportunità d’intrattenimento consentiva di sfuggire per un breve tempo dalla cruda realtà del duro lavoro quotidiano. \nQuesti prodotti e opportunità necessitavano di essere promossi e veicolati e la pubblicità di massa divenne essenziale\, aprendo un nuovo terreno di lavoro per artisti\, grafici e tipografie. \nTale rapido sviluppo permise ad artisti come Henri de Toulouse-Lautrec e i suoi contemporanei di rivoluzionare velocemente la riproduzione grafica\, segnando così l’inizio di una nuova disciplina artistica indipendente: la stampa grafica tradizionale divenne l’arte del poster. \nLa mostra La Bohème espone l’eccezionale opera litografica di Henri deToulouse-Lautrec\, presentata in una stretta interazione con le opere dei suoi predecessori e contemporanei\, che vissero e sperimentarono nella Parigi della Belle Époque. Questa prospettiva panoramica permette ai visitatori di seguire da vicino le origini della moderna pubblicità di massa. \nLa presentazione\, presso il MAN – Museo d’Arte della Provincia di Nuoro in Sardegna\, è la prima tappa di una tour espositivo che coinvolgerà diversi musei internazionali. \nQuando Henri de Toulouse-Lautrec si trasferì a Parigi da giovane adulto\, divenne presto un narratore della vita nella capitale francese\, un pittore dell’affascinante demi-monde e dei suoi luoghi: i veri atelier del suo lavoro divennero gli ippodromi\, i circhi\, i teatri di prosa e di musica\, i cabaret e i bordelli. \nDi quei luoghi l’artista raffigurò in presa diretta gli attori e gli spettatori\, con passione e senza filtri. Toulouse-Lautrec si prese gioco degli spettatori d’elite\, illustrandoli in maniera caricaturale ed elevando a stelle delle sue opere i protagonisti più umili di quel mondo – i cantanti\, le ballerine e anche le prostitute. Tramite la sua rappresentazione amorevole e sfrontata della vita parigina\, lo spirito di quell’epoca si è radicato per sempre nell’opera di Toulouse-Lautrec e vi è rimasto intatto sino ai giorni nostri. \nPer agevolare la pubblicazione delle sue osservazioni sulla vita moderna e notturna di Parigi\, Toulouse-Lautrec iniziò a sperimentare la stampa litografica a partire dalla seconda metà degli anni ottanta dell’Ottocento. Impiegò tale tecnica nella sua produzione artistica e inaugurò una vera e propria rivoluzione nella litografia mediante le grandi dimensioni dei lavori\, la ricchezza dei colori saturi\, le pennellate e le tecniche miste a gesso e spruzzo. \nIn soli dieci anni\, fino alla sua morte nel 1901\, produsse 368 stampe e poster litografici che considerò sempre d’importanza pari a quella dei suoi dipinti e disegni. Ancora oggi il suo nome è legato ai poster di Jane Avril\, Yvette Guilbert e Aristide Bruant\, divenuti già da molto tempo dei classici nella storia dell’arte. \nPrima di Toulouse-Lautrec\, Jules Chéret e Pierre Bonnard fecero uso del poster nella pubblicità di diversi spettacoli. Quando Toulouse-Lautrec iniziò a sperimentare la litografia\, i suoi contemporanei\, artisti affermati come Alfons Mucha e Théophile-Alexandre Steinlen si servirono della medesima tecnica e riuscirono anch’essi a creare dei veri capolavori. Nel corso della vita di questi artisti e per merito del loro lavoro\, le stampe litografiche e i poster acquisirono un nuovo status\, da semplici strumenti pubblicitari a nuovo genere artistico di riconosciuto valore. \nOrganizzata in sei sezioni\, non è solo la Parigi di Toulouse-Lautrec a prendere vita in questa mostra\, ma anche quella dei suoi predecessori e contemporanei. La maggior parte dei poster in mostra sono pubblicità per appuntamenti della vita notturna parigina\, solitamente in combinazione con l’annuncio di uno spettacolo dal vivo. Altri poster promuovono invece diversi servizi e prodotti – gli oggetti di lusso della classe lavoratrice dell’epoca. \nL’intera opera litografica dei poster pubblicitari di Toulouse-Lautrec è conservata in due collezioni museali d’Europa. Arricchita da opere di Alfons Mucha\, Théophile-Alexandre Steinlen\, Pierre Bonnard e Felix Vallotton\, La Bohème presenta dal 22 giugno al 21 ottobre 2018 al MAN di Nuoro un insieme di 110 opere. La mostra è organizzata in collaborazione con il Musée d’Ixelles di Bruxelles e lo Institute for Cultural Exchange di Tübingen in Germania. \nUn catalogo di 144 pagine corredato da immagini delle opere e testi di Luigi Fassi e Claire Leblanc in inglese ed italiano è disponibile nello shop del MAN e presso la Silvana Editorale di Milano (www.silvanaeditoriale.it). \n 
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SUMMARY:Anne Franchetti
DESCRIPTION:Gavoi\, Ex Caserma \nLa Casa delle Letterature di Roma e il Museo MAN di Nuoro\, nell’ambito del Preludio del Festival “L’isola delle storie”\, sono lieti di presentare la mostra Anne Franchetti. L’invenzione della Petra Sarda\, curata da Ileana Florescu e Maria Ida Gaeta.  \nNei rinnovati spazi della “Ex Caserma” di Gavoi saranno esposte una selezione di opere in grès\,realizzate dalla ceramista italo-americana Anne Franchetti corredate da fotografie di Ileana Florescu e Ottavio Celestino.  \nIl percorso di Anne Milliken Franchetti ha attraversato paesi e lingue diverse\, trovando esito in un progetto creativo originale in cui si sono fusi esperienza\, memoria autobiografica\, rispetto del territorio e dimensione artistica. In oltre quarant’anni di attività\, Anne Franchetti ha innovato la ceramica sarda utilizzando argille da grès mai sperimentate sino ad allora nella creazione di piatti e vasellame e miscelando\, tra l’altro\, ceneri della flora autoctona (ferula\, eucalipto\, lentisco\, corbezzolo etc.) per creare una straordinaria e unica gamma di smalti. Nel corso degli anni\, la Sardegna diventerà sua terra di adozione nella conquista di uno spazio personale e collettivo che darà corpo alle sue aspirazioni.  \nQuesto progetto è stato avviato alla fine degli anni Settanta – in seguito a due fondamentali viaggi che la porteranno a conoscere Bernard Leach\, il padre della moderna ceramica inglese\, e le tecniche ceramiche di Faenza – con la costruzione\, nei pressi della propria casa a Capo Ceraso\, di un forno a legna per la cottura delle prime ceramiche. Un sogno che avrebbe successivamente trovato esito nella creazione\, nel 1984\, della società “Ceramiche di San Pantaleo” – in seguito generosamente donata a un collaboratore locale – da cui prenderà vita il progetto “Petra Sarda”.  \nIl libro edito in occasione della mostra da Imago Multimedia – Anne Franchetti. Una sarda del Maine – contiene testi di Marcello Fois\, Franco Masala\, Edoardo Sassi\, e fotografie di Ottavio Celestino\, Simon d’Exéa e Ileana Florescu assieme ad un omaggio di Claudio Abate. Vi si racconta il percorso di vita di questa grande ceramista\, attraverso le testimonianze delle persone che hanno condiviso la sua esperienza artistica\, il suo “ricettario” e una serie di immagini che rappresentano le ceramiche all’interno del contesto che le ha ispirate: la terra\, la roccia\, il mare e il cielo sardo. Parole e fotografie che compongono il quadro affascinante di una vita spesa nel segno della creatività.  \nLa mostra sarà poi allestita alla Casa delle Letterature di Roma – Piazza dell’Orologio 3 – dal 20 settembre 2017  Opening ore 18:30. \n  \n 
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SUMMARY:L'elica e la luce
DESCRIPTION:a cura di Chiara Gatti e Raffaella Resch \nDopo i progetti sull’espressionismo tedesco e le coppie dell’avanguardia russa\, il MAN è lieto di presentare “L’elica e la luce. Le futuriste. 1912_1944”\, una mostra dedicata al futurismo e le donne. Si completa in questo modo la trilogia dal taglio inedito\, realizzata con la direzione artistica di Lorenzo Giusti e focalizzata sui movimenti dell’avanguardia storica.  \nLa presenza delle donne nell’arte del Novecento è stata messa in luce da diversi studi a partire dalla fine degli anni settanta: al di là dell’intenzione di scoprire un genere\, uno specifico femminile in arte\, sono state compiute ricognizioni storico-critiche che hanno portato o riportato in luce personalità eccezionali\, opere di alto valore\, esistenze dalle trame complesse\, di cui prima si ignoravano addirittura le date di nascita o morte\, e ci hanno restituito un panorama dell’arte delle donne nelle avanguardie\, fino a quel momento rimasto in secondo piano. \nUn caso ancora aperto e controverso è il ruolo delle donne nel futurismo\, movimento programmaticamente misogino\, che fin dalla sua fondazione proclamava il disprezzo della donna e costruiva una visione dell’arte totalizzante su valori quali la forza\, la velocità\, la guerra\, da cui il genere femminile doveva rimanere escluso (“Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo\, il patriottismo\, il gesto distruttore dei libertari\, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna”\, Manifesto del futurismo\, 1909).  \nLa mostra rintraccia – attraverso oltre 100 opere fra dipinti\, sculture\, carte\, tessuti\, maquette teatrali e oggetti d’arte applicata – l’operato di queste donne che hanno lavorato dagli anni dieci fino agli anni quaranta\, firmando i manifesti teorici del futurismo\, partecipando alle mostre\, sperimentando innovazioni di stile e di materiali in ambiti trasversali quali le arti decorative\, la scenografia\, la fotografia e il cinema\, ma anche la danza\, la letteratura e il teatro. Figure indipendenti\, artiste e intellettuali di primo piano nella ricerca estetica d’inizio secolo. \nLe vicende sono a volte spregiudicate (esemplare la biografia di Valentine de Saint-Point)\, spesso passate in sordina rispetto alle cronache\, qualche volta inosservate dalla critica coeva\, o assorbite dall’anonimato della vita famigliare (come accadde a Brunas) o cancellate delle guerre (Alma Fidora\, la cui biblioteca e l’archivio di documenti sono andati distrutti sotto i bombardamenti). Spiccano artiste totali\, non solo la più nota Benedetta\, ma anche Marisa Mori\, Adele Gloria e il gruppo di coloro che collaborano a “L’Italia futurista”: i campi d’interesse sono vastissimi\, dalla scrittura\, alla pittura\, all’illustrazione\, alla ceramica\, non esclusi gli studi di metapsichica e l’occultismo\, verso cui anche il Manifesto della Scienza futurista mostra attenzione.  \nLa mostra\, che vanta prestiti in arrivo da collezioni pubbliche e private italiane\, con opere anche poco conosciute\, prende le mosse dal Manifeste de la Femme futuriste\, pubblicato da Valentine de Saint-Point il 25 marzo 1912\, in risposta alla Fondazione e Manifesto del Futurismo di Marinetti pubblicato a Parigi nel 1909 su “Le Figaro”. \nIl percorso individua i caratteri di una ricerca collettiva che – libera da stereotipi\, cliché\, luoghi comuni e banali dipendenze legate ai rapporti di parentela con i “maschi” del movimento – testimonia la profondità di una riflessione estetica condivisa dalle donne del gruppo\, ricca di implicazioni peculiari. \nLa selezione delle opere è accostata da un ampio apparato documentario\, prime edizioni di testi\, lettere autografe\, fotografie d’epoca\, manifesti originali\, studi\, bozzetti.  \nOgni capitolo del percorso\, che procede per macro-temi – il corpo e la danza\, il volo e la velocità\, il paesaggio e l’astrazione\, le forme e le parole – documenta una vena particolare delle artiste futuriste\, dedite ora alle arti applicate\, al tessuto\, ora all’uso del metallo e\, in generale\, a una sperimentazione polimaterica e multidisciplinare nel campo delle arti figurative\, ma anche letterarie e coreutiche. \nLa mostra racconta le affascinanti biografie di ciascuna di loro\, che s’intrecciano con la vita artistica e culturale del periodo (i salotti\, le maggiori mostre nazionali\, le riviste\, i teatri) ma si ambientano anche sullo sfondo di un paese\, allo stesso tempo\, eccitato dal progresso\, ferito dal conflitto.  \nIn catalogo saranno pubblicate le opere esposte con testi di Giancarlo Carpi\, Enrico Crispolti\, Chiara Gatti\, Lorenzo Giusti\, Raffaella Resch e una intervista a Lea Vergine\, autrice della memorabile mostra curata nel 1980 per il Palazzo Reale di Milano\, “L’altra metà dell’avanguardia”\, dedicata alle artiste attive tra il 1910 e il 1940.
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