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SUMMARY:Jorge Peris
DESCRIPTION:La città di Nuoro diventa lo studio dell’artista spagnolo per un esperimento con un gruppo in workshop\, usando lo spazio\, il tempo e la materia. Acqua di mare\, sabbia e pane per opere in trasformazione. \nOggi che l’esperienza sembra ridursi ad un consumo momentaneo ed effimero e che gli eventi restano nel campo della cronaca\, l’arte scommette sul durevole\, non è istantaneamente consumabile ed è governata da una necessità interna che parte da lontano. La sua è una condizione paradigmatica di sopravvivenza\, in perenne conflitto con l’eccesso di informazioni e di immagini\, con l’accelerazione del tempo e dello spazio e con il surfing dell’informazione. Accogliendo tale paradigma\, gli artisti invitati per il nuovo ciclo di opere nel Project Space – Jorge Peris\, Nico Vascellari\, Margherita Morgantin – rispettivamente nei mesi di maggio\, settembre e dicembre 2007\, creeranno personali strategie di sopravvivenza dell’opera d’arte\, in termini materiali\, simbolici\, estetici\, occupando non solo il Project Space del museo\, ma esplorando anche zone limitrofe.  \nIl lavoro del primo artista presente\, lo spagnolo Jorge Peris\, si basa su un’idea di opera che scaturisce da trasformazioni continue\, lente e controllate dei materiali naturali che agiscono sugli spazi\, con un margine di imponderabilità sui risultati ottenuti. Nel progetto per il museo MAN\, la città di Nuoro diventerà lo studio dell’artista\, per un esperimento che coinvolgerà un gruppo di persone\, le quali collaboreranno con lui\, usando lo spazio\, il tempo e la materia. \nSaranno utilizzate macchine inventate allo scopo e materiali organici e minerali come acqua di mare\, sabbia\, pane. Gli interventi\, realizzati insieme ai partecipanti al workshop che si svolgerà nella settimana precedente l’inaugurazione\, avranno il valore di un’esperienza condivisa e collettiva con la città.  \nA cura di Maria Rosa Sossai.
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SUMMARY:Il luogo ideale
DESCRIPTION:Le 84 opere riunite in questa mostra\, olii\, disegni e incisioni di oltre venti artisti\, riflettono attraverso la tematica del paesaggio la sensibilità\, il mistero e le questioni metafisiche che hanno preoccupato gli artisti del movimento idealista della fine del XIX. Le opere rivelano la natura profonda\, misteriosa e magica che accompagna l’essere umano nel suo percorso psicologico e spirituale\, una natura misteriosa\, poetica\, con viste luminose e crepuscolari. All’interno della tematica sono approfonditi alcuni aspetti quali l’anima del paesaggio\, il paesaggio mistico\, il paesaggio dell’anima e il paesaggio dell’inquietudine. \n«La Vostra anima è un paesaggio scelto»: con questo celebre verso\, Paul Verlaine stabiliva una corrispondenza poetica tra le vie segrete del pensiero e la decorazione poetica di un «chiaro di luna tranquillo\, che invita a sognare gli uccelli sopra gli alberi e a piangere di estasi alle fonti». Questa visione mentale di un paesaggio che incarna l’anima umana corrisponde perfettamente al modo in cui gli artisti simbolisti concepivano la natura. Lungi dall’essere degli artisti isolati\, decadenti e al margine dell’evoluzione della loro epoca\, i pittori simbolisti partecipavano attraverso la propria ricerca sia intellettuale sia plastica alla genesi di ciò che sarebbe diventata la pittura del ventesimo secolo\, un’arte essenzialmente concettuale e “magica”. \nI paesaggi simbolisti sono paesaggi da sogno\, perché gli artisti idealisti non desiderano mostrare il visibile ma l’invisibile. Per loro\, la natura non è pittoresca ma suggestiva. Dipingono\, pertanto\, non ciò che il paesaggio mostra ma ciò che nasconde. Alberi\, nubi\, orizzonti lontani\, boschi misteriosi\, tramonti o crepuscoli: compongono idee che ci conducono verso la nostra interiorità.\nLuogo di proiezione di una teatralità che può essere ascendente e positiva\, però allo stesso tempo inquietante o degna di un incubo\, la natura così come la percepiscono i simbolisti incarna tutti i tormenti e tutte le speranze di un momento della civilizzazione piena di metamorfosi. Gli artisti simbolisti francesi (o che hanno vissuto in Francia) presenti in questa mostra ci conducono\, non senza incertezza\, attraverso i loro tentativi\, le loro angosce e i loro sogni\, verso un mondo diverso dal reale\, quell’universo definito da Baudelaire come «Anywhere out of the world». Attraverso i loro occhi\, il loro pensiero e il loro genio artistico\, ci svelano la geografia segreta del luogo ideale. \nIn mostra opere di: Edmond Aman-JeanValère Bernard\, Marsella\, Emile-Antoine Bourdelle\, Maurice Chabas\, Charles Marie Dulac\, Eugène Grasset\, Henry de Groux\, Charles Guilloux\, Louis Welden Hawkins\, Jeanne Jacquemin\, Frantisek Kupka\, Charles Lacoste\, Floirac\, Henri Le Sidaner\, Lucien Lévy-Dhurmer\, Henri Martin\, Emile-René Ménard\, Constant Montald\, Alphonse Osbert\, Armand Point\, Ary Renan\, Auguste de Niederhäusern-Rodo\, Carlos Schwabe\, Alexandre Séon.
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SUMMARY:JOTA CASTRO
DESCRIPTION: Il Man in occasione dei 50 anni dell’Unione Europea presenta due video dell’artista e attivista d’origine peruviana Jota Castro. \n Presidenza italiana (2003)\, sul dibattito tra il premier Silvio Berlusconi e l’eurodeputato tedesco Martin Schulz avvenuto a Strasburgo nel giorno della presentazione del programma italiano per il semestre di presidenza europea. Doing it to death (2004)\, un’interessante\, libera e dissacrante interpretazione dei rapporti di forza\, dove la canzone di James Brown è l’ideale colonna sonora per fare l’amore. \n In collaborazione con la comunità montana del Nuorese  \nCourtesy Galleria Massimo Minini\, Brescia
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SUMMARY:Zimmerfrei
DESCRIPTION:Il 16 marzo alle ore 18 si inaugura la mostra di ZimmerFrei (Anna de Manincor\, Anna Rispoli\, Massimo Carozzi)\, primo progetto per il 2006 della serie Site Specific\, con cui il museo MAN intende diversificare e arricchire le sue proposte\, nella convinzione che gli spazi museali debbano diventare sempre di più luoghi di sperimentazione e di promozione culturale. ZimmerFrei presentano i lavori realizzati nel corso della loro residenza svoltasi nell’aprile scorso presso il Museo: il cortometraggio Why we came\, la serie di video Shooting Test\, quattro stampe fotografiche e la serie di scatti realizzati nel corso della ricerca di location in Sardegna. \nLa video proiezione Why we came è stata girata sulla spiaggia di Berchida nel corso di ventiquattr’ore consecutive. Obiettivo della camera è la contemplazione del tempo attraverso l’incessante trasformazione del paesaggio. Sotto un cielo sempre in movimento alcune figure umane attraversano l’inquadratura\, tentando di lasciare un segno\, di incidere il paesaggio. Ma\, incurante di tutto\, la camera ruota su se stessa ad intervalli regolari\, orientandosi secondo i punti cardinali e assorbendo i cromatismi cangianti del cielo\, della sabbia e dell’acqua. La serie Shooting Test si presenta come una raccolta di appunti per film da realizzare ma è in realtà una riflessione sul linguaggio cinematografico e su alcuni topoi come il genere western\, con cui eliminare le barriere tra finzione cinematografica e set. Esplicitando la funzione tecnica e la vocazione enciclopedica\, tutti i video della serie si aprono con le indicazioni fotografiche che hanno guidato la ripresa. La peregrinazione del gruppo ZimmerFrei alla ricerca di un set naturale che potesse dare il via a una nuova ispirazione\, è restituito in forma di diaporama\, nello splendore del 35 millimetri. Novanta scatti per altrettante idee da sviluppare. \n Completa l’installazione un gruppo di stampe fotografiche. Dalla selezione degli scatti\, realizzati durante la ricerca delle location e nel corso delle riprese\, è emerso lo scheletro di un racconto. 
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SUMMARY:D'OMBRA
DESCRIPTION:La mostra\, ideata da Lea Vergine\, e’ stata prodotta e organizzata dal MAN e dal Palazzo delle Papesse di Siena. \nL’argomentare della mostra e’ il tema dell’Ombra. Dalle pitture tombali degli egiziani ad oggi gli artisti hanno lavorato su questo tema. L’uomo che ha perduto la propria ombra e’ segnato dai demoni e la donna senza ombra e’ sterile: cosi’ ne La storia meravigliosa di Peter Schlemihl di Adalbert von Chamisso e in La donna senz’ombra di Hugo von Hofmannsthal. La leggenda vuole anche che chi non riesce a colloquiare con la propria ombra sia destinato alla morte\, e cosi’ anche chi la calpesta o ne fa cattivo uso. Dunque\, non si prescinde dall’ombra. Tutto quello che e’ creato o determinato senza ombra ha un che di inquietante; ma anche l’ombra (tenebra o sagoma scura) costituisce la parte segreta di persone ed oggetti. Ogni ombra e’ incantesimo. Intatta e riconoscibile\, l’ombra e’ come un fantasma: come per un fantasma\, non e’ facile decifrarla. \nPerdere l’ombra: comperarla\, ritrovarla\, rubarla\, cancellarla\, guadagnarsela\, carpirla\, gettarla via. Ma l’ombra e’ un contenitore vuoto? L’ombra crede alla nostra esistenza? L’ombra va nell’altrove?\nSi possiede generalmente un’ombra (al contrario del personaggio di von Chamisso o di altri simbolisti tedeschi); essa cresce con noi e un giorno saremo la nostra ombra\, cioe’ il nostro doppio e il nostro abitacolo. Chi non conosce l’ombra delle forme\, ignora la forma stessa. L’ombra e’ la sua non-finita’: nell’ombra giace nascosta la forma. \nLa mostra sceglie di occuparsi di questo. Esclude percio’ quel filone dell’arte contemporanea dove il contrasto luce-ombra privilegia i fenomeni della percezione visiva. La mostra propone le opere dove l’ombra risulta il movente e significante primo della rappresentazione\, cioe’ dove l’ombra resta intimamente partecipe della struttura psicologica umana alludendo all’altro lato della personalita’ e a quanto di oscuro ed enigmatico si cela in essa. Prima grande rassegna nel suo genere\, D’Ombra offre la possibilita’ di verificare come e quanto l’antico tema continui a riproporsi anche nelle opere di artisti contemporanei. \nArtisti presenti in mostra: Mario Airo’\, Doug Aitken\, Carlo Alfano\, Laurie Anderson\, Stefano Arienti\, Carlo Benvenuto\, Christian Boltanski\, Fabrizio Corneli\, Gino De Dominicis\, Fischli&Weiss\, Ceal Floyer\, Alberto Garutti\, Mona Hatoum\, Gary Hill\, Joan Jonas\, Nino Longobardi\, Urs Luthi\, Fabio Mauri\, Sebastiano Mauri\, Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini\, Tracey Moffatt\, Margherita Morgantin\, Marvin E. Newman\, Cornelia Parker\, Claudio Parmiggiani\, Gianni Pisani\, Markus Raetz\, Annie Ratti\, Rosanna Rossi\, Anri Sala\, Susanne Simonson\, Jana Sterbak\, Fiona Tan\, Andy Warhol\, William Wegman\, Francesca Woodman. \n 
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SUMMARY:Confini
DESCRIPTION:A cura di Cristiana Collu\, Saretto Cincinelli\, Roberto Pinto \nUno dei temi piu’ discussi nell’arte contemporanea e’ sicuramente l’idea di confine che gli artisti hanno affrontato sia in senso metaforico e personale sia in senso geopolitico\, con tutte le conseguenze sociali e le implicazioni internazionali che cio’ comporta. L’interesse ampiamente diffuso negli ultimi anni nello stabilire dei confini e nel provare a tracciare le differenze\, affonda le sue origini anche all’interno delle pratiche artistiche: l’attenzione che l’arte ha dedicato allo spazio e alla conoscenza dei suoi limiti e’ sintomo di una specifica attitudine a mettere sotto osservazione il territorio di confine tra le cose. Esistono confini ben delimitati da frontiere\, mura\, sorveglianza armata\, ed esistono confini meno evidenti\, anche se spesso altrettanto rigidi e invalicabili. Ci troviamo di fronte al paradosso di una globalizzazione che sembra implicare la perdita dei confini soltanto per informazioni\, soldi e merci. I muri\, che abbiamo visto cadere alla fine del secolo scorso\, in fondo si sono moltiplicati. In un contesto piu’ ampio si potrebbe anche dire che i confini esterni rimandano a un’idea di esclusione\, di diversita’\, mentre i confini interni alle differenze di classe\, di credo religioso\, di etnia\, di genere. \nI confini riempiono la nostra vita\, ci circondano completamente\, sono lo strumento che ci permette di classificare e riconoscere la molteplicita’ della nostra realta’\, e\, allo stesso tempo\, sono un frutto della nostra capacita’ di stabilire delle convenzioni. La nozione di confine svolge un ruolo cruciale a qualsiasi livello di rappresentazione e di organizzazione del mondo che ci sta intorno. A proposito dei confini\, scriveva Claudio Magris: “Essi muoiono e risorgono\, si spostano\, si cancellano e riappaiono inaspettati. Segnano l’esperienza\, il linguaggio\, lo spazio dell’abitare\, il corpo con la sua salute e le sue malattie\, la psiche con le sue scissioni e i suoi riassestamenti\, la politica con la sua spesso assurda cartografia\, l’io con la pluralita’ dei suoi frammenti e le loro faticose ricomposizioni\, la societa’ con le sue divisioni\, l’economia con le sue invasioni e le sue ritirate\, il pensiero con le sue mappe dell’ordine”. Forse e’ proprio questa ricchezza di significati e di aspetti a rendere interessante tale argomento. Le opere degli artisti in mostra sembrano ribadire proprio la varieta’ di possibili interpretazioni\, non rinunciando\, quindi\, a “osservare quello strano spazio che si trova “tra” le cose\, quello che mettendo in contatto separa\, o\, forse\, separando mette in contatto persone\, cose\, culture\, identita’\, spazi fra loro differenti”. \nDa dove si guarda un confine? Cosa significano realmente espressioni come dentro o fuori? Esiste un fuori del dentro o un dentro del fuori? Queste alcune delle domande messe in gioco dalla mostra. \nArtisti: Francesco Arena\, Maja Bajevic\, Emanuele Becheri\, Jota Castro\, Yael Davids\, Pepe Espaliu’\, Carlos Garaicoa\, Mona Hatoum\, Alfredo Jaar\, Magdalena Jetelova\, Seila Kameric\, Daniela Kostova\, Jorge Macchi\, Liliana Moro\, Mateo Mate’\, IngridMwangiRobertHutter\, Andrea Nacciarriti\, Adrian Paci\, Riccardo Previdi\, Michael Rakowitz\, SASI Group\, Stalker\, Jules Spinatsch\, Franck Scurti\, Daina Taimina\, The Institute for Figuring\, Enzo Umbaca\, Catherine Yass. \nLa mostra e’ accompagnata da una rassegna video a cura di Maria Rosa Sossai che presenta le opere di Massimiliano e Gianluca De Serio\, Alex Cecchetti\, Armin Linke\, David Krippendorf e\, in collaborazione con l’Istituto Polacco di cultura a Roma\, le opere di Bogna Burska\, Jacek Molinowski\, Julita Wojcik.
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SUMMARY:TRANSAVANGUARDIA
DESCRIPTION:Era il 1978\, quando Achille Bonito Oliva definì con il termine Transavanguardia il gruppo di artisti italiani costituito da Sandro Chia\, Francesco Clemente\, Enzo Cucchi\, Nicola De Maria e Mimmo Paladino. Da allora il termine divenne “ufficiale” per definire quel movimento che\, di lì a breve\, avrebbe trovato affermazione internazionale. \n“Transavanguardia – scrisse Bonito Oliva sintetizzando lo spirito del movimento – significa apertura verso l’intenzionale scacco del logocentrismo della cultura occidentale\, verso un pragmatismo che restituisce spazio all’istinto dell’opera” e ancora “la transavanguardia ha risposto in termini contestuali alla catastrofe generalizzata della storia e della cultura\, aprendosi verso una posizione di superamento del puro materialismo di tecniche e nuovi materiali e approdando al recupero dell’inattualità della pittura\, intesa come capacità di restituire al processo creativo il carattere di un intenso erotismo\, lo spessore di un’immagine che non si priva del piacere della rappresentazione e della narrazione”. \nIl MAN di Nuoro\, grazie al curatore Achille Bonito Oliva e al prestigioso prestito del MART (che nel 2002 ha acquisito in deposito una cospicua parte dell’importante collezione di Alessandro Grassi\, all’interno della quale il nucleo dedicato alla Transavanguardia rappresenta un momento a sè stante\, estremamente significativo ed omogeneo) presenta una selezione di circa settanta opere. I dipinti che verranno esposti nella mostra sono lavori dove il recupero della tecnica pittorica travalica i lavori più astratti e concettuali che avevano caratterizzato la ricerca artistica negli anni Settanta. Grassi\, nella scelta delle proprie opere\, legata profondamente al colore\, è guidato dal cuore\, sceglie d’impatto secondo la sua interpretazione del significato di collezionare\, che deve essere – egli afferma – “fatto con semplicità e senza fronzoli”. \nLa collezione segna così un percorso attento\, attraverso le opere della fine degli anni settanta\, disseminato di alcuni capolavori storici. Gli artisti ripropongono un ritorno alla pittura e alla scultura\, recuperando la tradizione pittorica in chiave di citazione\, a volte ironica altre aggressiva\, e affermano così la libertà di tornare alla “tradizione” artistica. La rivisitazione in chiave contemporanea della figurazione e dell’astrazione lirica\, viene così elaborata attraverso un’attenta meditazione sulle esperienze delle avanguardie storiche del ’900. \nArtisti: Sandro Chia\, Francesco Clemente\, Enzo Cucchi\, Francesco de Maria\, Mimmo Paladino.
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SUMMARY:Dalla figuratività all’astrazione
DESCRIPTION:Il MAN presenta Dalla figuratività all’astrazione.  Percorsi dell’arte italiana tra il 1945 e 1960\, dalle collezioni della Gnam\, e offre con questa nuova mostra realizzata in collaborazione con la GNAM di Roma un’occasione unica per ammirare 55 dipinti e 13 sculture di alcuni tra i più importanti artisti italiani. \nLe opere selezionate ripropongono il clima di sperimentazione linguistica e di ricerca di quel fervente periodo di rinnovamento del linguaggio artistico italiano\, vissuto dopo la guerra e caratterizzato dall’esigenza di aprirsi al confronto con le esperienze straniere. Alla fine del secondo conflitto mondiale\, la crisi della cultura determina\, infatti\, anche in Italia una introspezione delle coscienze e una ribellione nei confronti delle modalità espressive delle richerche artistiche precedenti. \nIl dibattito sul futuro dell’arte italiana è a tutto campo\, si discute sulle riviste\, nelle gallerie e nei gruppi che si vanno formando. Nel 1946 si costituisce il Fronte Nuovo della Arti tra Milano e Venezia\, raggruppamento degli artisti più innovatori che difendono un’arte  ispirata alle avanguardie storiche.  Già al suo interno coesistono due anime\, l’una tendente all’astrazione\, l’altra che sceglie di non abbandonare il terreno della realtà. \nNel 1947 a Roma si crea Forma 1\, nel 1948 a Milano il Movimento Arte Concreta. Anche negli anni seguenti molti sono i raggruppamenti che intendono formulare nuove possibilità artistiche\, dal gruppo degli Otto a Originne\, dallo Spazialismo\, al Nuclearismo\, ma sono numerosi anche gli artisti che preferiscono percorrere da soli la strada del rinnovamento\, a volte verso l’astrazione e l’infomale a volte verso un nuov itpo di figurazione. Gli anni dal 1945 al 1960 consentono a tanti artisti italiani di scegliere un versante e trovare\, con originalità e coerenza\, una dimensione matura della propria arte. \nQuesta nuova generazione\, con i suoi tormenti e le sue fedi\, è la generazione dei padri dell’odierna cultura artistica in Italia\, presenti in questa esposizione con opere importanti e significative di quel particolar emomento storico. Molte delle opere esposte sono state acquistate dalla Gnam presso le maggiori esposizioni nazionali\, alcune in occasione di mostre presso gallerie private o direttamente dagli artisti. \nAltre\, un cospicuo numero\, sono stete depositate dagli artisti stessi\, desiderosi di conquistare un posto di rispetto in quella che era considerata la più importante vetrina istituzionale d’Italia. Erano gli anni\, quelli dal 1945 al 1930\, in cui la Galleria Nazionale d’Arte Moderna era diretta da Palma Bucarelli che\, insieme a Giulio Carlo Argan\, conduceva una politica di acquisizioni privilegiando il versante degli astrattisti\, ma cercando\, al contempo\, di valorizzare una cospicua parte dell’arte italiana più recente\, anche se\, indubbiamente\, le loro scelte si mostrarono chiuse a espressioni artistiche più italiane e in qualche modo di continuità con la tradizione figurativa precedente.  \nArtisti: Afro\, Marcello Avenali\, Gino Bellani\, Renato Birolli\, Renato Birilli\, Remo Brindisi\, Corrado Cagli\, Massimo Campigli\, Giuseppe Capogrossi\, Bruno Cassinari\, Ettore Colla\, Pietro Consagra\, Antonio Corpora\, Giorgio De Chirico\, Nino Franchina\, Franco Gentilini\, Manlio Giarrizzo\, Renato Guttuso\, Bice Lazzari\, Leoncillo\, Mauro Manca\, Marino Marini\, Titina Maselli\, Umberto Mastroianni\, Giuseppe Magneco\, Luciano Minguzzi\, Mirko\, Sante Monachesi\, Luigi Montanarini\, Enrico Paulucci\, Achille Perilli\, Nino Perizi\, Fausto Pirandello\, Armando Pizzicato\, Enrico Trampolini\, Mario Radice\, Mauro Reggiani\, Manlio Rho\, Sergio Romiti\, Piero Sadun\, Bruno Saetti\, Giuseppe Santomaso\, Angelo Savelli\, Alberto Savinio\, Toti Scialoja\, Antonio Scordia\, Atanasio Soldati\, Giulio Turcato\, Giuseppe Uncini
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SUMMARY:Tra Realismo e Avanguardia
DESCRIPTION:Il MAN presenta\, per la prima volta in Sardegna e sola sede in Italia\, Tra Realismo e Avanguardia.Un percorso nell’Impressionismo russo. Opere dal Museo Statale di San Pietroburgo. \nLa mostra illustra un percorso nella pittura russa della fine del XIX e il principio del XX secolo attraverso un’importante selezione di opere provenienti dalla Collezione del Museo Statale di San Pietroburgo che raccontano la specificità dell’impressionismo russo in relazione a quello francese\, evidenziandone le peculiarità legate alla cultura e tradizione autoctona. \nL’evento\, nato da un’idea di Cristiana Collu\, direttore del MAN\, e curato da Marta Sierra\, è realizzato con la coproduzione della Fundaciò la Caixa di Girona e rappresenta un’opportunità unica per comprendere l’importanza del movimento impressionista in Russia e conoscere artisti poco noti nel nostro paese. I testi del catalogo sono redatti da Vladimir Leniashin e Natalia Novosilzov\, autrice quest’ultima di importanti studi su tutta la pittura russa dal XII al XX secolo e docente presso l’Università Autonoma di Barcellona. \nSebbene l’impressionismo venga tradizionalmente identificato come una corrente artistica francese della fine del XIX secolo\, è noto che si estese a diversi paesi europei e americani. Gli artisti russi\, soprattutto i borsisti presso le botteghe e le accademie parigine\, non furono estranei a questa influenza che anzi accolsero e modificarono sulla base della loro personale sensibilità e cultura. L’impressionismo russo ha la sua origine nel realismo\, a cominciare dal 1870\, quando pittori come Repin o Pojitonov\, nel tentativo di avvicinare l’arte alla vita\, iniziarono a giocare con la luce nelle loro tele e utilizzarono le tecniche dell’impressionismo per arricchire la pittura del realismo\, dando vita a quello che comunemente si definisce “impressionismo realista”. \nTuttavia\, negli artisti non c’era ancora la piena consapevolezza che si trattasse di un nuovo modo di vedere l’arte. E inoltre\, l’autonomia visiva dell’impressionismo\, la sua noncuranza dei problemi umanistici tradizionali e il modo passionale di dipingere\, furono interpretati come una sorta di rinuncia ai nobili ideali dell’illuminismo seminando dubbi e inquietudine tra il pubblico e la critica. \nSe durante gli anni Settanta dell’Ottocento l’impressionismo in Russia fu un movimento latente e al servizio del realismo\, nel decennio seguente divenne corrente artistica autonoma con una sua propria etica ed estetica\, i cui padri furono Vasiliev\, Serov e Grabar\, tutti rappresentati in questa mostra. I tradizionali segni della pittura impressionista: le tonalità chiare\, la pennellata libera\, le ombre e la frammentazione dei colori\, si ritrovano nell’opera di moltissimi artisti\, come Borisov-Musatov\, Levitan e Feshin. L’impressionismo russo però va oltre le questioni esclusivamente plastiche e tecniche: i pittori\, nelle loro opere\, parlano della vita quotidiana. \nAl principio del XX secolo fiorì l’essenza creativa e impressionista dell’arte russa\, che pur mantenendo tutti i tratti comuni all’impressionismo europeo\, li plasmò attraverso il suo carattere nazionale presentandosi come un’interessante fusione della tradizione con la modernità. In quello stesso arco di tempo l’impressionismo si diffuse sia tra gli artisti del realismo che tra quelli che più tardi saranno protagonisti del cubismo e futurismo. Questo fenomeno si osserva nel neoprimitivismo postimpressionista di Goncharova o nell’avanguardista Larionov. Anche Malevich\, in questo stesso periodo\, ricreò atmosfere impressioniste nella sua opera\, facendone una tappa significativa del suo percorso artistico. In Russia\, gli anni ripercorsi da questa mostra sono stati particolarmente ricchi e intensi per tutte le arti. \nLa letteratura\, la danza\, la musica\, il teatro vissero\, insieme alle arti plastiche\, un periodo di grande trasformazione e creatività\, con una straordinaria interazione tra le diverse discipline. È definito appunto età d’argento\, quel periodo di tempo che\, secondo Natalia Novosilzov\, può essere considerato come una sorta di rinascimento culturale che «si è distinto in maniera particolare per l’attiva coesistenza e la relazione molto intensa e appassionata tra i diversi rami dell’arte\, della filosofia e della poesia». \n 
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SUMMARY:MODERN TIMES (VOLUME 2)
DESCRIPTION:A cura di Maria Rosa Sossai. \nL’epoca moderna ci appare come un campo di forze tra di loro eterogenee\, stratificate e di difficile lettura\, all’interno del quale la produzione d’immagini in movimento ha assunto un ruolo preminente. Attraverso una selezione di video e film di artisti visivi e cineasti la mostra Modern Times (volume 1 & 2)\, il cui titolo è un omaggio ad uno dei capolavori del cinema mondiale\, indaga alcuni aspetti di questa rinnovata centralità della visione. I punti di osservazione che le opere presenti offrono sono molteplici\, a testimonianza di come negli ultimi decenni la produzione video e in pellicola abbia allargato e diversificato le aree di sperimentazione\, entrando a pieno merito nella ricerca artistica contemporanea. Se il ricorso a svariate tipologie narrative segna il ritorno alla forma orale del racconto\, la stratificazione temporale\, il montaggio di found footage realizzato dallo stesso artista o proveniente da materiale di repertorio\, segnalano l’introduzione di tecniche di remix provenienti dal campo musicale e dall’attuale sistema digitale integrato\, in grado di unificare forme eterogenee di comunicazione. L’utilizzo in alcuni casi dello stile documentaristico\, il richiamo all’immaginario dei primi spettacoli cinematografici\, il ritorno della performance nel video e al gesto teatrale\, chiamano in causa la relazione esistente tra spettatore e opera. La metropoli torna ad essere un luogo da raccontare\, nella sua qualità emblematica di modello culturale che definisce la nozione di contemporaneità. Narrare per immagini sembra essere diventato il segno costitutivo del nostro sapere che si struttura attorno al bisogno sempre attuale di costruire storie\, bisogno che rimane insostituibile e tutt’ora vitale. \n Dopo Modern Times (volume 1)\, presentato nel mese di ottobre 2005 in diversi spazi della citta’ di Nuoro – Museo Man\, biblioteca Satta e vetrine di Corso Garibaldi – il 20 gennaio riprende Modern Times Volume 2\, on un ciclo di quattro mostre\, della durata ognuna di due settimane\, che proporrà nei due spazi situati al piano terra del museo\, i lavori video di otto giorni talenti appartenenti alla scena artistica italiana e internazionale. \n\n\n\n20 Gennaio 2006\n\n\nElisabetta Benassi\, Mirages 1#3\, 2005 \nGuido van der Werve\, Nummer Vier\, 2005 \n\n\n\n10 Febbraio 2006\n\n\nJosef Robakowski\, From my window\, 2000 \nSabrina Mezzaqui\, Linee\, 2005 \n\n\n\n03 Marzo 2006\n\n\nAdrian Paci\, PilgrIMAGE\, 2005 \nDavide Bertocchi\, Limo\, 2005 \n\n\n\n24 Marzo 2006\n\n\nJesper Just\, Bliss and Heaven\, 2004 \nRaffaella Mariniello\, Over and Over\, 2005
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SUMMARY:BYO
DESCRIPTION:Con BYO. Bring Your Own il MAN dà  un titolo non tanto a una mostra quanto a un’attitudine che ha caratterizzato la sua breve storia e consolida nello stesso tempo un abito che vuole sottolineare la capacità  di apertura\, ospitalità  e attenzione di un museo contemporaneo inserito in un contesto così eccentrico. \nIl MAN\, agile e versatile\, non esita a fare spazio\, mettendo da parte temporaneamente la propria collezione per ospitarne un’altra\, e in questo movimento offre il proprio spazio fisico come protagonista\, non solo neutro libro bianco pronto ad essere scritto\, ma complessa “struttura” con la quale dialogare per poter scrivere un nuovo racconto. \nEsporre una collezione d’arte in un contesto diverso da quello originario\, significa necessariamente ricalibrarla e reinterpretarla; ciò appare tanto più vero nel caso della Fondazione Teseco per l’Arte\, le cui opere\, in perfetta coerenza con gli obiettivi culturali dell’azienda\, volti a divulgare le tematiche del contemporaneo ad un pubblico più ampio di quello degli addetti ai lavori\, sono installate all’interno della Palazzina Direzionale di Teseco\, un ambiente difficilmente assimilabile a quello asettico di un museo\, dove invece le opere contribuiscono non solo a disegnare lo spazio ma definiscono una vera e propria partitura concettuale. \nBYO. Bring Your Own si presenta dunque come un’amplia selezione: il risultato di uno sguardo “esterno” che vuole proporre un avvicinamento alle opere della collezione senza produrre un automatico allontanamento dal progetto che le ha riunite. Proprio perchè realizzare una mostra (come dare vita a una collezione) significa comunque operare una selezione\, nel progettare l’esposizione ci siamo rapportati alla totalità  della collezione Teseco come a un panorama dato\, con l’intento di far emergere chiaramente alcune linee presenti al suo interno ma rese meno esplicite dalla notevole quantità  di materiale acquisito dalla Fondazione nell’arco di circa quindici anni. \nUna mostra è sempre l’espressione di un punto di vista particolare\, e ciò che qualifica e rende autentico un punto di vista non è la presunta capacità  di visione globale\, ma la volontà  di trasformare uno sguardo\, comunque “parziale” (la limitazione è una condizione stessa del vedere)\, in una visione “mirata” e “delimitata”: solo all’interno di quest’ultima prospettiva ogni presenza trova\, in un’esposizione\, la sua necessaria e corretta giustificazione in relazione a uno spazio dato e alle altre presenze\, in una sorta di reciproca illuminazione. \nIl catalogo che accompagna la mostra non è dunque leggibile come esaustivo della collezione Teseco ma come lo strumento di un’esposizione che\, mirata e delimitata\, si propone di proiettare una luce particolare sulla scena dell’arte italiana e internazionale degli ultimi anni\, a partire dalle opere di una collezione. Una mostra che spazia dalla fotografia alla scultura\, dal video alla pittura\, ma anche da grandi installazioni a opere decisamente più intime\, attenta al panorama internazionale senza per questo dimenticare le giovani presenze nazionali o rinunciare al sapiente recupero di importanti artisti formatisi negli anni Sessanta e Settanta\, non così noti nel nostro paese. \nA cura di Saretto Cincinelli e Alberto Mugnaini \nGli artisti: Marina Abramovic\, Franz Ackermann\, Stefano Arienti\, Massimo Bartolini\, Vanessa Beecroft\, Elisabetta Benassi\, Simone Berti\, Botto e Bruno\, Matti Braun\, Candice Breitz\, Antonio Catelani\, Claude Closky\, Daniela De Lorenzo\, Carlo Fei\, Adam Fuss\, Alberto Garutti\, Vidya Gastaldon e Jean-Michel Wicker\, Alex Hartley\, Thorsten Kirchhoff\, JÃ¼rgen Klauke\, Yayoi Kusama\, Eva Marisaldi\, Amedeo Martegani\, Laura Matei\, Zwelethu Mthethwa\, Juan MuÃ±oz\, Luigi Ontani\, Panamarenko\, Luca Pancrazzi\, Cornelia Parker\, Paola Pivi\, Tobias Rehberger\, Andrea Santarlasci\, Cindy Sherman\, Elisa Sighicelli\, Katharina Sieverding\, Hiroshi Sugimoto\, Giovanni Surace\, Wolfgang Tillmans\, Patrick Tuttofuoco\, Francesco Vezzoli\, Chen Zhen\, Heimo Zobernig\, Italo Zuffi.
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SUMMARY:MODERN TIMES (volume 1)
DESCRIPTION:Il MAN presenta la mostra Modern Times\, una rassegna video che oltrepassa i confini del museo per svolgersi anche lungo la strada pedonale della città  e presso l’auditorium della Biblioteca Satta\, nella convinzione che l’azione di un museo non sia mai costretta dentro il suo perimetro ma si proietti sempre e comunque all’esterno. Nel movimento intra e extra muros si compie quell’oscillazione che ci auguriamo dimostri che il linguaggio contemporaneo\, e più che mai quello delle immagini in movimento\, ha assunto\, nel nostro tempo\, un ruolo preminente.  \nAttraverso una selezione di opere video e film di artisti visivi e filmmaker\, la mostra Modern Times\, il cui titolo è un omaggio ad uno dei capolavori della storia del cinema\, indaga alcuni aspetti di questa rinnovata centralità  della visione. Le opere in mostra offrono una varietà  di punti di osservazione\, a riprova del fatto che\, negli ultimi decenni\, la produzione di video e film è cresciuta e si è diversificata interessando ambiti di sperimentazione differenti\, diventando così parte integrante della ricerca artistica contemporanea.  \nSe il ricorso a diverse tipologie narrative segna il ritorno alla forma orale del racconto\, la stratificazione temporale\, il montaggio da parte dell’artista di materiale di repertorio o di archivio\, sottolineano l’introduzione di tecniche di missaggio mutuate dalla musica e in grado\, nell’attuale sistema digitale integrato\, di unificare diverse forme di comunicazione. L’utilizzo in taluni casi dello stile documentario\, il richiamo all’immaginario delle prime storiche proiezioni cinematografiche\, il ritorno della performance in video e del gesto teatrale\, riguardano la relazione esistente tra lo spettatore e l’opera. La metropoli è di nuovo un luogo da raccontare\, per la sua qualità  emblematica di modello culturale che definisce la nozione di contemporaneità . Raccontare attraverso immagini in movimento è divenuto il simbolo costitutivo della nostra conoscenza che si sviluppa e si struttura attorno al bisogno\, sempre fondamentale\, di costruire delle storie\, bisogno insostituibile e tuttora vivo.  \nMAN _ Giles Perry\, Stephen Dean\, ZimmerFrei\, Marcello Maloberti \nShop Windows _ Alice Anderson\, Mircea Cantor\, Stefania Galegati\, Claude Leveque\, Jonathan Horowitz\, Domenico Mangano\, Eva Marisaldi\, Christophe Girardet e Matthias MÃ¼ller\, Sisley Xhafa\, Nico Vascellari\, Marinella Senatore\, Vibeke Tandberg \nAuditorium Biblioteca Satta _ Olivo Barbieri\, Alina Marazzi\, Christian Merlhiot\, RÃ¤ Di Martino\, Laura Erber\, Pavel Braila   \nA cura di Maria Rosa Sossai
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SUMMARY:(IN)VISIBILE (IN)CORPOREO
DESCRIPTION:(IN)VISIBILE (IN)CORPOREO ha l’ambizione di tracciare una mappa\, per quanto parziale\, ma non meno pertinente\, dell’area operativa più recente in cui si manifestano le concezioni parallele e integrate dell’invisibile nel visibile e dell’incorporeo nel corporeo. Il progetto mira a presentare una varietà di approcci e di esiti molto diversificati tra loro\, in un percorso e in un racconto per opere che su queste assunzioni iniziali\, la presenza dell’invisibile nel visibile e l’evidenza dell’incorporeo nel corporeo\, così come la tensione del visibile verso l’invisibile e del corporeo verso l’incorporeo\, sono in varia maniera impostate. Se gli strumenti non possono essere che quelli dell’arte\, nel caso specifico di una manifestazione artistica\, i due assiomi oppositivi e interconnessi si estendono oltre l’ambito strettamente artistico per collocarsi in un’area di interesse più vasta che abbraccia il senso stesso della cultura nell’epoca che stiamo vivendo. \nL’incipit del percorso/racconto è dato da una splendida ed emblematica Cosmogonie di Yves Klein (Nizza 1928 – Parigi 1962)\, in cui l’impronta di un corpo è restituita nel pigmento blu\, cifra essenziale di tutta la sua opera. È di fatto l’artista francese a sollevare in modo perentorio il problema di un’arte immateriale. Se questo è l’inizio\, successivamente il percorso si snoda in fasi ed episodi molteplici e lontani da quella affermazione originaria. Sensualità estetica e culto della bellezza elevano corpi e figure nell’immaterialità sia pure illusoria delle loro apparizioni nell’opera di Ettore Spalletti (Cappelle sul Tavo 1940\, vive a Spoltore). Parallelamente\, e nella stessa temperie culturale che aveva caratterizzato gli Anni Ottanta\, si accende il richiamo a una spiritualità che si manifesta altrettanto ingannevolmente nelle materie e nelle costruzioni di Anish Kapoor (Bombay 1954\, vive a Londra). \nLa tensione di un desiderio senza nome\, come una passione senza oggetto che non sia meno della totalità di senso della vita e dell’essere\, trasfigura l’opera di Marisa Merz (vive a Milano e Torino) in indice e annuncio di un qualcosa che supera la trivialità di ogni apparenza. L’annullamento dell’immagine nell’opera di Hiroshi Sugimoto (Tokyo 1948\, vive a New York e Tokyo) fa sì che lo sguardo torni su se stesso e sulla propria solitudine. \nIl segno/gesto che marca il vuoto nella pittura di Lee U Fan (Gyeongnam\, Corea\, 1936\, vive a Kamakura)\, così come il dissolversi della forma nella scultura di Medardo Rosso (Torino 1858 – Milano 1928)  accostati oltre il tempo in cui hanno fatto la loro comparsa le rispettive opere che indicano la continua emersione dell’invisibile nel visibile e dell’incorporeo nel corporeo. Addo Lodovico Trinci (Pistoia 1956\, vive a Pistoia)\, che segna secondo i principi della dottrina cinese del Feng Shui le polarità dell’energia dell’universo\, e Salis-Vitangeli (Giovanna Salis\, Sassari 1970\, Massimo Vitangeli\, Perugia 1950\, vivono a Polverigi)\, che nella loro rappresentazione di un ambiente sacro fanno trascorrere come ombre fatue delle figure umane\, rendono visibile quel che resta invisibile e sottraggono ai corpi la loro potenzialità  di rappresentazione. \nIl cinema di Mark Lewis (Hamilton\, Ontario\, 1957\, vive a Londra) nella propria evidenza filmica esibisce quel che non appare non sottraendo nulla a quel che è visibile. Gli interventi di Koo Jeong-a (Seoul\, 1967\, vive a Parigi) sono sempre site specific e rivelano\, pur nella discrezione della loro costruzione\, un’essenza sottile che trafigge corpi\, sostanze e figure\, come un filo di brezza che si leva e penetra nella giornata più calda\, facendo riemergere il nascosto e il sopito. \nGiovanni Ozzola (Firenze 1982\, vive a Firenze) opera nelle sue fotografie e nei suoi video su una sostanza aurorale dove cose\, sentimenti e forme vengono in superficie dall’invisibilità  che le avvolge e si convertono in forme diafane o in massicce apparizioni in cui qualcosa viene occultato o rimosso. Il video di Sabrina Mezzaqui (Bologna 1964\, vive a Marzabotto) è di pari evidenza e non concede alcun accesso se non come mobile cortina che blocca ogni ulteriore visione possibile. Giandomenico Sozzi (Solaro 1960\, vive a Milano e Noto) presenta un percorso di monocromi che si apre con foto trovate e si conclude in una mini scultura di assoluta sacralità \, che non racconta nient’altro che la propria imperscrutabile storia.\nE’ del filmmaker Francesco Dal Bosco (Trento 1952\, vive a Trento) uno spassionato apologo sulla cecità : due momenti di silenzio che sospendono la parola. \nRobert Vincent (entità di lavoro formatasi nel 2004) propone un ambiente abbacinante intorno a un oggetto di elaborate e successive costruzioni\, che è indice di un’assenza fondamentale. Davide Rivalta (Bologna 1974\, vive a Bologna) recupera con il disegnare sul muro la più antica tecnica di rappresentazione della storia e la destina alla raffigurazione di animali\, come nelle caverne dell’origine dell’arte\, non più oggetto di caccia per il sostentamento\, ma creature a noi prossime e ormai dimenticate se non come sostanze nutritive senza identità \, strumenti di laboratorio e di spettacolo\, paria della vita sulla terra. Anche Giuseppe Caccavale (Afragola 1960\, vive a Bari e Marsiglia) recupera antichi modi della cultura mediterranea\, che attraverso la decorazione e le simbologie desuete esprimono il senso del mistero e l’aspirazione alla bellezza.\nLa mostra termina con le immagini cosmiche di Rotraut (Uecker Klein-Moquay) a cui fa da pendant le petit prince rustico di Pastorello (Sassari 1967\, vive a Sassari)\, figura di fantasia\, personificazione di un’eterna infanzia\, che tocca con il pennello della pittura una stella. \nSe la mostra dentro il museo qui si conclude\, continua oltre le mura di quello e oltre l’evento della sua inaugurazione\, nel contesto della città  e del suo territorio con interventi segreti (Pawel Althamer\, Varsavia 1967\, vive nel quartiere di Brodno della stessa città ) e occasionali (Piotr Uklanski\, Varsavia 1968\, vive a Parigi) per concludersi nello spettacolo effimero e conclusivo di Cai Guo Qiang (Quangzhou\, provincia di Fujian\, Cina\, 1957\, vive a New York). Se è così\, è perchè ben si addice a ciò che resta invisibile nel visibile e a ciò che di incorporeo prende corpo in corso d’opera. \nA cura di Pier Luigi Tazzi\, critico e curatore indipendente \nGli artisti _ Intra moenia: Yves Klein\, Ettore Spalletti\, Anish Kapoor\, Marisa Merz\, Hiroshi Sugimoto\, Lee U Fan\, Medardo Rosso\, Addo Lodovico Trinci\, Salis-Vitangeli\, Mark Lewis\, Koo Jeong-a\, Giovanni Ozzola\, Sabrina Mezzaqui\, Giandomenico Sozzi\, Francesco Dal Bosco\, Robert Vincent\, Davide Rivalta\, Giuseppe Caccavale\, Rotraut\, Pastorello. Extra moenia: Cai Guo Qiang\, Pawel Althamer\, Piotr Uklanski.
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DESCRIPTION:Il MAN presenta un evento straordinario\, unico e irripetibile. Infatti\, i quaranta capolavori che costituiscono questa mostra\, appartenenti alle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma\, sono di norma esposte al pubblico del Museo romano nel settore del secondo Novecento della Galleria e ne costituiscono uno dei nuclei più importanti. \nEsse offrono\, infatti\, un’eccezionale testimonianza delle espressioni artistiche che hanno caratterizzato la cultura italiana degli anni Cinquanta e Sessanta\, quando\, ormai superata in nome di un nuovo astrattismo la contrapposizione tra figurazione – realismo e astrazione – cuboespressionismo\, le poetiche figurative incarnano il desiderio di creare un nuovo linguaggio completamente svincolato dalla tradizione\, libero di esprimere la realtà del segno\, la realtà del gesto\, la realtà della materia. \nIl termine “informale”\, utilizzato dalla critica per quasi tutti gli artisti che qui figurano\, e in realtà calzante solo per alcuni di essi\, sta tuttavia a indicare la distanza ormai presa anche dai non proprio giovani rispetto alla forma artistica comunemente intesa. Forma che comprende spazio\, linea\, colore e l’approdo a linguaggi personali\, privati\, in cui le più profonde necessità dello spirito e dell’intelletto ricercano il medium espressivo più immediato in materie nuove o nuovamente intese: nascono così i buchi e poi i tagli di Fontana\, i sacchi\, i ferri e le plastiche di Burri\, gli assemblaggi di elementi metallici di Colla\, la sigla a “forchetta” di Capogrossi\, l’azione dipinta di Vedova\, tanto per citare solo alcuni dei nomi più noti. Si tratta dei frutti di un’intensa stagione di esperienze e di dibattiti critici che vede coinvolti non solo gli artisti qui presenti\, ma anche una critica militante appassionata come Lionello Venturi\, Nello Ponente\, Emilio Villa\, Giovanni Testori e altri. \nL’arte italiana\, mossa da una reale esigenza di rottura con il passato e volta alla conquista di un nuovo e diversificato universo di rappresentazione\, arriva a dar vita a uno dei periodi migliori e meno provinciali\, rispetto all’Europa e agli Stati Uniti d’America\, della cultura artistica della seconda metà del XX secolo. Più che una mostra\, questa esposizione si potrebbe definire una fetta di Museo messa a disposizione di un altro Museo pubblico\, che una straordinaria circostanza\, come l’ospitalità che quest’anno la Galleria Nazionale dà alla XIV edizione della Quadriennale di Roma\, ha reso possibile. \nQuesta è un’operazione culturale di grande rilievo per la Galleria Nazionale\, che riesce in tal modo\, con la piena collaborazione del MAN di Nuoro\, a far conoscere anche “fuori le mura”\, e secondo una modalità  che ha ormai una tradizione consolidata\, porzioni del patrimonio di opere d’arte che essa tutela e gestisce a nome dello Stato e che per questo appartiene a tutti. \nLa mostra\, concessa con entusiasmo dalla Soprintendente alla Galleria Nazionale Maria Vittoria Marini Clarelli\, è curata da Mariastella Margozzi con Maura Picciau. Il catalogo contiene saggi introduttivi delle curatrici sul periodo storico presentato\, sui movimenti e gli artisti\, sulla storia delle opere e degli autori intrecciatasi con le vicende della Galleria Nazionale. \nGli artisti: Carla Accardi\, Afro\, Alberto Burri\, Giuseppe Capogrossi\, Ettore Colla\, Pietro Consagra\, Piero Dorazio\, Lucio Fontana\, Gastone Novelli\, Achille Perilli\, Arnaldo Pomodoro\, Antonio Sanfilippo\, Toti Scialoja\, Tancredi (Parmeggiani)\, Giulio Turcato\, Cy Twombly\, Emilio Vedova. \n  \nA cura di Mariastella Margozzi con Maura Picciau.
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SUMMARY:Dna: Dal novecento ad oggi
DESCRIPTION:La mostra e il catalogo DNA: Dal novecento ad oggi. La collezione del MAN sono la fotografia non solo della nostra collezione ma anche del museo come istituzione\, una delle testimonianze più importanti della sua crescita\, della sua evoluzione e del suo costante lavoro. Dimostra che crediamo che una delle missioni del museo sia di ricercare\, acquisire\, conservare ed esporre le opere della propria raccolta\, un lavoro complesso e difficile\, fatto di accelerazioni\, stasi e nuovi slanci che definiscono un percorso perpetuo iniziato nel 1999 con le nostre prime centotrenta opere\, nucleo iniziale della collezione al momento dell’apertura del museo. Nel frattempo abbiamo cercato di colmare le lacune\, arricchendo con acquisti\, donazioni e comodati una raccolta che illustriamo oggi nella sua totalità\, facendo il punto\, descrivendo il qui e ora perché una collezione è sempre in evoluzione\, sempre in crescita per diventare più ricca e importante\, anche per questo abbiamo pensato a una nuova definizione\, non più Un percorso dell’arte in Sardegna nel XX secolo ma Dal Novecento Ad oggi. La Collezione del MAN\, con un acronimo DNA\, che ci sembra una splendida sintesi di quello che rappresenta: le nostre radici\, la nostra essenza e il nostro futuro\, ciò che ci rende unici\, differenti\, speciali\, la nostra mappa genetica dove si trovano in nuce le potenzialità dell’avvenire. Il futuro ci chiede di preparargli la strada\, e noi prepariamo nuove mostre coltivando con abnegazione i visitatori di domani attraverso un sempre più accurato e incisivo dipartimento Educazione e sezione Didattica\, con il preciso intento di azzerare le distanze tra le persone e il museo. \nLa mostra ha visto l’esposizione\, in una nuova veste allestitiva\, di oltre 200 opere attraverso un percorso cronologico ricco di spunti tematici (le donne\, il paesaggio\, la natura morta)\, piccoli camei dedicati a singoli artisti (Biasi\, Ballero\, Ciusa\, Delitala\, Nivola\, Pintori\, per citarne alcuni)\, la più grande raccolta pubblica di disegni di Salvatore Fancello\, fino a Antonio Secci\, Gino Frogheri\, Rosanna Rossi\, Maria Lai e altri.
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SUMMARY:Italia Quotidiana
DESCRIPTION:La mostra ”Italia Quotidiana” si compone di sessantacinque opere\, tra dipinti (45) e sculture (20)\, appartenenti alle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna; esse non fanno parte del percorso espositivo riordinato recentemente\, ma si conservano da anni\, a volte da decenni\, nei suoi Depositi. Si tratta di un’esposizione di eccezionale valore\, che porta a conoscenza del grande pubblico opere di artisti italiani importanti e significativi\, che per motivi sia di spazio sia di reiterazione delle tematiche non hanno trovato posto nelle sale dell’edificio di viale delle Belle Arti.  \nRealizzate da oltre quaranta artisti\, esse si collocano cronologicamente in un arco temporale che va dagli anni Venti agli anni Quaranta inoltrati ed evidenziano il percorso dell’arte italiana dal momento di rielaborazione di temi e cifre stilistiche di derivazione classica al periodo di maturazione del linguaggio figurativo ”moderno” degli anni Trenta\, spesso identificatosi con i canoni estetici del Novecento\, giungendo al contrasto più o meno evidente con questi e quindi all’apertura verso altre ricerche\, volte all’espressività del contenuto e della forma.  \nLa pittura è presentata per sezioni e tipologie quali La Natura Morta\, La Figura\, Il Paesaggio e Il Ritratto. Il filo conduttore è il sentimento del quotidiano nel panorama artistico del periodo che emerge dalla scelta di opere antiretoriche e antieroiche che interpretano\, in tutte le sfaccettature dell’ambiente artistico dagli anni Venti alla fine degli anni Quaranta\, la vita e la realtà dell’Italia dell’epoca.  \nL’ultima sezione dedicata alla Scultura come realtà e come trasformazione\, presenta una serie di opere davvero straordinarie e poco conosciute che ripercorrono le fasi salienti dell’arte del periodo tra ritorno all’ordine\, forme manieriste\, novecentismo e antinovecentismo.  \nDa Giacomo Balla a Filippo De Pisis\, da Libero Andreotti a Nino Franchina passando a Giorgio de Chirico\, Mario Mafai\, Pericle Fazzini\, Giacomo Manzù\, Marino Mazzacurati\, Fausto Pirandello e Antonietta Raphaël Mafai attraverso queste opere si snoda la storia della cultura figurativa di un’epoca che ha voluto ritrarre la vita e la realtà di tutti i giorni con attenzione e garbo\, registrando quei valori familiari e sociali di dedizione e sentimento che si ritenevano parte integrante dell’italianità di quel periodo.  \nTale panoramica\, inoltre\, offre l’occasione per riflettere sulle motivazioni e le modalità di acquisizione delle opere da parte della più importante istituzione museale italiana preposta all’arte contemporanea\, la Galleria Nazionale di Roma. Esse propongono in gran parte i valori stilistici e di contenuto che lo Stato voleva proporre al pubblico godimento per indirizzarne il gusto. Rappresentano\, pertanto\, un’interessante scelta spesso all’interno di eventi espositivi di rilievo\, quali le Biennali veneziane e le Quadriennali di Roma\, e registrano anche il passaggio epocale tra la direzione della Galleria di Roberto Papini\, coincidente con gli anni del fascismo e della guerra\, e quella\, dal 1941 in avanti\, di Palma Bucarelli.  \nNella rassegna sono rappresentati anche artisti di minore fama\, ma non di minor calibro\, che contribuiscono in modo notevole ad una più approfondita conoscenza del vivacissimo panorama artistico che caratterizza questi due decenni di vita italiana; tra loro: Antonio Biggi\, Quirino Ruggeri\, Amedeo Bocchi\, Alfredo Biagini\, Pasquarosa Bertoletti\, Bruno Saetti\, Emilio Sobrero\, Alberto Salietti. Tra le opere anche\, tra le quali quattro De Chirico mai esposte prima.  \nTra le opere più significative si segnalano Le amiche e Ritratto di Isa di Giorgio De Chirico\, La fila per l’agnello e Noi quattro allo specchio di Giacomo Balla\, Brandano il pescatore e Il perdono di Libero Andreotti\, Natura morta con pipa e libri e Fiori di Filippo De Pisis\, Uomo seduto di Pericle Fazzini\, Asparagi di Achille Funi\, Fiori secchi di Mario Mafai\, Donna che si pettina di Giacomo Manzù\, Ritratto di Alfonso Gatto di Marino Mazzacurati\, Oggetti e Tetti di Fausto Pirandello\, Bacco all’osteria di Gregorio Sciltian.  \nA cura di Mariastella Margozzi\, responsabile delle collezioni del XX secolo della GNAM\, Roma  \nLa mostra è posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e ha ricevuto il patrocinio del Presidente della Camera dei Deputati.
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SUMMARY:UGO MULAS
DESCRIPTION:Ugo Mulas\, nasce il 28 agosto del 1928 a Pozzolengo\, vicino a Desenzano del Garda (Brescia)\, dove il padre si era trasferito dalla Sardegna. Compie gli studi e la maturità classica a Desenzano. Nel 1948-52 a Milano\, si iscrive agli studi di giurisprudenza\, ma li abbandona prima della laurea per seguire dei corsi all’Accademia delle Belle Arti di Brera. Frequenta il bar Giamaica\, luogo di incontro di artisti ed intellettuali. Comincia a interessarsi di fotografia. Tra il 1954-58 inizia la sua attività professionale di fotografo alla Biennale di Venezia. Fotografa in questo periodo le bidonvilles\, la stazione e i sobborghi di Milano. Si guadagna da vivere realizzando fotografie di pubblicità\, di moda\, di reportage\, per diverse riviste e giornali\, ma il suo interesse principale è per il mondo dell’arte. Fotografa fino al 1972 la Biennale di Venezia\, cogliendone i più importanti avvenimenti. Inizia la sua collaborazione con Giorgio Strehler del Piccolo Teatro di Milano. Nel 1960 compie numerosi reportages in Europa per l’Illustrazione Italiana con Giorgio Zampa\, per Settimo Giorno\, per la Rivista Pirelli\, per Novità (Vogue)\, Domus\, Du. Collabora con gli uffici pubblicitari della Pirelli e della Olivetti. Del 1962-64 sono le fotografie della mostra all’aperto di scultura a Spoleto (1962) di David Smith nel suo atelier a Voltri (1962)\, di Alexander Calder a Spoleto e a Saché in Touraine nel 1962\, e nel 1964 nel suo atelier a Roxbury nel Massachusetts\, le fotografie per le poesie di Eugenio Montale Ossi di Seppia. In questi anni incontra Alan Solomon\, Leo Castelli\, e numerosi artisti americani alla Biennale del 1964. Viaggia a New York nel 1964\, nel 1965 e nel 1967\, anni in cui realizza una documentazione eccezionale della scena artistica newyorchese. La collaborazione tra Giorgio Strehler e Ugo Mulas da inizio ad un modello di fotografia del teatro secondo i principi brechtiani dello straniamento. La messa in scena di La vita di Galileo nel 1964 ne è una testimonianza. Nel 1969 scatta una serie di fotografie per le scenografie dell’opera di Benjamin Britten The turn of the screw (Giro di vite)\, dal romanzo di Henry James\, per la regia di Puecher alla Piccola Scala di Milano (1969) e per l’opera di Alban Berg  Woyzeck\, dal dramma di Georg Büchner\, regia di Puecher\, al Teatro Comunale di Bologna.  \nTra 1970-72 si ammala gravemente. Inizia la serie di fotografie Le verifiche: dodici fotografie\, ognuna accompagnata da un testo nel quale ripercorre il suo essere fotografo ed il suo mestiere di uomo. Muore a Milano il 2 marzo 1973.  \nUgo Mulas non è solo il testimone fotografico della Milano\, artistica ma non solo\, degli anni ’50 e ’60\, della Biennale di Venezia degli stessi anni\, dell’arte americana vissuta in prima persona degli sviluppi dell’Espressionismo Astratto e della Pop Art\, l’amico di Calder e di tanti artisti. È anche e soprattutto un protagonista di quegli anni\, colui che ha cambiato la fotografia non solo italiana. Le sue famose Verifiche\, ultima serie realizzata prima che la morte lo cogliesse prematuramente\, non è solo l’esito conclusivo della sua ricerca e la definizione con cui è classificata come fotografia concettuale non basta a esaurirne il significato. Mulas è un fotografo che ha fin dall’inizio nell’occhio l’analisi del mezzo fotografico\, che scruta\, mentre ritrae\, le condizioni della creatività degli artisti\, che cambia le modalità convenzionali dei generi fotografici cui si dedica\, dal ritratto alla fotografia di teatro\, dalla moda alla scenografia; è un attento ricercatore che comprende subito che l’arte sta cambiando e parte subito per recarsi là dove\, a New York\, capisce che accade ciò che lo interessa; è il reporter dell’arte che comprende l’importanza del processo nella creazione artistica\, altrui e propria; è il fotografo che fa il salto nell’arte\, che lo fa fare alla fotografia italiana e non solo. Mulas è il fotografo più influente dell’arte italiana. La sua opera\, merita una rivisitazione che ne mostri questi aspetti: verifica delle verifiche\, verifica della sua opera alla luce delle sue Verifiche\, un percorso coerente come pochi\, che ha aperto tra i primi l’arte italiana alla concettualità\, mostrando da subito come la consapevolezza del medium è indispensabile all’arte tanto quanto l’arte alla consapevolezza del mezzo\, che il concetto non va senza la creazione e la ricerca senza la sensibilità.  \nLa mostra proporrà una selezione di circa 110 fotografie\, non senza inediti e immagini poco note\, ricostruendo per intero il percorso artistico di Mulas\, incentrato sulle sequenze e sui contatti\, mostrando la personale riflessione artistica di Mulas. \nSi insisterà sulla figura di Mulas come artista (non come fotografo di documentazione)\, e il percorso cronologico sarà all’inversa: dalle Verifiche (12) al suo lavoro per le scenografie (10 dal Wozzeck e 10 dal Giro di vite)\, alle sequenze (6 Ossi di seppia\, 10 Duchamp\, 6 Fontana + una sequenza su Giacometti)\, per poi passare attraverso il lavoro sull’arte (gli artisti) (3 grandi provini completi: Johns\, Lichtenstein\, Noland\, 25 ritratti + 1 Campo urbano) e tornare a quello su Milano (15 Milano anni 50\, 5 Milano anni 60 + 3 colore)\, ma non in senso documentativo\, bensì come ricerca personale\, e per questo\, in quest’ultima sezione si mescoleranno le immagini dal punto di vista cronologico\, proprio per mostrare la continuità del progetto d’artista. \n A cura di Elio Grazioli\, critico d’arte contemporanea   
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SUMMARY:Lo sguardo ostinato
DESCRIPTION:In contemporanea con la mostra su Ugo Mulas\, il MAN propone una importante rassegna video che si configura come una sorta di ricognizione sul video italiano degli ultimi anni. Gli artisti invitati\, tutti italiani di ultima generazione (tra i 20 e i 40 anni)\, propongono attraverso i loro lavori\, una riflessione sulla realtà e sul nostro tempo\, secondo quella speciale declinazione del linguaggio visivo proprio dello strumento artistico più attuale e contemporaneo.  \nI video proposti\, circa 15 in tutto\, presenteranno uno o più lavori degli artisti selezionati\, intendendo dare non solo uno stato della ricerca italiana ma anche un breve percorso cronologico dell’indagine personale degli artisti più affermati\, insieme a opere prime di esordienti che si contraddistinguono per la forza e l’abilità tecnica del medium.  \nLa tematica\, a cui fa riferimento il titolo\, si incentra sull’idea di video come sguardo che indugia\, che va a fondo intensamente attraverso una sorta di sospensione del tempo e del giudizio sulle cose registrate dalla telecamera.  \nLa mostra viene incontro al pubblico sempre più affezionato e incuriosito da una forma d’arte non facilmente accessibile e attraente per il suo fascino che si colloca a metà tra cinema e televisione. Ma proprio per questa finta familiarità il pubblico rimane spesso contraddetto e sedotto dalla sorpresa che le opere video normalmente producono.  \nA cura di Elio Grazioli\, critico d’arte contemporanea
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SUMMARY:ALIGI SASSU
DESCRIPTION:Il MAN presenta per la prima volta in Sardegna un’importante mostra dedicata alla figura di Aligi Sassu. Un percorso antologico che\, dagli anni Venti\, scandisce le tappe più rilevanti e significative della sua traiettoria artistica attraverso circa novanta opere provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private: il Museo di Lugano\, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma\, il Museo d’Arte Moderna di Genova\, il Museo di Udine\, la Galleria Comunale di Cagliari\, la Fondazione Aligi Sassu e Helenita de Olivares di Lugano.  \nLe sezioni della mostra comprendono lavori riguardanti il Futurismo\, il Primitivismo\, la serie degli Uomini Rossi\, temi storici\, religiosi\, mitologici\, sociali\, i Caffè\, le Maison Tellier\, l’Hispanidad e i Paesaggi maiorchini.  \nAligi Sassu ha affrontato da protagonista la complessa e intricata scena artistica delle avanguardie senza mai perdere di vista\, pur nell’evolversi e nel rinnovarsi del proprio linguaggio\, l’obiettivo primario e imprescindibile del confronto diretto con la realtà. Vista nella prospettiva che il nuovo secolo e la scomparsa alcuni anni or sono dell’artista ormai consentono\, la pittura di Sassu appare come un grande atto di libertà individuale assolutamente moderno\, e questo non soltanto in termini di moralità e qualità espressiva ma anche nel suo intimo radicarsi dentro l’arte del nostro tempo. Sassu ha rivendicato\, praticato e mantenuto il suo universo poetico nello scorrere quotidiano dell’esistenza come nella dimensione storica degli snodi cruciali dell’epoca cui è stato confrontato. […] Egli ha percorso i suoi singolarissimi sentieri attraverso slanci entusiastici\, periodi di riflessione\, necessari ritorni e improvvise accensioni\, per affrancarsi di volta in volta da quei filtri estetici che ne avrebbero potuto condizionare oltre misura l’immersione spontaneamente entusiastica nella spirale della vita\, nella dimensione dilatata della memoria e della coscienza.  \nAligi Sassu nasce a Milano il 17 luglio 1912. Tra il 1926 e il 1927 conosce Bruno Munari\, si iscrive ai corsi serali dell’Accademia di Brera\, si presenta all’incontro con gli artisti indetto da Filippo Tommaso Marinetti\, che nel 1928 lo invita ad esporre alla XVI Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. Nel 1929 si allontana progressivamente dal movimento futurista\, avvicinandosi al primitivismo. Tra il 1930 e il 1933 avvia la serie degli Uomini rossi. La dominante del rosso che caratterizza il ciclo rappresenta una svolta significativa per la pittura italiana degli anni Trenta. Nel 1933 realizza la serie degli Argonauti e inizia quella dei Caffè. Tra il 1934-1940 si reca a Parigi. Di ritorno in Italia si confronta con il dibattito sul ruolo dell’artista\, cui Sassu rivendica una soluzione sociale; nello stesso periodo inizia l’attività clandestina insieme a De Grada\, Grosso e Guttuso. Nel 1935 realizza la Fucilazione nelle Asturie\, sorta di manifesto dell’opposizione europea al fascismo\, e compie il secondo viaggio a Parigi. L’anno successivo espone alla Biennale veneziana. \nNel 1937 prende parte all’Esposizione d’Arte Italiana a New York. Il 6 aprile dello stesso anno viene arrestato dalla polizia dell’OVRA (Opera di Vigilanza e Repressione Antifascista). Aligi Sassu accusato di complotto\, è processato e condannato a dieci anni di reclusione. Nel luglio del 1938 il re Vittorio Emanuele III gli concede la grazia. Continua a dipingere opere di opposizione in cui la metafora politica emerge chiaramente. Partecipa all’attività di Corrente. Nel 1942 inizia la serie dei Concili. Lavora intorno alla Deposizione che termina l’anno seguente. Soggiorna ad Albissola dedicandosi all’attività di ceramista. Nel 1944 si dedica al ciclo Maison Tellier ispirato da una novella di Guy De Maupassant. Scosso dall’episodio della fucilazione dei martiri di Piazzale Loreto\, di cui è testimone\, dipinge in soli due giorni l’opera omonima. Nel dopoguerra è attiva e continua la sua presenza nelle mostre più importanti in Italia e all’estero. Partecipa alla Biennale di Venezia nel 1948\, nel 1952 e nel 1954. Ad Albissola conosce la cantante lirica colombiana Helenita Olivares che sposerà nel 1972. Nel 1963 apre un atelier a Cala San Vicente (Maiorca). \nNasce la serie delle Tauromachie. Nel 1965 è nominato membro del comitato italiano dell’UNESCO per le arti plastiche. La Galleria d’Arte Moderna in Vaticano nel 1973 gli dedica una sala. Importanti musei e gallerie di livello internazionale allestiscono rassegne sull’opera di Aligi Sassu. È nominato cittadino onorario di Palma di Maiorca nel 1987; nello stesso anno alla Staatsgalerie Moderner Kunst di Monaco di Baviera si allestisce una grande antologica con lavori realizzati dal 1927 al 1985. Festeggia i sessant’anni di lavoro con una grande esposizione al Castello di Rivoli. A Firenze\, nel 1990\, gli viene conferito il premio Lorenzo il Magnifico. Nel 1992\, in occasione dei suoi ottant’anni\, ottanta opere realizzate tra il 1927 e il 1990 sono ospitate da diversi musei sudamericani. Nel 1993\, dopo due anni di lavoro\, porta a termine il grande murale in ceramica intitolato I miti del Mediterraneo per la nuova sede del Parlamento Europeo di Bruxelles. Nel 1995 presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo\, si apre la mostra Aligi Sassu dal 1930 a Corrente. Lo stesso anno\, unitamente alla moglie Helenita Olivares\, Aligi Sassu dona alla città di Lugano 362 opere realizzate tra il 1927 e il 1996; nel 1997 viene costituita a Lugano la Fondazione Aligi Sassu e Helenita Olivares\, con lo scopo di valorizzare l’opera dell’artista e di diffondere la sua arte a livello internazionale. A marzo del 2000 nasce la Fondazione Aligi Sassu e Helenita Olivares di Maiorca. \nAligi Sassu si spegne a Pollensa (Maiorca) nel 2000\, il giorno del suo ottantottesimo compleanno. \nA cura di Rudy Chiappini\, direttore Musei Città di Lugano.
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SUMMARY:CATASTROFI MINIME
DESCRIPTION:Il Man presenta Catastrofi Minime\, una mostra che nell’impostazione teorica\, tende a trasformare la catastrofe da oggetto a soggetto dell’opera\, indagando più che l’aspetto documentario\, sociologico e\, in un certo senso\, spettacolare\, (decisamente depotenziato\, come indica il titolo) quella che Blanchot ha definito la scrittura del disastro. Le opere in mostra non si limitano a registrare una catastrofe ma tendono a configurarsi esse stesse come incidenti o come catastrofi del visibile. Un’opera in qualche modo non può che essere la scrittura di un disastro del senso\, un disastro minimo\, in fondo\, a meno che\, con Stockhausen non si pensi agli attentati dell’11 settembre come alla più grande opera d’arte mai realizzata.  \nPunto di partenza è la teoria di Thom sul concetto di catastrofe (semplificato nella famosa frase: una farfalla che batte le ali nella foresta amazzonica può generare una perturbazione meteorologica a Londra) percorrendo un itinerario tragicomico sulle diverse esperienze di catastrofe\, intese non solo come negatività ma viste anche come accadimento ironico\, come burla\, fatalità che ci lascia più perplessi che distrutti.  \nLa parola catastrofe e la parola apocalisse hanno condiviso un comune destino di stravolgimento del loro senso etimologico per tingersi di note negative e per evocare solo lutti e distruzioni. Ma per catastrofe si intende anche una variazione continua\, graduale\, minima nelle condizioni di un fenomeno ma in grado di produrre un grande effetto e un grande mutamento. La mostra non vuole essere un racconto cupo che vede solo l’accezione negativa del termine\, ma vuole anche esplorare aspetti diversi che comportano una visione più analitica senza arrivare a essere cinica\, attraverso un linguaggio talvolta ironico e dissacrante.  \nNon si ha intenzione di mostrare una serie di catastrofi reali o simulate\, compito già perfettamente assolto dalla TV e dal cinema. La catastrofe sarà intesa piuttosto come punto di rottura\, come concatenazione degli eventi\, come inizio inarrestabile di accadimenti incontrollati\, come punto di svolta o di crisi\, come nuovo incipit. Si giocherà con le immagini della catastrofe in contrapposizione ai disastri dell’immagine\, le immagini della violenza e la violenza delle immagini. Si punterà l’obiettivo sulle catastrofi individuali\, quotidiane e ambientali sempre cercando di piegare il termine catastrofe a una riflessione concreta\, togliendogli quella valenza spettacolare che rischia sempre e solo di farci sorprendere. \nA cura di Fernando Castro Florez\, Saretto Cincinelli\, Cristiana Collu  \nArtisti: Ángeles Agrela\, Lara Almarcegui\, John Baldessari\, Isabel Banal\, Massimo Bartolini\, Christian Boltansky\, Sergey Bratkov\, Alberto Burri\, Carlos Capelan\, Loris Cecchini\, Sarah Ciracì\, Gordon Matta-Clark\, Berlinde De Bruyckere\, Fischli&Weiss\, Florentino Díaz\, Patrick Jolley\, Lucio Fontana\, Carlos Garaicoa\, Jonathan Hernández\, Cisco Jiménez\, Mike Kelley\, Abraham Lacalle\, Peter Land\, Armin Linke\, Fabian Marcaccio\, Armando Mariño\, Mateo Maté\, Isaac Montoya\, Pedro Mora\, Adrian Paci\, José Alvaro Perdices\, Claudio Perna\, Reynold Reynolds\, Osvaldo Salerno\, Fernando Sánchez Castillo\, Allan Sekula\, Ane-Liise Semper\, Paul Smith\, Robert Smithson\, Frank Thiel\, Isidoro Valcárcel Medina\, Eulalia Valldosera\, Javier Vallhonrat\, Erwin Wurm\, Chen Zhen.
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DESCRIPTION:Il Man presenta la più ampia ed esaustiva antologica mai organizzata sulla figura e sul lavoro di questo straordinario protagonista della storia della grafica in Italia\, celebrato e riconosciuto internazionalmente. Il racconto del suo percorso parte dalla fine degli anni trenta sino agli anni ’90 attraverso un corpus di oltre 130 opere\, raccolte secondo una interpretazione che ne evidenzia la modernità progettuale a sottolineare l’importanza e il significato delle sue scelte e l’unicità della sua figura all’interno del panorama della grafica internazionale.  \nPintori è stato un personaggio estremamente lucido e consapevole dei meccanismi e delle problematiche connesse alla professione del grafico nella scelta degli apparati compositivi\, iconografici e simbolici impiegati. La sua competenza\, la sua professionalità e la sua cultura\, insieme alla fantasia e creatività\, traspaiono da tutti i suoi lavori e ci fanno comprendere la sua rilevanza nella pratica e nell’estetica del design contemporaneo\, dall’ipotesi di un originale stile d’impresa a un modo di pensare prima che di comporre. \nGiovanni Pintori nasce nel 1912 a Tresnuraghes (Oristano)\, da genitori originari di Nuoro\, cittadina dove la famiglia fa ritorno nel 1918. Dopo aver frequentato l’ISIA di Monza\, nel ’36 inizia la collaborazione con l’Ufficio Tecnico Pubblicità Olivetti\, del quale diventa responsabile nel ‘40\, legando il suo nome all’ascesa della azienda di Ivrea in una serie lunghissima e fortunata di manifesti\, pagine pubblicitarie\, insegne esterne\, stand. Nel 1950 ottiene il primo di una lunga serie di riconoscimenti: la Palma d’Oro della Federazione Italiana Pubblicità. Nel 1952 il MoMA di New York organizza la mostra Olivetti: Design in Industry. Nel 1953 entra a far parte dell’AGI (Alliance Graphique Internazionale)\, che nel 1955\, durante l’esposizione al Louvre di Parigi\, dedica al lavoro di Pintori per Olivetti un’intera sala. Sempre nel ’55 gli viene conferito il Certificate of Excellence of Graphic Arts dell’AIGA (l’Associazione dei graphic designer statunitensi) e\, l’anno dopo\, la Medaglia d’Oro e il Diploma di Primo Premio di Linea Grafica e della Fiera di Milano. Nel 1957 ottiene il Diploma di Gran Premio all’XI Triennale di Milano e partecipa all’annuale mostra dell’AGI a Londra. Le sue immagini accompagnano numerosi articoli sull’azienda Olivetti\, il suo design e la sua comunicazione fanno il giro del mondo comparendo in testate come Fortune (USA\, 1953\, 1957)\, Graphic Design (Giappone\, 1967)\, Horizon (USA\, 1969).Nel 1960 scompare Adriano Olivetti. Nel 1962 Pintori ottiene un altro prestigioso riconoscimento internazionale: il Typographic Excellence Award del Type Directors Club di New York\, seguito nel 1964 dal Certificate of Merit dell’Art Directors Club di New York. Nel 1966 gli viene dedicata una grande mostra personale a Tokyo.  \nDopo il 1967\, lasciata l’Olivetti per dedicarsi alla libera professione\, collabora\, fra gli altri\, a progetti per Pirelli\, Gabbianelli\, Ambrosetti e Parchi Liguria. Nel 1981 inizia una collaborazione con l’azienda di trasporti Merzario\, per la quale realizza la grafica dei bilanci annuali e delle pagine pubblicitarie. Dopo questa esperienza lascia la professione di grafico e si dedica completamente alla pittura. Giovanni Pintori muore a Milano il 15 novembre del 1999. \n  \nA cura di Carlo Branzaglia
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SUMMARY:ERWIN OLAF
DESCRIPTION:Nato in Olanda nel 1959 Erwin Olaf è uno degli artisti più innovativi che attualmente lavorano nel campo della fotografia. Ha tenuto importanti mostre personali allo Stedelijk Museum di Amsterdam\, al Groninger Museum in Olanda\, al Frankfurter Kunsteverein e al Ludwig Museum in Germania\, al Paris Photo\, alla Flatland Gallery di Utrecht\, alla Wessel O’Connor di New York\, all’Espacio Minimo di Madrid e numerose altre. Nel 1988 ha vinto il premio Giovani Fotografi Europei in Germania\, nel 1998 il Leone d’argento a Cannes per la campagna pubblicitaria della Diesel e di nuovo nel 2001 per la campagna pubblicitaria della Heineken. Una sua foto è stata scelta come manifesto della Biennale di Valencia 2001. Il prossimo settembre 2003 il Groninger Museum\, inaugurerà una grande retrospettiva sui 25 anni della sua opera. Il Man presenta le serie complete di: Paradise The Club\, Paradise Portrait\, Mature\, Royal Blood\, una selezione da Fashion Victims\, Blacks e Body Parts per un totale di 48 fotografie oltre ai video Tadzio\, Millennium e Clowns\, grazie allo Studio Erwin Olaf\, alla Galleria Espacio Minimo e alla galleria B&D.  \nLe opere di Olaf sono caratterizzate dal senso dell’humour e dalla costante allusione a immagini del mondo dell’arte e della sottocultura\, dal riferimento all’impostazione della fotografia pornografica\, della pubblicità e della moda alle quali conferisce un’impronta conturbante e accattivante. Nelle sue ultime serie\, Olaf si spinge nel cuore e nell’anima della bellezza\, ridicolizza il punto di vista contemporaneo sull’erotismo e analizza molte scomode idee quali la pornografia come folklore\, il sesso acrobatico come una comica liberazione e lo stupro come intrattenimento familiare e piacere malizioso.  \nLa serie Royal Blood presenta la storia come un fatto di cronaca nera. Nella sua ricerca storica Olaf seleziona nove stars del melodramma violento. In questi ritratti i personaggi con i loro occhi cerchiati di rosso\, fissano lo spettatore con una maledetta espressione di accusa e condanna. Lady D\, con sul braccio lo stemma della Mercedes\, Poppea uccisa dal parto\, la principessa Sissi\, il figlio Ludwig\, la zarina Alessandra\, Cesare\, Maria Antonietta. \nNella serie Mature Olaf svela l’imperfetta bellezza di pensionate sexy come pin-up prendendosi gioco delle loro giovani omologhe. In Fashion Victims i modelli sono essenzialmente oggetti sessuali. Dice Olaf: “Ho sempre cercato di fare dell’ironia sulla bellezza per cercare di offrire una nuova prospettiva sull’intera stupida\, ipervalutata industria della moda”. Nella serie Blacks\, ritratti classici rivisitati in nero\, Olaf sperimenta la monocromia con modelle nere (dipinte) su sfondi completamenti neri.  \nOlaf per la serie Paradise si basa sia sul Ratto di Ippodamia di Rubens\, un’inquietante scena di violenza e lascivia\, sia “sull’orrore e la decadenza della vita notturna dei party del night club Paradise in Amsterdam”. In questa serie\, diabolici clowns sono gli attori emozionalmente corrotti di una scena apparentemente fantastica. Olaf definiscequesta serie come “Un terribile incubo dove i clowns sono i cattivi. Tutti\, sia che essi siano passivi\, violenti o beffardi\, sono colpevoli”\, le loro figure pure caricature\, lucide allegorie che “rappresentano l’anonimato e la rabbia e anche se vogliono far divertire i bambini\, fanno paura”. Le immagini fanno riferimento al cosiddetto caso del clown\, un episodio accaduto in Olanda nei tardi anni Ottanta. Molti bambini locali sostennero improvvisamente di essere stati molestati da un clown. La polizia interrogò centinaia di persone\, ma nulla fu mai confermato. Nessun clown sospetto fu trovato. Diversi psicologi ritennero di trovarsi di fronte a un intrigante caso di isteria giovanile di massa\, ma non è mai stato stabilito se si fosse effettivamente trattato di un caso di abuso.  \nIn Booby-trap\, una mostra che è una sorta di trappola che coglie lo spettatore di sorpresa\, l’esercizio dell’ironia di Erwin Olaf apparentemente dice meno di quello che pensa\, mentre smaschera idee infondate e si spinge nella critica di coloro che pensano che “il mondo sia diventato favola”. \n A cura di Francesca Alfano Miglietti_Cristiana Collu 
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SUMMARY:PICASSO
DESCRIPTION:La Suite Vollard è considerata l’opera più importante nella storia dell’incisione del Novecento. Raramente è stata esposta completa e lo sarà per la prima volta in Italia al museo MAN\, grazie al prestito concesso dal prestigioso museo d’arte moderna e contemporanea MNCARS\, Museo Centro de Arte Reina Sofía di Madrid\, uno dei più importanti musei europei e internazionali. \nCostituita da 100 incisioni realizzate da Picasso tra il 1930 e il 1937\, la Suite Vollard comprende 27 incisioni con temi diversi e 73 con cinque temi specifici: La batalla del amor\, El taller del escultor\, Rembrandt\, El Minotauro e Il Minotauro ciego e 3 ritratti di Ambrosie Vollard\, nei quali Picasso ricrea la complessa personalità del mercante. A prima vista\, la varietà dell’iconografia potrebbe suggerire una certa incoerenza\, ma considerate nel loro insieme\, le incisioni mostrano una grande unità concettuale e formale.  \nIl lavoro più intenso è quello della serie El taller del escultor frutto di uno di quei frenetici momenti creativi che hanno caratterizzato la vita di Picasso. Infatti\, nonostante l’artista abbia lavorato per quasi sette anni alla Suite\, 40 di quelle 46 incisioni furono realizzate in soli 3 mesi\, tra marzo e maggio del 1933. Il mondo della creazione\, l’atmosfera e la tensione tra il modello e l’opera del El taller del escultor è interessante soprattutto per il fatto che quelle incisioni sono la diretta conseguenza dell’opera scultorea realizzata da Picasso tra la fine degli anni Venti e il principio degli anni Trenta. Le sculture prodotte in quel periodo suscitarono una accesa polemica. Alcuni critici e artisti credettero di vedervi\, per il recupero del mondo classico\, una specie di tradimento dell’avanguardia artistica che Picasso aveva incarnato sin dal principio del secolo. Picasso era entrato in contatto con l’arte classica e antica un anno prima\, in Italia\, durante i suoi viaggi a Firenze\, Napoli e Pompei. Il lavoro iniziato nelle sculture continua in gran parte della Suite Vollard\, e proprio le incisioni de El taller del escultor diedero origine alla domanda\, malevola secondo Breton\, che gli specialisti si fecero riguardo la rinuncia di Picasso e il suo “ritorno all’ordine”\, sorpresi per l’apparente sovversione dei vecchi valori compiuta dall’artista malagueño.  \nLa tensione\, la malinconia\, l’erotismo\, la ricerca della forma che si osserva nelle cento incisioni della Suite Vollard\, sono in stretta relazione con la vita di Picasso in quegli anni. Picasso aveva compiuto 50 anni nel 1931\, divorziato da Olga Koklova\, aveva una relazione con Marie Thérèse Walter e nello stesso tempo iniziava la sua nuova e conflittuale relazione con Dora Maar. È anche il periodo della guerra civile spagnola che scosse profondamente l’artista. In alcune delle incisioni che fanno parte della Suite Vollard\, si possono ritrovare chiarissimi antecedenti di quello che è ritenuto il capolavoro di Picasso: Guernica. \nLa Suite si può considerare come il punto più alto del rapporto tra Picasso e Ambroise Vollard\, lo storico gallerista ed editore che nel 1901 realizzò la sua prima mostra intuendone la genialità. In quest’opera Picasso utilizza tutte le tecniche dell’incisione: la punta secca\, il bulino\, l’acquaforte e l’acquatinta\, offrendo straordinari e magistrali esempi di invenzione artistica e versatilità tecnica incomparabili.
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SUMMARY:QUATTRO SECOLI DI PITTURA ANDALUSA
DESCRIPTION:Un percorso nella pittura andalusa dal Barocco sino alla metà del Novecento\, quattro secoli per raccontare una straordinaria storia della pittura attraverso una ricca iconografia e 70 capolavori dei più prestigiosi maestri spagnoli. Dal Barocco sino alla sua persistenza nella prima parte del secolo dell’Illuminismo\, dal primo romanticismo sino alla famosa pittura regionalista andalusa della fine del XIX e al realismo sociale delle prime decadi del XX secolo. Dal El Greco\, Francisco Pacheco e Juan de Roelas\, i maestri che aprirono il cammino agli artisti barocchi come Francisco de Zurbarán\, Bartolomé Esteban Murillo e Juan de Valdés Leal\, a cui farà seguito una vera e propria legione di discepoli e seguaci come Juan de Zurbarán\, Lucas Valdés e Domingo Martínez\, i pittori della prima metà del XVIII secolo.  \nDiverso si presenta il panorama della pittura andalusa del XIX secolo\, quando la luce italiana attrae gli artisti spagnoli. I contatti con l’Italia\, sono sempre stati frequenti e assai importanti le influenze\, tanto che artisti come El Greco o Roelas\, risiedettero in Italia e conobbero le opere dei grandi maestri italiani. Gli artisti andalusi del XIX secolo si recano con regolarità in Italia dove studiano\, completano la loro formazione\, e dipingono sia a Roma che a Napoli. Per tutti il riferimento è Mariano Fortuny\, frequentano le lezioni dell’Accademia Chigi in Roma\, lavorano nello studio di José Villegas\, dipingono Venezia dal vivo\, dove qualcuno si stabilirà per un lungo periodo. Uno spirito che la selezione delle opere proposte in mostra ha voluto lasciar trasparire. Gli artisti andalusi\, educati sia in Spagna che in Italia\, instaurano un legame tra i due paesi che durerà a lungo. Molti di loro godranno di borse di studio create proprio per recarsi in Italia. Tutto questo all’ombra dell’importante ruolo che in Spagna giocarono le Scuole di Belle Arti e le Mostre Nazionali e in Italia\, l’Accademia di Spagna a Roma.  \nMa troviamo anche importanti nomi del romanticismo andaluso. Le opere di Gutiérrez de la Vega e José María Romero rappresentano la generazione romantica che imparò a dipingere copiando le opere di Murillo. I paesaggi e la prima pittura di costume\, con tele di Cabral Bejarano\, Domínguez Bécquer\, Cortés e Rodríguez de Guzmán. Infine le opere dei pittori che rappresenteranno sulle tele il tipico e il topico dell’Andalusia\, come Salinas\, Ferrandiz\, Rico Cejudo e García Ramos\, riflettendo la vita quotidiana\, con i suoi personaggi e i suoi aneddoti. A questi si aggiungono le tele di Jiménez Aranda o Denis che ricreano il mondo e l’abbigliamento proprio del XVIII secolo. Non meno importanti le opere inserite nella cosidetta “pittura orientalista”\, quella che fece seguito a Fortuny e che testimonia i viaggi degli artisti andalusi nel luminoso e variopinto mondo del Marocco\, come Gallegos Arnosa e Villegas. Paesaggisti della Scuola di Alcalá de Guadaíra\, come Pinelo o García Rodríguez; artisti a cavallo tra i due secoli\, che come Gonzalo Bilbao\, avevano conosciuto le avanguardie parigine; realisti del XX secolo\, López Mezquita\, Lozano Sidro e Diego López; pittori en plen air come José Arpa.  \nUn grande ventaglio di tecniche e iconografie. Dal più puro paesaggio alla rappresentazione di un patio\, dal “bandolero” alla raffinata “señorita”\, dal semplice mercato alla fiera di bestiame\, dalla pittura religiosa al teatro\, dalle scene orientaliste al raffinato mondo dei veneziani\, passando per il ritratto e le scene goyesche\, tutto riflette i sentimenti del popolo andaluso e di artisti che hanno saputo dare un carattere speciale alla pittura della loro terra.  \nA cura di Enrique Pareja Lopez – Direttore Museo delle Belle Arti di Siviglia 
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SUMMARY:Casa Dolce casa
DESCRIPTION:La rassegna Manovre alla sua terza edizione\, cambia formula\, e invita ventuno artisti provenienti da paesi e realtà diverse a lavorare su un progetto che vuole indagare l’idea di casa attraverso uno sguardo molteplice\, un’interpretazione diretta\, didascalica\, ironica\, trasversale: focolare\, rifugio\, tana\, laboratorio\, ufficio\, prigione\, circo\, modulo proliferante\, teatro delle bassezze più efferate\, luogo dal quale scappare e al quale tornare\, luogo da costruire\, da cercare e probabilmente da reinventare.  \n“Casa Dolce Casa” è uno tra i più conosciuti e abusati aforismi popolari eppure\, con l’aggiunta di un semplice punto di domanda\, il motto acquista un che di inquietante e ambiguo: insinuato il dubbio\, le certezze vacillano. Cronaca dirompente e spesso inenarrabile. Caduta del mito della famiglia\, della quiete e dell’armonia\, dello spazio protettivo e rassicurante della “normalità”. \nLa letteratura\, a partire da Edgard Allan Poe fino a tutta la produzione horror e splatter degli ultimi decenni\, e ancora di più\, il cinema\, hanno reso la casa un organismo sempre più minaccioso e incombente\, abitato da invasive presenze demoniache e da entità soprannaturali o da una tecnologia ipertrofica ma non per questo meno pervasiva. Eppure\, la cronaca\, quella più brutale\, supera in efferatezza cinema e letteratura con i suoi frutti malati di una “normalità” agognata quanto inesistente\, subito fagocitati da una televisione onnivora che tutto assimila e trasforma in un morboso reality show a puntate. Gli artisti rapportandosi alla cronaca\, alla realtà del quotidiano\, lottano per non perdere la specificità che separa l’arte dalla vita per non trasformarla in sociologia spicciola o mera documentazione dell’esistente.  \nL’arte ha spesso inseguito la cronaca. Sono stati gli anni del Posthuman e gli artisti si sono concentrati sugli aspetti più cruenti e ripugnanti del reale\, trasformando in nuove categorie estetiche del contemporaneo il “trauma” e il “disgusto”. \nCasa dolce Casa cerca di osservare l’oggetto della sua indagine da un punto di vista differente: non rincorrere la realtà e le sue raccapriccianti e spettacolarizzate involuzioni ma sottrarsi alle sue lusinghe\, e a un “indicibile” urlato e ostentato dalla cronaca opporre la dimensione del “non detto” per una proposta che non è mai appagata\, mai omologata e pacificata ma ricca di ambiguità disturbanti. In questa dimensione criptica\, allusiva\, obliqua\, la casa\, da teatro del quotidiano\, delle sue miserie\, delle sue tragedie e delle sue “normalità”\, diviene un “non luogo” ricco di fascino destabilizzante\, uno spazio mentale indefinito nel quale il “dentro” e il “fuori” appaiono categorie relative e intercambiabili Non è richiesto stigmatizzare o giustificare alcunché.  \nA cura di Ivo Serafino Fenu e Chiara Leoni \nSono presenti opere di: Frank Bauer\, Leonardo Boscani\, Filipa César\, Cristian Chironi\, Enrico Corte\, Gruppo Eya\, Cameron Jamie\, Martin Kersels\, Sandrine Lescaroux\, Deborah Ligorio\, Pinuccia Marras\, Oliver Musovik\, Andrea Nurcis\, Sven Påhlsson\, Marco Papa\, Robert Pettena\, Pietrolio\, Salis&Vitangeli\, Simona Secci\, Gianfranco Setzu\, Aldo Tilocca
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SUMMARY:Maria Lai
DESCRIPTION:Maria Lai (Ulassai\, 1919) a partire dagli esordi nel corso degli anni Quaranta\, occupa un posto particolare nel panorama dell’arte italiana che sempre più chiaramente si rivela a tutt’oggi straordinariamente attuale e capace di dialogare con i lavori degli artisti delle ultime generazioni. \nIl legame con la terra di origine e la reinterpretazione della cultura locale con un atteggiamento attento a ciò che prossimo ma mai provinciale\, la capacità di declinare con libertà questo legame all’interno di una riflessione più ampia sulle ragioni del fare artistico\, il confronto serrato con le reazioni del pubblico e l’interesse ad attivare relazioni sociali attraverso le dinamiche suggerite dai lavori stessi\, la libertà nell’uso di materiali e linguaggi considerati tradizionalmente artigianali\, sono infatti alcuni tra i temi centrali presenti nel lavoro dell¹artista e\, sono di fatto gli stessi temi affrontati da numerosi artisti protagonisti della scena dell’arte internazionale dell’ultimo decennio.  \nLa mostra di Maria Lai al Man\, Museo d’Arte della Provincia di Nuoro è un’opportunità preziosa per conoscere i passaggi centrali di questo percorso. Sono esposti\, oltre che lavori significativi storici dell’artista\, altri creati appositamente per l’occasione (Mensa\, Ulassai\, Spiaggia\, Sa domu de su dolu) ed altri ancora nati dal ripensamento e dalla ripresa di lavori realizzati in precedenza che\, alla luce del sentire attuale\, vedono accentuata la componente drammatica accompagnata dal desiderio che non venga meno il processo di trasformazione e di ricerca di dialogo. Frana\, ad esempio\, riprende in pietra e ceramica l’intervento Legarsi alla Montagna realizzato dall’artista nel suo paese natale nel 1981\, Torre è composta da uno dei noti telai dell¹artista provato dal tempo con una struttura nuova in legno e il risultato richiama simbolicamente la presenza di un edificio lacerato.  \nCome i ricordi che si depositano nella nostra memoria sono destinati ad essere riletti\, ridefiniti\, messi in discussione con il passare del tempo\, così Maria Lai guarda al passato non come ad un’entità consolidata una volta per tutte ma come ad un insieme di elementi oggetto di continue rielaborazioni. Il flusso dinamico della memoria prevale sulla Storia.  \nA cura di Emanuela de Cecco    
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SUMMARY:Vis à vis
DESCRIPTION:Vis à vis autoritrarsi d’artista è una mostra tematica che ruota attorno all’idea di ritratto ed autoritratto\, intesi non tanto come luoghi e figure di affermazione di una soggettività piena ma\, paradossalmente\, del suo ritrarsi\, ritrar-si inteso come passo indietro che ha luogo nel luogo stesso della sua esibizione. L’autoritratto contemporaneo si configura\, infatti\, come silhouette\, ombra\, riflesso\, impronta o come una sorta di ritratto dell’artista in veste di modello\, personaggio o stereotipo ecc. che invece di affermare la pienezza di un soggetto creatore tende a negarla\, travestirla\, decostruirla\, mascherarla o moltiplicarla. Le modalità di ritratto ed autoritratto prese in esame in questa mostra paiono insomma abdicare definitivamente all’idea classica. Non si tratterà di una mostra di ritratti ed autoritratti (pittorici\, fotografici o video ecc.) che si confrontano con le loro forme storicamente determinate ma piuttosto con le loro origini mitiche e con le loro incarnazioni postume. La mostra infatti non è mossa dall’intenzione di rintracciare analogie tra il contemporaneo e la storia dell’arte\, cerca\, invece\, di riflettere sul significato di assonanze che non dovrebbero sorprendere. Se è vero che “il ritratto fa la sua apparizione nella storia dell’arte parallelamente al soggetto nella storia della filosofia” (Jean-Luc Nancy) non deve apparire strano che\, in epoca di conclamata crisi del soggetto\, ritratto e autoritratto si trovino ad articolare le differenze e le contraddizioni che segnano le partizioni tra identità e nuove pratiche di soggettività\, e neanche\, dunque\, che la rappresentazione di un volto venga scissa dal problema dell’identità e della sua elaborazione visibile. \nA cura di Saretto Cincinelli e Cristiana Collu.  \nSono presenti in mostra opere di: Andy Warhol\, Cindy Sherman\, Ketty La Rocca\, Francesca Woodman\, Robert Mapplethorpe\, Daniela de Lorenzo\, Liliana Moro\, Massimo Barzagli\, Cesare Viel\, Ana Mendieta\, Shirin Neshat\, Luigi Ontani\, Michelangelo Pistoletto\, Giulio Paolini\, Gino De Dominicis\, Arnulf Rainer\, Roman Opalka\, Ugo Mulas\, Gilbert &George\, Urs Luthi\, Massimo Barzagli\, Grazia Toderi\, Vanessa Beecroft\, Eulalia Valldosera\, Nan Goldin\, Andres Serrano\, Greta Frau\, Claudia Casarino\, Mariko Mori\, Nan Goldin\, Barbara Bloom
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SUMMARY:Le forme del sedere
DESCRIPTION:Il Vitra Design Museum possiede una delle più ricche e importanti collezioni di design del mobile moderno\, con oltre tremila opere documentate. La mostra\, 100 anni – 100 sedie\, organizzata dal Man in collaborazione con il Vitra Design Museum avvicina al pubblico una paradigmatica selezione di capolavori di questo museo. Le forme del sedere intransitivo ci accompagnano nell’analisi di una delle tre fondamentali posture statiche dell’uomo: eretto\, disteso o seduto. L’obiettivo della mostra è presentare un emblematico itinerario delle diverse epoche del design industriale\, dalla fine dell’800 ai nostri giorni\, attraverso autentici capolavori dei più prestigiosi architetti e designers. Tutto cominciò nella seconda metà del XIX secolo con i mobili di legno curvo che permisero la produzione industriale in serie. Al principio del XX secolo il design ha giocato un ruolo decisivo nello sviluppo culturale. \nGerrit Rietveld sviluppò mobili dalla forma depurata\, mentre Marcel Breuer disegnò le prime sedie di acciaio tubolare. Questa leggerezza formale ha inspirato in seguito Alvar Aalto che utilizzò per primo il legno multistrato e Jean Prouvé che si servì di tecniche e materiali sino ad allora riservati all’aeronautica. Dopo la seconda guerra mondiale\, il design americano ha collaborato strettamente con l’industria. Designer come Charles Eames\, Eero Saarinen e Harry Bertoia realizzarono modelli che dovevano essere prodotti in serie per arredare le case americane. Il design si convertì allora in un elemento della vita quotidiana.  \nIn Europa\, in quello stesso periodo\, il design dell’arredamento si sviluppò essenzialmente in Italia e in Scandinavia. L’obiettivo era senz’altro lo stesso che negli Stati Uniti: rendere il design più accessibile al grande pubblico. Hans Wegner e Arne Jacobsen sono stati i precursori nei paesi nordici delle ricerche e creazioni di mobili in legno\, mentre gli Italiani esploravano in quello stesso periodo le possibilità di un nuovo materiale\, la plastica. La grande versatilità di questi materiali e lo sviluppo di nuovi tipi di schiume hanno consentito una grande fantasia creativa negli anni ‘60\, allora si cercava l’inspirazione nella Pop Art e nei giochi di forme e colori. I principali rappresentanti di questa tendenza sono Verner Panton e Joe Colombo. Più tardi\, negli anni ‘70 il design sarà ancora più radicali forzando l’opposizione alle regole del Modernismo. Gruppi di designer come Memphis o Archizoom enfatizzarono il carattere divertente e ludico delle forme più che il carattere funzionale. Durante gli anni ‘80 si osserva una ricerca simultanea di individualismo e pluralismo che porta a una diversità di stili allora inediti. Philippe Stark\, Ron Arad e Gaetano Pesce sono importanti rappresentanti di questa tendenza. La decade degli anni ‘90\, è invece caratterizzata da una ricerca di forme e materiali semplici ma innovatori. Frank Gehry e Jasper Morrison sono due figure chiave di questo periodo. La fantasia continua a essere\, senza dubbio\, un criterio importante nella concezione delle forme come dimostrano Ron Arad e Marc Newson che a loro volta mantengono una preoccupazione per la funzionalità e la produzione in grande scala.  \nA cura di Serge Mauduit.
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SUMMARY:100 capolavori della collezione del Vitra Design Museum
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SUMMARY:Juan Mirò
DESCRIPTION:Organizzata in collaborazione con la Fondazione Pilar y Joan Miró a Mallorca costituisce l’evento più importante della stagione espositiva del museo\, promotore e organizzatore di un’impegnativa rassegna che riunirà sino al 24 febbraio 2002\, una stupenda serie di 77 opere dell’importante maestro spagnolo\, appartenenti alla Fondazione: grandi dipinti su tela e su tavola\, sculture e disegni\, alcuni dei quali mai esposti prima. I grandi dipinti offrono un’importante sguardo sull’opera di Mirò dalla metà degli anni 60 sino al 1978. Sono gli anni della radicalizzazione del suo lavoro che porta alle sue ultime conseguenze la considerazione dell’atto creativo come abolizione di tutto il preesistente\, la famosa uccisione della pittura\, proclamata tra il 1930 e il 1931 in un’infaticabile e inesausta ricerca creativa che lo accompagnò sino alla morte avvenuta nel 1983. Le opere su carta offrono la singolare opportunità di avvicinarsi ai momenti germinali della creazione mironiana proponendo una serie straordinaria di disegni di grande forza poetica\, manifesto della sua dichiarazione Il principio è tutto\, è l’unico che mi interessa. Il principio è la mia ragione di vita. Le sculture propongono invece un’inedita riflessione sull’inquietudine dell’artista per l’elaborazione tridimensionale che affonda le sue radici all’inizio della sua vocazione artistica. Un’interessante proposta che permette di aggiungere un aspetto meno noto della sua produzione e nello stesso tempo da una visione più completa di questo grande artista.  \nIn occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo bilingue italiano-spagnolo\, accompagnato da un saggio critico dei curatori\, Fernando Castro e Cristiana Collu\, e di Julio Cesar Abad. \nLa fondazione Joan i Pilar Mirò a Mallorca ha come principale compito quello di diffondere l’opera di Joan Mirò e di stimolare la creazione e la comprensione dell’estetica dell’arte contemporanea. Per questa ragione uno degli impegni prioritari è quello di mantenere una vivace dinamica di prestiti nell’ambito dell’organizzazione di mostre soprattutto internazionali.  \nNel 1981 Mirò effettua un’importante donazione al Comune di Palma di Maiorca e si istituisce la Fondazione omonima nel luogo più amato dall’artista l’ambiente e le sue creazione trovano la loro dimensione più intima e massima armonia.  \nA cura di Fernando Castro e Cristiana Collu 
URL:https://www.museoman.it/event/juan-miro/
LOCATION:MAN\, Via Sebastiano Satta 27\, Nuoro\, NU\, 08100\, Italia
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