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SUMMARY:El Greco. Dialogo tra due capolavori
DESCRIPTION:In collaborazione con Accademia Nazionale di San Luca\, Roma e i Musei Civici di Reggio Emilia \nDopo il successo della mostra dedicata al dialogo ideale fra Giotto e Lucio Fontana nel segno dell’oro e della sua simbologia\, il museo MAN propone\, per Natale 2024\, un nuovo progetto inedito dedicato al dialogo fra due capolavori di El Greco\, al secolo Domínikos Theotokópoulos (1541-1614)\, celebre maestro del Siglo de Oro\, il secolo dell’oro spagnolo\, noto per l’esasperazione delle sue forme allungate nello spazio\, i toni luminescenti del colore\, il forte ritmo delle linee e del gesto sulla tela. \nDefinito il “Delacroix del Rinascimento”\, “il Nabi delle belle icone”\, amato da Cézanne e da Picasso che dichiarava il suo debito ripetendo «Yo soy El Greco!»\, El Greco è uno fra i massimi rappresentanti della pittura europea del tardo rinascimento. \nNato a Creta nella prima metà del Cinquecento\, all’epoca parte della Repubblica di Venezia\, si trasferì in Laguna nel 1567. \nAlla ricerca di un nuovo modo di dipingere\, di una dimensione dinamica che si allontanasse dall’universo bidimensionale\, astratto e immobile della tradizione d’oriente\, operò nella bottega dell’anziano Tiziano. Da lui imparò l’uso espressivo del colore: violento\, totale\, pastoso\, luminoso\, spirituale. A Venezia fu folgorato dal senso del movimento e dall’uso drammatico della luce di Tintoretto. Da Jacopo Bassano apprese gli elementi formali della narrazione pittorica\, l’uso della prospettiva e degli sfondi architettonici. \nDopo un breve e burrascoso soggiorno a Roma\, ospite del cardinale Alessandro Farnese\, si trasferì a Toledo\, col sogno di conquistare i favori del re Felipe II ed essere nominato pittore ufficiale della cattedrale. Onore che non ottenne\, pur trovando nella città spagnola blasonate committenze che gli permisero di sviluppare il suo concitato linguaggio pittorico\, fatto di bagliori improvvisi\, torsioni audaci dei corpi liquidi\, che conferiscono alle figure una acuta manifestazione dei loro sentimenti e dei moti dell’animo. \nIl MAN\, grazie a un accordo di collaborazione con l’Accademia Nazionale di San Luca a Roma\, presenta per l’occasione il ritrovamento di un capolavoro di El Greco\, L’Adorazione dei Magi\, rimasta per secoli ignota alla cronache e restituita solo di recente alla paternità del genio cretese\, complice un accurato restauro e una campagna di studi scientifici che ne hanno riportata alla luce la storia travagliata. Un film documentario\, prodotto dal MAN e realizzato dal regista Stefano Conca Bonizzoni con gli interventi di Claudio Strinati\, Fabrizio Biferali e Fabio Porzio\, introduce la visita alla mostra che contempla altresì un secondo capolavoro\, il Salvatore benedicente dei Musei Civici di Reggio Emilia\, reduce dalla importante antologica del maestro al Palazzo Reale di Milano.
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SUMMARY:Diorama. Generation Earth
DESCRIPTION:a cura di Chiara Gatti\, Elisabetta Masala \nin collaborazione con Storyville \ncon un testo a catalogo di Felice Cimatti e Fabio Merlini \nIl MAN di Nuoro annuncia per l’estate una grande mostra che trasformerà tutte le sale del museo in uno spazio dinamico e sensibile\, fatto di narrazioni e visioni\, memorie della terra e nuovi orizzonti. Il MAN\, come un gigantesco diorama – illusione in scatola di un mondo verosimile\, dispositivo usato soprattutto nei musei di storia naturale per illustrare gli ambienti della biosfera – tornerà a proporre al pubblico una esperienza di “attraversamento” del museo\, già sperimentata nel 2022 con la mostra SENSORAMA\, interrogandosi ancora una volta su temi di attualità. Derivato dal greco dià (attraverso) e òrama (visione)\, DIORAMA significa “vedere attraverso” o “all’interno di qualcosa”. In questo caso\, attraverso spaccati di mondi naturali e innaturali\, popolati di creature e vegetazioni reali o ricreate\, in una prospettiva che rende sempre più ambiguo il limite fra autentico o generato dall’intelligenza artificiale\, possibile o impossibile. \nGiuliana Rosso\, Catatonico iridescente\, 2019. Tecnica mista\, cartapesta. Courtesy l’artista e Almanac London – Torino. Ph. Sebastiano Pellion. \nIn un’epoca di mutamenti ecologici e sociali senza precedenti\, con impatti che si estendono in maniera inedita attraverso tempo e spazio\, è importante ripensare il nostro rapporto con il mondo e le sue rapide metamorfosi. Siamo di fronte ad una trasformazione ecologica globale che impone una riflessione profonda sulla condizione dell’essere umano\, sulla storia della terra e sul nostro legame con le altre specie viventi. Ripensare la nostra relazione con il pianeta implica la ricerca di nuovi linguaggi e nuove forme di comunicazione\, essenziali per rinnovare le connessioni tra il mondo umano e quello non umano. È dalla convinzione di dover partecipare attivamente a questo processo di reinvenzione che nasce DIORAMA – Generation Earth. L’idea di essere la prima generazione che si confronta con la possibilità realistica dell’estinzione della propria specie comporta un forte senso di inquietudine. Partendo da questa condizione di smarrimento\, DIORAMA esplora\, senza la pretesa di essere analitica ed esaustiva\, l’attuale scenario\, proponendo possibili visioni che riflettano su tematiche tanto urgenti. \nGli artisti selezionati\, italiani e internazionali\, offrono attraverso le loro opere\, fra dipinti e sculture\, installazioni e video\, un ventaglio di interpretazioni che spaziano dalla creatività mimetica alla trattazione del post-naturale\, dall’ibridazione interspecifica alla tassidermia da wunderkammer\, dall’invenzione del paesaggio naturale alle inesplorate visioni dell’intelligenza generativa. Attraverso le opere\, DIORAMA – Generation Earth intende suscitare un dialogo critico e incentivare una riflessione sulla nostra posizione all’interno della biosfera e invitare a una rinnovata relazione con essa. Gli artisti si pongono così come catalizzatori di un cambiamento radicale\, con la loro capacità di vedere oltre il visibile\, ci invitano a gettare le basi di un immaginario diverso\, che possa guidarci verso un futuro inclusivo e rispettoso di tutte le forme di vita. \nWangechi Mutu\, Untitled\, 2004. Tecnica mista su carta. Collezione Giuseppe Iannaccone\, Milano. Ph. Studio Vandrasch \n\nPercorso\n“L’origine” è il prologo del percorso\, il formarsi della terra e della galassia. Il visitatore assiste allo spettacolo della genesi di quell’amalgama composta da materia ed energia oscura. All’insegna di parole chiave\, quale organico e inorganico\, natura/arte e le sue trasformazioni\, artiste e artisti si appropriano\, lungo le sale\, della “natura”\, racchiudendola all’interno di un loro sistema/contenuto che la imita\, e al tempo stesso la conserva\, la re-immagina. \nCome una produzione in serra\, il mondo naturale viene ricreato e imitato. Mimesi e rappresentazione animano le opere di Barragão\, Kusumoto\, Roberti\, Illenberger\, Bauer. Il mondo naturale\, fissato in una forma scultorea o sigillato nel circuito del tessuto\, riproposto dalla sensibilità dell’uomo o dall’intelligenza artificiale\, acquisisce un insolito dinamismo e una nuova realtà. \nJulia Carrillo\, Tiempos lumínicos\, ph. Hojarasca – Arte Abierto.jpg \nIbridazioni\, interspecismo e eco-distopia\, sono scenari di un futuro prossimo che occupano la sezione dove germinano ecosistemi alieni\, esiti del post-naturale\, incontri con una alterità che impone di ridimensionare la prospettiva antropocentrica. Un tunnel di luce evoca un laboratorio per creature ibride (di Massoulier\, Grünfeld\, Chiamenti) e culmina con una grande opera di Wangechi Mutu\, madre terra fluida\, che sovrasta un universo nel quale si fondono umani\, animali e piante\, alieni e terrestri\, femminile e maschile; un trionfo del termine “intertwined”: esseri viventi appartenenti a un mondo che non prevede divisioni tra razze\, generi e specie. \nArtisti in mostra:\n\nVanessa Barragão\, Massimo Bartolini\, Susanna Bauer\, Alessandro Biggio\, Eelco Brand\, Julia Carrillo\, Giovanni Chiamenti\, Elisabetta Di Maggio\, Alexandra Daisy Ginsberg\, Thomas Grünfeld\, Sarah Illenberger\, Georges Koutsouris\, Mariko Kusumoto\, Chiara Lecca\, Christiane Löhr\, Théo Massoulier\, Wangechi Mutu\, Daniela Novello\, Francesco Panozzo\, Marta Roberti\, Giuliana Rosso\, Kiki Smith\, Ketty Tagliatti\, Thomas Thwaites\, Luca Trevisani\, Anna Citelli e Raoul Bretzel.
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SUMMARY:Valentina Medda_THE LAST LAMENTATION
DESCRIPTION:LA MOSTRA\na cura di Maria Paola Zedda \n\n\n  \nThe Last Lamentation è un rituale funebre per il Mediterraneo\, osservato dall’artista come luogo di attesa\, sospensione e trapasso\, incarnazione di un’assenza – deposito di corpi e corpo in sé. \n Valentina Medda lo attraversa nell’evocazione di un rito diffuso in tutta l’area che si affaccia sulle sue coste: il pianto rituale\, indagato alla fine degli anni ‘50 dall’antropologo Ernesto De Martino\, ora pressoché estinto nel Sud Italia\, ma vivo nelle coste meridionali e orientali dal Libano al Marocco. \nLa mostra si snoda intorno all’omonima opera video The Last Lamentation\, prodotta tra il 2023 e il 2024\, destinata alle collezioni del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna: un lavoro girato in Sardegna e realizzato attraverso un percorso di ricerca nel territorio\, che racconta la tragedia del mare attraverso un’ipnotica partitura coreografica\, vocale\, sonora. \nIl lavoro rielabora i codici rituali in forme contemporanee e astratte grazie alla collaborazione con Gaspare Sammartano\, compositore\, Claudia Ciceroni\, compositrice e trainer vocalica\, Attila Faravelli\, per gli aspetti legati al field recording. \nQui la relazione tra corpo\, pathos\, paesaggio si stratifica per sistemi di assenza e presenza attraverso la partecipazione di un coro di 12 donne vestite di nero\, in piedi accanto al mare\, elemento che per contrasto rende più tangibile la presenza silente dei morti e fa esplodere le loro voci. \nLa mostra raccoglie inoltre un corpus di opere\, molte delle quali esposte per la prima volta\, che l’artista ha realizzato già nelle prime fasi di studio e che convergono intorno all’opera video ripercorrendone i momenti di elaborazione: collage\, inchiostri su carta\, fotografie\, disegni e alcuni elementi scultorei. \nDal 2018 Valentina Medda ha in atto una ricerca sul Mediterraneo\, che inizialmente l’ha portata a lavorare a Beirut in residenza presso il Beirut Art Residency. Di questa esperienza troviamo tracce nei collage presenti in mostra\, che compongono una tessitura che si annoda intorno a un territorio originario\, la Sardegna – terra di provenienza dell’artista – per riconnettersi poi con il Mediterraneo. \nInsieme ai collage\, l’evocazione dei fazzoletti che accompagnano il rituale del pianto ispirati dal documentario di Cecilia Mangini sulla tradizione pugliese\, si cristallizzano nel processo di solidificazione attraverso la cottura della ceramica\, che brucia l’anima del tessuto interno lasciando nella scultura un vuoto\, un’assenza. A completare la restituzione della ricerca di Medda\, un quaderno d’artista raccoglie visivamente le scene in uno storyboard poetico.  Immagini del mare e alcune polaroid lavorate come se questa acqua divenisse pelle\, traducono un orizzonte visivo\, che è liquido e corporeo insieme. \nIl progetto è presentato da ZEIT (capofila)\, in partnership con MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro\, Teatro di Sardegna\, Arts Centre 404 / VierNulVier (Ghent\, BE) e Flux Factory (New York) in collaborazione con la Fondazione Sardegna Film Commission e sostenuto da ARS – Arte Condivisa in Sardegna per la Fondazione di Sardegna (sponsor di progetto). I partner culturali sono Careof\, BIG Bari International Gender Festival\, RAMDOM\, Alchemilla. \nL’artista è supportata dalla rete europea di larga scala Stronger Peripheries – A Southern Coalition grazie al sostegno di Teatro di Sardegna\, Bunker Ljubljana\, L’Arboreto Mondaino. \n“Il lavoro è concepito come un rituale funebre per il mare” – dichiara l’artista Valentina Medda – “una performance partecipativa ispirata alla tradizione delle lamentazioni funebri in cui un gruppo di donne vestite di nero dà vita a un grido condiviso\, un rito che guarda al coro come all’unico linguaggio possibile per raccontare una tragedia contemporanea. Nel piangere per il Mediterraneo e i suoi morti – continua l’artista – il tentativo è quello di ridare voce e corpo attraverso un’azione poetica e politica\, a quelle vite considerate sacrificabili\, quelle che non meritano nemmeno il lutto\, come afferma la filosofa Judith Butler. Il mare è qui estensione del corpo\, che perde i suoi confini e si fa liquido\, creatura acquea.  La domanda su dove finisca il corpo e dove inizi lo spazio ha plasmato\, di fatto\, tutta la mia ricerca degli ultimi 10 anni\, attraverso linguaggi diversi e in modi diversi\, mettendo in discussione la distinzione tra la fisicità dell’individuo e la materialità esterna nel tentativo di creare una geografia incarnata e immaginare nuovi corpi ibridi\, trovando il filo che lega tutte le materie vibranti\, viventi e non”. \n  \n\n\n\n\nVALENTINA MEDDA\n\n\nBiografia \nValentina Medda è un’artista interdisciplinare sarda che vive a Bologna. Ha studiato fotografia all’ICP – International Center of Photography di New York. La sua pratica artistica si snoda tra immagine\, performance e interventi site-specific\, indagando la relazione tra pubblico e privato\, corpo e architettura\, città e appartenenza sociale. Il suo lavoro è stato esposto e gira in contesti artistici e performativi nazionali e internazionali da Bologna\, Milano\, Cagliari a Parigi\, New York\, Beirut\, Bruxelles e Amsterdam. \nÈ stata artista in residenza presso Couvent de Recollets\, Parigi; BAR\, Beirut; Cité des Arts\, Parigi; Flux Factory\, NY; Les bains connective\, Bruxelles; MaisonVentidue\, Bologna. Nel 2019 è stata invitata al Grand Tour d’Italie\, progetto di networking internazionale della Direzione Generale Contemporanea del Ministero della Cultura. Ha ricevuto\, tra gli altri\, il Fondo Cimetta per la mobilità artistica\, Movin up della Regione Emilia Romagna\, IAP Mentorship della NYFA – New York Foundation for Arts e Tina Art PRIZE. Il suo progetto Cities by Night Across Borders\, è stato selezionato tra i 19 vincitori del programma europeo “Perform Europe”. \nUffici Stampa  \nSara Zolla | press@sarazolla.com | Tel. 346-8457982 \nUfficio Stampa UC studio – press@ucstudio.it \nChiara Ciucci Giuliani chiara@ucstudio.it – Tel. 392-9173661 \nRoberta Pucci roberta@ucstudio.it – Tel. 340-8174090 \n\n\n  \n  \nFoto allestimento: Alessandro Moni
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SUMMARY:Micol Roubini _La Montagna Magica
DESCRIPTION:Il progetto è realizzato grazie al sostegno della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura nell’ambito dell’11ª edizione dell’Italian Council (2022); promosso e prodotto da Lo schermo dell’arte\, con il contributo di nctm e l’arte.  L’opera entrerà a far parte della collezione del MAN di Nuoro.  \n\n\n\n\nLA MOSTRA\n\n\nIl MAN presenta la mostra La Montagna Magica di Micol Roubini\, incentrata su un’opera che prende la forma di una video-installazione di dimensioni ambientali  che occuperà le sale al primo piano del museo. \nIl progetto La Montagna Magica nasce dall’incontro di Micol Roubini con l’area di Corio e Balangero. \nInteressata da sempre alle tracce memoriali dei luoghi e delle genti\, impegnata in progetti a lungo termine sul territorio\, l’artista ne racconta la fase post industriale analizzando la fitta rete di relazioni che\, con il contesto\, intrattengono gli abitanti. \nSiamo\, infatti\, in Nord Italia\, a poche decine di chilometri da Torino: un’area densamente popolata. Eppure nei paesi di Corio e Balangero e nella contigua cava di amianto in disuso domina un’atmosfera sospesa. \nAttiva dal 1918 al 1990\, l’Amiantifera fu la cava a cielo aperto più grande d’Europa. Oggi l’area è al centro di un esteso progetto di bonifica; i segni ancora leggibili dell’attività estrattiva convivono con le tracce di un progressivo inselvatichimento\, con la ricomparsa\, sia naturale che indotta\, di diverse specie vegetali e animali. \nNella video-installazione\, La Montagna Magica si intrecciano diversi piani tra i quali il processo di colonizzazione dei terreni contaminati da parte di piante e licheni\, le ricerche di laboratorio sull’amianto\, le suggestioni all’origine della storia stessa dell’utilizzo del minerale\, considerato fin dai tempi antichi magico per le sue straordinarie proprietà ignifughe. \nLa fase di transizione in atto vede contrapposti un passato recente segnato da vicende tra le più complesse della storia industriale italiana\, e una futura riconversione volta alla restituzione di ampie aree della montagna\, oggi inaccessibili\, alle comunità che la circondano. \nTra le traiettorie di ricerca di Roubini una ha riguardato l’immaginazione onirica degli abitanti dell’area\, per lo più ex lavoratori della miniera o loro familiari; un modo per investigarne il vissuto interiore rispetto alla complessità della situazione. \nLa montagna magica è una video-installazione\, 4 canali\, 2023\, super 16mm trasferito in 2K\, sonoro\, 24’30’’. \n\n\n\n\nMICOL ROUBINI\n\n\nÈ nata nel 1982 a Milano\, dove vive e lavora. È diplomata all’Accademia di Brera e alla Univeristät der Künste di Berlino. Dal 2021 insegna Nuovi linguaggi della comunicazione visiva al CFP Bauer\, Milano. La sua ricerca indaga gli equilibri tra uomo e territorio\, tra sistemi culturali e morfologia del paesaggio\, tra storia\, migrazioni e memorie individuali. \nHa esposto a Museo Casa Testori (2021)\, Premio Matteo Oliviero (2017)\, Hotel Charleroi (2013). Ha realizzato il progetto Atti clandestini per terre mobili (Fondazione Palazzo Magnani 2021). Ha partecipato a rassegne video a Villa Medici (2021)\, Pavilion (Poznan 2021)\, LightCone (Parigi 2017)\, Scotland’s Centre for Photography (2012). \nHa condotto masterclass (Locarno Film Festival 2022) e partecipato a residenze tra cui Fondazione Pistoletto (2017)\, Scottish Sculpture Workshop (2013). Il suo film La strada per le montagne (2019)\, in concorso al Cinéma du Réel e in altri festival europei\, ha vinto il Premio Corso Salani al Trieste Film Festival 2020. \n\n\n\n\nGABI SCARDI\n\n\nÈ curatrice e critica di arte contemporanea\, da anni impegnata nell’ambito di progetti pubblici e pratiche sociali. È curatrice di mostre personali\, mostre collettive e progetti pubblici. Collabora con istituzioni artistiche e culturali italiane e internazionali\, tra le quali: Pac\, Milano; Museo del Novecento\, Milano; Pirelli Hangar Bicocca\, Milano; MAXXI\, Roma; Biennale di Venezia\, Venezia; Royal Academy\, London; Louisiana Museum\, Copenhagen. \nTra i progetti curati: Chiaralice Rizzi e Alessandro Laita\, The Memory of the Air\, progetto vincitore di Italian Council\, Museo Marubi\, Scutari\, Albania\, 2021-2022; Emilio Fantin\, Risvegli\, progetto vincitore di Italian Council\, Mambo Bologna\, Palazzo Barolo Torino\, Fondazione Baruchello Roma\, University of Chicago; Maria Papadimitriou\, Why look at animals AGRIMIKA’\, Padiglione Grecia alla 56° Biennale di Venezia; restauro del Teatro Continuo di Alberto Burri\, Milano\, 2015.\nDal 2011 è direttrice artistica di nctm e l’arte. \n\n\n\n\n\nCrediti\n\n\nsceneggiatura: Micol Roubini \nfotografia: Davide Maldi \naiuto alla fotografia e alla camera: Tiziano Doria \nmontaggio e correzione colore: Davide Maldi\, Micol Roubini \nsuono di presa diretta: Giovanni Corona \nmontaggio e mix audio: Giancarlo Rutigliano \nproduttore esecutivo: L’Altauro \nassistenti di produzione: Francesca Bennett\, Giulio Squarci \nmateriali tecnici: L’Altauro\, Labbash\, Warshad Film\, Panalight\, Nova Rollfilm \nsviluppo pellicola e stampa: Augustus Color \nfilmato in pellicola Kodak super16mm \ncon (in ordine di apparizione): \nCaterina Cerva Pedrin\, Mario Giacomin Potachin\, Marco Picca Piccon\, Irene Damiano\, Paul Leon Allaire\, Gian Carlo Bertellino\, Sergio Favero Longo\, Gian Mauro Salot\, Ivan Cavalli\, Martina Sette\, Sabrina Scolari\, Mariagrazia Luiso \ne con: \nRoberto Chiesa\, Lorenzo degli Espositi\, Alessandra degli Espositi\, Federica dell’Omo\, Daniela Dhampiraj\, Sara Ferrando\, Bruna Garofoli\, Fabrizio Cat Genova\, Virginia Coletti Grancia\, Roberto Macario\, Domenica Mangialardo\, Graziella Martini\, Raffaele Rudi Mazzotta\, Federico Picca Piccon\, Renato Quercia\, Rosangela Vietti Ramus\, Marina Vietti Ramus\, Sergio Ruo Ruich\, Andrea Telesca \ngrazie: R.S.A. s.r.l.\, Università degli Studi di Torino\, Ecomuseo minerario di Balangero Corio e Cudine\, Aib Boschivi\, Nuova Cava Ceretta\, Associazione Ariele\, Pro loco Corio\, Associazione sentieri Alta Val Malone\, Okta Film\, Kodak\, Osteria di Campagna Cudine\, Agriturismo Bastià\, Giacu d’Nota \nChiara Allari\, Cristina Bagnasco\, Claudio Baima Rughet\, Luciana Baima Rughet\, Guido Battaglia\, Roberto Bellezza\, Massimo Bergamini\, Guido Blanchard\, Pierdomenico Bonino\, Carol Brentisci\, Paola Carini\, Franco Carnevale\, Arianna Cecconi\, Marina Ballo Charmet\, Roberta Ciambrone\, Marilena Colombaro\, Alessandro Costa\, Augusta Franco Cavalli\, Luciano Dionisi\, Bice Fubini\, Alfredo Gamba\, Antonio Ghione\, Samira Guadagnuolo\, Maurizio Iacocella\, Corrado Magnani\, Aldo Mairano\, Giuliana Marangoni\, Dario Mirabelli\, Valentina Molinar Min\, Riccardo Lazzarini\, Federica Nardese\, Elena Nascimbene\, Giovanni Poma\, Paola Pregnolato\, Elisa Pugliaro\, Juan Rolando\, Ruo Rui\, Giancarlo Suino\, Giorgio Taccon\, Francesco Turci\, Enrico Tuvo\, Elisa Pugliaro\, Gianluigi Soldi\, Benedetto Terracini\, Piero Zanini\, i partecipanti del Libro Bar di Corio.
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SUMMARY:Giorgio Andreotta Calò_in girum imus nocte
DESCRIPTION:La memoria collettiva della Sardegna\, il suo paesaggio\, insieme alle conseguenze sociali ed ecologiche dei processi estrattivi\, sono al centro del lavoro condotto nell’isola da Giorgio Andreotta Calò: un’indagine svolta tra il 2013 e il 2018\, che ha portato alla creazione di un corpus fondamentale nel percorso dell’artista. \nOggi\, una parte di queste opere trova collocazione ideale al museo MAN grazie al Piano per l’Arte Contemporanea del Ministero della Cultura\, completando e integrando la precedente acquisizione di Produttivo. \nNel 2019\, infatti\, l’artista dona al MAN una parte dell’installazione ambientale Produttivo\, composta da carotaggi estratti durante le campagne minerarie della Carbosulcis.spa\, società che fino al 2018 è stata impegnata nello sfruttamento del bacino carbonifero del Sulcis\, area nel sud-ovest dell’isola. \nCon un procedimento simile alle indagini geognostiche\, Giorgio Andreotta Calò analizza la stratificazione e l’identità del luogo sviscerandone gli aspetti socio-culturali. \nUna analoga radice semantica è condivisa dalle opere del progetto in girum imus nocte\, che testimoniano un comune processo di ricerca e di interazione con il territorio sardo e la sua storia. \nIl titolo\, tratto dal palindromo latino “in girum imus nocte et consumimur igni” (“andiamo in giro di notte e siamo consumati dal fuoco”)\, allude alla carica simbolica dell’installazione filmica omonima che\, con le sculture Pinna Nobilis e Dogod\, crea un insieme coerente in cui i singoli elementi esaltano i reciproci significati. \nIl fulcro della installazione è costituito dal film che documenta la marcia compiuta dall’artista insieme a un gruppo di minatori e pescatori del Sulcis nella notte del 4 dicembre 2014 (giorno di Santa Barbara\, protettrice della comunità dei minatori). \nIl cammino diventa rito in una prospettiva escatologica che riconosce il ruolo sociale dei lavoratori\, accentuando il valore della loro presenza. La marcia rituale dalla miniera fino all’isola di Sant’Antioco\, dal tramonto all’alba\, è enfatizzata dal bastone che accompagna il tragitto\, diventato poi parte integrante dell’opera presentata in mostra. \nL’uso della pellicola 16 mm risulta\, nella sua fragilità\, funzionale al senso complessivo del racconto\, evocando la componente alchemica di trasformazione della materia che accomuna tutte le opere esposte. \nLa metamorfosi del cranio di una creatura a metà tra cane (Dog) e divinità (God) è al centro di Dogod\, i cui elementi costitutivi\, provenienti dallo stagno di Cirdu\, a Sant’Antioco\, sono stati assemblati per poi realizzare la fusione a cera persa in bronzo bianco qui esposta. Al Sulcis rimanda anche la scultura Pinna Nobilis\, prodotta dal calco di un esemplare dell’omonima specie di bivalve endemica del Mediterraneo\, anch’esso recuperato a Punta Trettu durante la lavorazione del film. \nI lavori in mostra\, tra i più emblematici e rappresentativi della ricerca di Giorgio Andreotta Calò\, accompagnano il visitatore in profondità: negli abissi della terra\, ma anche nell’essenza del metodo dell’artista. In questo modo\, paesaggio e storia vengono assimilati dalle opere\, diventandone termine essenziale. \n\n\n\n\n\nBIOGRAFIA\n\n\nNato a Venezia nel 1979\, Giorgio Andreotta Calò vive e lavora a Venezia. \nHa studiato scultura all’Accademia di Venezia e alla Kunsthochschule di Berlino. Tra il 2008 e il 2010 è stato artista in residenza alla Rijksakademie van Beeldende Kunsten di Amsterdam. Nel 2011 il lavoro di Calò è stato presentato alla 54.ma Biennale di Venezia diretta da Bice Curiger. Nel 2012 ha vinto il Premio Italia per l’arte contemporanea promosso dal Museo MAXXI. Nel 2014 vince il Premio New York\, promosso dal Ministero per gli Affari Esteri Italiano. Nel 2017 è uno dei tre artisti invitati a rappresentare l’Italia nel Padiglione curato da Cecilia Alemani alla 57. Esposizione Internazionale d’Arte alla Biennale di Venezia. Nel 2018\, con il progetto Anastasis\, vince il bando Italian Council promosso dal Ministero della Cultura\, per la realizzazione di un’installazione monumentale presso l’Oude Kerk di Amsterdam. Nel 2019 gli viene dedicata una mostra personale presso Pirelli Hangar Bicocca. Le sue opere sono parte di numerose collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero. \nIl progetto è sostenuto dal PAC 2022-2023 – Piano per l’Arte Contemporanea\, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
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SUMMARY:Le affinità immaginate
DESCRIPTION:LA MOSTRA\n\n\nTorna esposta la collezione del museo MAN di Nuoro\, la più importante raccolta d’arte moderna e contemporanea legata alla storia della Sardegna. \nDa Mario Sironi a Maria Lai\, da Francesca Devoto a Giovanni Campus\, da Costantino Nivola a Lisetta Carmi. Un patrimonio collettivo che affonda nella memoria del luogo e apre l’orizzonte ai linguaggi delle giovani generazioni. \nIl museo MAN di Nuoro è lieto di annunciare Le affinità immaginate\, una grande mostra dedicata alla collezione storica del museo che esce dai depositi per un progetto di rilettura e riallestimento. Il percorso è volto alla partecipazione della comunità locale\, per attivare una riflessione su temi identitari\, ma con lo sguardo sensibile a prospettive universali. \nDalla microstoria alla macrostoria dell’uomo: la Sardegna\, la sua arte\, la sua cultura\, rappresentano un caso esemplare di fatti maggiori\, un concentrato di eventi che rispecchiano quelli italiani\, in una dimensione circoscritta ma fondamentale come tassello di un orizzonte ampio. \nDal verismo diAntonio Ballero al divisionismo del primo Sironi\, dal ritorno all’ordine di Ciusa Romagna al realismo borghese di Francesca Devoto\, dall’astrattismo di Mauro Manca alle vite straordinarie di Fancello\, Nivola e Pintori\, dalla prorompente e toccante creatività di Maria Lai\, fino alle ricerche delle ultime generazioni. In questo caso\, spiccano allestimenti site-specific realizzati per gli spazi del museo nell’ambito di premi vinti grazie ai bandi del Ministero e dove i nomi dei sardi emergenti si alternano ad altri\, chiamati ad abitare e a raccontare l’isola. \nUna scelta di 100 capolavori su mille opere della collezione permanente punteggiano un percorso ripensato alla luce di nuove indagini e all’indomani della pubblicazione del catalogo edito da Officina Libraria col titolo “100 Capolavori dalla collezione del MAN”. \n \nUna ricognizione a 360 gradi fra acquisizioni\, donazioni e comodati\, permette di leggere in modo differente le connessioni fra soggetti e autori\, iconografie e varianti. \nL’allestimento ispirato a una sorta di macchina del tempo – diversamente dal classico andamento cronologico – crea cortocircuiti\, andate e ritorni\, flashback e salti nel contemporaneo – al fine di stimolare nel visitatore possibili affinità\, eredità di stile o di contenuto. Importanti sono i tributi a Costantino Nivola (scelto da Adriano Pedrosa curatore della prossima Biennale di Venezia per la sua mostra dedicata agli esuli nel mondo) oltre a Jorge Eielson (in linea con le celebrazioni internazionali per il centenario dalla nascita)\, e a Guido Strazza maestro dell’astrazione italiana dal dopoguerra in avanti\, legato alla Sardegna per i natali materni e per una forte amicizia intellettuale con Maria Lai. Strazza ha concesso in donazione al MAN tre opere monumentali esposte ora per la prima volta. \n\n\n  \nFoto allestimento:Alessandro Moni
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SUMMARY:Fancello Nivola Pintori
DESCRIPTION:Il progetto vuole rendere omaggio alle figure dei tre artisti\, Costantino Nivola (Orani\, 1911 – Long Island\, 1988)\, Giovanni Pintori (Tresnuraghes\, 1912 – Milano\, 1999)\, Salvatore Fancello (Dorgali\, 1916 – Bregu Rapit\, 1941) all’indomani delle celebrazioni per i 100 anni dalla fondazione dell’I.S.I.A.\, attraverso un percorso espositivo che si articolerà nelle sedi del MAN e del Museo Civico Salvatore Fancello di Dorgali. \nLe due istituzioni\, in maniera sinergica e attraverso una importante collaborazione istituzionale\, predisporranno una serie di eventi collaterali volti alla valorizzazione delle opere dei tre ‘sardi dell’I.S.I.A.’ e del percorso formativo comune.\nIl progetto vanta\, come ulteriore obbiettivo\, quello di rafforzare il legame del MAN con le istituzioni locali\, in questo caso con Dorgali\, terra natia di Salvatore Fancello di cui il museo dorgalese conserva tra l’altro il celebre ‘Disegno interrotto’ del 1938\, donato dall’artista a Costantino Nivola in occasione del suo matrimonio.\nLa collezione permanente del MAN custodisce un prezioso nucleo delle opere più rappresentative dei tre artisti\, a partire dal comodato di Giovanni Pintori con 160 opere\, a cui segue il corpus delle opere di Salvatore Fancello\, tra cui le due sculture Figura femminile e Cinghiali. \nNel 1931 i tre artisti vinsero una borsa di studio della Camera di Commercio di Nuoro per la frequenza dei corsi presso l’I.S.I.A. (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche)\, la famosa scuola creata a Monza su iniziativa dell’Umanitaria di Milano. L’istituto\, attivo dal 1922 al 1943\, già dai primi anni richiamò grandi personalità del mondo artistico a cui affidò gli insegnamenti di materie tecniche e creative. Per le sue aule passarono infatti architetti come Giuseppe Pagano e Edoardo Persoli\, gli scultori Marino Marini e Arturo Martini\, il pittore Pio Semeghini. Contestualmente la scuola si rivelò luogo di sperimentazione\, approfondimento\, crescita e innovazione. \nFancello\, Nivola e Pintori collaborano\, a partire dal 1936\, con l’Ufficio Tecnico di Pubblicità dell’Olivetti\, diretto da Renato Zveteremich\, un vero pioniere della grafica pubblicitaria. Pintori e Nivola\, a metà degli anni Trenta\, furono i progettisti di innovativi manifesti e di alcune pubblicazioni esemplari\, che segnarono il celebre “stile Olivetti”. Fancello\, pur frequentando gli uffici milanesi della società di Ivrea\, preferì dedicarsi alla ceramica.\nNivola e Pintori realizzano a quattro mani i manifesti per la prima Olivetti Studio Modello 42\, di cui la mostra documenta tutti i passaggi di produzione e promozione. I maestri sardi crearono insieme immagini poetiche ed efficaci\, fatte di simboli evocativi e di giochi visivi. Il loro talento contribuì a distinguere nel mondo la forte identità grafica dell’azienda italiana. Costantino Nivola\, ricordando il suo lavoro all’Ufficio Pubblicità in quegli anni\, scrisse “Adriano Olivetti esigeva che tutto l’aspetto visuale della Olivetti fosse fatto a livello artistico”.\nA corredo del percorso espositivo il progetto prevede inoltre l’approfondimento\, attraverso ricerche d’archivio\, di documenti e fotografie\, fra cui alcuni inediti emersi recentemente in collezioni private. La mostra è arricchita da un catalogo che documenta il sodalizio dei maestri sardi sulla scia dello spirito illuminato e avanguardista di una scuola che fece epoca. \n  \nFoto Allestimento: Alessandro Moni
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SUMMARY:IL RESTO DELL’ALBA - Pininfarina Architecture e Patrick Tuttofuoco
DESCRIPTION:Sullo sfondo di un anno che il MAN di Nuoro ha dedicato al dialogo fra arte e architettura\, dopo l’omaggio alla scalinata di Odessa e ai workshop con le università di architettura di Cagliari\, Alghero e Palermo\, prende forma ora un progetto inedito studiato appositamente per gli spazi del museo. \nLa mostra Il Resto dell’Alba nasce da un confronto teorico fra l’artista Patrick Tuttofuoco\, la curatrice museografa Maddalena d’Alfonso e l’architetto Giovanni de Niederhäusern\, vicepresidente di Pininfarina Architettura. Il Resto dell’Alba è un’opera avvolgente che interpreta la nuova frontiera del virtuale dando un corpo fisico all’ipertecnologia del digitale. \nLo spazio dell’arte\, infatti\, è visto come un luogo esperienziale generato con strumenti di prototipazione virtuale\, dove spazio e pubblico si integrano e si attivano a vicenda\, traguardando il tempo dell’arte: da una parte quello storico\, passato\, rappresentato idealmente da una scultura nuragica\, con tutto il suo portato mitico e assoluto insieme\, come segno eterno di una presenza iconica delle nostre origini\, “da dove veniamo”\, il nostro retaggio arcaico; dall’altra parte\, quello del futuro\, digitale\, il “dove andiamo” simbolizzato dall’immaginario incorporeo e aurorale della luce epifanica di un sole doppio\, una prospettiva e\, al contempo\, una nuova genesi\, ispirata alla classica iconografia del sole nascente\, di matrice anarchica\, speranza di un avvenire radioso\, allegoria di una rigenerazione e di un nuovo senso dell’abitare dell’uomo sulla terra\, così come teorizzato da Jean-Jacques Rousseau\, Bruno Taut o Martin Heidegger. Tutto questo sta alla base di una forma progettuale potente e utopica\, un’opera attraversabile in un viaggio allegorico\, dove l’esperienza si sublima nella dimensione del simbolo. \nL’ambiente progettato con strumenti di design parametrico di tipo generativo è interamente realizzato in alluminio tagliato con una tecnica denominata mesh clustering\, per ottimizzare l’uso del materiale\, la realizzazione a controllo numerico e l’assemblaggio a secco. Questo consentirà\, a fine mostra\, di disallestire l’opera e riutilizzare il materiale nella filiera del riciclo. Il sole doppio è una forma-oggetto composta dalla sfera incipiente e dal suo doppio\, che è anche un’ombra luminosa\, un inconcepibile cortocircuito sulla questione della fonte della luce e del calore. La mostra\, nel dialogo tra arte\, architettura e museografia\, propone al pubblico un’esperienza personale\, in cui la dilatazione del momento dell’alba cristallizza uno stato di attesa\, un tempo sospeso e pone l’osservatore di fronte a quesiti su un futuro sempre più innaturale ma nell’ottica di una reciprocità virtuosa fra natura e tecnologia. Fra passato e futuro\, il visitatore incarna il presente. Il paesaggio museografico desunto dall’immaginario digitale del metaverso\, fa percepire il fascino del disagio di essere troppo vicini al sole. Una sensazione che genera la riflessione su grandi temi comuni e attuali\, da affrontare con urgenza sempre maggiore: dai più evidenti\, relativi al cambiamento climatico\, a quelli di ricerca sul design di supporto alla riduzione degli sprechi e sulle materie prime. \nIl MAN promuove con questa mostra una condivisione su argomenti fondamentali\, dalle questioni della sostenibilità sociale a quelle dell’inclusione\, attraverso la coesistenza di arte\, artificio e umano in un luogo aurorale. E pone al pubblico domande importanti: quale intricata relazione si sta instaurando tra la nostra esistenza nel mondo digitale e la presenza fisica? Che luoghi e spazi pensare per l’inclusività e per sensibilizzare su problematiche contingenti per la costruzione del futuro? \nPininfarina Architecture \nIcona globale dello stile italiano\, Pininfarina è nota per la sua impareggiabile abilità nel creare opere senza tempo\, basate sui suoi valori di Tecnologia e Bellezza. Fondata in Italia nel 1930\, Pininfarina ha oggi uffici in tutto il mondo\, con un ambito progettuale che include trasporti\, design industriale\, architettura/interni e design automobilistico. I progetti più recenti di Pininfarina della divisione Architettura abbracciano località geografiche come la Turchia (la Nuova Torre di Controllo dell’aeroporto di Istanbul)\, gli Stati Uniti (il condominio di lusso 1100 Millecento a Miami)\, il Brasile (Cyrela\, Vitra e Yachthouse\, e le torri gemelle di Balneario Camboriu)\, l’Italia (Juventus Stadium a Torino\, The New Stauffer Center for Strings a Cremona\, Urban Lounge a Milano). Pininfarina Architettura ha inoltre vinto numerosi premi internazionali di architettura\, di recente il Green Good Design Award 2022 per Urban Lounge\, l’American Architecture Award 2020 con Yachthouse\, l’International Architecture Award 2020 per Sixty6 e il Red Dot Award 2019 per il City of Miami Bus Shelter Designs. Con sedi a Torino\, Milano\,. Miami\, New York e Shanghi\, Pininfarina Architecture lavora con un team di 80 professionisti formati presso le più importanti istituzioni accademiche e centri di ricerca del mondo e con background multidisciplinari tra cui architettura\, ingegneria\, scienze sociali e interaction design\, legati tra loro attraverso le esperienze professionali. Project team: Giovanni de Niederhausern\, Gianni Giuffrida\, Simona Penna\, Marco Caprani\, Giuseppe Conti\, Alessandro Mimiola\, Silvia Sereno Regis\, Giacomo Andreolli. \nPatrick Tuttofuoco (Milano\, 1974) Vive e lavora a Milano \nIl lavoro artistico di Patrick Tuttofuoco è concepito come un dialogo tra individui e la loro abilità a trasformare l’ambiente che abitano\, esplorando nozioni di comunità ed integrazione sociale al fine di combinare l’immediata attrazione sensoriale con il potere di innescare profonde risposte teoriche. Tuttofuoco mescola Modernismo e Pop; egli spinge il figurativo nell’astratto\, usando l’uomo come paradigma dell’esistenza\, come la matrice e l’unità di misura della realtà. Da questo processo interpretativo e cognitivo\, vengono prodotte infinite versioni dell’uomo e del contesto della sua esistenza\, dalle quali vengono generate forme in grado di animare le sculture. Patrick Tuttofuoco ha partecipato alla 50° Biennale di Venezia (2003)\, a Manifesta 5 (2004)\, alla 6° Biennale di Shanghai (2006) e alla 10° Biennale di Havana (2009). I suoi lavori sono stati esibiti in diverse istituzioni come la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo\, (Torino 2006)\, il Künstlerhaus Bethanien\, Berlino (2008) e Casa Italia\, Pyeongchang (2018). Nel 2017 è stato selezionato dal Consiglio italiano grazie al progetto ZERO presentato a Rimini\, Berlino e Bologna (2018). \nMaddalena d’Alfonso (1972) Vive e lavora a Milano. \nMaddalena d’Alfonso\, è architetto\, saggista e ricercatrice. Prende la qualifica di professore associato nel 2017 dopo il dottorato di ricerca in architettura degli interni e museografia nel 2004. Ha applicato la sua attitudine a coniugare l’attività di ricerca con la cultura museografica nell’ideazione e progettazione di mostre e programmi culturali per istituzioni pubbliche\, fondazioni e musei. D’Alfonso è membro del consiglio scientifico di ICAMT – l’International Commitee for Architecture and Museum Techniques dell’ICOM dal 2019. La mostra Il Paesaggio dei Diritti – Fotografare la Costituzione\, da lei ideata e curata per il Comune di Milano\, nel 2017 ha ricevuto la medaglia di rappresentanza del Presidente della Repubblica Italiana _e il suo libro Warm Modernity (Silvana 2016) ha ricevuto il Red Dot Award. Nel 2019 ha fondato l’agenzia Md’A Design Agency per offrire alla sua rete di lavoro servizi\, progettazione e attività interdisciplinari riunendo architettura\, curatela e gestione museale per implementare soluzioni sostenibili per l’architettura e la cultura sottolineando i temi relativi all’accessibilità e democraticità degli spazi pubblici e collettivi. \nPartner dell’installazione Materea per le lavorazioni computazionali e il servizio di produzione. www.materea.industries\nNieder\, per le lavorazioni e lo shipping e l’installazione www.nieder.it\nAlpewa e Prefa per la fornitura di lastre in alluminio naturale PREFA e dei rivetti www.alpewa.com – www.prefa.it\nErco Per la consulenza illuminotecnica e la fornitura dei corpi illuminanti. www.erco.com\nBrianza Plastica www.brianzaplastica.it \nProgetto finanziato nell’ambito dei fondi Pnrr per l’accessibilità \n  \n  \nFoto Allestimento: Alessandro Moni
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SUMMARY:Giotto | Fontana - Lo spazio d'oro
DESCRIPTION:una produzione MAN\, Nuoro\nda un’idea di Chiara Gatti\ntesti scientifici a cura di Andrea Nante e Paolo Campiglio\, Serena Colombo e Chiara Gatti\nCoordinamento di Rita Moro \nIl museo MAN di Nuoro presenta un progetto inedito dedicato a un dialogo ideale fra passato e presente\, fra classico e contemporaneo\, in linea con una filosofia espositiva che da anni conduce riflessioni sull’eterno ritorno di temi universali nell’arte di tutti i tempi. \nDopo le grandi mostre già riservate ad Alberto Giacometti e l’arcaico (in collaborazione con la Fondazione Giacometti di Zurigo) o Picasso e il mito\, nella serie celeberrima delle incisioni per la Suite Vollard\, il MAN intende indagare il nesso che\, a distanza di secoli\, collega la ricerca spaziale di Lucio Fontana con il valore dello spazio nelle composizione di Giotto\, unitamente alla presenza fortemente simbolica del colore oro nella sua reificazione dell’infinito e dell’altrove. \nNella tradizione pittorica bizantina e in quella medievale occidentale\, viene progressivamente meno la volontà di rappresentare uno spazio reale e tridimensionale. Il fondo oro di mosaici e tavole dipinte offre infatti una rilucenza profonda e vibrante e conferisce alla composizione pittorica\, per lo più sacra\, un’aura di religiosità e mistero\, atta a sancire il legame indissolubile tra arte e fede. \nIl dipinto è un’icona da adorare e assume un valore simbolico\, alludendo a valori eterni e trascendenti. \nGiotto\, Due apostoli\, 1325-1330 Tempera e oro su tavola Venezia\, Fondazione Giorgio Cini\, Galleria di Palazzo Cini \nL’oro non è colore\, ma simbolo divino\, esalta le figure\, ieratiche e bidimensionali\, senza umanizzarle\, le astrae dal contesto reale\, isolandole nel tempo e nello spazio e le pone entro rigidi schemi fissi\, annullando ogni consuetudine e ogni rapporto con la quotidianità: nessuna espressione e movimento\, nessun paesaggio familiare\, nessun edificio riconoscibile\, nessun riscontro con il vissuto. \nUn nuovo senso della realtà e dello spazio\, vero e profondo\, emerge nell’arte medievale grazie alla personalità di Giotto (1267 ca.-1337)\, che già i contemporanei lodavano poiché «rimutò l’arte di greco in latino e la ridusse al moderno»\, come scrisse Cennino Cennini nel suo Libro dell’Arte. Lo spazio sacro e dorato\, bidimensionale e trascendente\, cortina di luce che isola dal mondo esterno della tradizione precedente\, viene “bucato” da Giotto\, alla ricerca di una terza dimensione\, profonda e reale. \nIl fondo oro diventa cielo vero\, atmosferico\, lucente e terso nelle giornate di primavera\, illuminato dalla luce della luna e delle stelle (e persino delle comete) nella notte buia.\nGiotto scopre come la pittura possa raffigurare ciò che l’occhio vede\, comprese la possibilità dell’illusione\, meravigliosamente sperimentate per la prima volta nei due celebri finti coretti della cappella degli Scrovegni di Padova. Qui\, all’inizio del Trecento\, ancor prima dell’invenzione della prospettiva rinascimentale\, Giotto introduce l’idea del trompe-l’oil\, della pittura capace di trasformare lo spazio e creare ambienti illusionistici. Uno spazio senza figure e in cui – senza preavviso – irrompe il mondo esterno. I due fini vani\, vuoti\, potrebbero animarsi da un momento all’altro di cantori. E\, dalla bifora gotica\, si potrebbero vedere le rondini volteggiare nell’aria\, dalla gronda della vicina chiesa degli Eremitani\, come scrive Roberto Longhi nel 1952. \n“Giotto spazioso” è la definizione che il grande critico suggeriva per questo nuovo modo di pensare alla pittura\, spiegando\, a proposito della cappella padovana\, che «per chi\, ora\, si collochi al centro del pavimento della cappella\, e cioè nel luogo più adatto ad abbracciare con un solo sguardo la parete in cui si apre l’abside\, torna sùbito chiaro\, palmare\, sensibile fino all’illusione che i due finti vani “bucano” il muro\, mirano ad intervenire nell’architettura stessa del sacello. All’effetto di veridica illusione convengono le due volte gotiche concorrendo ad un solo centro che è sull’asse della chiesa e cioè nella profondità ’reale’\, esistenziale dell’abside; conviene la luce interna che\, partendo dal centro\, si diffonde inversamente nei due vani\, persino sulle colonnine e sugli stipiti delle due bifore; conviene la luce esterna di celo che colma l’apertura delle bifore stesse: non di un oltremarino “astratto”\, ma di un azzurro biavo\, che si accompagna a quello (vero) fuor delle finestre dell’abside». \nMa anche nei fondi oro – pensiamo alla giovanile Madonna di Borgo san Lorenzo e a quella di San Giorgio alla Costa o alla più tarda Maestà di Ognissanti – il cielo metafisico non è più infinito e\, al tempo stesso indefinito\, bensì fisico e reale. Le figure sono robuste come sculture e nel fondo\, pur dorato\, circola l’aria. Concorrono all’introduzione della realtà nella pittura l’uso della luce\, di cui Giotto individua sempre la fonte\, che modella i volumi\, occupa lo spazio rendendolo plausibile e ‘naturale’. Abitabile. Concorrono le intuizioni con cui il maestro coglie le relazioni tra luce e colore (il colore muta\, a seconda del variare della luce\, non solo di intensità ma di qualità)\, il suo approccio inedito alla quotidianità della vita\, nella resa curiosa di espressioni\, oggetti\, e della natura\, come un obiettivo spalancato nuovamente sulla realtà\, in ogni suo aspetto\, dai più sacrali ai più umili\, riproposto nella verità degli spazi architettonici e paesistici. Proprio in questa riappropriazione della realtà\, al di là degli schemi della tradizione\, la vita\, lo spazio\, l’uomo e i suoi sentimenti tornano a essere protagonisti della pittura. Un approccio vivo e rivoluzionario attuale anche per la pittura moderna e contemporanea\, che tanto debito nutre nei confronti del suo pensiero. \n«Le condizioni fondamentali nell’arte moderna sono chiaramente evidenti nel XIII secolo\, in cui inizia la rappresentazione dello spazio»\, scriveva Lucio Fontana nel suo «Manifiesto Blanco» del 1946. Con l’artista di Santa Fè\, lo spazio nuovo e illusorio di Giotto si trasforma infatti in uno spazio realmente tridimensionale. La luce che lo attraversa rende palpabile il principio della soglia\, dell’affaccio\, del luogo di confine fra visibile e invisibile\, secondo altresì l’antico concetto di iconostasi che Fontana rilegge nella sintesi radicale del suo gesto. La luce irrompe dunque in uno spazio mentale rendendolo improvvisamente percorribile. È proprio la stessa luce che\, nei fondi oro del Trecento – così come analizzata fra le pagine de Le porte regali di Pavel Florenskij – vedeva una materializzazione dell’immateriale e che ha poi attraversato i “concetti spaziali” di Lucio Fontana\, accarezzandone sabbie\, pietre\, pezzi di vetro e foglie d’oro. Una luce dilagante e calda\, ma generata da un atto pittorico. \nLucio Fontana\, Concetto spaziale\, 1960-61Olio su telaMART\, Museo di arte moderna e contermporanea di Trento e RoveretoCollezione Domenico Talamoni \nIl dialogo proposto in mostra fra una preziosa tavola di Giotto – i Due apostoli della Fondazione Giorgio Cini di Venezia – e un Concetto spaziale di Fontana del MART di Rovereto – attinge\, oltre che alle speculazioni di Florenskij\, a una lunga letteratura concentrata su corsi e ricorsi di quella magnifica ossessione della pittura per la rappresentazione dell’assoluto\, affrontata scientificamente da grandi studiosi\, fra cui Georges Bataille\, Lionello Venturi\, Jean-Paul Sartre\, Michael Baxandall\, Jean Servier\, Luigi Carluccio. Una tensione verso l’infinito e il trascendente accomuna antichi e contemporanei e rende il dialogo fra Giotto e Fontana significativo e puntuale nel senso di un affondo esemplificativo\, minimalista quanto intenso\, fra le pieghe di questo tema di studio dell’arte universale. La pittura delle icone presuppone\, non a caso\, una metafisica delle immagini e della luce che nel Novecento trova eredi sensibili. Ed è a questa metafisica che autori come Wildt\, Carrà\, Casorati e poi Melotti e Fontana\, oltre a maestri internazionali del calibro di Rothko o Yves Klein\, hanno guardato\, rivolgendosi persino all’uso dell’oro come veicolo verso l’astratto\, verso il sacro\, oltre le “porte regali” dell’iconòstasi\, al di là del margine fra mondo visibile e il mondo invisibile\, «luogo dove si manifesta una pittura sublime – per citare Florenskij – in cui le cose sono “prodotti della luce”». \n«Scoprire il Cosmo – ripeteva\, non per nulla\, Lucio Fontana – è scoprire una nuova dimensione. È scoprire l’Infinito. Così\, bucando questa tela – che è la base di tutta la pittura – ho creato una dimensione infinita». \n  \nFoto allestimento: Alessandro Moni \n\n		\n		\n			\n				\n			\n			\n				\n			\n		\n\n 
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SUMMARY:Cristian Chironi - Abitare è un linguaggio
DESCRIPTION:Nell’ambito del programma annuale dedicato alla ricerca sui linguaggi del contemporaneo\, che ha visto il MAN di Nuoro presentare nei mesi scorsi artisti come Massimo Grimaldi\, Alice Guareschi\, Luca Spano oltre al piano speciale di residenze condiviso con la Fondazione Monte Verità di Ascona\, il museo annuncia una personale di Cristian Chironi (Nuoro 1974) a dieci anni esatti dal suo ultimo progetto per il MAN. Vincitore di Strategia Fotografia 2023\, bando del Ministero della Cultura che ha consentito l’acquisizione di nove opere della sua produzione giovanile\, Chironi svilupperà al MAN un percorso inedito intitolato Abitare è un linguaggio e dedicato all’“Arte dell’abitare”. \nInfatti\, da tempo la ricerca di Cristian Chironi si sviluppa attraverso progetti che prevedono che l’artista viva e lavori in case e residenze d’arte in varie parti del mondo. Il più noto è My house is a Le Corbusier\, in cui la vita di Chironi si intreccia alle architetture disegnate da Le Corbusier in 12 paesi. \nChironi è stato inoltre residente a Casa Wabi\, architettura progettata da Tadao Ando nelle vicinanze di Puerto Escondido a Oaxaca. Ha abitato la casa dell’architetto\, designer e urbanista Pierre Jeanneret a Chandigarh\, in India. Ha vissuto nella casa della scrittrice Victoria Ocampo a Buenos Aires\, disegnata dall’architetto Alejandro Bustillo e considerata la prima casa rappresentativa del movimento moderno in Argentina. Un progetto abitativo è anche quello ideato da Chironi per i grottini dei giardini pubblici di Cagliari\, luogo denso di storia che durante la Seconda Guerra Mondiale è stato rifugio antiaereo e persino ricovero per le opere d’arte. \nIn linea con questo percorso\, l’esplorazione di architetture d’autore\, storiche e importanti\, ha portato l’artista ad abitare anche una “Brownstone” del 1850\, architettura caratteristica situata a Brooklyn e oggi considerata tra gli esempi meglio conservati di design urbano del XIX secolo negli Stati Uniti. \nL’esperienza di Chironi in queste architetture è scandita da momenti di lavoro solitario e momenti di scambio con i visitatori\, in cui l’interpretazione dell’architettura è resa attraverso il racconto e la presa diretta della sua dimensione spazio temporale. In questi luoghi\, opere ed eventi sono realizzati sul momento\, con un profondo interesse per la commistione tra stili diversi e la sperimentazione di materiali inconsueti. Una ricerca coerente\, incentrata sul concetto di abitare esplorato secondo diverse prospettive. In questo modo\, le abitazioni diventano per l’artista un punto di osservazione privilegiato per comprendere il profondo significato dell’abitare\, per riflettere su questioni legate alla gentrificazione e ai cambiamenti urbani. Si stabilisce\, così\, un rapporto con il contesto\, sia umano che ambientale\, che porta l’artista a confrontarsi con culture e costumi sempre diversi. \nPer il MAN\, Chironi ha concepito il percorso espositivo Abitare è un linguaggio\, coordinato da Elisabetta Masala\, in cui ognuna delle otto sale del secondo piano del museo accoglie opere provenienti da diverse abitazioni precedentemente esplorate\, con lavori inediti realizzati per l’occasione. \nUna costola espositiva del progetto è inoltre visibile presso l’Autocarrozzeria Santino Angioi a Ottana\, paese poco distante da Nuoro\, dove Chironi da sempre personalizza la sua Fiat 127 Special\, seguendo gli accostamenti cromatici tipici delle case di Le Corbusier. Non a caso la storica automobile è stata ribattezzata “Camaleonte”\, proprio per la capacità di mutare il colore della carrozzeria a seconda dei luoghi in cui sosta. \nVenerdì 1° dicembre Camaleonte sarà al centro di in una nuova versione del progetto itinerante Drive\, che unisce l’artista e i partecipanti in un percorso di riflessione urbana e immaginazione sui temi del viaggio\, della mobilità\, delle trasformazioni sociali\, dell’abitazione e dell’attraversamento di confini. Insieme ai racconti di Chironi alla guida di Camaleonte\, si potranno ascoltare le composizioni sonore nate in collaborazione con diversi musicisti e sound-artist: Francesco Brasini\, Alessandro Bosetti\, Massimo Carozzi\, Daniela Cattivelli\, Coro di Radio France\, Paolo Fresu\, Stefano Pilia\, Francesco Serra\, Henrik Svedlund\, Dominique Vaccaro\, Sophie Vitelli\, e il contributo inedito del polistrumentista nuorese Gavino Murgia. \nLo slogan di Le Corbusier “una casa è una macchina per abitare” è reinterpretato così in Nuoro Drive\, dando vita ad un ambiente mobile che condensa segni di viaggio e transito\, in un remix di storie\, traiettorie e valori. \nLa parte editoriale del progetto vedrà la luce nel 2024\, con il contributo dell’artista statunitense Charles Ray\, con cui Chironi ha avviato una collaborazione per la realizzazione di un ponte per pecore e pastori da costruirsi in Sardegna. \nColor keyboard – FIAT 127 Special (Camaleonte)\nAutocarrozzeria Santino Angioi\nzona P.i.p. Lotto 12\, 08020 Ottana (NU)\ndal lun. al ven. ore 09.00 > 18.00\nT: +39.07841786478 \n01.12.23 _ Nuoro Drive\nperformance itinerante in città.\nPartenza dal Museo MAN.\nSono previsti cinque viaggi da 30 minuti\nOrari:\n15.30>16.00; 16.15>16.45; 17.00>17.30; 17.45>18.15; 18.30>19.00\nColoro che desiderano partecipare ai viaggi di 30 minuti con l’artista possono inviare il proprio nome\, numero di telefono\, insieme alla fascia oraria specifica in cui desiderano partecipare\, all’e-mail info@museoman.it \nRingraziamenti \nFondation Le Corbusier – Parigi\nFundación Casa – Città del Messico\nLacasapark Art Residency – New York\nLa Casa de la Cultura del Fondo Nacional de las Artes e BIENALSUR – Buenos Aires\nPierre Jeanneret Museum – Chandigarh\nIstituto di Cultura Italiano – Città del Messico\nCollezione Andrea Boghi – Brescia\nCollezione Anna e Francesco Tampieri – Nonantola\nOlnick Spanu Collection – New York \nCristian Chironi è un artista multidisciplinare che vive tra Città del Messico e l’Italia. Usa diversi mezzi tra cui performance\, fotografia\, video\, architettura\, design\, creando spesso una sorta di interazione tra di loro. Tra le prossime mostre: Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico; CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia\, Torino. Tra le prossime performance: Ivrea (Olivetti) Drive\, Ivrea. www.cristianchironi.it \n  \nFoto allestimento: Alessandro Moni
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SUMMARY:Fancello Nivola Pintori
DESCRIPTION:Il progetto vuole rendere omaggio alle figure dei tre artisti\, Costantino Nivola (Orani\, 1911 – Long Island\, 1988)\, Giovanni Pintori (Tresnuraghes\, 1912 – Milano\, 1999)\, Salvatore Fancello (Dorgali\, 1916 – Bregu Rapit\, 1941) all’indomani delle celebrazioni per i 100 anni dalla fondazione dell’I.S.I.A.\, attraverso un percorso espositivo che si articolerà nelle sedi del MAN e del Museo Civico Salvatore Fancello di Dorgali. \nLe due istituzioni\, in maniera sinergica e attraverso una importante collaborazione istituzionale\, predisporranno una serie di eventi collaterali volti alla valorizzazione delle opere dei tre ‘sardi dell’I.S.I.A.’ e del percorso formativo comune.Il progetto vanta\, come ulteriore obbiettivo\, quello di rafforzare il legame del MAN con le istituzioni locali\, in questo caso con Dorgali\, terra natia di Salvatore Fancello di cui il museo dorgalese conserva tra l’altro il celebre ‘Disegno interrotto’ del 1938\, donato dall’artista a Costantino Nivola in occasione del suo matrimonio.La collezione permanente del MAN custodisce un prezioso nucleo delle opere più rappresentative dei tre artisti\, a partire dal comodato di Giovanni Pintori con 160 opere\, a cui segue il corpus delle opere di Salvatore Fancello\, tra cui le due sculture Figura femminile e Cinghiali. \nNel 1931 i tre artisti vinsero una borsa di studio della Camera di Commercio di Nuoro per la frequenza dei corsi presso l’I.S.I.A. (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche)\, la famosa scuola creata a Monza su iniziativa dell’Umanitaria di Milano. L’istituto\, attivo dal 1922 al 1943\, già dai primi anni richiamò grandi personalità del mondo artistico a cui affidò gli insegnamenti di materie tecniche e creative. Per le sue aule passarono infatti architetti come Giuseppe Pagano e Edoardo Persoli\, gli scultori Marino Marini e Arturo Martini\, il pittore Pio Semeghini. Contestualmente la scuola si rivelò luogo di sperimentazione\, approfondimento\, crescita e innovazione. \nFancello\, Nivola e Pintori collaborano\, a partire dal 1936\, con l’Ufficio Tecnico di Pubblicità dell’Olivetti\, diretto da Renato Zveteremich\, un vero pioniere della grafica pubblicitaria. Pintori e Nivola\, a metà degli anni Trenta\, furono i progettisti di innovativi manifesti e di alcune pubblicazioni esemplari\, che segnarono il celebre “stile Olivetti”. Fancello\, pur frequentando gli uffici milanesi della società di Ivrea\, preferì dedicarsi alla ceramica.Nivola e Pintori realizzano a quattro mani i manifesti per la prima Olivetti Studio Modello 42\, di cui la mostra documenta tutti i passaggi di produzione e promozione. I maestri sardi crearono insieme immagini poetiche ed efficaci\, fatte di simboli evocativi e di giochi visivi. Il loro talento contribuì a distinguere nel mondo la forte identità grafica dell’azienda italiana. Costantino Nivola\, ricordando il suo lavoro all’Ufficio Pubblicità in quegli anni\, scrisse “Adriano Olivetti esigeva che tutto l’aspetto visuale della Olivetti fosse fatto a livello artistico”.A corredo del percorso espositivo il progetto prevede inoltre l’approfondimento\, attraverso ricerche d’archivio\, di documenti e fotografie\, fra cui alcuni inediti emersi recentemente in collezioni private. La mostra è arricchita da un catalogo che documenta il sodalizio dei maestri sardi sulla scia dello spirito illuminato e avanguardista di una scuola che fece epoca.
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SUMMARY:IL RESTO DELL’ALBA
DESCRIPTION:Sullo sfondo di un anno che il MAN di Nuoro ha dedicato al dialogo fra arte e architettura\, dopo l’omaggio alla scalinata di Odessa e ai workshop con le università di architettura di Cagliari\, Alghero e Palermo\, prende forma ora un progetto inedito studiato appositamente per gli spazi del museo. \nLa mostra Il Resto dell’Alba nasce da un confronto teorico fra l’artista Patrick Tuttofuoco\, la curatrice museografa Maddalena d’Alfonso e l’architetto Giovanni de Niederhäusern\, vicepresidente di Pininfarina Architettura. \nIl Resto dell’Alba è un’opera avvolgente che interpreta la nuova frontiera del virtuale dando un corpo fisico all’ipertecnologia del digitale. \nL’ambiente progettato con strumenti di design parametrico di tipo generativo è interamente realizzato in alluminio tagliato con una tecnica denominata mesh clustering\, per ottimizzare l’uso del materiale\, la realizzazione a controllo numerico e l’assemblaggio a secco. \nIl sole doppio è una forma-oggetto composta dalla sfera incipiente e dal suo doppio\, che è anche un’ombra luminosa\, un inconcepibile cortocircuito sulla questione della fonte della luce e del calore. \n\n\n\nLA MOSTRA\n\n\nLa mostra\, nel dialogo tra arte\, architettura e museografia\, propone al pubblico un’esperienza personale\, in cui la dilatazione del momento dell’alba cristallizza uno stato di attesa\, un tempo sospeso e pone l’osservatore di fronte a quesiti su un futuro sempre più innaturale ma nell’ottica di una reciprocità virtuosa fra natura e tecnologia. \nFra passato e futuro\, il visitatore incarna il presente. Il paesaggio museografico desunto dall’immaginario digitale del metaverso\, fa percepire il fascino del disagio di essere troppo vicini al sole. Una sensazione che genera la riflessione su grandi temi comuni e attuali\, da affrontare con urgenza sempre maggiore: dai più evidenti\, relativi al cambiamento climatico\, a quelli di ricerca sul design di supporto alla riduzione degli sprechi e sulle materie prime. \nIl MAN promuove con questa mostra una condivisione su argomenti fondamentali\, dalle questioni della sostenibilità sociale a quelle dell’inclusione\, attraverso la coesistenza di arte\, artificio e umano in un luogo aurorale. E pone al pubblico domande importanti: quale intricata relazione si sta instaurando tra la nostra esistenza nel mondo digitale e la presenza fisica? Che luoghi e spazi pensare per l’inclusività e per sensibilizzare su problematiche contingenti per la costruzione del futuro? \n\n\n\nPININFARINA ARCHITECTURE\n\n\nIcona globale dello stile italiano\, Pininfarina è nota per la sua impareggiabile abilità nel creare opere senza tempo\, basate sui suoi valori di Tecnologia e Bellezza. Fondata in Italia nel 1930\, Pininfarina ha oggi uffici in tutto il mondo\, con un ambito progettuale che include trasporti\, design industriale\, architettura/interni e design automobilistico. I progetti più recenti di Pininfarina della divisione Architettura abbracciano località geografiche come la Turchia (la Nuova Torre di Controllo dell’aeroporto di Istanbul)\, gli Stati Uniti (il condominio di lusso 1100 Millecento a Miami)\, il Brasile (Cyrela\, Vitra e Yachthouse\, e le torri gemelle di Balneario Camboriu)\, l’Italia (Juventus Stadium a Torino\, The New Stauffer Center for Strings a Cremona\, Urban Lounge a Milano). Pininfarina Architettura ha inoltre vinto numerosi premi internazionali di architettura\, di recente il Green Good Design Award 2022 per Urban Lounge\, l’American Architecture Award 2020 con Yachthouse\, l’International Architecture Award 2020 per Sixty6 e il Red Dot Award 2019 per il City of Miami Bus Shelter Designs. Con sedi a Torino\, Milano\,. Miami\, New York e Shanghi\, Pininfarina Architecture lavora con un team di 80 professionisti formati presso le più importanti istituzioni accademiche e centri di ricerca del mondo e con background multidisciplinari tra cui architettura\, ingegneria\, scienze sociali e interaction design\, legati tra loro attraverso le esperienze professionali. Project team: Giovanni de Niederhausern\, Gianni Giuffrida\, Simona Penna\, Marco Caprani\, Giuseppe Conti\, Alessandro Mimiola\, Silvia Sereno Regis\, Giacomo Andreolli. \n\n\n\nPATRICK TUTTOFUOCO\n\n\nVive e lavora a Milano \nIl lavoro artistico di Patrick Tuttofuoco è concepito come un dialogo tra individui e la loro abilità a trasformare l’ambiente che abitano\, esplorando nozioni di comunità ed integrazione sociale al fine di combinare l’immediata attrazione sensoriale con il potere di innescare profonde risposte teoriche. Tuttofuoco mescola Modernismo e Pop; egli spinge il figurativo nell’astratto\, usando l’uomo come paradigma dell’esistenza\, come la matrice e l’unità di misura della realtà. Da questo processo interpretativo e cognitivo\, vengono prodotte infinite versioni dell’uomo e del contesto della sua esistenza\, dalle quali vengono generate forme in grado di animare le sculture. Patrick Tuttofuoco ha partecipato alla 50° Biennale di Venezia (2003)\, a Manifesta 5 (2004)\, alla 6° Biennale di Shanghai (2006) e alla 10° Biennale di Havana (2009). I suoi lavori sono stati esibiti in diverse istituzioni come la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo\, (Torino 2006)\, il Künstlerhaus Bethanien\, Berlino (2008) e Casa Italia\, Pyeongchang (2018). Nel 2017 è stato selezionato dal Consiglio italiano grazie al progetto ZERO presentato a Rimini\, Berlino e Bologna (2018). \n\n\n\nMADDALENA D’ALFONSO\n\n\nVive e lavora a Milano. \nMaddalena d’Alfonso\, è architetto\, saggista e ricercatrice. Prende la qualifica di professore associato nel 2017 dopo il dottorato di ricerca in architettura degli interni e museografia nel 2004. Ha applicato la sua attitudine a coniugare l’attività di ricerca con la cultura museografica nell’ideazione e progettazione di mostre e programmi culturali per istituzioni pubbliche\, fondazioni e musei. D’Alfonso è membro del consiglio scientifico di ICAMT – l’International Commitee for Architecture and Museum Techniques dell’ICOM dal 2019. La mostra Il Paesaggio dei Diritti – Fotografare la Costituzione\, da lei ideata e curata per il Comune di Milano\, nel 2017 ha ricevuto la medaglia di rappresentanza del Presidente della Repubblica Italiana _e il suo libro Warm Modernity (Silvana 2016) ha ricevuto il Red Dot Award. Nel 2019 ha fondato l’agenzia Md’A Design Agency per offrire alla sua rete di lavoro servizi\, progettazione e attività interdisciplinari riunendo architettura\, curatela e gestione museale per implementare soluzioni sostenibili per l’architettura e la cultura sottolineando i temi relativi all’accessibilità e democraticità degli spazi pubblici e collettivi. \n\n\n\nI PARTNER DEL PROGETTO\n\n\nMaterea\, per le lavorazioni computazionali e il servizio di produzione  \nNieder\, per le lavorazioni\, lo shipping e l’installazione   \nAlpewa e Prefa\, per la fornitura di alluminio grezzo  \nErco\, per la consulenza illuminotecnica e la fornitura dei corpi illuminanti \nBrianza Plastica\, per il sostegno alla produzione  \nStand Up allestimenti per la realizzazione \n  \nProgetto finanziato nell’ambito dei fondi Pnrr per l’accessibilità
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SUMMARY:Cristian Chironi
DESCRIPTION:  \nNell’ambito del programma annuale dedicato alla ricerca sui linguaggi del contemporaneo\, che ha visto il MAN di Nuoro presentare nei mesi scorsi artisti come Massimo Grimaldi\, Alice Guareschi\, Luca Spano oltre al piano speciale di residenze condiviso con la Fondazione Monte Verità di Ascona\, il museo annuncia una personale di Cristian Chironi (Nuoro 1974) a dieci anni esatti dal suo ultimo progetto per il MAN. Vincitore di Strategia Fotografia 2023\, bando del Ministero della Cultura che ha consentito l’acquisizione di nove opere della sua produzione giovanile\, Chironi svilupperà al MAN un percorso inedito intitolato Abitare è un linguaggio e dedicato all’“Arte dell’abitare”. \nInfatti\, da tempo la ricerca di Cristian Chironi si sviluppa attraverso progetti che prevedono che l’artista viva e lavori in case e residenze d’arte in varie parti del mondo. Il più noto è My house is a Le Corbusier\, in cui la vita di Chironi si intreccia alle architetture disegnate da Le Corbusier in 12 paesi. \nChironi è stato inoltre residente a Casa Wabi\, architettura progettata da Tadao Ando nelle vicinanze di Puerto Escondido a Oaxaca. Ha abitato la casa dell’architetto\, designer e urbanista Pierre Jeanneret a Chandigarh\, in India. Ha vissuto nella casa della scrittrice Victoria Ocampo a Buenos Aires\, disegnata dall’architetto Alejandro Bustillo e considerata la prima casa rappresentativa del movimento moderno in Argentina. Un progetto abitativo è anche quello ideato da Chironi per i grottini dei giardini pubblici di Cagliari\, luogo denso di storia che durante la Seconda Guerra Mondiale è stato rifugio antiaereo e persino ricovero per le opere d’arte. \nIn linea con questo percorso\, l’esplorazione di architetture d’autore\, storiche e importanti\, ha portato l’artista ad abitare anche una “Brownstone” del 1850\, architettura caratteristica situata a Brooklyn e oggi considerata tra gli esempi meglio conservati di design urbano del XIX secolo negli Stati Uniti. \nL’esperienza di Chironi in queste architetture è scandita da momenti di lavoro solitario e momenti di scambio con i visitatori\, in cui l’interpretazione dell’architettura è resa attraverso il racconto e la presa diretta della sua dimensione spazio temporale. In questi luoghi\, opere ed eventi sono realizzati sul momento\, con un profondo interesse per la commistione tra stili diversi e la sperimentazione di materiali inconsueti. Una ricerca coerente\, incentrata sul concetto di abitare esplorato secondo diverse prospettive. In questo modo\, le abitazioni diventano per l’artista un punto di osservazione privilegiato per comprendere il profondo significato dell’abitare\, per riflettere su questioni legate alla gentrificazione e ai cambiamenti urbani. Si stabilisce\, così\, un rapporto con il contesto\, sia umano che ambientale\, che porta l’artista a confrontarsi con culture e costumi sempre diversi. \nPer il MAN\, Chironi ha concepito il percorso espositivo Abitare è un linguaggio\, coordinato da Elisabetta Masala\, in cui ognuna delle otto sale del secondo piano del museo accoglie opere provenienti da diverse abitazioni precedentemente esplorate\, con lavori inediti realizzati per l’occasione. \nUna costola espositiva del progetto è inoltre visibile presso l’Autocarrozzeria Santino Angioi a Ottana\, paese poco distante da Nuoro\, dove Chironi da sempre personalizza la sua Fiat 127 Special\, seguendo gli accostamenti cromatici tipici delle case di Le Corbusier. Non a caso la storica automobile è stata ribattezzata “Camaleonte”\, proprio per la capacità di mutare il colore della carrozzeria a seconda dei luoghi in cui sosta. \nVenerdì 1° dicembre Camaleonte sarà al centro di in una nuova versione del progetto itinerante Drive\, che unisce l’artista e i partecipanti in un percorso di riflessione urbana e immaginazione sui temi del viaggio\, della mobilità\, delle trasformazioni sociali\, dell’abitazione e dell’attraversamento di confini. Insieme ai racconti di Chironi alla guida di Camaleonte\, si potranno ascoltare le composizioni sonore nate in collaborazione con diversi musicisti e sound-artist: Francesco Brasini\, Alessandro Bosetti\, Massimo Carozzi\, Daniela Cattivelli\, Coro di Radio France\, Paolo Fresu\, Stefano Pilia\, Francesco Serra\, Henrik Svedlund\, Dominique Vaccaro\, Sophie Vitelli\, e il contributo inedito del polistrumentista nuorese Gavino Murgia. \nLo slogan di Le Corbusier “una casa è una macchina per abitare” è reinterpretato così in Nuoro Drive\, dando vita ad un ambiente mobile che condensa segni di viaggio e transito\, in un remix di storie\, traiettorie e valori. \nLa parte editoriale del progetto vedrà la luce nel 2024\, con il contributo dell’artista statunitense Charles Ray\, con cui Chironi ha avviato una collaborazione per la realizzazione di un ponte per pecore e pastori da costruirsi in Sardegna. \n  \nColor keyboard – FIAT 127 Special (Camaleonte)  \nAutocarrozzeria Santino Angioi \nzona P.i.p. 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SUMMARY:Die Zauberberge - Le montagne incantate
DESCRIPTION:6 ottobre – 12 novembre 2023\nInaugurazione venerdì 6 ottobre\, ore 18:30 \nTalk sabato 7 ottobre 2023\, ore 12\nIn occasione della Giornata del Contemporaneo\, AMACI – Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani \nNuoro e Monte Verità\, tutto è iniziato qui. In due isole ideali\, due terre di frontiera e\, insieme\, di appartenenza. Luoghi magnetici e ricchi di storia\, che lo scorso aprile hanno accolto i protagonisti della mostra collettiva Die Zauberberge_Le montagne incantate. Le residenze\, realizzate in collaborazione con la Fondazione Monte Verità di Ascona\, hanno coinvolto sei artisti\, tre sardi e tre svizzeri\, che durante il periodo di ricerca si sono confrontati su temi comuni. \nGli artisti di origine svizzera – Tonatiuh Ambrosetti\, Maya Hottarek\, Lisa Lurati – hanno svolto sul territorio sardo un’indagine sulla ricca identità locale. Parallelamente\, tre giovani artisti sardi – Giaime Meloni\, Elena Muresu\, Marco Useli – hanno abitato Monte Verità e gli spazi della celebre “collina dell’utopia”\, dove architettura\, arte e danza hanno sempre dialogato in modo virtuoso. Un paradiso anarchico che ha attratto pensatori\, pittori\, scrittori\, filosofi\, progettisti da ogni angolo d’Europa: dall’anarchico Kropotkin al coreografo ungherese Rudolf von Laban\, dal dadaista Hugo Ball all’architetto Walter Gropius\, dall’artista Hans Arp a Karl Gustav Jung\, fino al grande curatore Harald Szeemann. \nLe opere esposte in Die Zauberberge_Le montagne incantate rappresentano il risultato di queste ricerche\, uno sguardo contemporaneo su luoghi simbolo di componenti primigenie\, di spiritualismo e autarchia. Sono fotografie\, sculture\, grafiche\, installazioni\, lavori forgiati a partire da un’esperienza unica\, dal cammino e dall’isolamento\, dalla bellezza selvaggia e lussureggiante della natura\, dal respiro assoluto di boschi di arcaica memoria. \nArtisti in mostra \nTonatiuh Ambrosetti \nNato a Lugano nel 1980\, nel 2006 si diploma presso l’ECAL – École cantonale d’art de Lausanne\, dove nel 2012 ottiene una cattedra come professore. Nel 2006 fonda insieme a Daniela Droz lo studio fotografico Daniela et Tonatiuh. Nel suo lavoro sviluppa la relazione conflittuale tra uomo e natura\, portando avanti una ricerca su una fotografia non-oggettiva che va oltre i confini convenzionali dell’immagine includendo anche scultura\, incisione\, disegno e installazioni sonore e video. Le sue opere sono state esposte in festival\, gallerie e musei di rilevanza internazionale\, tra cui: la prima Edizione di Alt+1000 a Rossiniere (2008); il forum ETH Hönggerberg a Zurigo (2009); la Royal Danish Accademy of fine arts\, Copenhagen\, Danemark (2011); Bâtiment d’Art Contemporain\, Genève (2014); Le musée des Arts Décoratifs\, Paris\, Francia (2015); The PRINTSPACE\, Londres\, UK (2016); il Centre d’art Contemporain Yverdon-les-Bain (2016). \nMaya Hottarek \nNata nel 1990\, è un’artista che lavora con diversi materiali e in ambiti differenti\, dalla ceramica al cinema\, dal suono a oggetti di uso comune. Ha studiato arti visive all’Università delle Arti di Berna e all’Institut Kunst di Basilea. Uno dei suoi interessi principali è quello di articolare le complesse interazioni tra individuo\, società\, economia e natura. Tra le mostre principali\, si menzionano le esposizioni alla N/A/S/L di Città del Messico\, alla Liste Art Fair di Basilea e alla Kunsthaus di Appenzell. \nLisa Lurati \nNata a Lugano nel 1989\, si è formata presso la scuola di fotografia di Vevey e all’Institut Kunst di Basilea. Il suo lavoro oscilla tra una meditazione quasi decorativa e una celebrazione estetica che\, ad uno sguardo più attento\, svela un universo caleidoscopico di simboli e segni che non si spiega mai completamente ma che arriva\, tuttavia\, a sostenere una curiosa coerenza. Fra le mostre personali recenti si ricordano: In-between things\, Galleria Ann Mazzotti\, Basilea\, 2022; Raving Cosmo\, CACY\, Yverdon-les-Bains\, 2021; Nebulosa\, Galleria Forma\, Losanna\, 2020; Scherzo. Molto allegro\, quasi presto\, Photoforum Pasquart\, Biel\, 2018. \n  \nGiaime Meloni \nNato a Cagliari nel 1984\, è un fotografo con un dottorato di ricerca in architettura\, che attualmente vive fra due isole: Île-de-France e Sardegna. Il suo lavoro esplora in maniera empirica le modalità di riproduzione e invenzione dello spazio fisico. Le sue ricerche sono state presentate in pubblicazioni e conferenze internazionali (Canada\, Francia\, Italia\, Portogallo). Nel 2017 è stato nominato tra i finalisti per il Premio Graziadei con il suo progetto Das Unheimliche. Nel 2019 è stato selezionato da CAMERA – Centro Italiano per la fotografia – per prendere parte al programma FUTURES supportato dall’Unione Europea. Nello stesso anno è tra i finalisti del Premio Francesco Fabbri per la fotografia contemporanea. Dal 2022 è professore associato presso Ecole Nationale Supérieure d’Architecture de la Ville et du Territoire de Paris Est\, dove insegna le arti e le tecniche di rappresentazione dello spazio. \nElena Muresu \nFotografa\, artista visiva e performer\, nata ad Alghero nel 1990. Ha conseguito il Master in Management Culturale per la Valorizzazione del Territorio presso 24Ore Business School\, una laurea in Pittura all’Accademia di belle arti di Sassari e in Fotografia all’Accademia di belle arti di Brera. Sviluppa parallelamente due percorsi artistici e professionali: da una parte la fotografia e il video e dall’altra la cultura urbana\, che la spingono verso l’esplorazione di molteplici linguaggi per indagare la tematica del rapporto tra l’essere umano e il proprio territorio. Dal 2021 è fotografa e videomaker per Antonio Marras. Nel 2021 espone alla XVII Mostra Internazionale di Architettura di Venezia con il video documentario “Skatepark Italy” (finalista 2022 a Via dei Corti\, festival del Cinema Indipendente\, Catania). \nMarco Useli \nPittore e incisore\, nasce a Nuoro nel 1983. Laureato all’Accademia di belle arti di Firenze nel 2007\, dopo un biennio londinese frequenta il master in Progettazione contemporanea con la pietra del Politecnico di Milano. Dal 2012 fa parte della Milano Printmakers. Sviluppa ricerche nell’ambito della grafica d’arte tra Milano e la Sardegna\, dove nel 2017 apre uno studio artistico a Dorgali. Attualmente insegna Progettazione del Design presso il Liceo artistico Francesco Ciusa di Nuoro. \n  \nFoto allestimento: Alessandro Moni \n\n		\n		\n			\n				\n			\n			\n				\n			\n			\n				\n			\n			\n				\n			\n		\n\n 
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SUMMARY:Luca Spano - After the Last Image
DESCRIPTION:a cura di Elisabetta Masala \nIl progetto è vincitore di Strategia Fotografia 2022\, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura  \nTra ciò che è visibilmente percettibile e ciò che i nostri sensi non riescono a cogliere esiste uno spazio liminale\, una trama di conflitti e potenzialità latenti. Una soglia sospesa\, che non è solo fisica ma anche mentale\, che stimola il passaggio verso nuovi livelli di conoscenza. \nIl progetto After the Last Image di Luca Spano esplora i limiti biologici e tecnologici del vedere\, indagando il rapporto tra visibile e invisibile e\, in particolare\, quella zona d’ombra compresa tra i due: l’ultimo punto conosciuto\, un’area di confine il cui mistero invita alla scoperta. \nI lavori fotografici e installativi che compongono After the Last Image\, progetto vincitore del bando Strategia Fotografia 2022\, esplorano i limiti della visione e i processi speculativi che conducono alla conoscenza del mondo. Le residenze di ricerca portate avanti durante il progetto\, parte fondamentale di ideazione\, hanno consentito di approfondire stimoli eterogenei provenienti da diverse discipline. Presso il Kunsthistorisches Institut in Florenz\, Spano ha esplorato quel filone accademico che ha come oggetto il visibile e le pratiche dello sguardo\, interrogandosi su cosa sia un’immagine e quale sia il suo ruolo nella società contemporanea. \nLe riflessioni sulle modalità con cui lo strumento visivo entra nello studio del reale ha poi portato l’artista ad associare la pratica fotografica alla geografia. Un periodo di residenza presso il Dipartimento Interateneo di Scienze\, Progetto e Politiche del Territorio (DIST) del Politecnico di Torino gli ha infatti permesso di approfondire la figura del geografo\, studioso che proprio a partire dalla vista crea quelle distorsioni dello spazio che comunemente chiamiamo “mappe”. \nDurante la residenza al Deutsches Optisches Museum di Jena\, in Germania\, Luca Spano si è soffermato su cosa significhi vedere in un processo che\, partendo dall’esperienza ottica\, arriva a considerare implicazioni culturali\, sociologiche e antropologiche. \nLa serie 12 hidden information riconsidera la centralità dell’occhio nel rapporto tra essere umano e realtà\, riprendendo una selezione di illustrazioni su problematiche della vista tratte dal manuale di oftalmologia di Theodor Axenfeld (1912)\, consultato dall’artista proprio nel Deutsches Optisches Museum. In un simile processo di decontestualizzazione\, le malattie dell’occhio vengono trattate come illustrazioni pure che\, una volta astratte\, si risolvono in forme mutevoli e affascinanti. Le pupille e le iridi diventano\, così\, pianeti di una costellazione della conoscenza. \nLe molteplici sfumature che compongono After the Last Image ci spingono ad ampliare le nostre prospettive stimolando nuove domande e nuove visioni. L’artista ci incoraggia a riflettere con maggiore consapevolezza sulla complessità dei fenomeni percettivi e sulle ambiguità che plasmano il nostro mondo. Crea un ponte tra il noto e l’ignoto e ci accompagna in un percorso di attraversamento del confine. Quell’intervallo liminale ricco di possibilità\, dove spostare i nostri limiti sempre un po’ più in là. \nBiografia \nLuca Spano (1982\, IT) è un artista multidisciplinare. Si è formato tra Europa e Stati Uniti\, con una laurea in Scienze della Comunicazione alla Sapienza di Roma\, un MA in fotografia alla London College of Communication a Londra e un MFA in arti visuali alla Cornell University a Ithaca (US). Il suo lavoro è stato esposto internazionalmente in musei\, gallerie e festival come: Triennale di Milano\, MACRO (Museo di Arte Contemporanea di Roma)\, BredaPhoto Festival (NL)\, Malta Festival (PL)\, Saavy Contemporary a Berlino (DE)\, Luis Adelantado Gallery (ES)\, Paolo Erbetta Gallery (IT)\, Caelum Gallery a New York\, Istituto di Cultura Italiana di Parigi\, Istituto di Cultura Italiana di Amburgo e l’Istituto Superiore Regionale Etnografico. \nLuca è stato artista in residenza alla Fundacion Botin (ES)\, a NoArte Paese Museo (IT)\, Künstlerischen Tatsache (DE)\, Kultur einer Digitalstadt (DE) e visiting artist a Arts Letters and Numbers Residency (US) ed altri. Il suo lavoro ha ricevuto premi e grants come la MEAD Fellowship (UK)\, CCA Grant e Einaudi research grant (US)\, The John Hartell Award (US)\, Graziadei Prize (IT)\, il Premio del Paesaggio Regione Sardegna (IT)\, New Work Prospect Art Grant (US)\, Strategia Fotografia 2022 MiBACT (IT). \nÈ stato uno dei direttori della agenzia fotografica OnOff Picture con sede a Roma\, co-direttore dell’organizzazione NYC Creative Salon a New York\, e ideatore di OCCHIO\, un laboratorio di ricerca e didattica sull’immagine con sede a Cagliari. \nIl suo lavoro è incluso in collezioni pubbliche e private come il Museo MAXXI di Roma\, la collezione di libri d’artista della Cornell University\, la collezione Graziadei e l’Istituto Superiore Regionale Etnografico Sardo. \nProgetto realizzato in collaborazione con\nDeutsches Optisches Museum\, Jena (DE)\nDipartimento Interateneo di Scienze\, Progetto e Politiche del Territorio (DIST) del Politecnico di Torino\, Torino (IT)\nKunsthistorisches Institut in Florenz\, Firenze (IT) \nCatalogo bilingue Mousse Publishing\nTesti critici di: Elisabetta Masala\, Giangavino Pazzola\, Anna Caterina Dalmasso\, Massimo Canevacci\, Luca Spano e Giovanna Corraine\, Franziska Perske e Maria Dienerowitz\, Ute Dercks\, Marco Santangelo \nUfficio Stampa\nSTUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo\nVia San Mattia 16\, 35121 Padova\nTel. +39.049.663499\nreferente Simone Raddi\, simone@studioesseci.net\nwww.studioesseci.net
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SUMMARY:Matisse - Metamorfosi
DESCRIPTION:a cura di Chiara Gatti da un progetto di Sandra Gianfreda\, curatrice al Kunsthaus Zürich con Claudine Grammont\, Cheffe du cabinet d’art graphique\, Centre Pompidou \nHenri Matisse è uno dei più grandi artisti  del Novecento\, ma di lui\, paradossalmente\, è ancora trascurata una parte importante di produzione. La figura di Matisse scultore non è\, infatti\, conosciuta nelle pieghe più sottili della sua ricerca. Sebbene la pittura sia sempre rimasta la sua modalità espressiva principale\, il “suo” linguaggio e la forma di indagine del visibile cui si dedicò per tutta la vita\, Matisse condusse in contemporanea una riflessione sulla scultura (e altresì sull’incisione) che fa di lui uno degli artisti più completi del secolo scorso. La sua versatilità ha esplorato varie tecniche simultaneamente\, con curiosità e acuta sperimentazione. Sullo sfondo di questa intelligenza poliedrica\, l’opera scultorea di Matisse rivela una vita parallela rispetto a quella del colorista\, una doppia anima votata alla materia\, al volume\, allo spazio\, che merita di essere posta in relazione – in quanto a processi e traguardi – con quella di altri grandi scultori del XX secolo\, eredi della lezione di Auguste Rodin e divenuti geni dell’avanguardia. Da Brancusi a Giacometti\, da Boccioni a Wotruba. \nPer la prima volta in Italia\, il Museo MAN dedica oggi una mostra alla scultura di Henri Matisse. Il progetto espositivo\, a cura di Chiara Gatti\, rilegge e adatta agli spazi del museo sardo\, il concept inedito e complesso della mostra Matisse Métamorphoses organizzata nel 2019 dalla Kunsthaus di Zurigo e dal Museo Matisse di Nizza. \nUn progetto destinato a ripensare Matisse\, a riconsiderare il ruolo della sua opera nel panorama dell’arte della prima metà del XX secolo\, alla luce di una più ampia ricerca estetica che vede proprio nella scultura il veicolo per nuove e rivoluzionarie soluzioni formali. In questo affondo necessario\, emerge come sia stata in particolare la figura umana il tema principe della sua tensione verso la sintesi. Dall’indagine sul corpo\, la postura\, il gesto o la fisionomia\, Matisse ha sviluppato un percorso di riduzione geometrica dell’immagine che lo ha portato verso un’astrazione ai limiti del radicale. \nCome l’artista stesso affermò nel 1908 nelle sue Notes d’un peintre: «ciò che mi interessa di più non è né la natura morta né il paesaggio\, è la figura». La figura\, non per il suo pathos\, il suo lirismo\, gli stati d’animo o la flessione esistenziale\, ma per il suo senso di presenza nello spazio e la sua ideale evoluzione nel tempo. Matisse ha interrogato infatti il corpo nella sua relazione con l’ambiente prossimo e con il mutare delle circostanze in un lasso di tempo dilatato. Ecco allora l’evoluzione di un dato naturalistico in una sintesi finale che sublima la contingenza in una dimensione di perfezione assoluta. Lo spazio condiziona\, a sua volta\, un sistema di relazioni sottili fra sostanza fisica e vuoto abitato\, fra i gesti e le linee dinamiche che essi disegnano nell’aria. \nLa mostra prende avvio\, dunque\, da una analisi del metodo di creazione dell’artista e dal suo lavoro di trasformazione della figura in variazioni seriali. Il percorso allinea sequenze di bronzi\, datate dai primi anni Dieci agli anni Trenta\, e soggetti presentati nei loro diversi stati successivi e accostati alle fonti di ispirazione dell’artista\, tra cui fotografie di nudi e modelle in posa\, oltre a una selezione essenziale di pochi dipinti in cui i motivi stessi svelano la doppia anima della sua ricerca parallela\, pittorica e scultorea\, in particolare nell’affrontare i temi dominanti del nudo\, della danza\, dell’odalisca. Attraverso circa 30 sculture e una ventina fra disegni\, incisioni\, oltre a fotografie d’epoca e pellicole originali\, la scultura di Matisse verrà posta in relazione con i soggetti di una vita\, le sue magnifiche ossessioni legate alle forme femminili\, alla ricerca fisiognomica sulle modelle\, alle attitudini e alla plasticità dei volumi. \nSullo sfondo di questa ricerca composita\, ecco allora molte figure uniche\, come Le tiaré\, di cui non esistono stadi differenti\, mentre altre si ripetono a intervalli diversi\, variando e trasformandosi\, come il celebre ciclo di Jeannette (I-V). Da qui l’artista sviluppa infatti un approccio concettuale che può essere descritto come una sorta di metodo di progressione formale. Come in una “metamorfosi”\, che ben spiega il titolo della mostra\, le sue figure evolvono da una trascrizione naturale a una sintesi radicale del dato visivo. \nAnche nella sua pittura – come è stato ampiamente studiato dalla critica in passato – è possibile rilevare tale processo di metamorfosi\, senza però giungere mai a considerare veri e propri cicli di opere come “serie”\, ma piuttosto come frutto di un lungo iter di elaborazione che trova nella scultura e nella grafica\, accostate alla pittura stessa\, strumenti di indagine connessi gli uni con gli altri\, nell’idea di un confine liquido fra tecniche. Ne è un esempio l‘Odalisca del Museo Novecento di Milano\, che trova corrispettivi e relazioni sottili e chirurgiche con disegni e bronzi coevi e di cui la mostra allineerà l’intera sequenza. \nLa mostra è realizzata in collaborazione con Manifesto Expo. \nclicca qui per ascoltare l’audioguida\nDettagli tecnici\nIn collaborazione con Kunsthaus Zürich\, Musée Matisse de Nice\nCatalogo bilingue ita/en: Sole24ore Cultura\nCoordinamento mostra a cura di Rita Moro\, Myrtille Montaud e Manifesto Expo\nTesti di Sandra Gianfreda\, Bärbel Küster\nCon la partecipazione del Museo Archeologico di Nuoro\nMedia Partnership : Radio Monte Carlo – www.radiomontecarlo.net \nUfficio Stampa\nSTUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo Via San Mattia 16\, 35121 Padova Tel. +39.049.663499\nreferente Simone Raddi\, simone@studioesseci.net www.studioesseci.net
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SUMMARY:Alice Guareschi - Je m’appelle Olympia
DESCRIPTION:a cura di Chiara Gatti\ncoordinamento di Elisabetta Masala \nProgetto vincitore del PAC2021 – Piano per l’Arte Contemporanea promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura\nIl Museo MAN di Nuoro presenta per l’estate\, negli spazi della sua project room\, Je m’appelle Olympia\, progetto vincitore del PAC2021. \n Je m’appelle Olympia nasce da una “azione per luci di sala” eseguita da Alice Guareschi\, una volta sola\, per un pubblico scelto di invitati\, il 12 aprile 2012 all’Olympia Music Hall\, iconico e leggendario teatro parigino. Le 16 fotografie che compongono questa serie sono state scattate lo stesso giorno dell’azione\, subito dopo l’attivazione dal vivo della coreografia luminosa nello spazio vuoto del teatro\, che ha coinvolto tutte le tredici piste di luci colorate\, integrate in modo permanente nell’architettura. Con inquadratura fissa\, simile ma non identica\, seguendo la precisa partitura originale composta dall’artista\, le immagini restituiscono una sequenza di diversi movimenti di luce all’interno della sala. La serie fotografica diventa così una nuova sintesi dell’immagine-idea e dell’intenzione all’origine della performance: attivare un teatro senza alcuno spettacolo\, suonarlo dal vivo\, risvegliarne la memoria latente\, la vita segreta sottratta allo sguardo dello spettatore. Scomponendo la durata dell’azione in fotogrammi\, che possono essere visti sia singolarmente sia nel loro insieme\, la declinazione spaziale dell’opera permette ora di abbracciarne l’idea in un unico sguardo. \nL’allestimento site-specific\, studiato dall’artista per il MAN\, vede esposte tutte le fotografie della serie\, accanto allo spartito musicale punteggiato\, sui righi\, dai tempi dell’azione\, dove presenze o pause delle luci si sostituiscono alle note musicali in una complessa polifonia. Allo spazio –  concepito come un piccolo teatro – si approda varcando il tendaggio dell’ingresso\, evocazione dell’accesso a una platea\, ma anche confine\, limite che separa il luogo della vita dalla sua rappresentazione. Immerso nel silenzio\, lo spazio ideale del teatro\, sottratto a voci o suoni\, mette in scena se stesso; la luce lo abita\, svelandone l’indole e la fisionomia. \n«Il punto di partenza è un’immagine: quella di una coreografia luminosa che si attiva all’improvviso nello spazio vuoto della sala\, in un momento della giornata in cui non è previsto nessuno spettacolo e il teatro riposa disabitato e silenzioso. Come un’esplosione di energia accumulata nel corso degli anni\, come la rivelazione inaspettata di una vita segreta che riguarda soltanto l’edificio. Qualche mese fa\, quando mi sono ritrovata per la prima volta all’Olympia per un concerto\, sono rimasta profondamente colpita dalla meraviglia silenziosa delle luci in relazione alla monumentalità in qualche modo romantica\, segnata dal tempo e le sue storie\, del teatro. A un punto tale che la musica è diventata un elemento quasi superfluo per me. Senza averlo previsto\, ero diventata spettatrice di un altro spettacolo. A fine serata sono uscita dalla sala per ultima\, per poter approfittare fino in fondo dell’atmosfera così potente dello spazio rimasto vuoto dopo il concerto: la percezione della scala piccolissima del mio corpo in relazione alla maestosità spettacolare del teatro\, ancora più eclatante quando sulla scena non sta accadendo nulla\, ha prodotto anch’essa su di me un effetto davvero sorprendente. Nella sospensione narrativa di questo spazio-tempo presente\, il legame tra passato e futuro sembrava di colpo mostrarsi con la sua straordinaria carica di memoria e di possibile. “Questo è lo spazio che abitano le storie”\, ho pensato. Rimasta di nuovo sola con se stessa\, la sala sembrava vibrare segretamente». Alice Guareschi\, Parigi\, 12 aprile 2012 \nOpen call\nWorkshop per adulti – rivolto a studenti d’arte\, artisti\, ricercatori\, performer\, musicisti\nMi chiamo Olympia\nGiovedì 14 – sabato 16 settembre 2023 \nNel quadro del progetto Mi chiamo Olympia\, il workshop per adulti condotto da Alice Guareschi\, in collaborazione con il dipartimento educativo del MAN\, mira al coinvolgimento diretto dei partecipanti\, stimolando lo sviluppo del pensiero critico\, il confronto e la crescita delle capacità creative. Partendo da alcuni spunti di riflessione che l’opera solleva — quali\, ad esempio\, l’idea di “attivazione di uno spazio”\, di “memoria latente di un luogo” e di “vita segreta di un edificio in assenza di spettacolo” — il lavoro si articolerà in momenti e spazi diversi\, partendo dal MAN per arrivare a esplorare e coinvolgere anche altri punti importanti del tessuto sociale e culturale di Nuoro\, tra cui il teatro civico. L’obiettivo è di creare un legame diretto tra l’opera\, l’artista\, il museo e la città\, dove i partecipanti saranno figure attive\, che attraverso il proprio coinvolgimento\, teorico e pratico\, e la propria esperienza personale\, si faranno agenti portatori di uno sguardo nuovo. \nNota biografica \nAlice Guareschi (1976) è artista visiva e filmmaker\, vive e lavora a Milano. Laureata in filosofia con una tesi sul cinema sperimentale\, articola la sua ricerca tra video\, scrittura e la creazione di oggetti. È stata artista in residenza a Parigi al Pavillon du Palais de Tokyo e alla Cité Internationale des Arts\, a Triangle\, New York\, e a Kaus Australis\, Rotterdam. Nel 2008 ha vinto la Borsa per la Giovane Arte Italiana degli Amici del Castello di Rivoli Museo di Arte Contemporanea\, e nel 2022 ha vinto il bando di produzione PAC2021 promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Dal 2018 insegna Scrittura del progetto e Ricerca creativa allo IED di Milano\, e dal 2022 Visual Arts and Curatorial Studies I alla NABA. Ha partecipato a mostre collettive e festival in Italia e all’estero\, esponendo in istituzioni pubbliche e private tra cui: Fondazione Re Rebaudengo\, Torino; Palais de Tokyo\, Parigi; Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea\, Torino; PAC\, Milano; MAMbo\, Bologna; GAMeC\, Bergamo; Mart\, Rovereto; Palazzo delle Esposizioni\, Roma; Dunkers Kulturhus\, Helsingborg; Fondation d’Entreprise Ricard\, Parigi; Accademia di Spagna e Accademia Tedesca a Villa Massimo\, Roma; Villa Arson\, Nizza. Principali mostre personali: Galleria Alessandro De March\, Milano; Galleria Sonia Rosso\, Torino; Centre Culturel Français\, Milano; Castello di Rivoli\, Torino; Istituto Italiano di Cultura\, Parigi; Microscope Gallery\, Brooklyn; Galerie DREI\, Colonia; Joey Ramone Gallery\, Rotterdam. Film festivals e screenings: Filmmaker Doc Festival\, Milano; Impakt Festival\, Utrecht; Italian Cinema London Festival; Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro; Milano Design Film Festival; La Fondazione\, Roma; Triennale di Milano; Macro\, Roma. \nUfficio Stampa\nSTUDIO ESSECI\nVia San Mattia 16\, Padova\nTel. +39.049.663499\nreferente Simone Raddi\nsimone@studioesseci.net\nwww.studioesseci.net
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SUMMARY:Matisse
DESCRIPTION:  \na cura di Chiara Gatti da un progetto di Sandra Gianfreda\, curatrice al Kunsthaus Zürich con Claudine Grammont\, Cheffe du cabinet d’art graphique\, Centre Pompidou \n  \nHenri Matisse è uno dei più grandi artisti  del Novecento\, ma di lui\, paradossalmente\, è ancora trascurata una parte importante di produzione. La figura di Matisse scultore non è\, infatti\, conosciuta nelle pieghe più sottili della sua ricerca. Sebbene la pittura sia sempre rimasta la sua modalità espressiva principale\, il “suo” linguaggio e la forma di indagine del visibile cui si dedicò per tutta la vita\, Matisse condusse in contemporanea una riflessione sulla scultura (e altresì sull’incisione) che fa di lui uno degli artisti più completi del secolo scorso. La sua versatilità ha esplorato varie tecniche simultaneamente\, con curiosità e acuta sperimentazione. Sullo sfondo di questa intelligenza poliedrica\, l’opera scultorea di Matisse rivela una vita parallela rispetto a quella del colorista\, una doppia anima votata alla materia\, al volume\, allo spazio\, che merita di essere posta in relazione – in quanto a processi e traguardi – con quella di altri grandi scultori del XX secolo\, eredi della lezione di Auguste Rodin e divenuti geni dell’avanguardia. Da Brancusi a Giacometti\, da Boccioni a Wotruba. \nPer la prima volta in Italia\, il Museo MAN dedica oggi una mostra alla scultura di Henri Matisse. Il progetto espositivo\, a cura di Chiara Gatti\, rilegge e adatta agli spazi del museo sardo\, il concept inedito e complesso della mostra Matisse Métamorphoses organizzata nel 2019 dalla Kunsthaus di Zurigo e dal Museo Matisse di Nizza. \nUn progetto destinato a ripensare Matisse\, a riconsiderare il ruolo della sua opera nel panorama dell’arte della prima metà del XX secolo\, alla luce di una più ampia ricerca estetica che vede proprio nella scultura il veicolo per nuove e rivoluzionarie soluzioni formali. In questo affondo necessario\, emerge come sia stata in particolare la figura umana il tema principe della sua tensione verso la sintesi. Dall’indagine sul corpo\, la postura\, il gesto o la fisionomia\, Matisse ha sviluppato un percorso di riduzione geometrica dell’immagine che lo ha portato verso un’astrazione ai limiti del radicale. \nCome l’artista stesso affermò nel 1908 nelle sue Notes d’un peintre: «ciò che mi interessa di più non è né la natura morta né il paesaggio\, è la figura». La figura\, non per il suo pathos\, il suo lirismo\, gli stati d’animo o la flessione esistenziale\, ma per il suo senso di presenza nello spazio e la sua ideale evoluzione nel tempo. Matisse ha interrogato infatti il corpo nella sua relazione con l’ambiente prossimo e con il mutare delle circostanze in un lasso di tempo dilatato. Ecco allora l’evoluzione di un dato naturalistico in una sintesi finale che sublima la contingenza in una dimensione di perfezione assoluta. Lo spazio condiziona\, a sua volta\, un sistema di relazioni sottili fra sostanza fisica e vuoto abitato\, fra i gesti e le linee dinamiche che essi disegnano nell’aria. \nLa mostra prende avvio\, dunque\, da una analisi del metodo di creazione dell’artista e dal suo lavoro di trasformazione della figura in variazioni seriali. Il percorso allinea sequenze di bronzi\, datate dai primi anni Dieci agli anni Trenta\, e soggetti presentati nei loro diversi stati successivi e accostati alle fonti di ispirazione dell’artista\, tra cui fotografie di nudi e modelle in posa\, oltre a una selezione essenziale di pochi dipinti in cui i motivi stessi svelano la doppia anima della sua ricerca parallela\, pittorica e scultorea\, in particolare nell’affrontare i temi dominanti del nudo\, della danza\, dell’odalisca. Attraverso circa 30 sculture e una ventina fra disegni\, incisioni\, oltre a fotografie d’epoca e pellicole originali\, la scultura di Matisse verrà posta in relazione con i soggetti di una vita\, le sue magnifiche ossessioni legate alle forme femminili\, alla ricerca fisiognomica sulle modelle\, alle attitudini e alla plasticità dei volumi. \nSullo sfondo di questa ricerca composita\, ecco allora molte figure uniche\, come Le tiaré\, di cui non esistono stadi differenti\, mentre altre si ripetono a intervalli diversi\, variando e trasformandosi\, come il celebre ciclo di Jeannette (I-V). Da qui l’artista sviluppa infatti un approccio concettuale che può essere descritto come una sorta di metodo di progressione formale. Come in una “metamorfosi”\, che ben spiega il titolo della mostra\, le sue figure evolvono da una trascrizione naturale a una sintesi radicale del dato visivo. \nAnche nella sua pittura – come è stato ampiamente studiato dalla critica in passato – è possibile rilevare tale processo di metamorfosi\, senza però giungere mai a considerare veri e propri cicli di opere come “serie”\, ma piuttosto come frutto di un lungo iter di elaborazione che trova nella scultura e nella grafica\, accostate alla pittura stessa\, strumenti di indagine connessi gli uni con gli altri\, nell’idea di un confine liquido fra tecniche. Ne è un esempio l‘Odalisca del Museo Novecento di Milano\, che trova corrispettivi e relazioni sottili e chirurgiche con disegni e bronzi coevi e di cui la mostra allineerà l’intera sequenza. \nLa mostra è realizzata in collaborazione con Manifesto Expo. \nclicca qui per ascoltare l’audioguida\n  \nDettagli tecnici \nIn collaborazione con Kunsthaus Zürich\, Musée Matisse de Nice \nCatalogo bilingue ita/en: Sole24ore Cultura \nCoordinamento mostra a cura di Rita Moro\, Myrtille Montaud e Manifesto Expo \nTesti di Sandra Gianfreda\, Bärbel Küster \nCon la partecipazione del Museo Archeologico di Nuoro \nMedia Partnership : Radio Monte Carlo – www.radiomontecarlo.net \n  \nUfficio Stampa \nSTUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo Via San Mattia 16\, 35121 Padova Tel. +39.049.663499 \nreferente Simone Raddi\, simone@studioesseci.net www.studioesseci.net \n 
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SUMMARY:Maria Lai e Jorge Eielson . 100mila stelle
DESCRIPTION:a cura di Elisabetta Masala \nda un’idea di Marina Affanni e Chiara Gatti \nin collaborazione con  \nArchivio Maria Lai\, Centro Studi Jorge Eielson Firenze\, Archivio Eielson Saronno \n  \nIl Museo MAN di Nuoro presenta la prima mostra istituzionale dedicata al profondo dialogo intellettuale e affettivo che legò Maria Lai (1919-2013) all’artista peruviano Jorge Eielson (1924-2006). \nSullo sfondo di una Sardegna rurale\, immersi nei luoghi remoti dell’Ogliastra\, due autori straordinari del Novecento intrecciano la loro storia privata con quella espressiva; condividono riflessioni sul mondo e sull’estetica\, siglano opere a quattro mani\, si dedicano vicendevolmente parole e immagini. Le poesie di Jorge suggeriscono a Maria nuove fiabe per i suoi fili. La Sardegna di Maria\, il suo passato arcaico\, le sue fate\, il Mediterraneo\, nutrono i versi di Jorge e quei nodi di stoffa retaggio di una cultura sudamericana che egli porta con sé sull’isola e cuce alle iconografie primigenie della sua terra d’adozione. \nEielson aveva abbandonato il Perù nel 1948 e aveva vissuto a Parigi e in Svizzera\, prima di stabilirsi in Italia nel 1951. A Bari Sardo\, la sua vita si sposa a quella di un altro autore locale\, Michele Mulas\, a sua volta artista e testimone di una amicizia creativa che si dipana fra gli anni Ottanta e Novanta\, tracciando un sentiero di pensieri condivisi su temi lirici e ricorrenti\, come la natura e il cosmo\, la parola e l’amore. \nScrive Elena Pontiggia: «i punti di contatto nel loro lavoro\, del resto\, non mancavano. Lai e Eielson dialogavano entrambi con quella direzione di ricerca dell’arte contemporanea che utilizza come materiale la tela del quadro\, anzi ne erano fra i protagonisti. È una direzione di ricerca che in Italia va dai Sacchi di Burri alle “bende “di Scarpitta\, dalle tele imbevute di caolino di Piero Manzoni a quelle sagomate di Castellani e Bonalumi\, fino ai Volumi di Dadamaino e ai lavori di Simeti\, Mario Surbone e altri ancora. Le sue origini risalgono dunque all’informale soprattutto degli anni Cinquanta e trovano una nuova declinazione alla fine del decennio col gruppo Azimut. Le due stagioni hanno però ideali antitetici: in Burri e in Scarpitta la tela è essenzialmente materia; in Manzoni e compagni è\, per così dire\, antimateria\, è un aspetto di quell’aspirazione al silenzio che percorre il loro lavoro e vuole superare la fisicità e il grido dell’informale. Anche Eielson si serve della tela\, ma con altri intenti ancora. Nelle sue opere ha un valore fondamentale il nodo\, o quipo\, l’antico segno degli Incas\, che simboleggia un centro di energia cosmica e insieme il nucleo primo\, quasi molecolare\, di ogni essere. Già negli Assemblages Eielson aveva usato i tessuti\, che gli suggerivano una riflessione esistenziale. “Mi venne spontaneo inserire [nell’opera] degli indumenti che […] possedevano una precisa realtà esistenziale. E ci sono serie intere di camicie\, blue-jeans\, giacche e pantaloni\, vestiti da donna\, abiti da sera\, scarpe\, calze\, cravatte\, accessori d’ogni genere. […] Trattai questi indumenti in tutte le maniere possibili: strappati\, bruciati\, tagliati\, attorcigliati e finalmente annodati” ha raccontato l’artista». \nIl progetto della mostra\, firmato da Elisabetta Masala\, curatrice del MAN\, contempla una ottantina di opere di Maria Lai e di Jorge Eielson\, alcune delle quali inedite e presentate al pubblico per la prima volta\, rinvenute in collezioni private ad oggi non ancora valorizzate\, oltre che dagli archivi storici di entrambi gli autori. Il percorso si snoda attraverso una narrazione a due voci che vede dipinti\, tele\, sculture e sperimentazioni tecniche di Lai e Eielson dipanarsi per sezioni\, il paesaggio\, la poesia\, le stelle\, le geografie\, nell’idea di restituite l’armonia di un sentire comune e piccoli “nodi” che collegano in sottotraccia le ragioni antropologiche del lavoro di entrambi\, fra il passato dell’isola a quello dei nativi peruviani. \nProiezione in mostra del film di Patricia Pereyra\, Eielson Des-Nudo \nCatalogo bilingue Nomos Edizioni \nTesti critici di Martha Canfield e Marco Benacci\, Elisabetta Masala\, Elena Pontiggia e Carlos Castro Sajami\, Luis Rebaza-Soraluz\, Mariana Rodríguez Barreno \n 
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SUMMARY:Studio Pratha
DESCRIPTION:Studio Pratha è una fucina creativa sperimentale nata nel 2017 da un’intuizione di Graziella Carta\, fondatrice e direttrice creativa del gruppo. Accogliendo ispirazioni di designer visionarie e artiste eclettiche\, Studio Pratha reinterpreta in chiave contemporanea una raffinata tecnica di tessitura dalla storia millenaria\, ormai praticata solo nel borgo di Sarule. \nLa fase esecutiva degli arazzi resta saldamente ancorata al cuore della Barbagia\, dove le maestre tessitrici creano le opere Pratha utilizzando esclusivamente lana di pecora sarda e lavorando sul tradizionale telaio verticale\, totalmente manuale: fedeli a un disciplinare esecutivo estremamente complesso e prezioso\, realizzano solo pochi centimetri di manufatto al giorno\, lavorando a due o quattro mani. \nLa fase creativa varca invece i confini isolani e nazionali\, aprendosi a nuove collaborazioni che portano gli arazzi Studio Pratha in musei e gallerie internazionali. Pur spaziando tra vari stili e ispirazioni\, le opere Pratha si muovono prevalentemente nella dimensione dell’astrattismo con impronta concettuale\, ma non mancano le sperimentazioni in ambito figurativo\, tra cui il recente tributo a Guernica Tessere la Pace\, nato dalla collaborazione con il Museo MAN di Nuoro. \nOggi sui telai Studio Pratha si intrecciano design e alta artigianalità\, in una continua sperimentazione che si inserisce a pieno titolo nel panorama artistico contemporaneo.
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SUMMARY:Odessa Steps
DESCRIPTION: a cura di Giovanni Francesco Tuzzolino e Federico Crimi \ncon il contributo di Paolo De Marco \n  \nin collaborazione con \nPolo Territoriale Universitario di Agrigento_Università degli Studi di Palermo\, \nNational University Lviv Polytechnic\, \nArchivio dello Stato della Regione di Odessa. \n  \nIl Museo MAN di Nuoro ospita\, dal prossimo 3 marzo\, una mostra inedita e importante dedicata alla storia e al mito della scalinata di Odessa\, rinominata dalla cultura popolare la “Scalinata Potëmkin” in seguito alla fortuna del celeberrimo film di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn\, La corazzata Potëmkin del 1925. \nIl progetto originario della scala\, monumentale cerniera di congiunzione fra il mare e la città\, fu siglato\, negli anni trenta dell’Ottocento\, dall’architetto Francesco Carlo Boffo (1796-1867) la cui biografia è rimasta per decenni avvolta nel mistero\, in bilico fra una tradizione orale che lo legava alla Sardegna e nuovi tasselli documentari che la mostra oggi rivela lungo il percorso\, grazie a recenti scoperte d’archivio. \nDopo la mostra dedicata a Picasso e alla genesi di Guernica\, il Museo MAN torna a riflettere su un episodio storico che ha tuttavia una valenza di attualità\, nel contesto del tragico conflitto in Ucraina\, a un anno esatto dal suo inizio. Il gemellaggio con istituzioni ucraine assume\, in quest’ottica\, un valore di sostegno e vicinanza culturale e civile. \nQuella di Francesco Carlo Boffo è una figura di grande interesse\, sia per la sperimentazione architettonica di temi legati allo spazio urbano\, sia per il suo ruolo di interprete della cultura architettonica italiana\, già vivissima fra Russia e Ucraina sin dalla ricostruzione del Cremlino di Mosca nel Rinascimento\, e che ha conferito alla multiculturale Odessa\, crogiolo di varie culture e città cosmopolita oltre che porto franco\, quell’inconfondibile volto classico tradito altresì dalla scelta di un nome greco per la città. \nBoffo si presenta\, dunque\, come l’autore principale di molti spazi pubblici\, di architetture rappresentative e della stessa scalinata simbolo del luogo\, che congiunge la spianata del porto alla Piazza de Richelieu\, lungo un asse ideale che la mostra restituirà attraverso l’esposizione di disegni forniti eccezionalmente dall’Archivio di Odessa\, planimetrie originali in prestito da prestigiosi istituti italiani\, fra cui la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e l’Archivio Storico di Torino\, oltre alla ricostruzione dei disegni e di un modello in scala realizzati grazie alla collaborazione con il Polo Territoriale Universitario di Agrigento dell’Università degli Studi di Palermo. \nIl MAN approfondirà per la prima volta l’opera dell’architetto\, sottolineando l’apporto offerto nella costruzione dell’identità architettonica e urbana di Odessa\, insieme all’affascinante vicenda umana e artistica sospesa fra la leggenda dei suoi natali sull’isola e le reali origini svizzero ticinesi\, terreno fecondo per molti architetti cresciuti poi in Italia e nei suoi centri di cultura accademica\, fortemente legati alla disciplina del progetto. \nMa la storia di Boffo e della “sua” scalinata non poteva non intrecciare quella di una pellicola che ha reso universalmente noto questo panorama agli occhi del pubblico del Novecento\, trasformando un capolavoro dell’architettura dell’Ottocento in un’icona del grande schermo\, complice il montaggio serrato\, violento e drammatico della famosa sequenza di Ėjzenštejn\, scolpita nell’immaginario comune. Nel testo a catalogo del critico cinematografico Roberto Nepoti si legge: «È un segno indiscutibile di iconicità il fatto che la sequenza sia in assoluto la più citata di tutta la storia del cinema\, sia in forma di omaggio sia in forma di parodia\, da parte di innumerevoli emuli del maestro russo. Tanto che\, alla fine degli anni Novanta\, il noto critico Roger Ebert scrisse: “… il famoso massacro sulla scalinata di Odessa è così citato\, che è probabile che molti spettatori abbiano visto la parodia prima dell’originale”». \nAd arricchire la mostra tocca a due dipinti romantici di notevole valore e qualità\, una marina in tempesta di Ivan Konstantinovič Ajvazovskij del 1897\, concessa dal Museo Nazionale di Varsavia\, e un grande porto di Odessa di Rufim Gavrilovitš Sudkovski del 1885\, in arrivo dal Kunstimuseum di Tallin\, in Estonia. Curiosa la presenza di alcuni rari ex voto con scene di brigantini sardi nella baia di Odessa\, prima e durante la guerra di Crimea. \nArchitettura e cinema si alternano lungo tutto il percorso\, ora affondando nell’analisi costruttiva della scalinata\, ora passando in rassegna i fotogrammi di un film che ha fatto scuola e che esalta\, nelle sue stesse riprese\, i dettagli formali della scenografica rampa. Panorami d’epoca e nuove vedute duettano con le soluzioni geniali della regia di Ėjzenštejn al centro della video installazione che ne racconta la genesi. \n  \nCoordinamento \nRita Moro ed Elisabetta Masala \nda un’idea di Tommaso Esca \n  \nCatalogo edizioni Libria\, testi di Viktor Proskuryakov\, Federico Crimi\, \nGiovanni Francesco Tuzzolino\, Paolo De Marco\, Roberto Nepoti \n  \nVideo installazioni a cura di Storyville \nin collaborazione con Cineteca Milano \n  \n  \nUfficio Stampa  \nSTUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo \nVia San Mattia 16\, 35121 Padova \nTel. +39.049.663499 \nreferente Simone Raddi\, simone@studioesseci.net \nwww.studioesseci.net \n 
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SUMMARY:OLIVO BARBIERI
DESCRIPTION:60 fotografie inedite a colori e un wallpaper di grandi dimensioni \nIl 3 Marzo la Fondazione di Sardegna\, in collaborazione con il Museo MAN\, inaugura la mostra Twelve ee h s nine – Dolmen e Menhir in Sardegna di Olivo Barbieri\, a cura di Marco Delogu e Chiara Gatti. \nLa serie inedita dell’artista conclude il suo lavoro nell’ambito della Commissione Sardegna\, un progetto che sostiene il percorso di produzione di opere d’arte contemporanea attraverso la piattaforma AR/S Arte Condivisa\, con lo scopo di aprire una finestra sul territorio\, la storia e le stratificazioni che caratterizzano l’isola\, per mezzo degli sguardi di curatrici e curatori\, artisti e artiste invitati a vivere esperienze di residenza e produzione in Sardegna. \nOlivo Barbieri\, uno dei maggiori artisti e fotografi italiani contemporanei\, è stato invitato dalla Fondazione di Sardegna a rivolgere il suo sguardo all’isola\, a intraprendere tre viaggi nell’arco di due anni\, decifrando una bolla spazio-temporale tra archeologia e immaginario contemporaneo. \nOggetto della ricerca è il patrimonio composto da numerosissimi megaliti\, dolmen e menhir disseminati sull’isola\, secondo logiche ancora non chiare agli studiosi\, osservati nella loro capacità di modificare lo spazio che li circonda. \nBarbieri\, che già negli anni ottanta aveva viaggiato lungamente in Bretagna e a Carnac\, attratto da questi monumenti megalitici\, dal mistero della loro genesi e della loro funzione\, anche se con anni di ritardo e con un certo senso di colpa per aver atteso tanto\, arriva in Sardegna per accostarsi a un patrimonio altrettanto unico\, poco divulgato\, addirittura per molti quasi sconosciuto. \nGuidato dalla sapiente disponibilità di studiosi come l’archeologo Riccardo Cicilloni\, dalle indicazioni degli abitanti del luogo\, da ricercatori e da memorie locali\, Barbieri in Twelve ee h s nine – Dolmen e Menhir in Sardegna restituisce una ricognizione\, una mappatura sensoriale libera e non scientifica dei megaliti\, ma soprattutto racconta come lo spazio intorno a questi sia cambiato\, come il mondo si sia modificato attraverso forme\, stratificazioni e passaggi logici inconsci. \nLe fotografie registrano autentiche situazioni di convivenza e compenetrazione tra passato arcaico\, costruito recente e paesaggio vegetale. \nL’artista ha allargato il suo sguardo dal singolo sito al paesaggio antropizzato\, verso contesti abitati che hanno assorbito i volumi e la storia di questi straordinari oggetti di resistenza\, in uno scenario nuovo\, modificato dal contesto dei reperti e dal loro ascendente\, ispirando nuove immagini e nuove architetture. \nOlivo Barbieri attraverso questa indagine sulla variazione\, con un processo di osservazione chiaro e privo di orpelli linguistici\, ma portando all’estremo le possibilità percettive del vedere\, traccia una geografia immaginaria della Sardegna profonda\, silente e diversa dalla nota bellezza della costa internazionalmente famosa. \nNei suoi viaggi da Dorgali a Laconi\, da Calangianus a Barrali\, esplora percorsi avventurosi fra campi coltivati\, pascoli e paesi alla ricerca di vestigia a volte inghiottite dalla vegetazione o dal cemento per restituirli al presente. \nNel dialogo con Chiara Gatti pubblicato in catalogo Olivo Barbieri dice: «Ho lavorato e riflettuto molto sulla modificazione dello spazio attorno a ogni reperto\, come le epoche siano trascorse sovrapponendo innesti\, strati\, passaggi. È un racconto temporale sincretico…» \nCome scrivono Marco Delogu e Franco Carta nel testo che accompagna la mostra: “le forme della pietra sono intrise dal tempo e Barbieri ne coglie il mistero\, racchiude nell’inquadratura il colore e la luce\, ne esalta la forza estetica\, ne interroga le suggestioni magiche e il valore simbolico-sacrale che da sempre dolmen e menhir evocano nella mente dell’osservatore\, sia esso uno studioso o un profano”. \nIl lavoro di Barbieri è coerente con le produzioni originali della Fondazione di Sardegna realizzate in questi anni\, produzioni il cui obiettivo è raccontare l’isola attraverso la visione dell’arte\, interpellando protagonisti di primaria levatura per restituire un’immagine dell’isola in dialogo con i contesti creativi nazionali e internazionali più dinamici. Da questo dialogo scaturiscono i segni di una Sardegna insolita che\, a volte\, stentiamo a riconoscere. \nAccompagna la mostra un catalogo con 105 fotografie edito da Punctum Press con testi di Andrea Cortellessa\, Riccardo Cicilloni\, Marco Delogu e Franco Carta e un dialogo tra Olivo Barbieri e Chiara Gatti. \nOLIVO BARBIERI \nTwelve ee h s nine – Dolmen e Menhir in Sardegna \nDal 4 marzo al 25 giugno 2023 \nOrario continuato: 10 – 19 | Lunedì chiuso \nUfficio Stampa: UC studio – press@ucstudio.it \nChiara Ciucci Giuliani chiara@ucstudio.it – mob +39 3929173661 \nRoberta Pucci roberta@ucstudio.it – mob +39 3408174090
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SUMMARY:Fading in
DESCRIPTION:Il MAN prosegue l’indagine sui linguaggi del XXI secolo inaugurando la prima di una serie di Project Room\, un nuovo concept espositivo incentrato sull’universo estetico della contemporaneità. Il piano terra del museo sarà concepito come uno spazio poliedrico\, capace di cambiare forma ad ogni progetto con l’obiettivo di farsi portavoce degli artisti di oggi e della loro visione del mondo. \nIl primo appuntamento vede protagonista Massimo Grimaldi con la mostra Fading in\, che propone una selezione di cinque reportage fotografici realizzati tra il 2010 e il 2021. \nLa poetica di Grimaldi si sviluppa in una costante tensione tra etica e estetica. L’artista ha elaborato una modalità di lavoro che prevede la collaborazione sistematica con EMERGENCY\, associazione umanitaria nata con lo scopo di offrire sostegno medico gratuito alle vittime civili delle guerre e della povertà. Dal 2007 l’artista ha partecipato a diversi concorsi con progetti che prevedevano\, in caso di vincita\, la donazione della somma a EMERGENCY e la realizzazione di reportage in luoghi dove l’ONG è attiva. Il caso più eclatante risale al 2009\, quando Grimaldi vince il concorso internazionale MAXXI 2per100 con un progetto che stabiliva di devolvere il 92% del premio di 700.000 euro a EMERGENCY per la costruzione del Centro Pediatrico di Port Sudan e di documentare l’attività dell’ospedale\, dalla sua costruzione fino alla piena operatività. Un approccio che testimonia come Grimaldi rifletta sulla società e intervenga su di essa\, ridiscutendo il ruolo dell’artista. \nIn Uganda è il lavoro principale presentato al MAN. La videoproiezione è frutto di un reportage\, realizzato ad inizio 2021\, che si muove su un doppio livello: da un lato descrive la vita all’interno del Children’s Surgical Hospital della città ugandese di Entebbe\, puntando l’obiettivo sullo staff di EMERGENCY e sui pazienti; dall’altra\, mostra la bellezza umana e paesaggistica di Entebbe\, la penisola che si allunga sulla costa settentrionale del Lago Vittoria\, su cui sorge l’ospedale. Man mano che le immagini scorrono in dissolvenza\, ci si accorge che parlare di reportage è piuttosto riduttivo. Nelle opere di Grimaldi l’aspetto documentativo resta in secondo piano rispetto alla componente affettiva\, che risulta dominante. In questo modo\, i suoi lavori tracciano un filo rosso tra due mondi: a un’estremità c’è il museo in cui le opere vengono fruite\, mentre all’altro capo si trova una realtà che a molti può apparire distante\, ma non per questo è meno vera. \nImmagini di progetti portati avanti in Sudan\, Sierra Leone\, Afghanistan\, nella Repubblica Centrafricana\, si susseguono in mostra sugli schermi di iPad Pro di ultima generazione con una dissolvenza (appunto un “fade in”)\, da cui deriva il titolo della mostra. Come rileva il critico Luca Cerizza “la melanconia che pervade senza tregua il lavoro di Grimaldi nasce da quella dicotomia che l’artista mostra come mai riconciliata\, tra dimensione etica ed estetica dell’arte e\, ancora più specificatamente nel suo caso\, di un’attrazione sensuale verso un mondo di forme e immagini perfette\, iper-definite\, per lo più astratte\, e la consapevolezza che ogni opera d’arte\, rischi di essere schiacciata da un processo di obsolescenza per il quale viene superata – come ogni altro prodotto – da una successiva proposta linguistica\, da un nuovo stile\, dal soddisfacimento\, insomma\, di un nuovo desiderio”. \nL’utilizzo sistematico degli ultimi modelli Apple su cui scorre una sequenza in loop è una prassi consolidata della poetica di Grimaldi. In questo modo\, venendo meno la possibilità (autoimposta) di decidere l’apparenza esteriore delle opere\, è l’artista in prima persona a mettere in discussione il proprio status\, allineandosi all’evoluzione tecnologica e alle sue contraddizioni. Crolla\, così\, l’assunto dell’arte per l’eternità. Il risultato è un lavoro dal destino ineluttabile\, opere che diventano obsolete nel giro di pochi anni\, asservite a una corsa per un progresso tecnico sempre più incalzante. \nFading in è l’occasione per l’uscita di una nuova edizione de I quaderni del MAN\, con un affondo critico di Luca Cerizza che percorre l’evoluzione del lavoro di Massimo Grimaldi dall’inizio della sua ricerca ad oggi. \n\n\n\nBiografia\n\n\nMassimo Grimaldi (Taranto\, 1974) è un artista italiano che vive e lavora a Milano. La sua pratica indaga la natura di ciò che convenzionalmente chiamiamo “arte”\, il modo con cui essa viene percepita\, valutata e capita. La sua ricerca è una continua interrogazione sui criteri della produzione e della circolazione delle immagini\, sul potere e i limiti della speculazione estetica\, sulla possibilità di una sua ridefinizione etica. L’artista ha avuto mostre personali al Castello di Rivoli\, Torino (2009); Museo di Villa Croce\, Genova (2012); Team Gallery\, New York (2011/2013); West\, The Hague (2014); ZERO…\, Milano (2006/2010/2013/2017/2019/2022). Le sue opere sono state presentate anche in numerose mostre collettive\, fra cui Italics a Palazzo Grassi\, Venezia e MCA\, Chicago (2008-2009) e la 50ma Biennale di Venezia (2003). Nel 2009 Grimaldi ha vinto il concorso internazionale MAXXI 2per100\, utilizzando il premio per la costruzione del Centro Pediatrico di EMERGENCY a Port Sudan.
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DESCRIPTION:L’importante ingresso in collezione dell’opera Madre che cuce di Mario Sironi\, 1905-1906\, frutto di un recente acquisto da parte del museo MAN presso una collezione privata milanese\, rappresenta l’occasione per una presentazione al pubblico delle ultime acquisizioni pervenute sotto forma di acquisto\, comodato o donazione. La mostra allinea le opere all’interno di un percorso che presenta\, per ciascuna di esse\, un approfondimento storico e tematico\, una narrazione che le colloca sullo sfondo della collezione permanente spiegandone il valore e il ruolo all’interno dell’identità stessa della raccolta. \nL’opera di Sironi (1885-1961)\, in particolare\, è accompagnata da un affondo critico a cura di Elena Pontiggia\, massima esperta italiana del maestro\, raccolto fra le pagine di una piccola pubblicazione dossier destinata a inaugurare la nuova collana editoriale del museo\, I quaderni del MAN. \n«Sironi non cerca una scena intimista – scrive Pontiggia – anzi avrebbe potuto sottoscrivere il Manifesto di Saint Cloud di Munch (1899)\, che proclamava: “Non dipingeremo più interni […]\, donne che lavorano a maglia”. Certo\, il suo è un interno\, ma quello che gli interessa è la costruzione volumetrica: la solida figura femminile\, la sedia ben piantata sul pavimento\, i blocchi di colore del tavolo e dei mobili. Semmai si può avvertire un filo di malinconia nella solitudine della madre\, tutta sola nel silenzio della casa. Tuttavia la scena comunica anche il suo senso di dignità e quasi la sua intima approvazione per il dovere compiuto: quella approvazione interiore che\, come Thomas Mann fa dire a Johann Buddenbrook\, “è la felicità più certa che si possa raggiungere sulla terra”. \nLa madre che cuce ha una fortuna critica relativamente recente perché Sironi\, per il suo successivo rifiuto del divisionismo (condiviso da tanta critica negli anni fra le due guerre)\, non la espone mai in vita. La troviamo per la prima volta in una mostra solo nel 1969\, otto anni dopo la sua scomparsa. Il primo a parlarne però è Costantini\, amico di giovinezza e poi parente dell’artista perché ne aveva sposato la sorella Marta. Nel suo Pittura italiana contemporanea\, uscito nel 1934\, il critico ricorda espressamente la Madre che cuce “fra le opere di intensa colorazione”. L’aggettivo può stupire\, perché l’insieme di verdi e di azzurri del quadro si può definire “intenso” per la sua raffinatezza\, ma non certo non per la sua accensione. Sironi non adotta il divisionismo per accentuare gli effetti luministici della composizione\, e non sfrutta il contrasto dei complementari. È vero però che\, rispetto alla sua tavolozza scura degli anni Venti\, La madre che cuce si distingue per una gamma cromatica ben più viva e naturalistica». \nFra gli altri protagonisti della mostra spicca poi Costantino Nivola (1911-1988)\, con una nuova opera Times Square\, datata 1946\, che si unisce a fondi già custoditi dal MAN e che approda in collezione all’indomani di un restauro significativo (a cura di Maria Albai) e che viene ora valorizzata come un unicum nella produzione del maestro\, per le dimensioni monumentali della tela e per la complessità del soggetto newyorchese\, che si allinea alla sua produzione più celebre\, con alcune varianti degne di essere indagate. \nSignificativa la presenza\, lungo il percorso\, di un dialogo fra Maria Lai (1919-2013) e Jorge Eielson (1924-2006)\, in vista di una mostra futura che il MAN dedicherà il prossimo anno al rapporto fraterno instaurato nel tempo fra due grandi nomi del secondo Novecento\, stretto all’epoca del soggiorno in Sardegna dell’artista peruviano. Per l’occasione entrano in collezione due libri cuciti di Maria Lai\, uno distinto dalle sue famose “geografie”\, e un piccolo breviario dal titolo Sono qui\, concessi in comodato dagli eredi. L’archivio Eielson concede invece un grande nodo\, del ciclo Amazzonia\, che rimanda alla simbologia arcaica del “quipu” nell’impero Inca\, il nodo come lingua\, metodo di scrittura e contabilità\, per misurare il tempo nei calendari\, stilare censimenti. \nFrutto di mostre recenti e recenti donazioni\, ecco ancora opere di Edina Altara (1898-1983)\, Vittorio Accornero (1896-1982)\, Salvatore Fancello (1916-1941) e Anna Marongiu (1907-1941)\, oltre alle splendide fotografie dedicate alla Sardegna di Lisetta Carmi (1924-2022)\, accanto a figure di spicco del contemporaneo  come Martí Guixé (classe 1964)\, con le sue opere tessili\, grandi arazzi ispirati alla tradizione e applicati a sedute di design\, Christian Niccoli (classe 1976) con il video ZWEI (Due) prodotto nell’ambito dell’Italian Council\, e Paolo Cavinato (classe 1975)\, reduce dalla mostra Sensorama dove le sue prospettive chirurgiche hanno aperto varchi in uno spazio che non c’è. \nUna sezione a parte\, una mostra nella mostra\, è riservata all’intervento site specific di Giovanni Campus (classe 1929)\, il grande artista sardo\, milanese d’adozione\, che dipanerà negli ambienti del MAN le sue scatole euclidee fatte di composizioni in divenire nel tempo. Camminando fra le sue geometrie\, si percepiscono spazi abitati da grafici irregolari\, quadranti analitici\, piani cartesiani dove rette e segmenti corrono paralleli e si incrociano all’infinito. \nCampus orchestra linee\, ritmi\, perimetri\, spigoli\, misure\, regole ed eccezioni per erigere steccati minimali\, paesaggi sintetici\, un dominio di segni che si inseguono sulle pareti fino a disegnare luoghi tridimensionali dentro i quali lo spettatore si muove come in un quadro astratto\, in un confine liquido fra pittura e architettura. \nLa componente “tempo” è determinante e dà titolo al ciclo di opere Tempo in processo. Fin dagli anni Settanta\, in epoca di concettualismi\, l’artista ha lavorato sull’unità dell’allestimento\, con tavole collegate fra loro in sequenza\, dimostrando così la trasformazione degli elementi modulari – tracce fatte di corda o metallo – nell’arco di una durata prestabilita. L’effetto è completo quando pittura e scultura si integrano creando scenari avvolgenti\, superfici piane proiettate nella terza dimensione. Costruire lo spazio attraverso il disegno\, nel tempo della pratica e del metodo\, è la ricerca che scorre in sottotraccia a tutta la riflessione del maestro fatta di rigore e lirismo. Per Campus la matematica è poesia. \nIl prezioso intervento di Giovanni Campus sarà accompagnato da un dossier della nuova collana editoriale I quaderni del MAN\, con un testo critico a cura di Chiara Gatti.
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SUMMARY:Picasso e Guernica
DESCRIPTION:a cura di Michele Tavola \nDal 23 settembre al 31 dicembre del 1953 Guernica venne esposta nella Sala delle Cariatidi del Palazzo Reale di Milano\, insieme a più di trecento altre opere del maestro spagnolo\, dando forma alla più grande retrospettiva di Picasso mai tenuta in Italia. Successivamente la mostra venne spostata a Roma\, ma in formato ridotto e soprattutto senza Guernica\, che da allora non fece mai più ingresso nel nostro Paese. La Sala delle Cariatidi\, che al momento di accogliere il capolavoro picassiano presentava ancora i segni dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale\, amplificando così il significato dell’opera\, in quell’occasione ospitò anche altre drammatiche composizioni di esplicita denuncia dei disastri della guerra quali il Massacro in Corea e Carnaio. \nOggi Guernica non viaggia più\, non lascia mai la Spagna e la sua sala al Museo Reina Sofía di Madrid. Non tornerà più a Parigi\, dove è stata creata\, commissionata dal governo repubblicano spagnolo per l’Esposizione Universale del 1937\, non tornerà più al MoMa di New York\, dove ha passato buona parte del suo esilio prima di tornare in patria\, e sicuramente non tornerà più in Italia. Settant’anni dopo la storica esposizione al Palazzo Reale di Milano\, il MAN di Nuoro celebra il passaggio italiano di Guernica\, simbolicamente e artisticamente fondamentale per una generazione di artisti\, di critici d’arte e di cittadini italiani. \nL’omaggio nuorese si suddivide in due sezioni principali: l’eco di Guernica nella produzione artistica di Picasso e il racconto della genesi dell’opera attraverso il racconto visivo di Dora Maar\, fotografa e all’epoca compagna dell’artista spagnolo. \nLa prima sezione trova il suo fulcro principale nello straordinario dittico di incisioni intitolato Sueño y mentira de Franco\, vero e proprio contraltare grafico del grande dipinto. Picasso iniziò a incidere la prima lastra nel gennaio del 1937 ma abbandonò presto il lavoro. Nel mese di maggio\, appena dopo il tragico bombardamento della cittadina basca\, portò a termine entrambe le matrici proprio mentre stava eseguendo la monumentale tela\, utilizzando gli stessi studi e le stesse idee. Non si tratta affatto\, però di una versione in formato ridotto del quadro\, ma di un’invenzione originale\, a sé stante\, che prende le mosse dallo stesso pensiero e dallo stesso impeto creativo. Attorno a Sueño y mentira de Franco si raccoglierà una piccola ma significativa serie di incisioni\, disegni e dipinti che afferiscono direttamente alla gestazione di Guernica o che\, per essere stati realizzate nello stesso periodo\, richiamano da vicino stile e temi del celebre dipinto. \nLa seconda anima della mostra ruoterebbe attorno alla straordinaria testimonianza di Dora Maar\, che documentò giorno per giorno\, con le proprie fotografie\, il lavoro di Picasso. Si tratta di una serie di scatti al contempo commoventi e fondamentali per la ricostruzione filologica della creazione di Guernica. Non mancheranno nemmeno immagini scattate nel 1953 da Mario Perroti in occasione della rassegna milanese\, nell’allestimento toccante della Sala delle Cariatidi segnata dai bombardamenti\, situazione tragica che convinse Picasso a esporre il suo capolavoro in quel contesto così affine all’anima del dipinto. \nIl progetto ideale della mostra contemplerà anche una sezione documentale che renderà il percorso di altissima qualità\, completando la narrazione in una ricorrenza che l’Italia è chiamata a celebrare e di cui il Museo MAN di Nuoro si farebbe capofila.
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SUMMARY:SENSORAMA
DESCRIPTION:Lo sguardo\, le cose\, gli inganni\nda Magritte alla realtà aumentata\n \ninaugurazione venerdì 8 luglio ore 18.30 \na cura di Chiara Gatti e Tiziana Cipelletti \ncon il contributo scientifico di Baingio Pinna del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Sassari\, autore del libro La percezione visiva\, il Mulino\, 2021 \nProgetto di allestimento a cura di Denis Santachiara \nCoordinamento di Rita Moro ed Elisabetta Masala \nVideo installazioni a cura di Storyville \n  \nSENSORAMA adotta in modo colto e originale il modello del Museo delle illusioni e affida alle opere di artisti e videomaker contemporanei l’esplorazione della relazione tra Visione e Percezione con l’obiettivo di mostrare la complessità dei fenomeni cognitivi e il “piacere” di essere ingannati. \nL’illusione è la nostra realtà. Perché del mondo\, là fuori\, vediamo il poco che i nostri occhi sono in grado di vedere. “How your eyes trick your mind”\, come gli occhi ingannano la mente\, dicono gli inglesi. Il risultato è una rappresentazione delle cose che non è reale per niente. Tocca al nostro cervello orientarsi fra apparenze ed enigmi. \nChi si occupa di percezione parte da queste premesse\, ma sa di avere alle spalle secoli di discussione filosofica\, da Platone in avanti. La domanda “vediamo davvero la realtà?” è un antico dilemma. Oggi però le neuroscienze possono cominciare a dare una risposta\, studiando gli organi di senso e analizzando la capacità del cervello di interpretare i segnali che questi gli inviano. \nIl museo MAN di Nuoro\, che da sempre si dedica alla ricerca e ai diversi linguaggi del contemporaneo\, inaugura una nuova stagione espositiva che mira a riflettere su alcuni temi sollecitati dal dramma della pandemia e della reclusione: la comunicazione interrotta\, lo sguardo velato dal diaframma di uno schermo\, la lettura delle immagini sottratte alla vista e restituite in una realtà virtuale. Tornare a guardare\, ad allenare gli occhi e a porsi interrogativi sulla verità (o meno) della visione è lo scopo di una mostra che\, partendo da antecedenti storici\, dai padri nobili di una pittura di verità e d’inganno\, come René Magritte e Giorgio de Chirico\, apre lo spettro alle indagini estetiche più recenti in fatto di percezione e autenticità. Ecco allora le fotografie allo specchio di Florence Henri o le tavole ottico-cinetiche di Alberto Biasi\, gli ambienti avvolgenti e conturbanti di Peter Kogler o Marina Apollonio; e ancora\, le sculture anamorfiche di Marc Didou o le performance intese come veri e propri trompe-l’œil umani di Liu Bolin\, l’uomo invisibile. \nIl titolo della mostra SENSORAMA è ispirato al nome di una macchina ideata nel 1957 dal regista statunitense Morton Heilig per testare esperienza sinestetiche nel suo cinema d’esperienza\, al fine di amplificare impressioni\, oltre che sonore con audio stereofonico\, persino tattili\, dinamiche e olfattive. Per vedere la musica è il nome di una sezione riservata a scoprire proprio la sinestesia\, l’automatismo psichico che consiste nell’associare in un’unica immagine due contenuti riferiti a due sfere sensoriali diverse. \nSENSORAMA è tanto cinema\, arte d’artificio per eccellenza\, “fabbrica delle illusioni” fin dal suo esordio e terreno di sperimentazioni visive delle avanguardie. Il percorso della mostra contempla la cinematografia fantastica di George Méliès basata sulla sparizione degli oggetti ottenuta con uno primitivo stop frame e la levitazione di cose e persone con la ripresa a passo uno\, per arrivare alle fantasmagoriche interazioni tra avanguardie artistiche (Léger\, Man Ray\, Picabia\, Cocteau\, Duchamp…) e cinema. Cinema sperimentale appunto che\, facendo suo lo statuto della magia e giocando con inganni e deformazioni percettive\, butta all’aria la nostra “consueta” esperienza del reale. \nI meravigliosi paradossi dell’era digitale. Con l’installazione in realtà aumentata la “non realtà” esce dai suoi confini\, allaga la nostra percezione e dà un accesso a nuovi significati in una visione/versione multilayer. Senza l’impiego di device\, ma grazie all’utilizzo del proprio telefonino (Bring Your Own Device)\, si potrà vivere la fascinazione “intelligente e complessa” di un contenuto a più strati\, indispensabile completamento della visione di un mondo in transizione. \nIl progetto si arricchisce di installazioni site specific\, nel caso per esempio degli interventi studiati ad hoc per il MAN da parte di artisti come Felice Varini\, autore di disegni nello spazio\, monumentali quanto effimeri\, oltre a una stanza magica progetta dal designer Denis Santachiara e una grotta di libri scavati come rocce da impronte di corpi impalpabili realizzata da Marco Cordero. \nSENSORAMA vuole rappresentare insomma il grado zero della percezione\, utile per ripulire lo sguardo\, per tornare a stupirci di fronte ai paradossi della vista\, per ricominciare a osservare le opere con sguardo indagatore\, per avvicinarci alle immagini consapevoli di un limite fluido fra reale e virtuale\, ma pronti ad aguzzare gli occhi per svelare i meccanismi che orchestrano il processo stesso della visione. Un invito a imparare a guardare. Ma\, soprattutto\, a dubitare. \nArtisti \nRené Magritte\, Giorgio de Chirico\, Florence Henri\, Alberto Biasi\, Luigi Mazzarelli\, Peter Kogler\, Felice Varini\, Marina Apollonio\, Denis Santachiara\, Marc Didou\, Peter Miller\, Liu Bolin\, Marco Cordero\, Humans since 1982\, Ole Martin Lund Bø\, Paolo Cavinato\, Cinzia Fiorese\, Marco Di Giovanni\, Kensuke Koike. \nCatalogo Electa con testi di Baingio Pinna\, Chiara Gatti e Tiziana Cipelletti \n  \n  \nUfficio Stampa \nStudio ESSECI di Sergio Campagnolo \ntel. 049.66.34.99 \nReferente Simone Raddi: simone@studioesseci.net \n  \n 
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SUMMARY:CARLO LEVI
DESCRIPTION:CARLO LEVI: TUTTO IL MIELE È FINITO. LA SARDEGNA\, LA PITTURA \na cura di Giorgina Bertolino  \ne il progetto speciale di residenza produttiva di \nVITTORIA SODDU \nOGNI ANDARE È UN RITORNARE \nrealizzato con la Fondazione Sardegna Film Commission \n  \nopen day: venerdì 11 febbraio 2022\, h. 10 – 19 \napertura: 11 febbraio – 19 giugno 2022 \nIl MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro presenta da venerdì 11 febbraio a domenica 19 giugno 2022 la grande antologica di Carlo Levi (Torino 1902 – Roma 1975) che rende omaggio al pittore-scrittore nei 120 dalla nascita\, in occasione degli anniversari dei suoi due viaggi in Sardegna\, compiuti nel maggio 1952 e nel dicembre 1962. La mostra documenta l’intero arco della sua ricerca con 89 opere tra dipinti\, disegni e incisioni\, datate dal 1925 ai primi anni settanta. Si avvale della collaborazione della Fondazione Carlo Levi di Roma e dei prestiti di musei\, collezioni pubbliche e private. È arricchita dal progetto speciale di residenza produttiva che ha visto coinvolta l’artista Vittoria Soddu (Sassari 1986) con un triplice intervento realizzato con la produzione di Fondazione Sardegna Film Commission\, concepito appositamente per il percorso espositivo. \nLa mostra trae il titolo da Tutto il miele è finito\, il libro di Carlo Levi sulla Sardegna edito da Einaudi nel 1964. Il libro è il racconto dei viaggi del 1952 e 1962\, ed è un palinsesto di paesaggi naturali\, culturali\, poetici e politici. La mostra del MAN ricostruisce l’incontro fra l’artista e l’isola\, offrendo l’occasione per immergersi nella sua pittura\, dagli esordi alla maturità. Carlo Levi: tutto il miele è finito. La Sardegna\, la pittura è\, insieme\, una mostra monografica e un’ampia antologica\, articolata sui tre piani del Museo. Dedicata a un protagonista della storia e della cultura italiana del Novecento\, è un invito a ripensarne l’eredità nel presente. \n“La mostra che il MAN di Nuoro ha dedicato a Carlo Levi nel centoventesimo anniversario della nascita indaga aspetti meno conosciuti della sua storia artistica e intellettuale\, in linea con una volontà di ricerca che il museo ha dedicato negli ultimi anni alla riscoperta del proprio territorio – il mondo insulare del mediterraneo italiano – mediante i contributi di artisti e artiste di diversa provenienza e nazionalità che hanno dedicato parte significativa delle loro ricerche alla Sardegna\, in un percorso che dal recente passato arriva sino al lavoro delle più giovani generazioni”\, spiega Luigi Fassi nell’introduzione al catalogo della mostra. \nLa Sardegna \nLe prime sale al piano terra del Museo introducono l’artista con tre autoritratti (fra i quali il celebre Autoritratto con la mano gialla del 1930) e raccontano i suoi viaggi in Sardegna. Carlo Levi arriva per la prima volta nell’isola nel maggio 1952 e vi ritornerà nel dicembre di dieci anni dopo. I suoi resoconti sono pubblicati a puntate su “L’Illustrazione Italiana” e su “La Stampa”\, quindi raccolti in Tutto il miele è finito nel 1964. Le parole si intrecciano alle immagini\, richiamate in mostra da oltre 30 fotografie che ricompongono i paesaggi della Sardegna degli anni cinquanta. Sguardi e obiettivi diversi\, tra istantanee amatoriali e fotografie d’autore\, riconsegnano il fascino dell’isola\, delle sue città\, delle persone\, della natura e della sua storia\, oltre gli itinerari più consueti. \nViene esposto per la prima volta un nucleo di 10 fotografie dell’inedito Album di viaggio di Carlo Levi del 1952. Conservate nel Fondo fotografico della Fondazione Levi di Roma\, le piccole stampe in bianco e nero dell’Album hanno costituito il punto di partenza della ricerca alla base della mostra. A questi materiali preziosi\, disposti in bacheca insieme a libri e documenti\, si affiancano a parete le campagne fotografiche di due celebri autori: 16 fotografie di Federico Patellani (Monza 1911 – Milano 1977)\, scattate in Sardegna nel 1950 – in prestito dal Museo di Fotografia Contemporanea di Milano-Cinisello Balsamo – in parte pubblicate a corredo di Viaggio in Sardegna\, il primo articolo di Levi apparso su “L’Illustrazione Italiana” del giugno 1952; 10 fotografie dell’ungherese János Reismann (Szombathely 1905 – Budapest 1976) del 1959 – in prestito dall’Hungarian Museum of Photography di Kecskemèt – pubblicate nella versione tedesca diTutto il miele è finito (Aller Honig geht zu Ende. Tagebuch aus Sardinien) edita nel 1965. \nIntroducendo Tutto il miele è finito nel 1964\, Carlo Levi paragonava il suo libro a un ritratto: “Così\, questo scritto\, che non è né un saggio\, né un’inchiesta\, né un romanzo\, ma un semplice\, laterale capitolo di quella storia presente che tutti viviamo\, o scriviamo\, in noi e fuori di noi\, mi sembra possa assomigliarsi piuttosto a un ritratto\, a un tentativo\, soltanto accennato e parziale\, di ritratto di una persona conosciuta nel tempo\, il cui viso racconta e comprende\, oggi\, i diversi momenti della sua storia. È\, questa persona\, soltanto la Sardegna?”.  \nCome spiega la curatrice\, Giorgina Bertolino “il progetto della mostra inizia dalla rilettura di Tutto il miele è finito\, un paesaggio-scritto che coinvolge e implica il corpo dell’artista\, l’esperienza fisica sul terreno\, il contatto con un passato amalgamato al suolo del presente\, l’ascolto dei suoni\, dei canti e delle voci delle persone. Tutto il miele è finito è un libro-paesaggio\, della specie di quelle letture che oggi raccogliamo intorno alle nozioni capienti di antropologia del paesaggio e di ecologia della cultura. Oltre l’idea di un paesaggio pacificato\, cristallizzato dalle retoriche della bellezza\, i paesaggi sardi di Carlo Levi conservano intatta la loro capacità dinamica\, cognitiva\, politica”. \n  \nLa pittura \nL’antologica ripercorre le stagioni della pittura di Carlo Levi\, a cominciare dagli esordi. Al primo piano\, i dipinti datati dal 1925 al 1930 mostrano le città del giovane Levi: Torino\, dove è nato\, Parigi e Alassio\, in Liguria\, dove la sua famiglia possiede una casa sulla collina: qui è ambientato Aria\, un dipinto del 1929 appartenente alle collezioni della GAM\, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino. I quadri documentano la sua formazione di artista europeo e l’intenso dialogo con l’arte francese; ricompongono la cerchia familiare (con Padre a tavola del 1926\, Figura estrusca del 1929 e Due signore del 1930\, in prestito dalla Fondazione Levi) e l’ambito delle amicizie. \nLe opere al secondo piano ripercorrono le stagioni successive\, dai primi anni trenta agli anni settanta\, seguendo l’evoluzione della “grafia ondosa”\, l’inconfondibile cifra stilistica che anima gli autoritratti e i ritratti (è il caso di Leone Ginzburg del 1933)\, i paesaggi (il Paesaggio di Alassio del Museo Novecento di Firenze) e le nature morte (Natura morta con pane francese del Patrimonio artistico del Gruppo Unipol). \nLa pittura di Carlo Levi è un diario\, una biografia: le sue opere parlano del confino in Lucania (con La strada alle grotte del 1935\, La fossa del Bersagliere e La Santarcangelese del 1936\, in prestito dal Museo Nazionale di Matera\, Palazzo Lanfranchi); raccontano della guerra\, della Liberazione (con l’Autoritratto del 1945 della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma) e così degli incontri\, delle persone amate (Ritratto di Linuccia Saba\, 1944-1945\, Collezione RAI\, Sede regionale Friuli Venezia-Giulia di Trieste) dei luoghi\, le case\, i giardini\, gli alberi\, raffigurati nel ciclo dei Carrubi dei primi anni settanta. Tutto per Carlo Levi è ritratto: il genere canonico della storia dell’arte è per lui uno strumento di conoscenza\, affettivo ed empatico. \nLa sala che chiude l’antologica presenta\, per la prima volta in Italia\, 12 carte appartenenti al ciclo della cecità\, un nucleo di disegni del 1973 realizzati in parallelo alla scrittura del Quaderno a cancelli\, pubblicato dopo la scomparsa. In questi disegni nati dal buio\, mentre è convalescente da un’operazione agli occhi\, Carlo Levi si immerge nelle profondità dell’inconscio e della memoria\, esplorando il proprio immaginario. \n  \nVittoria Soddu: ogni andare è un ritornare \nIl progetto speciale di Vittoria Soddu (Sassari 1986) è una rilettura nel presente di Tutto il miele è finite\, una pratica contemplativa del paesaggio ispirata dalla narrazione di Carlo Levi. Trae il titolo da una frase in apertura del libro: “Qui nella contemporaneità si sono mescolate le carte; qui nell’isola dei sardi ogni andare è un ritornare”. \nIl progetto è composto da tre lavori concepiti appositamente per la mostra. Il percorso inizia dal tratto dell’acquerello che anima la metamorfosi della donna in cornacchia nell’installazione video Back to back. Il video\, in una delle sale del piano terra\, anticipa l’eco del racconto suggerito nella traccia sonora Orune al secondo piano\, una rielaborazione di materiali d’archivio con la voce di Levi stesso e field recordings. Al terzo piano\, il lavoro più corale: Ogni andare è un ritornare restituisce in una forma filmica\, dalla forte matrice performativa\, la lettura dell’opera di Levi in dialogo con il territorio e la sua comunità oggi. \nIl libro di Carlo Levi\, racconta Vittoria Soddu\,“Invita a percorrere dei centri concentrici accompagnandoci da un capo all’altro dell’isola\, a volte sovrapponendo accadimenti e sensazioni. È un testo che porta a non ricercare una rigida consequenzialità degli eventi; per accedere alla sua essenza labirintica è necessario accogliere questa impossibilità di tracciare una narrazione logica\, con una sua cronologia cristallina”. \n“La scelta di Vittoria Soddu\, artista che lavora nel campo ibrido fra performance\, moving image e sound sculpture è guidata da un approccio più sperimentale di raccordo con il pubblico. Il nostro team di produzione si è messo al servizio del percorso creativo di un’artista così innovativa secondo un principio di accostamento\, sovrapposizione e contaminazione di linguaggi diversi. Una sfida per i futuri format\, da sperimentare con i nuovi spettatori e le nuove piattaforme\, creando insieme una nuova visione di Sardegna”\, spiega Gianluca Aste\, presidente di Fondazione Sardegna Film Commission. \nLa mostra è accompagnata da un importante catalogo edito dal MAN con la Società Editrice Allemandi. Introdotto da Luigi Fassi\, il volume propone un ampio corredo iconografico con le tavole a colori delle 89 opere esposte in mostra\, le fotografie dell’Album di viaggio di Carlo Levi\, i bianchi e neri di Federico Patellani e János Reismann e documenti d’epoca. La ricca sezione dei testi approfondisce il rapporto tra Levi e la Sardegna\, con una antologia selezionata dei suoi primi articoli e attraverso i saggi critici di Giorgina Bertolino\, Francesca Congiu\, Valeria Deplano\, Elisabetta Masala e la conversazione tra Vittoria Soddu e Nevina Satta\, Micaela Deiana\, Marco Piredda della Fondazione Sardegna Film Commission. \n  \nCONTATTI PER LA STAMPA \ninfo@museoman.it \n+39.0784.252110 \nhttps://drive.google.com/drive/folders/1gQ9Kr2SgfglQfmGE8IkOfuUkMwSNNDjd?usp=sharing \n 
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SUMMARY:Sonia Leimer
DESCRIPTION:Il progetto Via San Gennaro è vincitore della quarta edizione dell’Italian Council (2018)\, concorso ideato dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane (DGAAP) del MiC-Ministero della Cultura per promuovere l’arte contemporanea italiana nel mondo\, finanziando nuove opere di alcuni dei più significativi artisti italiani in collaborazione strategica con istituzioni museali italiane e internazionali. In questa occasione il MAN ha sviluppato un percorso di sostegno a Sonia Leimer in partnership con l’International Studio & Curatorial Program (ISCP) di New York – uno dei più affermati incubatori di produzioni innovative di arte contemporanea a livello globale – dove il progetto è stato presentato in anteprima dal settembre 2019 al gennaio 2020 a cura di Kari Conte e Luigi Fassi.  \nVia San Gennaro è l’esito di una residenza intensiva di diversi mesi dell’artista a New York. Nel corso del soggiorno Sonia Leimer ha condotto una ricerca sulle memorie italiane di Little Italy a Manhattan\, quartiere newyorchese simbolo della storia della migrazione italiana negli Stati Uniti\, in particolare dalle regioni meridionali e mediterranee\, crocevia di destini individuali e collettivi tra il Novecento e il nuovo millennio. \nArticolata in opere scultoree\, video e disegni\, la mostra è una ricognizione di un insieme di tracce\, fenomeni e sedimenti urbani capaci di raccontare le trasformazioni di Little Italy assieme all’inesorabile sparizione delle memorie italiane. La mostra prende titolo dalla celebrazione della Festa di San Gennaro che ha luogo ogni anno a settembre a Little Italy dal 1924. \nLa mostra è accompagnata da un ampio catalogo edito con ISCP e Mousse Publishing e corredato da saggi critici di Alessandra Cianchetta\, Kari Conte e Luigi Fassi.
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SUMMARY:Vittorio Accornero – Edina Altara
DESCRIPTION:Gruppo di famiglia con immagini\, mostra curata da Luca Scarlini e dedicata a Vittorio Accornero de Testa (Casale Monferrato\, 1896 – Milano\, 1982) e Edina Altara (Sassari\, 1898 – Lanusei\, 1983) vuole riportare l’attenzione sull’operato dei due artisti e illustratori\, indagando le complesse vicende biografiche e creative che li hanno visti uniti a partire dalle loro prime opere individuali degli anni Venti sino agli anni Ottanta del Novecento. \nIn questa occasione e con il contributo importante di un gruppo di scenografi attivi con il Teatro di Sardegna – Loïc Hamelin\, Sabrina Cuccu e Sergio Mancosu – il MAN si trasforma in un libro di fiabe\, un caleidoscopio di immagini d’eleganza novecentesca. Va in scena la fiaba di due artisti sospesi tra la Sardegna\, l’Italia continentale e il mondo. La mostra è un racconto della fiaba di Edina e Ninon scandito in capitoli nelle sale della mostra\, tra i territori della grafica – come nel caso delle immagini per il transatlantico Rex\, e l’invenzione di oggetti tra design e architettura – gli specchi di Edina e le rivisitazioni architettoniche neo-rococò di Accornero in Piemonte. \nLa mostra è accompagnata da un importante catalogo edito dal MAN con Silvana Editoriale e corredato da saggi critici di Luigi Fassi\, Luca Scarlini\, Pompeo Vagliani\, Silvia Mira\, Lauretta Colonnelli\, Aurora Fiorentini\, Giorgia Toso e Federico Spano.
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SUMMARY:Lisetta Carmi
DESCRIPTION:Il MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro presenta una grande antologica dedicata a Lisetta Carmi (Genova\, 1924)\, tra le più significative protagoniste della fotografia italiana del secondo dopoguerra.La mostra “Lisetta Carmi. Voci allegre nel buio. Fotografie in Sardegna 1962-1976” è curata da Luigi Fassi e Giovanni Battista Martini e si inserisce nell’ambito della ricerca condotta dal MAN sulla relazione tra i grandi fotografi italiani e la Sardegna; un dialogo estetico che vede nella retrospettiva dell’anno scorso sull’opera di Guido Guidi il suo precedente interlocutore.La rassegna porta alla luce un capitolo inedito della fotografia di Lisetta Carmi\, quello dedicato alla Sardegna\, riunendo centinaia di scatti in bianco e nero realizzati tra il 1962 e il 1976 durante numerosi e ripetuti soggiorni nell’isola.Completa il percorso espositivo una serie inedita di diapositive a colori che ritraggono i paesaggi dell’entroterra sardo\, con boschi\, fiumi e laghi colti nella loro dimensione più arcana ed evocativa.Due sezioni della mostra sono poi dedicate alla serie de I Travestiti (1965-1971) e agli operai di Genova – porto  (1964).La prima è l’esito degli anni di frequentazione dedicati da Lisetta Carmi alla comunità dei travestiti di Genova\, relegata ai margini della società\, condividendo con empatia un quotidiano che contrappone alla marginalizzazione sociale momenti di vita in comune.La seconda è l’esito di un servizio fotografico del 1964 sui lavoratori del porto del capoluogo ligure\, realizzato con l’obiettivo di denunciare le durissime condizioni del lavoro.La mostra è accompagnata da un ampio catalogo monografico edito da Marsilio e corredato da saggi critici di Etienne Bernard\, Nicoletta Leonardi\, Giovanni Battista Martini e Luigi Fassi.Da martedì 19 gennaio 2021 a domenica 20 giugno 2021\, il MAN di Nuoro presenta inoltre il progetto espositivo D’oro e verderame\, una selezione di opere tratte dalla collezione permanente del museo. \n 
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