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SUMMARY:MARC CHAGALL
DESCRIPTION:Mostri\, chimere e figure ibride\n\n\nChimere misteriose\, metà uomo\, metà bestia\, oggetti compositi con testa umana e immaginari animali volanti attraversano l’intera opera di Marc Chagall. Per la prima volta una mostra viene loro interamente dedicata. Certamente Chagall ha avuto modo di conoscere questi esseri ibridi osservando i demoni delle icone e le composizioni derivate dalla scultura medievale del suo paese natale\, che l’artista ammirava profondamente. Chagall è stato altresì colpito dalla serie I Capricci di Goya\, dove l’uomo assume sovente le fattezze di un asino. Più in generale\, l’ibridazione\, percepibile in tutta la storia dell’arte\, ha influenzato l’immaginazione di Marc Chagall. \nIn questo senso\, l’artista si colloca in una tradizione che comprende opere famose come il retablo di Issenheim\, le composizioni di Jérôme Bosch o di Johann Füssli. In questa stessa tradizione provano a inserirsi alcuni dei suoi contemporanei. Infatti\, da Picasso a Brancusi\, da Hans Arp a Victor Brauner\, i quadrupedi alati\, le donne-uccello e altri mostri più o meno attraenti\, costellano la produzione del XX secolo. \nNella iconografia di Chagall\, l’ibridazione trova le sue figure ricorrenti: la testa umana viene sostituita da una testa di animale\, le bestie hanno membra umane che servono loro per suonare la musica o dipingere; allo stesso modo\, dai violoncelli dipinti da Chagall spuntano fuori braccia e testa e gli strumenti suonano da soli la loro melodia.  \nQuale significato possiamo attribuire a questi esseri? Al di là della dimensione simbolica o metaforica\, non va escluso l’aspetto religioso\, legato alle tradizioni hasidiche della regione di Vitebsk\, città natale dell’artista. Inoltre\, l’onnipresenza di animali domestici quali la mucca\, la capra\, il gallo\, fa riaffiorare i ricordi di un’infanzia in compagnia di queste bestie. Lo zio dell’artista\, di professione macellaio\, sopprimeva le mucche sussurrando loro parole di conforto. La capra che suona il violino richiama alla mente le incantevoli feste rallegrate dalle dolci note del violinista ambulante. Il pesce ricorda la figura del padre\, venditore di aringhe. E perfino il canto degli uccelli\, che suonano il violino o lo shofàr\, è simile alla musica divina. \nCon l’umorismo che lo contraddistingue\, l’artista non esita ad assumere vesti bestiali raffigurandosi con le fattezze di un gallo o di una capra\, animale per il quale l’artista ha più volte espresso il suo affetto e la sua compassione. Anche l’asino\, bestia umile ma al contempo messianica\, è qui raffigurato come una possibile immagine dell’artista. \nQueste figure composite sono dunque sempre il segno di una sintesi poetica\, che consente di vedere in una sola immagine questi diversi livelli di rappresentazioni. Nel 1941 André Breton sosteneva che\, con Chagall\, la metafora aveva fatto il suo ingresso nella pittura del XX secolo. Egli sottolineava altresì la capacità che il pittore aveva di «liberare l’oggetto dalle leggi della pesantezza\, di abbattere la barriera degli elementi e dei regni» e di tradurre\, in un linguaggio plastico\, le inquiete tracce del sogno nonché l’essenza degli esseri e delle cose. \n\n\n\nTemi biblici\n\n\nChagall ebbe sempre a cuore i temi legati all’ebraismo e alla Bibbia: «Mi è sempre sembrato e mi sembra tuttora che la Bibbia sia la principale fonte di poesia di tutti i tempi […] essa è stata l’alfabeto colorato in cui ho intinto i miei pennelli». Tutta la Bibbia è il grande codice\, cioè il punto di riferimento imprescindibile della nostra cultura\, è la stella polare a cui si sono orientati tutti\, credenti e non\, quando hanno cercato il bello\, il vero e il bene\, magari anche per respingere questa guida e vagare altrove. \nQuando\, nel 1930\, il mercante d’arte ed editore Ambroise Vollard gli propose di illustrare proprio il libro sacro dell’ebraismo (impresa titanica che\, dopo Rembrandt\, non fu più tentata da alcun artista)\, Chagall accettò con comprensibile entusiasmo e umiltà. Ma prima di iniziare il lavoro\, nel 1931 si imbarcò per la Palestina. Non fu soltanto un’esperienza spirituale\, un pellegrinaggio o un ritorno alla terra d’origine\, ma anche un’esperienza plastica: scoprì i paesaggi riarsi\, essenziali\, immersi in una luce sfolgorante. \nLe scene bibliche\, incentrate sul tema dell’Uomo come creatura di Dio\, sono quadretti di vita di un villaggio ebreo di quei tempi e quindi connesse a un presente\, a una quotidianità\, di cui l’arte di Chagall riesce a svelare il mistero: «Chagall legge la Bibbia e subito i passi biblici diventano luce per tutti»\, scrisse\, a questo proposito\, il filosofo Gaston Bachelard. \nCosì\, le opere di Marc Chagall si liberano del restrittivo valore confessionale\, superano i limiti angusti di rappresentazione della religione ebraica\, per abbracciare e acquisire un significato spirituale e poetico universale\, proprio di ogni uomo e di ogni tempo.
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SUMMARY:MARGHERITA MORGANTIN
DESCRIPTION:Per il terzo appuntamento del ciclo di mostre “Una questione di sopravvivenza”\, Margherita Morgantin presenta il video dal titolo Il pensiero veloce (2007)\, insieme a una serie di disegni sul muro ispirati al paesaggio sardo e concepiti appositamente per lo spazio del Museo. Nel video scorrono le immagini di un viaggio in barca compiuto dall’artista tra Venezia e Trieste\, lungo i canali navigabili della laguna. \nLa specularità dell’orizzonte creata dal riflesso dell’acqua opera un ribaltamento lento e quasi impercettibile della prospettiva\, un giro completo d’orizzonte che richiama il moto di una lenta rivoluzione e la rotazione terrestre. Progressivamente il paesaggio si trasforma nel disegno di una macchia di inchiostro che diventa la chiave di accesso a una diversa profondità della visione introspettiva. L’aderenza tra le forme interiori e quelle del paesaggio/macchia si offre così come strumento di lettura delle cose\, una libera indagine della zona compresa tra la rappresentazione delle forme e la loro fragile interpretazione. \nLa necessità di raccontare i viaggi o qualsiasi altra esperienza diventa l’attestato dell’esistenza di un’area di attrito tra immaginazione e realtà\, il vero luogo della vita condivisa dai corpi\, dai simboli e dai sentimenti. I disegni eseguiti a pennarello sul muro\, e collegati a piccoli monitor su cui appaiono delle brevi sequenze video a partire dagli ultimi segni bianchi del “pensiero veloce”\, sono tracciati grafici che stabiliscono delle corrispondenze tra la fissità del disegno e la mobilità delle immagini. Ne scaturisce una geografia percettiva\, con strati temporali che si mescolano\, capaci di creare un linguaggio visivo in perpetua mutazione
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SUMMARY:ALDO CONTINI
DESCRIPTION:Dal rapporto dialettico dell’arte con la realtà isolana post bellica nascono le prime prove artistiche dello scultore Aldo Contini (Sassari\, 1924)\, ancora legate alla tradizione figurativa\, siamo a metà degli anni Cinquanta\, e concepite come impegno sociale dell’artista. Questa estrema attenzione per un’arte capace di fare propri contenuti e esigenze attuali\, porta Contini\, dal 1959\, a dedicarsi all’attività di designer presso l’I.S.O.L.A. (Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano)\, dove lavora accanto a Eugenio Tavolara nella progettazione dell’artigianato sardo del ferro\, della ceramica\, del legno\, ecc. Nel 1963 lascia l’I.S.O.L.A. e intraprende la carriera dell’insegnamento come docente all’Istituto d’Arte di Sassari\, che lo impegnerà fino al 1989. \nIntanto nel 1965\, con l’adesione al “Gruppo A” riunito attorno Mauro Manca\, la sua ricerca artistica si sposta nel campo della pittura neoavanguardista e pop\, abbandonata a metà degli anni Settanta per il concettualismo che contraddistingue il periodo in cui fonda il “Gruppo della Rosa”. Dal 1983 al 1986 diventa coordinatore scientifico del Dipartimento di progettazione per l’Artigianato dell’Istituto Europeo di Design di Cagliari. Esaurita anche la fase concettuale\, alla fine degli anni Ottanta la sperimentazione pittorica di Aldo Contini approda a un astrattismo geometrico che caratterizza le sue opere più recenti\, come le Vetrate e i Retabli. Questi ultimi\, in un gioco e contrasto cromatico tra stelle rosse e forme oro\, disegnano il personale dialogo di Aldo Contini alla sua prima personale al Museo
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SUMMARY:SALA 1: GIANVINCENZO MONNI
DESCRIPTION:Concetto emersivo\n\n\n\n\n“L’arte “diviene” nella stessa progressione: insegue l’uomo nella sua follia. Nell’oscillare vano oltre sostanza\, tende a evolversi essa stessa in multiforme e colorata materia di mercato”. \nSi pone in antitesi alla frenesia mediatica e consumistica Gian Vincenzo Monni (Nuoro nel 1965)\, a favore di una visione razionale della condizione esistenziale dove il gesto estetico diviene rigenerazione. In un connubio tra etica ed estetica\, l’artista traccia una visione apocalittica dell’umanità\, alienata a causa di un modus vivendi condizionato dall’apparenza e dall’artificio\, la cui unica possibilità di salvezza consiste nella presa di coscienza raggiungibile solo attraverso una dimensione razionale\, con l’obiettivo primario di creare uno spazio ideale che funga da spazio interattivo. Un contesto intermedio che determini concettualmente un costante scambio tra interno ed esterno\, tra il sè e l’altro. Funzione dell’arte è divenire essa stessa ideale spazio di connessione tra intrinseco ed estrinseco\, recita uno dei fondamenti del Razionalismo Estetico di cui l’artista è fondatore\, per una ricerca che miri – attraverso gli archetipi dell’inconscio –  a restituire all’uomo quella centralità rispetto a sè stesso e a ciò che lo circonda\, secondo una tendenza antropocentrista che confluisce in quello che si definisce principio antropico cosmologico\, ovvero quell’insieme di delicati equilibri che hanno permesso alla vita di avere origine. \nLa forma e la sua evoluzione in continuo divenire è il cardine intorno al quale ruota la poetica di Gian Vincenzo Monni\, pretesto per scandire le fasi del Razionalismo Estetico e oggetto d’analisi del video in questione. Sinuose forme in continuo movimento che emergono da uno sfondo scuro sono emblemi di una consapevolezza che affiora dal profondo attraverso quella condizione che si fonda sulla razionalità. Simboli primigeni\, icone simboliche delle potenzialità intellettuali e spirituali si contraggono fluttuando sulle note impetuose di Michael Nyman.
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SUMMARY:Gianni Berengo Gardin
DESCRIPTION:Con oltre cinquanta mostre personali e un centinaio di volumi pubblicati\, Gianni Berengo Gardin è ormai una delle maggiori personalità della fotografia internazionale. \nLa qualità del suo lavoro ha ottenuto i riconoscimenti della critica più prestigiosa. È stato infatti citato\, unico fotografo\, da E. G. Gombrich nel suo libro The image and the Eye (Oxford 1982) e da Italo Zannier nella sua Storia della fotografia italiana (Bari 1987) come “il fotografo più ragguardevole del dopoguerra”. \nCecil Beaton lo ha incluso nella mostra da lui organizzata nel 1975\, dedica•ta ai geni della fotografia dal 1839 ad oggi. Nel corso degli anni collabora con le maggiori testate nazionali e internazionali (Domus\, Epoca\, L’Espresso\, Time\, Stern\, Harper’s Bazaar\, Vogue\, Du\, Le F**aro ecc.). Il lavoro di Berengo Gardin nasce dal desiderio di trasmettere la realtà oggettiva. Cominciò il reportage fotografico sulla Sardegna negli anni ’50: volti\, sorrisi\, persone\, gesti calati in momenti del quotidiano\, nei tempi del lavoro\, nei riti della festa\, lo approfondì alla fine degli anni ’60\, e lo ha completato nel 2006 con nuovi dettagli\, ritratti\, espressioni.  \nLa mostra è stata realizzata in collaborazione con Imago Multimedia.
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SUMMARY:SALA 1: Mario Fois
DESCRIPTION:1/60\n\n\n\n\nIl progetto dello spazio Sala 1\, iniziato a settembre con la rassegna Cruel Fairy Tales\, ha visto e vedrà giovani artisti sardi esporre una sola opera pensata ad hoc per il museo e la sala\, per una o due settimane. Il MAN ha voluto e vuole in questo modo sostenere e dare visibilità alla creatività giovanile in modo dinamico e plurale\, documentandone l’attività\, favorendo la divulgazione e l’informazione sulla produzione artistica giovanile. L’opera 1/60 di Mario Fois\, unisce\, in una raffinata sintesi\, pittura e colore\, cornice e installazione\, serialità e unicità. I sessanta moduli funzionano come megapixel di un universo che si espande alla ricerca di nuove simmetrie\, frammenti a se stanti e autosufficienti\, incapsulati in teche trasparenti che li isolano e proteggono\, parti di un tutto in via di definizione dove la vibrazione e il movimento sono i comuni denominatori. \nMario Fois nasce nel 1971 a Nuoro dove\, già a partire dalla fine degli anni 80 inizia a operare nell’ambito dellìaerosol art e della cultura di strada. Dopo alcuni anni di intensa attività\, senza distaccarsi dallo spirito artistico che ne ha contrassegnato le prime espressioni\, giunge alla tela e alle tecniche di pittura tradizionale con una particolare attenzione all’uso del colore tipico dell’espressionismo astratto americano. A metà degli anni 90 è tra i fondatori di Kentu Concas Kentu Berrittas movimento artistico caratterizzato dalla massima libertà individuale e da un’intenso attività espositiva. Negli ultimi anni Fois è stato protagonista di diverse personali\, nelle quali ha dato prova di sapersi confrontare in maniera efficace con tecniche e formati trai più disparati\, spostandosi dal micro al macro senza mai perdere di vista il senso della pittura intesa come liberazione del gesto.
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SUMMARY:Martinica
DESCRIPTION:La collezione del MAN dialoga con Mirella Mibelli\n\n\n\nMirella Mibelli nasce ad Olbia nel 1937. Diplomata a Roma presso l’Istituto d’arte Zileri\, ha frequentato nel 1958 a Salisburgo la Scuola del vedere diretta da Oskar Kokoschka presso la Sommerakademie fur Bildende Kunst. Pur continuando a utilizzare le tecniche tradizionali quali l’olio e la tempera\, ha ben presto prediletto l’acquerello\, cercando e trovando risultati assolutamente originali nel campo sia del figurativo sia dell’astrattismo. Negli ultimi anni la sua ricerca ha abbracciato tutte le tecniche d’incisione come la xilografia\, la calcografia\, la litografia e la serigrafia\, utilizzando anche materiali inconsueti come le superfici di plexiglas. \nL’inserimento delle opere di Mirella Mibelli nell’itinerario museografico individuato all’interno della collezione MAN di opere di artisti sardi del Novecento\, sovvertendo ogni norma cronologica e temporale\, crea un progetto innovativo\, realizzato in un processo dialettico che decostruisce l’immagine tradizionale del percorso museale\, per privilegiare la soggettività dello spettatore\, del quale\, così\, è ripristinata la centralità e la capacità di muoversi tra esperienze e suggestioni disparate e di scoprire relazioni e diversità tra le più varie immagini\, storie e forme d’arte\, e ne è evidenziata\, contemporaneamente\, la flessibilità.
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SUMMARY:EGON SCHIELE
DESCRIPTION:Il MAN_Museo d’Arte della Provincia di Nuoro inaugura la stagione espositiva autunnale del 2007 con la mostra EGON SCHIELE (1890-1918) dedicata al grande artista austriaco\, uno dei principali esponenti della pittura moderna. \nDi questo illustre maestro\, morto a soli 28 anni\, la mostra intende ripercorrere i principali temi\, nell’intento di fornire una panoramica completa della sua produzione attraverso ottanta opere tra disegni\, acquerelli e gouaches.\nIn meno di dieci anni di attività Egon Schiele\, attento interprete di quella particolare realtà sociale che ha caratterizzato la Vienna fin de siècle\, ha dato vita a una immensa produzione grafica: più di tremila opere tra disegni e acquerelli. Molti di questi fogli sono dedicati alla figura umana: la maggior parte raffigura corpi smagriti\, figure ossute e spigolose\, volti scarni ed emaciati\, mani nodose\, sguardi malinconici\, vividi ritratti rifiniti con il colore\, espressioni fortemente distorte e autoritratti sperimentali dell’artista. \nOltre a questo genere di soggetti\, si trovano alcuni paesaggi\, descrizioni di ambienti e edifici e\, in qualche caso\, nature morte di fiori o altri oggetti. Ma la parte più rilevante dei disegni di Schiele è costituita dai nudi\, maschili e femminili\, e dalle figure semivestite che ci appaiono in pose e atteggiamenti inconsueti\, spesso in posizioni acrobatiche\, talvolta esibendo i propri organi sessuali. Altre volte\, oggetto di rappresentazione sono donne gravide\, figure infantili alle soglie dell’adolescenza\, corpi frammentari\, doppi ritratti e coppie avvinte in un abbraccio. Schiele ama anche autoritrarsi: infatti\, l’artista ci ha lasciato un numero impressionante di immagini proprie\, in cui i movimenti del corpo contorto\, le espressioni del viso comunicano il senso di alienazione e di confusione angosciosa vissuta\, rafforzando così fra i contemporanei la fama di artista maledetto\, tormentato e sofferente. Con una quantità cosi considerevole di autoritratti\, Schiele ha consapevolmente attirato l’attenzione del pubblico sulla propria persona fino a diventare\, nel corso del tempo\, una vera e propria icona del Novecento. \nL’esposizione\, nel dare ampio spazio ai lavori su carta\, mette in risalto la straordinaria abilità grafica di questo artista\, la perfetta padronanza del tratto e l’eleganza del segno affinato e di tagliente espressività che emerge in nudi di particolare efficacia. Nelle sue opere\, infatti\, il disegno ha vita autonoma: cristallizza\, con incredibile precisione e nitidezza\, momenti fugaci e sensazioni\, corpi e sguardi. Egon Schiele è\, innanzitutto\, un disegnatore: il suo disegno è condotto con grande maestria\, il tratto scorre preciso\, lucidamente calcolato\, docile e tagliente allo stesso tempo\, i contorni sono netti e definiti. Altra peculiarità di queste opere è l’abolizione dei riferimenti spaziali: generalmente\, infatti\, l’artista rinuncia alla descrizione dello sfondo e del \nl’ambiente per concentrarsi esclusivamente sul modello. È la figura umana la grande\, e straordinariamente efficace\, protagonista di questi lavori\, colta in ritratti\, autoritratti e nudi di natura spesso erotica. I contenuti sconvenienti dei suoi lavori e le soluzioni stilistiche adottate da Schiele appaiono oggi del tutto naturali e sono entrati a far parte delle nostre abitudini percettive\, ma nella Vienna degli inizi del Novecento quelle opere erano viste come il prodotto di un artista antiaccademico e sessualmente licenzioso\, che fu anche condannato al carcere perché accusato di immoralità pubblica. \nL’allestimento del MAN contribuisce a mettere in evidenza l’evoluzione dell’arte di Schiele: dalle opere realizzate negli anni trascorsi all’Accademia di Belle Arti di Vienna (1906-1909) – caratterizzate soprattutto dal tema del paesaggio e che ancora risentono dell’influenza di Impressionismo e Jugendstil – al primo periodo di emancipazione stilistica (1909-1910)\, durante il quale\, accanto all’ascendenza dell’amico e mentore Gustav Klimt\, i corpi\, colti in una nudità che sembra scarnificare la figura\, appaiono quasi disarticolati nella loro essenzialità. \nLa mostra affronta poi gli anni trascorsi a Krumau e Neulengbach (1911-1912)\, estremamente ricchi dal punto di vista produttivo e vicini alla sensibilità espressionista\, e quelli del ritorno a Vienna (1913-1918)\, durante i quali l’artista sviluppa una produzione ricca e sfaccettata\, composta di opere allegoriche e da una serie di ritratti – che nel periodo finale della sua vita si connotano di un nuovo\, e morbido\, plasticismo – che gli garantiscono un tale riconoscimento di pubblico e critica da consacrarlo tra gli assoluti protagonisti della scena artistica viennese ed europea. \nAlla morte di Schiele\, avvenuta nel 1918 a causa di una epidemia di febbre spagnola\, seguirono per l’artista anni di oblio\, come se la ricezione della sua arte fosse indissolubilmente connessa alla sua persona. Solo decenni più tardi il contributo di Schiele allo sviluppo dell’arte moderna sarebbe stato riscoperto e valutato in modo appropriato.
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SUMMARY:Nico Vascellari
DESCRIPTION:Il lavoro di Nico Vascellari è focalizzato sul folklore e sul paesaggio\, costanti nelle sue ultime produzioni. L’installazione utilizzerà alcuni materiali ricorrenti nella tradizione sarda\, come cera\, fuoco\, legno\, campanacci.  \nCiò che interessa l’artista è il riferimento non tanto alla cultura popolare in sé quanto piuttosto a quei fattori sociali e geografici che hanno contribuito al suo sviluppo\, come paure ataviche\, fascinazioni primitive\, identità territoriali specifiche che tuttavia conservano un valore universale.   \nLa mostra è a cura di Maria Rosa Sossai.
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SUMMARY:Sala 1: Cruel fairy tales
DESCRIPTION:Il progetto dello spazio Sala 1 coinvolge una decina di giovani artisti sardi che\, dal 28 settembre sino alla fine del 2007\, esporranno una sola opera. Così\, in modo dinamico e plurale\, il MAN vuole sostenere e dare visibilità alla creatività e alla produzione artistica giovanile\, documentandone l’attività e favorendone la divulgazione e l’informazione. \nInizia il ciclo la mostra Cruel Fairy Tales\, a cura di Roberta Vanali\, che vede i lavori di sei artisti trarre ispirazione dalle fiabe. La fiaba\, l’eterna vicenda umana\, viene presa in esame come strumento utile alla comprensione dell’esistenza\, in particolare alla decodificazione di quei lati oscuri che in essa si celano. «Le fiabe sono una spiegazione generale della vita\, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna»\, così le definisce Italo Calvino. Traendo spunto dalle radici antropologiche della leggenda e del racconto popolare\, come tradizioni orali che narrano timori e credenze\, che permettono la divulgazione di messaggi universali attraverso un linguaggio metaforico semplificato\, sono stati invitati a riflettere su questo tema sei pittori sardi provenienti da ambiti ed esperienze culturali differenti. \nCaratterizzata da stilemi comuni e motivi ricorrenti\, la fiaba si rivela appropriata a sviscerare quegli aspetti più o meno occulti della natura umana\, in quanto – come sottolineerebbe Calvino – le fiabe sono vere perché capaci di descrivere inquietudini e drammi. \nLa mostra si pone l’obiettivo di evidenziare come gli aspetti oscuri dell’esistenza siano intrinseci alla cultura e all’immaginario collettivo della fiaba e della leggenda\, dimostrando quanto queste siano ancora attuali e quanto si rivelino particolarmente adeguate a scandagliare l’animo umano attraverso simbologie e metafore spesso crudeli. \nStrutturata in sei appuntamenti di una settimana ciascuno\, la mostra presenterà un’opera e una storia per volta\, accompagnata da laboratori didattici pensati ad hoc per l’occasione e curati dagli stessi artisti. \nIl 28 settembre inaugura la mostra Pietro Sedda con l’opera dal titolo Sacroiliaca\, ispirata alla fiaba africana di Alberto Ribè “Le mani nere della scimmia”; a seguire Silvia Argiolas\, che prende in esame “Cappuccetto Rosso” nella sua versione originale per mettere l’accento sulla piaga della prostituzione. Alessio Onnis indaga l’incapacità dell’uomo di accettare l’inesorabile scorrere del tempo con Carmilla\, la sanguinaria contessa ispirata da Erzsebeth Bathory che fece uccidere 600 vergini per lavarsi nel loro sangue\, mentre Giuliano Sale si rifà al classico “Hansel e Gretel.” Pastorello usa i parametri della fiaba tradizionale per inventare la fiaba dell’anomalo con l’opera L’uccellino blu del bosco incantato\, e infine Gavino Ganau chiude la mostra con un trittico ispirato alla fiaba cinematografica.
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SUMMARY:L’evento immobile (Contrattempi)
DESCRIPTION:A cura di Cristiana Collu e Saretto Cincinelli \nPiù che una rassegna internazionale di video\, L’evento immobile (contrattempi) messa a punto dal Museo Man di Nuoro per il festival letterario “L’isola delle storie” di Gavoi\, si configura come una vera e propria video-esposizione che scava dentro a quel mutevole territorio di confine che da sempre\, e in particolare negli ultimi anni\, mantiene in stretta relazione cinema\, video e arte contemporanea. Tramite le opere di: Sabrina Mezzaqui\, Hans Op de Beeck\, Adrian Paci\, Rossella Biscotti\, Daniela De Lorenzo\, Ursula Mayer\, Massimo Barzagli – Luisa Cortesi\, Patrick Jolley\, Rebecca Trost\, Inger Lisa Hansen\, e Carl Michael von Ausswolff-Thomas Nordstad\, la mostra cerca di circoscrivere e declinare una figura la cui crucialità è testimoniata dalla persistenza con cui sembra riproporsi all’attenzione in stagioni diverse ma significative della ricerca contemporanea: una figura il cui remoto baricentro pare riconducibile all’oscillazione fra movimento e immobilità\, un topos che\, sia pur secondo una linea carsica e discontinua\, segnata da profonde modificazioni\, conduce dai radicali\, pionieristici esperimenti di Andy Warhol (Empire\, 1964\, Sleep\, 1964 ecc.) o di Michael Snow (Wawelength\, 1966/7) a Sixty minutes silence (1996) di Gillian Wearing o a Teatro Amazonas (1999) di Sharon Lockhart\, a Needle Woman (1999-2000) di Kim Sooja e\, per citare almeno un artista italiano\, a diverse opere di Grazia Toderi. \nRinunciare al movimento\, all’ubiquità della macchina da presa o riprendere soggetti tendenzialmente immobili appaiono opzioni a dir poco inattuali e anacronistiche\, modi apparentemente impropri di usare cinema e video. Questa improprietà che non manca di riflettersi sulla natura dell’immagine e di riverberarsi sulle aspettative dello spettatore\, diviene immediatamente problematica poiché sembra negare ogni forma di narratività e condurre cinema e video verso la medusazione tipica dell’immagine fotografica\, verso una staticità imperfetta\, precaria e vibrante che\, proprio perciò\, tende a spostare l’attenzione dall’elemento iconico\, verso la dimensione temporale\, sonora e strutturale dell’immagine. È questo incantamento dell’evento più che la sua secca immobilità a costituire\, in modi sempre diversi\, lo sfondo in cui si articola la video-esposizione. \nL’immobilità contenuta nell’ossimoro del titolo che l’esposizione cerca di declinare non è infatti riconducibile unicamente alla staticità della camera o del soggetto ripreso ma\, più in generale\, a quella che potremmo definire una dimensione in meno dell’immagine in movimento\, una dimensione che\, venendo a mancare\, finisce per ripercuotersi après coup sull’espressività di opere che si sottraggono volontariamente al ricorso all’eloquenza e alla so- fisticata prevedibilità che caratterizza l’attuale uso del linguaggio audiovisivo in movimento. In tutti i film e i video proposti\, una qualche dimensione tipica del linguaggio cinematografico\, con maggiore o minore radicalità\, tende a dissolversi ma\, come in un gioco in cui chi vince perde\, le opere paiono guadagnare dall’economia che le caratterizza. \nUn’economia che\, paradossalmente\, finisce per restituire un surplus di presenza all’immagine di partenza come negli straordinari\, francescani video-haiku di Sabrina Mezzaqui\, negli elaborati ritorni della narrazione su se stessa di Ursula Mayer o di Hans Op De Beeck\, nel gioco di presenza assenza messo in scena nel passaggio fra immagini di diversa natura di Massimo Barzagli-Luisa Cortesi\, nel ricorso al contrattempo che caratterizza le pose di Daniela De Lorenzo\, nella staticità imperfetta dei videoritratti di Rossella Biscotti\, nella severa quasi sacrale staticità raggiunta da Adrian Paci\, negli interni ed esterni disabitati ma fortemente evocativi di Patrick Jolley\, Rebecca Trost\, Inger Lisa Hansen e di Carl Michael von Ausswolff e Thomas Nordstad.
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SUMMARY:Elisabetta Benassi
DESCRIPTION:I suoli come emblemi della periferia del mondo occidentale nel video di Elisabetta Benassi realizzato in Sardegna per il ciclo dei progetti “Site Specific” su invito del museo diretto da Cristiana Collu. \nIl ciclo dei progetti Site Specific\, avviata nel 2006 con il lavoro di ZimmerFrei\, continua nel suo intento di aprire un dialogo tra lo spazio museale inteso come luogo di ricerca artistica e di promozione culturale e il territorio circostante. L’artista invitata quest’anno\, Elisabetta Benassi\, presenta un lavoro video prosecuzione della serie dei Suoli\, iniziata nel 2005. Fotografie di grandi dimensioni\, vere e proprie mappe in scala 1:1\, di terreni di depositi e autodemolizioni. Luoghi marginali e del tutto anonimi\, in cui l’entropia si è insediata sino a rendere ogni cosa inutile e irriconoscibile\, che appaiono come deserti orizzontali dove la distanza e l’abituale relazione tra chi guarda e la cosa osservata viene abolita.  \nI suoli appaiono come emblemi della periferia del mondo occidentale\, un caos ingombrante di materia\, impossibile da riciclare ma da cui scaturisce un’idea di paesaggio mobile e in costante mutamento. L’esplorazione fotografica e video di Elisabetta Benassi va oltre il visibile\, sino a inglobare ciò che rimane fuori dell’inquadratura e che sfugge alla conoscenza. Il continuum di immagini si estende su un terreno molto più vasto di quello che i piedi attraversano. I suoli sardi\, fotografati durante un precedente soggiorno in Barbagia\, riprendono i resti e le ceneri dei fuochi per la festa di Sant’Antonio a Torpè e Mamoiada nel momento culminante di un rituale che coinvolge tutta la comunità. 
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SUMMARY:Jorge Peris
DESCRIPTION:La città di Nuoro diventa lo studio dell’artista spagnolo per un esperimento con un gruppo in workshop\, usando lo spazio\, il tempo e la materia. Acqua di mare\, sabbia e pane per opere in trasformazione. \nOggi che l’esperienza sembra ridursi ad un consumo momentaneo ed effimero e che gli eventi restano nel campo della cronaca\, l’arte scommette sul durevole\, non è istantaneamente consumabile ed è governata da una necessità interna che parte da lontano. La sua è una condizione paradigmatica di sopravvivenza\, in perenne conflitto con l’eccesso di informazioni e di immagini\, con l’accelerazione del tempo e dello spazio e con il surfing dell’informazione. Accogliendo tale paradigma\, gli artisti invitati per il nuovo ciclo di opere nel Project Space – Jorge Peris\, Nico Vascellari\, Margherita Morgantin – rispettivamente nei mesi di maggio\, settembre e dicembre 2007\, creeranno personali strategie di sopravvivenza dell’opera d’arte\, in termini materiali\, simbolici\, estetici\, occupando non solo il Project Space del museo\, ma esplorando anche zone limitrofe.  \nIl lavoro del primo artista presente\, lo spagnolo Jorge Peris\, si basa su un’idea di opera che scaturisce da trasformazioni continue\, lente e controllate dei materiali naturali che agiscono sugli spazi\, con un margine di imponderabilità sui risultati ottenuti. Nel progetto per il museo MAN\, la città di Nuoro diventerà lo studio dell’artista\, per un esperimento che coinvolgerà un gruppo di persone\, le quali collaboreranno con lui\, usando lo spazio\, il tempo e la materia. \nSaranno utilizzate macchine inventate allo scopo e materiali organici e minerali come acqua di mare\, sabbia\, pane. Gli interventi\, realizzati insieme ai partecipanti al workshop che si svolgerà nella settimana precedente l’inaugurazione\, avranno il valore di un’esperienza condivisa e collettiva con la città.  \nA cura di Maria Rosa Sossai.
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SUMMARY:Il luogo ideale
DESCRIPTION:Le 84 opere riunite in questa mostra\, olii\, disegni e incisioni di oltre venti artisti\, riflettono attraverso la tematica del paesaggio la sensibilità\, il mistero e le questioni metafisiche che hanno preoccupato gli artisti del movimento idealista della fine del XIX. Le opere rivelano la natura profonda\, misteriosa e magica che accompagna l’essere umano nel suo percorso psicologico e spirituale\, una natura misteriosa\, poetica\, con viste luminose e crepuscolari. All’interno della tematica sono approfonditi alcuni aspetti quali l’anima del paesaggio\, il paesaggio mistico\, il paesaggio dell’anima e il paesaggio dell’inquietudine. \n«La Vostra anima è un paesaggio scelto»: con questo celebre verso\, Paul Verlaine stabiliva una corrispondenza poetica tra le vie segrete del pensiero e la decorazione poetica di un «chiaro di luna tranquillo\, che invita a sognare gli uccelli sopra gli alberi e a piangere di estasi alle fonti». Questa visione mentale di un paesaggio che incarna l’anima umana corrisponde perfettamente al modo in cui gli artisti simbolisti concepivano la natura. Lungi dall’essere degli artisti isolati\, decadenti e al margine dell’evoluzione della loro epoca\, i pittori simbolisti partecipavano attraverso la propria ricerca sia intellettuale sia plastica alla genesi di ciò che sarebbe diventata la pittura del ventesimo secolo\, un’arte essenzialmente concettuale e “magica”. \nI paesaggi simbolisti sono paesaggi da sogno\, perché gli artisti idealisti non desiderano mostrare il visibile ma l’invisibile. Per loro\, la natura non è pittoresca ma suggestiva. Dipingono\, pertanto\, non ciò che il paesaggio mostra ma ciò che nasconde. Alberi\, nubi\, orizzonti lontani\, boschi misteriosi\, tramonti o crepuscoli: compongono idee che ci conducono verso la nostra interiorità.\nLuogo di proiezione di una teatralità che può essere ascendente e positiva\, però allo stesso tempo inquietante o degna di un incubo\, la natura così come la percepiscono i simbolisti incarna tutti i tormenti e tutte le speranze di un momento della civilizzazione piena di metamorfosi. Gli artisti simbolisti francesi (o che hanno vissuto in Francia) presenti in questa mostra ci conducono\, non senza incertezza\, attraverso i loro tentativi\, le loro angosce e i loro sogni\, verso un mondo diverso dal reale\, quell’universo definito da Baudelaire come «Anywhere out of the world». Attraverso i loro occhi\, il loro pensiero e il loro genio artistico\, ci svelano la geografia segreta del luogo ideale. \nIn mostra opere di: Edmond Aman-JeanValère Bernard\, Marsella\, Emile-Antoine Bourdelle\, Maurice Chabas\, Charles Marie Dulac\, Eugène Grasset\, Henry de Groux\, Charles Guilloux\, Louis Welden Hawkins\, Jeanne Jacquemin\, Frantisek Kupka\, Charles Lacoste\, Floirac\, Henri Le Sidaner\, Lucien Lévy-Dhurmer\, Henri Martin\, Emile-René Ménard\, Constant Montald\, Alphonse Osbert\, Armand Point\, Ary Renan\, Auguste de Niederhäusern-Rodo\, Carlos Schwabe\, Alexandre Séon.
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SUMMARY:JOTA CASTRO
DESCRIPTION: Il Man in occasione dei 50 anni dell’Unione Europea presenta due video dell’artista e attivista d’origine peruviana Jota Castro. \n Presidenza italiana (2003)\, sul dibattito tra il premier Silvio Berlusconi e l’eurodeputato tedesco Martin Schulz avvenuto a Strasburgo nel giorno della presentazione del programma italiano per il semestre di presidenza europea. Doing it to death (2004)\, un’interessante\, libera e dissacrante interpretazione dei rapporti di forza\, dove la canzone di James Brown è l’ideale colonna sonora per fare l’amore. \n In collaborazione con la comunità montana del Nuorese  \nCourtesy Galleria Massimo Minini\, Brescia
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SUMMARY:Zimmerfrei
DESCRIPTION:Il 16 marzo alle ore 18 si inaugura la mostra di ZimmerFrei (Anna de Manincor\, Anna Rispoli\, Massimo Carozzi)\, primo progetto per il 2006 della serie Site Specific\, con cui il museo MAN intende diversificare e arricchire le sue proposte\, nella convinzione che gli spazi museali debbano diventare sempre di più luoghi di sperimentazione e di promozione culturale. ZimmerFrei presentano i lavori realizzati nel corso della loro residenza svoltasi nell’aprile scorso presso il Museo: il cortometraggio Why we came\, la serie di video Shooting Test\, quattro stampe fotografiche e la serie di scatti realizzati nel corso della ricerca di location in Sardegna. \nLa video proiezione Why we came è stata girata sulla spiaggia di Berchida nel corso di ventiquattr’ore consecutive. Obiettivo della camera è la contemplazione del tempo attraverso l’incessante trasformazione del paesaggio. Sotto un cielo sempre in movimento alcune figure umane attraversano l’inquadratura\, tentando di lasciare un segno\, di incidere il paesaggio. Ma\, incurante di tutto\, la camera ruota su se stessa ad intervalli regolari\, orientandosi secondo i punti cardinali e assorbendo i cromatismi cangianti del cielo\, della sabbia e dell’acqua. La serie Shooting Test si presenta come una raccolta di appunti per film da realizzare ma è in realtà una riflessione sul linguaggio cinematografico e su alcuni topoi come il genere western\, con cui eliminare le barriere tra finzione cinematografica e set. Esplicitando la funzione tecnica e la vocazione enciclopedica\, tutti i video della serie si aprono con le indicazioni fotografiche che hanno guidato la ripresa. La peregrinazione del gruppo ZimmerFrei alla ricerca di un set naturale che potesse dare il via a una nuova ispirazione\, è restituito in forma di diaporama\, nello splendore del 35 millimetri. Novanta scatti per altrettante idee da sviluppare. \n Completa l’installazione un gruppo di stampe fotografiche. Dalla selezione degli scatti\, realizzati durante la ricerca delle location e nel corso delle riprese\, è emerso lo scheletro di un racconto. 
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SUMMARY:D'OMBRA
DESCRIPTION:La mostra\, ideata da Lea Vergine\, e’ stata prodotta e organizzata dal MAN e dal Palazzo delle Papesse di Siena. \nL’argomentare della mostra e’ il tema dell’Ombra. Dalle pitture tombali degli egiziani ad oggi gli artisti hanno lavorato su questo tema. L’uomo che ha perduto la propria ombra e’ segnato dai demoni e la donna senza ombra e’ sterile: cosi’ ne La storia meravigliosa di Peter Schlemihl di Adalbert von Chamisso e in La donna senz’ombra di Hugo von Hofmannsthal. La leggenda vuole anche che chi non riesce a colloquiare con la propria ombra sia destinato alla morte\, e cosi’ anche chi la calpesta o ne fa cattivo uso. Dunque\, non si prescinde dall’ombra. Tutto quello che e’ creato o determinato senza ombra ha un che di inquietante; ma anche l’ombra (tenebra o sagoma scura) costituisce la parte segreta di persone ed oggetti. Ogni ombra e’ incantesimo. Intatta e riconoscibile\, l’ombra e’ come un fantasma: come per un fantasma\, non e’ facile decifrarla. \nPerdere l’ombra: comperarla\, ritrovarla\, rubarla\, cancellarla\, guadagnarsela\, carpirla\, gettarla via. Ma l’ombra e’ un contenitore vuoto? L’ombra crede alla nostra esistenza? L’ombra va nell’altrove?\nSi possiede generalmente un’ombra (al contrario del personaggio di von Chamisso o di altri simbolisti tedeschi); essa cresce con noi e un giorno saremo la nostra ombra\, cioe’ il nostro doppio e il nostro abitacolo. Chi non conosce l’ombra delle forme\, ignora la forma stessa. L’ombra e’ la sua non-finita’: nell’ombra giace nascosta la forma. \nLa mostra sceglie di occuparsi di questo. Esclude percio’ quel filone dell’arte contemporanea dove il contrasto luce-ombra privilegia i fenomeni della percezione visiva. La mostra propone le opere dove l’ombra risulta il movente e significante primo della rappresentazione\, cioe’ dove l’ombra resta intimamente partecipe della struttura psicologica umana alludendo all’altro lato della personalita’ e a quanto di oscuro ed enigmatico si cela in essa. Prima grande rassegna nel suo genere\, D’Ombra offre la possibilita’ di verificare come e quanto l’antico tema continui a riproporsi anche nelle opere di artisti contemporanei. \nArtisti presenti in mostra: Mario Airo’\, Doug Aitken\, Carlo Alfano\, Laurie Anderson\, Stefano Arienti\, Carlo Benvenuto\, Christian Boltanski\, Fabrizio Corneli\, Gino De Dominicis\, Fischli&Weiss\, Ceal Floyer\, Alberto Garutti\, Mona Hatoum\, Gary Hill\, Joan Jonas\, Nino Longobardi\, Urs Luthi\, Fabio Mauri\, Sebastiano Mauri\, Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini\, Tracey Moffatt\, Margherita Morgantin\, Marvin E. Newman\, Cornelia Parker\, Claudio Parmiggiani\, Gianni Pisani\, Markus Raetz\, Annie Ratti\, Rosanna Rossi\, Anri Sala\, Susanne Simonson\, Jana Sterbak\, Fiona Tan\, Andy Warhol\, William Wegman\, Francesca Woodman. \n 
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SUMMARY:Confini
DESCRIPTION:A cura di Cristiana Collu\, Saretto Cincinelli\, Roberto Pinto \nUno dei temi piu’ discussi nell’arte contemporanea e’ sicuramente l’idea di confine che gli artisti hanno affrontato sia in senso metaforico e personale sia in senso geopolitico\, con tutte le conseguenze sociali e le implicazioni internazionali che cio’ comporta. L’interesse ampiamente diffuso negli ultimi anni nello stabilire dei confini e nel provare a tracciare le differenze\, affonda le sue origini anche all’interno delle pratiche artistiche: l’attenzione che l’arte ha dedicato allo spazio e alla conoscenza dei suoi limiti e’ sintomo di una specifica attitudine a mettere sotto osservazione il territorio di confine tra le cose. Esistono confini ben delimitati da frontiere\, mura\, sorveglianza armata\, ed esistono confini meno evidenti\, anche se spesso altrettanto rigidi e invalicabili. Ci troviamo di fronte al paradosso di una globalizzazione che sembra implicare la perdita dei confini soltanto per informazioni\, soldi e merci. I muri\, che abbiamo visto cadere alla fine del secolo scorso\, in fondo si sono moltiplicati. In un contesto piu’ ampio si potrebbe anche dire che i confini esterni rimandano a un’idea di esclusione\, di diversita’\, mentre i confini interni alle differenze di classe\, di credo religioso\, di etnia\, di genere. \nI confini riempiono la nostra vita\, ci circondano completamente\, sono lo strumento che ci permette di classificare e riconoscere la molteplicita’ della nostra realta’\, e\, allo stesso tempo\, sono un frutto della nostra capacita’ di stabilire delle convenzioni. La nozione di confine svolge un ruolo cruciale a qualsiasi livello di rappresentazione e di organizzazione del mondo che ci sta intorno. A proposito dei confini\, scriveva Claudio Magris: “Essi muoiono e risorgono\, si spostano\, si cancellano e riappaiono inaspettati. Segnano l’esperienza\, il linguaggio\, lo spazio dell’abitare\, il corpo con la sua salute e le sue malattie\, la psiche con le sue scissioni e i suoi riassestamenti\, la politica con la sua spesso assurda cartografia\, l’io con la pluralita’ dei suoi frammenti e le loro faticose ricomposizioni\, la societa’ con le sue divisioni\, l’economia con le sue invasioni e le sue ritirate\, il pensiero con le sue mappe dell’ordine”. Forse e’ proprio questa ricchezza di significati e di aspetti a rendere interessante tale argomento. Le opere degli artisti in mostra sembrano ribadire proprio la varieta’ di possibili interpretazioni\, non rinunciando\, quindi\, a “osservare quello strano spazio che si trova “tra” le cose\, quello che mettendo in contatto separa\, o\, forse\, separando mette in contatto persone\, cose\, culture\, identita’\, spazi fra loro differenti”. \nDa dove si guarda un confine? Cosa significano realmente espressioni come dentro o fuori? Esiste un fuori del dentro o un dentro del fuori? Queste alcune delle domande messe in gioco dalla mostra. \nArtisti: Francesco Arena\, Maja Bajevic\, Emanuele Becheri\, Jota Castro\, Yael Davids\, Pepe Espaliu’\, Carlos Garaicoa\, Mona Hatoum\, Alfredo Jaar\, Magdalena Jetelova\, Seila Kameric\, Daniela Kostova\, Jorge Macchi\, Liliana Moro\, Mateo Mate’\, IngridMwangiRobertHutter\, Andrea Nacciarriti\, Adrian Paci\, Riccardo Previdi\, Michael Rakowitz\, SASI Group\, Stalker\, Jules Spinatsch\, Franck Scurti\, Daina Taimina\, The Institute for Figuring\, Enzo Umbaca\, Catherine Yass. \nLa mostra e’ accompagnata da una rassegna video a cura di Maria Rosa Sossai che presenta le opere di Massimiliano e Gianluca De Serio\, Alex Cecchetti\, Armin Linke\, David Krippendorf e\, in collaborazione con l’Istituto Polacco di cultura a Roma\, le opere di Bogna Burska\, Jacek Molinowski\, Julita Wojcik.
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SUMMARY:TRANSAVANGUARDIA
DESCRIPTION:Era il 1978\, quando Achille Bonito Oliva definì con il termine Transavanguardia il gruppo di artisti italiani costituito da Sandro Chia\, Francesco Clemente\, Enzo Cucchi\, Nicola De Maria e Mimmo Paladino. Da allora il termine divenne “ufficiale” per definire quel movimento che\, di lì a breve\, avrebbe trovato affermazione internazionale. \n“Transavanguardia – scrisse Bonito Oliva sintetizzando lo spirito del movimento – significa apertura verso l’intenzionale scacco del logocentrismo della cultura occidentale\, verso un pragmatismo che restituisce spazio all’istinto dell’opera” e ancora “la transavanguardia ha risposto in termini contestuali alla catastrofe generalizzata della storia e della cultura\, aprendosi verso una posizione di superamento del puro materialismo di tecniche e nuovi materiali e approdando al recupero dell’inattualità della pittura\, intesa come capacità di restituire al processo creativo il carattere di un intenso erotismo\, lo spessore di un’immagine che non si priva del piacere della rappresentazione e della narrazione”. \nIl MAN di Nuoro\, grazie al curatore Achille Bonito Oliva e al prestigioso prestito del MART (che nel 2002 ha acquisito in deposito una cospicua parte dell’importante collezione di Alessandro Grassi\, all’interno della quale il nucleo dedicato alla Transavanguardia rappresenta un momento a sè stante\, estremamente significativo ed omogeneo) presenta una selezione di circa settanta opere. I dipinti che verranno esposti nella mostra sono lavori dove il recupero della tecnica pittorica travalica i lavori più astratti e concettuali che avevano caratterizzato la ricerca artistica negli anni Settanta. Grassi\, nella scelta delle proprie opere\, legata profondamente al colore\, è guidato dal cuore\, sceglie d’impatto secondo la sua interpretazione del significato di collezionare\, che deve essere – egli afferma – “fatto con semplicità e senza fronzoli”. \nLa collezione segna così un percorso attento\, attraverso le opere della fine degli anni settanta\, disseminato di alcuni capolavori storici. Gli artisti ripropongono un ritorno alla pittura e alla scultura\, recuperando la tradizione pittorica in chiave di citazione\, a volte ironica altre aggressiva\, e affermano così la libertà di tornare alla “tradizione” artistica. La rivisitazione in chiave contemporanea della figurazione e dell’astrazione lirica\, viene così elaborata attraverso un’attenta meditazione sulle esperienze delle avanguardie storiche del ’900. \nArtisti: Sandro Chia\, Francesco Clemente\, Enzo Cucchi\, Francesco de Maria\, Mimmo Paladino.
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SUMMARY:Dalla figuratività all’astrazione
DESCRIPTION:Il MAN presenta Dalla figuratività all’astrazione.  Percorsi dell’arte italiana tra il 1945 e 1960\, dalle collezioni della Gnam\, e offre con questa nuova mostra realizzata in collaborazione con la GNAM di Roma un’occasione unica per ammirare 55 dipinti e 13 sculture di alcuni tra i più importanti artisti italiani. \nLe opere selezionate ripropongono il clima di sperimentazione linguistica e di ricerca di quel fervente periodo di rinnovamento del linguaggio artistico italiano\, vissuto dopo la guerra e caratterizzato dall’esigenza di aprirsi al confronto con le esperienze straniere. Alla fine del secondo conflitto mondiale\, la crisi della cultura determina\, infatti\, anche in Italia una introspezione delle coscienze e una ribellione nei confronti delle modalità espressive delle richerche artistiche precedenti. \nIl dibattito sul futuro dell’arte italiana è a tutto campo\, si discute sulle riviste\, nelle gallerie e nei gruppi che si vanno formando. Nel 1946 si costituisce il Fronte Nuovo della Arti tra Milano e Venezia\, raggruppamento degli artisti più innovatori che difendono un’arte  ispirata alle avanguardie storiche.  Già al suo interno coesistono due anime\, l’una tendente all’astrazione\, l’altra che sceglie di non abbandonare il terreno della realtà. \nNel 1947 a Roma si crea Forma 1\, nel 1948 a Milano il Movimento Arte Concreta. Anche negli anni seguenti molti sono i raggruppamenti che intendono formulare nuove possibilità artistiche\, dal gruppo degli Otto a Originne\, dallo Spazialismo\, al Nuclearismo\, ma sono numerosi anche gli artisti che preferiscono percorrere da soli la strada del rinnovamento\, a volte verso l’astrazione e l’infomale a volte verso un nuov itpo di figurazione. Gli anni dal 1945 al 1960 consentono a tanti artisti italiani di scegliere un versante e trovare\, con originalità e coerenza\, una dimensione matura della propria arte. \nQuesta nuova generazione\, con i suoi tormenti e le sue fedi\, è la generazione dei padri dell’odierna cultura artistica in Italia\, presenti in questa esposizione con opere importanti e significative di quel particolar emomento storico. Molte delle opere esposte sono state acquistate dalla Gnam presso le maggiori esposizioni nazionali\, alcune in occasione di mostre presso gallerie private o direttamente dagli artisti. \nAltre\, un cospicuo numero\, sono stete depositate dagli artisti stessi\, desiderosi di conquistare un posto di rispetto in quella che era considerata la più importante vetrina istituzionale d’Italia. Erano gli anni\, quelli dal 1945 al 1930\, in cui la Galleria Nazionale d’Arte Moderna era diretta da Palma Bucarelli che\, insieme a Giulio Carlo Argan\, conduceva una politica di acquisizioni privilegiando il versante degli astrattisti\, ma cercando\, al contempo\, di valorizzare una cospicua parte dell’arte italiana più recente\, anche se\, indubbiamente\, le loro scelte si mostrarono chiuse a espressioni artistiche più italiane e in qualche modo di continuità con la tradizione figurativa precedente.  \nArtisti: Afro\, Marcello Avenali\, Gino Bellani\, Renato Birolli\, Renato Birilli\, Remo Brindisi\, Corrado Cagli\, Massimo Campigli\, Giuseppe Capogrossi\, Bruno Cassinari\, Ettore Colla\, Pietro Consagra\, Antonio Corpora\, Giorgio De Chirico\, Nino Franchina\, Franco Gentilini\, Manlio Giarrizzo\, Renato Guttuso\, Bice Lazzari\, Leoncillo\, Mauro Manca\, Marino Marini\, Titina Maselli\, Umberto Mastroianni\, Giuseppe Magneco\, Luciano Minguzzi\, Mirko\, Sante Monachesi\, Luigi Montanarini\, Enrico Paulucci\, Achille Perilli\, Nino Perizi\, Fausto Pirandello\, Armando Pizzicato\, Enrico Trampolini\, Mario Radice\, Mauro Reggiani\, Manlio Rho\, Sergio Romiti\, Piero Sadun\, Bruno Saetti\, Giuseppe Santomaso\, Angelo Savelli\, Alberto Savinio\, Toti Scialoja\, Antonio Scordia\, Atanasio Soldati\, Giulio Turcato\, Giuseppe Uncini
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SUMMARY:Tra Realismo e Avanguardia
DESCRIPTION:Il MAN presenta\, per la prima volta in Sardegna e sola sede in Italia\, Tra Realismo e Avanguardia.Un percorso nell’Impressionismo russo. Opere dal Museo Statale di San Pietroburgo. \nLa mostra illustra un percorso nella pittura russa della fine del XIX e il principio del XX secolo attraverso un’importante selezione di opere provenienti dalla Collezione del Museo Statale di San Pietroburgo che raccontano la specificità dell’impressionismo russo in relazione a quello francese\, evidenziandone le peculiarità legate alla cultura e tradizione autoctona. \nL’evento\, nato da un’idea di Cristiana Collu\, direttore del MAN\, e curato da Marta Sierra\, è realizzato con la coproduzione della Fundaciò la Caixa di Girona e rappresenta un’opportunità unica per comprendere l’importanza del movimento impressionista in Russia e conoscere artisti poco noti nel nostro paese. I testi del catalogo sono redatti da Vladimir Leniashin e Natalia Novosilzov\, autrice quest’ultima di importanti studi su tutta la pittura russa dal XII al XX secolo e docente presso l’Università Autonoma di Barcellona. \nSebbene l’impressionismo venga tradizionalmente identificato come una corrente artistica francese della fine del XIX secolo\, è noto che si estese a diversi paesi europei e americani. Gli artisti russi\, soprattutto i borsisti presso le botteghe e le accademie parigine\, non furono estranei a questa influenza che anzi accolsero e modificarono sulla base della loro personale sensibilità e cultura. L’impressionismo russo ha la sua origine nel realismo\, a cominciare dal 1870\, quando pittori come Repin o Pojitonov\, nel tentativo di avvicinare l’arte alla vita\, iniziarono a giocare con la luce nelle loro tele e utilizzarono le tecniche dell’impressionismo per arricchire la pittura del realismo\, dando vita a quello che comunemente si definisce “impressionismo realista”. \nTuttavia\, negli artisti non c’era ancora la piena consapevolezza che si trattasse di un nuovo modo di vedere l’arte. E inoltre\, l’autonomia visiva dell’impressionismo\, la sua noncuranza dei problemi umanistici tradizionali e il modo passionale di dipingere\, furono interpretati come una sorta di rinuncia ai nobili ideali dell’illuminismo seminando dubbi e inquietudine tra il pubblico e la critica. \nSe durante gli anni Settanta dell’Ottocento l’impressionismo in Russia fu un movimento latente e al servizio del realismo\, nel decennio seguente divenne corrente artistica autonoma con una sua propria etica ed estetica\, i cui padri furono Vasiliev\, Serov e Grabar\, tutti rappresentati in questa mostra. I tradizionali segni della pittura impressionista: le tonalità chiare\, la pennellata libera\, le ombre e la frammentazione dei colori\, si ritrovano nell’opera di moltissimi artisti\, come Borisov-Musatov\, Levitan e Feshin. L’impressionismo russo però va oltre le questioni esclusivamente plastiche e tecniche: i pittori\, nelle loro opere\, parlano della vita quotidiana. \nAl principio del XX secolo fiorì l’essenza creativa e impressionista dell’arte russa\, che pur mantenendo tutti i tratti comuni all’impressionismo europeo\, li plasmò attraverso il suo carattere nazionale presentandosi come un’interessante fusione della tradizione con la modernità. In quello stesso arco di tempo l’impressionismo si diffuse sia tra gli artisti del realismo che tra quelli che più tardi saranno protagonisti del cubismo e futurismo. Questo fenomeno si osserva nel neoprimitivismo postimpressionista di Goncharova o nell’avanguardista Larionov. Anche Malevich\, in questo stesso periodo\, ricreò atmosfere impressioniste nella sua opera\, facendone una tappa significativa del suo percorso artistico. In Russia\, gli anni ripercorsi da questa mostra sono stati particolarmente ricchi e intensi per tutte le arti. \nLa letteratura\, la danza\, la musica\, il teatro vissero\, insieme alle arti plastiche\, un periodo di grande trasformazione e creatività\, con una straordinaria interazione tra le diverse discipline. È definito appunto età d’argento\, quel periodo di tempo che\, secondo Natalia Novosilzov\, può essere considerato come una sorta di rinascimento culturale che «si è distinto in maniera particolare per l’attiva coesistenza e la relazione molto intensa e appassionata tra i diversi rami dell’arte\, della filosofia e della poesia». \n 
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SUMMARY:MODERN TIMES (VOLUME 2)
DESCRIPTION:A cura di Maria Rosa Sossai. \nL’epoca moderna ci appare come un campo di forze tra di loro eterogenee\, stratificate e di difficile lettura\, all’interno del quale la produzione d’immagini in movimento ha assunto un ruolo preminente. Attraverso una selezione di video e film di artisti visivi e cineasti la mostra Modern Times (volume 1 & 2)\, il cui titolo è un omaggio ad uno dei capolavori del cinema mondiale\, indaga alcuni aspetti di questa rinnovata centralità della visione. I punti di osservazione che le opere presenti offrono sono molteplici\, a testimonianza di come negli ultimi decenni la produzione video e in pellicola abbia allargato e diversificato le aree di sperimentazione\, entrando a pieno merito nella ricerca artistica contemporanea. Se il ricorso a svariate tipologie narrative segna il ritorno alla forma orale del racconto\, la stratificazione temporale\, il montaggio di found footage realizzato dallo stesso artista o proveniente da materiale di repertorio\, segnalano l’introduzione di tecniche di remix provenienti dal campo musicale e dall’attuale sistema digitale integrato\, in grado di unificare forme eterogenee di comunicazione. L’utilizzo in alcuni casi dello stile documentaristico\, il richiamo all’immaginario dei primi spettacoli cinematografici\, il ritorno della performance nel video e al gesto teatrale\, chiamano in causa la relazione esistente tra spettatore e opera. La metropoli torna ad essere un luogo da raccontare\, nella sua qualità emblematica di modello culturale che definisce la nozione di contemporaneità. Narrare per immagini sembra essere diventato il segno costitutivo del nostro sapere che si struttura attorno al bisogno sempre attuale di costruire storie\, bisogno che rimane insostituibile e tutt’ora vitale. \n Dopo Modern Times (volume 1)\, presentato nel mese di ottobre 2005 in diversi spazi della citta’ di Nuoro – Museo Man\, biblioteca Satta e vetrine di Corso Garibaldi – il 20 gennaio riprende Modern Times Volume 2\, on un ciclo di quattro mostre\, della durata ognuna di due settimane\, che proporrà nei due spazi situati al piano terra del museo\, i lavori video di otto giorni talenti appartenenti alla scena artistica italiana e internazionale. \n\n\n\n20 Gennaio 2006\n\n\nElisabetta Benassi\, Mirages 1#3\, 2005 \nGuido van der Werve\, Nummer Vier\, 2005 \n\n\n\n10 Febbraio 2006\n\n\nJosef Robakowski\, From my window\, 2000 \nSabrina Mezzaqui\, Linee\, 2005 \n\n\n\n03 Marzo 2006\n\n\nAdrian Paci\, PilgrIMAGE\, 2005 \nDavide Bertocchi\, Limo\, 2005 \n\n\n\n24 Marzo 2006\n\n\nJesper Just\, Bliss and Heaven\, 2004 \nRaffaella Mariniello\, Over and Over\, 2005
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SUMMARY:BYO
DESCRIPTION:Con BYO. Bring Your Own il MAN dà  un titolo non tanto a una mostra quanto a un’attitudine che ha caratterizzato la sua breve storia e consolida nello stesso tempo un abito che vuole sottolineare la capacità  di apertura\, ospitalità  e attenzione di un museo contemporaneo inserito in un contesto così eccentrico. \nIl MAN\, agile e versatile\, non esita a fare spazio\, mettendo da parte temporaneamente la propria collezione per ospitarne un’altra\, e in questo movimento offre il proprio spazio fisico come protagonista\, non solo neutro libro bianco pronto ad essere scritto\, ma complessa “struttura” con la quale dialogare per poter scrivere un nuovo racconto. \nEsporre una collezione d’arte in un contesto diverso da quello originario\, significa necessariamente ricalibrarla e reinterpretarla; ciò appare tanto più vero nel caso della Fondazione Teseco per l’Arte\, le cui opere\, in perfetta coerenza con gli obiettivi culturali dell’azienda\, volti a divulgare le tematiche del contemporaneo ad un pubblico più ampio di quello degli addetti ai lavori\, sono installate all’interno della Palazzina Direzionale di Teseco\, un ambiente difficilmente assimilabile a quello asettico di un museo\, dove invece le opere contribuiscono non solo a disegnare lo spazio ma definiscono una vera e propria partitura concettuale. \nBYO. Bring Your Own si presenta dunque come un’amplia selezione: il risultato di uno sguardo “esterno” che vuole proporre un avvicinamento alle opere della collezione senza produrre un automatico allontanamento dal progetto che le ha riunite. Proprio perchè realizzare una mostra (come dare vita a una collezione) significa comunque operare una selezione\, nel progettare l’esposizione ci siamo rapportati alla totalità  della collezione Teseco come a un panorama dato\, con l’intento di far emergere chiaramente alcune linee presenti al suo interno ma rese meno esplicite dalla notevole quantità  di materiale acquisito dalla Fondazione nell’arco di circa quindici anni. \nUna mostra è sempre l’espressione di un punto di vista particolare\, e ciò che qualifica e rende autentico un punto di vista non è la presunta capacità  di visione globale\, ma la volontà  di trasformare uno sguardo\, comunque “parziale” (la limitazione è una condizione stessa del vedere)\, in una visione “mirata” e “delimitata”: solo all’interno di quest’ultima prospettiva ogni presenza trova\, in un’esposizione\, la sua necessaria e corretta giustificazione in relazione a uno spazio dato e alle altre presenze\, in una sorta di reciproca illuminazione. \nIl catalogo che accompagna la mostra non è dunque leggibile come esaustivo della collezione Teseco ma come lo strumento di un’esposizione che\, mirata e delimitata\, si propone di proiettare una luce particolare sulla scena dell’arte italiana e internazionale degli ultimi anni\, a partire dalle opere di una collezione. Una mostra che spazia dalla fotografia alla scultura\, dal video alla pittura\, ma anche da grandi installazioni a opere decisamente più intime\, attenta al panorama internazionale senza per questo dimenticare le giovani presenze nazionali o rinunciare al sapiente recupero di importanti artisti formatisi negli anni Sessanta e Settanta\, non così noti nel nostro paese. \nA cura di Saretto Cincinelli e Alberto Mugnaini \nGli artisti: Marina Abramovic\, Franz Ackermann\, Stefano Arienti\, Massimo Bartolini\, Vanessa Beecroft\, Elisabetta Benassi\, Simone Berti\, Botto e Bruno\, Matti Braun\, Candice Breitz\, Antonio Catelani\, Claude Closky\, Daniela De Lorenzo\, Carlo Fei\, Adam Fuss\, Alberto Garutti\, Vidya Gastaldon e Jean-Michel Wicker\, Alex Hartley\, Thorsten Kirchhoff\, JÃ¼rgen Klauke\, Yayoi Kusama\, Eva Marisaldi\, Amedeo Martegani\, Laura Matei\, Zwelethu Mthethwa\, Juan MuÃ±oz\, Luigi Ontani\, Panamarenko\, Luca Pancrazzi\, Cornelia Parker\, Paola Pivi\, Tobias Rehberger\, Andrea Santarlasci\, Cindy Sherman\, Elisa Sighicelli\, Katharina Sieverding\, Hiroshi Sugimoto\, Giovanni Surace\, Wolfgang Tillmans\, Patrick Tuttofuoco\, Francesco Vezzoli\, Chen Zhen\, Heimo Zobernig\, Italo Zuffi.
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SUMMARY:MODERN TIMES (volume 1)
DESCRIPTION:Il MAN presenta la mostra Modern Times\, una rassegna video che oltrepassa i confini del museo per svolgersi anche lungo la strada pedonale della città  e presso l’auditorium della Biblioteca Satta\, nella convinzione che l’azione di un museo non sia mai costretta dentro il suo perimetro ma si proietti sempre e comunque all’esterno. Nel movimento intra e extra muros si compie quell’oscillazione che ci auguriamo dimostri che il linguaggio contemporaneo\, e più che mai quello delle immagini in movimento\, ha assunto\, nel nostro tempo\, un ruolo preminente.  \nAttraverso una selezione di opere video e film di artisti visivi e filmmaker\, la mostra Modern Times\, il cui titolo è un omaggio ad uno dei capolavori della storia del cinema\, indaga alcuni aspetti di questa rinnovata centralità  della visione. Le opere in mostra offrono una varietà  di punti di osservazione\, a riprova del fatto che\, negli ultimi decenni\, la produzione di video e film è cresciuta e si è diversificata interessando ambiti di sperimentazione differenti\, diventando così parte integrante della ricerca artistica contemporanea.  \nSe il ricorso a diverse tipologie narrative segna il ritorno alla forma orale del racconto\, la stratificazione temporale\, il montaggio da parte dell’artista di materiale di repertorio o di archivio\, sottolineano l’introduzione di tecniche di missaggio mutuate dalla musica e in grado\, nell’attuale sistema digitale integrato\, di unificare diverse forme di comunicazione. L’utilizzo in taluni casi dello stile documentario\, il richiamo all’immaginario delle prime storiche proiezioni cinematografiche\, il ritorno della performance in video e del gesto teatrale\, riguardano la relazione esistente tra lo spettatore e l’opera. La metropoli è di nuovo un luogo da raccontare\, per la sua qualità  emblematica di modello culturale che definisce la nozione di contemporaneità . Raccontare attraverso immagini in movimento è divenuto il simbolo costitutivo della nostra conoscenza che si sviluppa e si struttura attorno al bisogno\, sempre fondamentale\, di costruire delle storie\, bisogno insostituibile e tuttora vivo.  \nMAN _ Giles Perry\, Stephen Dean\, ZimmerFrei\, Marcello Maloberti \nShop Windows _ Alice Anderson\, Mircea Cantor\, Stefania Galegati\, Claude Leveque\, Jonathan Horowitz\, Domenico Mangano\, Eva Marisaldi\, Christophe Girardet e Matthias MÃ¼ller\, Sisley Xhafa\, Nico Vascellari\, Marinella Senatore\, Vibeke Tandberg \nAuditorium Biblioteca Satta _ Olivo Barbieri\, Alina Marazzi\, Christian Merlhiot\, RÃ¤ Di Martino\, Laura Erber\, Pavel Braila   \nA cura di Maria Rosa Sossai
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SUMMARY:(IN)VISIBILE (IN)CORPOREO
DESCRIPTION:(IN)VISIBILE (IN)CORPOREO ha l’ambizione di tracciare una mappa\, per quanto parziale\, ma non meno pertinente\, dell’area operativa più recente in cui si manifestano le concezioni parallele e integrate dell’invisibile nel visibile e dell’incorporeo nel corporeo. Il progetto mira a presentare una varietà di approcci e di esiti molto diversificati tra loro\, in un percorso e in un racconto per opere che su queste assunzioni iniziali\, la presenza dell’invisibile nel visibile e l’evidenza dell’incorporeo nel corporeo\, così come la tensione del visibile verso l’invisibile e del corporeo verso l’incorporeo\, sono in varia maniera impostate. Se gli strumenti non possono essere che quelli dell’arte\, nel caso specifico di una manifestazione artistica\, i due assiomi oppositivi e interconnessi si estendono oltre l’ambito strettamente artistico per collocarsi in un’area di interesse più vasta che abbraccia il senso stesso della cultura nell’epoca che stiamo vivendo. \nL’incipit del percorso/racconto è dato da una splendida ed emblematica Cosmogonie di Yves Klein (Nizza 1928 – Parigi 1962)\, in cui l’impronta di un corpo è restituita nel pigmento blu\, cifra essenziale di tutta la sua opera. È di fatto l’artista francese a sollevare in modo perentorio il problema di un’arte immateriale. Se questo è l’inizio\, successivamente il percorso si snoda in fasi ed episodi molteplici e lontani da quella affermazione originaria. Sensualità estetica e culto della bellezza elevano corpi e figure nell’immaterialità sia pure illusoria delle loro apparizioni nell’opera di Ettore Spalletti (Cappelle sul Tavo 1940\, vive a Spoltore). Parallelamente\, e nella stessa temperie culturale che aveva caratterizzato gli Anni Ottanta\, si accende il richiamo a una spiritualità che si manifesta altrettanto ingannevolmente nelle materie e nelle costruzioni di Anish Kapoor (Bombay 1954\, vive a Londra). \nLa tensione di un desiderio senza nome\, come una passione senza oggetto che non sia meno della totalità di senso della vita e dell’essere\, trasfigura l’opera di Marisa Merz (vive a Milano e Torino) in indice e annuncio di un qualcosa che supera la trivialità di ogni apparenza. L’annullamento dell’immagine nell’opera di Hiroshi Sugimoto (Tokyo 1948\, vive a New York e Tokyo) fa sì che lo sguardo torni su se stesso e sulla propria solitudine. \nIl segno/gesto che marca il vuoto nella pittura di Lee U Fan (Gyeongnam\, Corea\, 1936\, vive a Kamakura)\, così come il dissolversi della forma nella scultura di Medardo Rosso (Torino 1858 – Milano 1928)  accostati oltre il tempo in cui hanno fatto la loro comparsa le rispettive opere che indicano la continua emersione dell’invisibile nel visibile e dell’incorporeo nel corporeo. Addo Lodovico Trinci (Pistoia 1956\, vive a Pistoia)\, che segna secondo i principi della dottrina cinese del Feng Shui le polarità dell’energia dell’universo\, e Salis-Vitangeli (Giovanna Salis\, Sassari 1970\, Massimo Vitangeli\, Perugia 1950\, vivono a Polverigi)\, che nella loro rappresentazione di un ambiente sacro fanno trascorrere come ombre fatue delle figure umane\, rendono visibile quel che resta invisibile e sottraggono ai corpi la loro potenzialità  di rappresentazione. \nIl cinema di Mark Lewis (Hamilton\, Ontario\, 1957\, vive a Londra) nella propria evidenza filmica esibisce quel che non appare non sottraendo nulla a quel che è visibile. Gli interventi di Koo Jeong-a (Seoul\, 1967\, vive a Parigi) sono sempre site specific e rivelano\, pur nella discrezione della loro costruzione\, un’essenza sottile che trafigge corpi\, sostanze e figure\, come un filo di brezza che si leva e penetra nella giornata più calda\, facendo riemergere il nascosto e il sopito. \nGiovanni Ozzola (Firenze 1982\, vive a Firenze) opera nelle sue fotografie e nei suoi video su una sostanza aurorale dove cose\, sentimenti e forme vengono in superficie dall’invisibilità  che le avvolge e si convertono in forme diafane o in massicce apparizioni in cui qualcosa viene occultato o rimosso. Il video di Sabrina Mezzaqui (Bologna 1964\, vive a Marzabotto) è di pari evidenza e non concede alcun accesso se non come mobile cortina che blocca ogni ulteriore visione possibile. Giandomenico Sozzi (Solaro 1960\, vive a Milano e Noto) presenta un percorso di monocromi che si apre con foto trovate e si conclude in una mini scultura di assoluta sacralità \, che non racconta nient’altro che la propria imperscrutabile storia.\nE’ del filmmaker Francesco Dal Bosco (Trento 1952\, vive a Trento) uno spassionato apologo sulla cecità : due momenti di silenzio che sospendono la parola. \nRobert Vincent (entità di lavoro formatasi nel 2004) propone un ambiente abbacinante intorno a un oggetto di elaborate e successive costruzioni\, che è indice di un’assenza fondamentale. Davide Rivalta (Bologna 1974\, vive a Bologna) recupera con il disegnare sul muro la più antica tecnica di rappresentazione della storia e la destina alla raffigurazione di animali\, come nelle caverne dell’origine dell’arte\, non più oggetto di caccia per il sostentamento\, ma creature a noi prossime e ormai dimenticate se non come sostanze nutritive senza identità \, strumenti di laboratorio e di spettacolo\, paria della vita sulla terra. Anche Giuseppe Caccavale (Afragola 1960\, vive a Bari e Marsiglia) recupera antichi modi della cultura mediterranea\, che attraverso la decorazione e le simbologie desuete esprimono il senso del mistero e l’aspirazione alla bellezza.\nLa mostra termina con le immagini cosmiche di Rotraut (Uecker Klein-Moquay) a cui fa da pendant le petit prince rustico di Pastorello (Sassari 1967\, vive a Sassari)\, figura di fantasia\, personificazione di un’eterna infanzia\, che tocca con il pennello della pittura una stella. \nSe la mostra dentro il museo qui si conclude\, continua oltre le mura di quello e oltre l’evento della sua inaugurazione\, nel contesto della città  e del suo territorio con interventi segreti (Pawel Althamer\, Varsavia 1967\, vive nel quartiere di Brodno della stessa città ) e occasionali (Piotr Uklanski\, Varsavia 1968\, vive a Parigi) per concludersi nello spettacolo effimero e conclusivo di Cai Guo Qiang (Quangzhou\, provincia di Fujian\, Cina\, 1957\, vive a New York). Se è così\, è perchè ben si addice a ciò che resta invisibile nel visibile e a ciò che di incorporeo prende corpo in corso d’opera. \nA cura di Pier Luigi Tazzi\, critico e curatore indipendente \nGli artisti _ Intra moenia: Yves Klein\, Ettore Spalletti\, Anish Kapoor\, Marisa Merz\, Hiroshi Sugimoto\, Lee U Fan\, Medardo Rosso\, Addo Lodovico Trinci\, Salis-Vitangeli\, Mark Lewis\, Koo Jeong-a\, Giovanni Ozzola\, Sabrina Mezzaqui\, Giandomenico Sozzi\, Francesco Dal Bosco\, Robert Vincent\, Davide Rivalta\, Giuseppe Caccavale\, Rotraut\, Pastorello. Extra moenia: Cai Guo Qiang\, Pawel Althamer\, Piotr Uklanski.
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SUMMARY:'50 '60
DESCRIPTION:Il MAN presenta un evento straordinario\, unico e irripetibile. Infatti\, i quaranta capolavori che costituiscono questa mostra\, appartenenti alle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma\, sono di norma esposte al pubblico del Museo romano nel settore del secondo Novecento della Galleria e ne costituiscono uno dei nuclei più importanti. \nEsse offrono\, infatti\, un’eccezionale testimonianza delle espressioni artistiche che hanno caratterizzato la cultura italiana degli anni Cinquanta e Sessanta\, quando\, ormai superata in nome di un nuovo astrattismo la contrapposizione tra figurazione – realismo e astrazione – cuboespressionismo\, le poetiche figurative incarnano il desiderio di creare un nuovo linguaggio completamente svincolato dalla tradizione\, libero di esprimere la realtà del segno\, la realtà del gesto\, la realtà della materia. \nIl termine “informale”\, utilizzato dalla critica per quasi tutti gli artisti che qui figurano\, e in realtà calzante solo per alcuni di essi\, sta tuttavia a indicare la distanza ormai presa anche dai non proprio giovani rispetto alla forma artistica comunemente intesa. Forma che comprende spazio\, linea\, colore e l’approdo a linguaggi personali\, privati\, in cui le più profonde necessità dello spirito e dell’intelletto ricercano il medium espressivo più immediato in materie nuove o nuovamente intese: nascono così i buchi e poi i tagli di Fontana\, i sacchi\, i ferri e le plastiche di Burri\, gli assemblaggi di elementi metallici di Colla\, la sigla a “forchetta” di Capogrossi\, l’azione dipinta di Vedova\, tanto per citare solo alcuni dei nomi più noti. Si tratta dei frutti di un’intensa stagione di esperienze e di dibattiti critici che vede coinvolti non solo gli artisti qui presenti\, ma anche una critica militante appassionata come Lionello Venturi\, Nello Ponente\, Emilio Villa\, Giovanni Testori e altri. \nL’arte italiana\, mossa da una reale esigenza di rottura con il passato e volta alla conquista di un nuovo e diversificato universo di rappresentazione\, arriva a dar vita a uno dei periodi migliori e meno provinciali\, rispetto all’Europa e agli Stati Uniti d’America\, della cultura artistica della seconda metà del XX secolo. Più che una mostra\, questa esposizione si potrebbe definire una fetta di Museo messa a disposizione di un altro Museo pubblico\, che una straordinaria circostanza\, come l’ospitalità che quest’anno la Galleria Nazionale dà alla XIV edizione della Quadriennale di Roma\, ha reso possibile. \nQuesta è un’operazione culturale di grande rilievo per la Galleria Nazionale\, che riesce in tal modo\, con la piena collaborazione del MAN di Nuoro\, a far conoscere anche “fuori le mura”\, e secondo una modalità  che ha ormai una tradizione consolidata\, porzioni del patrimonio di opere d’arte che essa tutela e gestisce a nome dello Stato e che per questo appartiene a tutti. \nLa mostra\, concessa con entusiasmo dalla Soprintendente alla Galleria Nazionale Maria Vittoria Marini Clarelli\, è curata da Mariastella Margozzi con Maura Picciau. Il catalogo contiene saggi introduttivi delle curatrici sul periodo storico presentato\, sui movimenti e gli artisti\, sulla storia delle opere e degli autori intrecciatasi con le vicende della Galleria Nazionale. \nGli artisti: Carla Accardi\, Afro\, Alberto Burri\, Giuseppe Capogrossi\, Ettore Colla\, Pietro Consagra\, Piero Dorazio\, Lucio Fontana\, Gastone Novelli\, Achille Perilli\, Arnaldo Pomodoro\, Antonio Sanfilippo\, Toti Scialoja\, Tancredi (Parmeggiani)\, Giulio Turcato\, Cy Twombly\, Emilio Vedova. \n  \nA cura di Mariastella Margozzi con Maura Picciau.
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SUMMARY:Dna: Dal novecento ad oggi
DESCRIPTION:La mostra e il catalogo DNA: Dal novecento ad oggi. La collezione del MAN sono la fotografia non solo della nostra collezione ma anche del museo come istituzione\, una delle testimonianze più importanti della sua crescita\, della sua evoluzione e del suo costante lavoro. Dimostra che crediamo che una delle missioni del museo sia di ricercare\, acquisire\, conservare ed esporre le opere della propria raccolta\, un lavoro complesso e difficile\, fatto di accelerazioni\, stasi e nuovi slanci che definiscono un percorso perpetuo iniziato nel 1999 con le nostre prime centotrenta opere\, nucleo iniziale della collezione al momento dell’apertura del museo. Nel frattempo abbiamo cercato di colmare le lacune\, arricchendo con acquisti\, donazioni e comodati una raccolta che illustriamo oggi nella sua totalità\, facendo il punto\, descrivendo il qui e ora perché una collezione è sempre in evoluzione\, sempre in crescita per diventare più ricca e importante\, anche per questo abbiamo pensato a una nuova definizione\, non più Un percorso dell’arte in Sardegna nel XX secolo ma Dal Novecento Ad oggi. La Collezione del MAN\, con un acronimo DNA\, che ci sembra una splendida sintesi di quello che rappresenta: le nostre radici\, la nostra essenza e il nostro futuro\, ciò che ci rende unici\, differenti\, speciali\, la nostra mappa genetica dove si trovano in nuce le potenzialità dell’avvenire. Il futuro ci chiede di preparargli la strada\, e noi prepariamo nuove mostre coltivando con abnegazione i visitatori di domani attraverso un sempre più accurato e incisivo dipartimento Educazione e sezione Didattica\, con il preciso intento di azzerare le distanze tra le persone e il museo. \nLa mostra ha visto l’esposizione\, in una nuova veste allestitiva\, di oltre 200 opere attraverso un percorso cronologico ricco di spunti tematici (le donne\, il paesaggio\, la natura morta)\, piccoli camei dedicati a singoli artisti (Biasi\, Ballero\, Ciusa\, Delitala\, Nivola\, Pintori\, per citarne alcuni)\, la più grande raccolta pubblica di disegni di Salvatore Fancello\, fino a Antonio Secci\, Gino Frogheri\, Rosanna Rossi\, Maria Lai e altri.
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SUMMARY:Italia Quotidiana
DESCRIPTION:La mostra ”Italia Quotidiana” si compone di sessantacinque opere\, tra dipinti (45) e sculture (20)\, appartenenti alle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna; esse non fanno parte del percorso espositivo riordinato recentemente\, ma si conservano da anni\, a volte da decenni\, nei suoi Depositi. Si tratta di un’esposizione di eccezionale valore\, che porta a conoscenza del grande pubblico opere di artisti italiani importanti e significativi\, che per motivi sia di spazio sia di reiterazione delle tematiche non hanno trovato posto nelle sale dell’edificio di viale delle Belle Arti.  \nRealizzate da oltre quaranta artisti\, esse si collocano cronologicamente in un arco temporale che va dagli anni Venti agli anni Quaranta inoltrati ed evidenziano il percorso dell’arte italiana dal momento di rielaborazione di temi e cifre stilistiche di derivazione classica al periodo di maturazione del linguaggio figurativo ”moderno” degli anni Trenta\, spesso identificatosi con i canoni estetici del Novecento\, giungendo al contrasto più o meno evidente con questi e quindi all’apertura verso altre ricerche\, volte all’espressività del contenuto e della forma.  \nLa pittura è presentata per sezioni e tipologie quali La Natura Morta\, La Figura\, Il Paesaggio e Il Ritratto. Il filo conduttore è il sentimento del quotidiano nel panorama artistico del periodo che emerge dalla scelta di opere antiretoriche e antieroiche che interpretano\, in tutte le sfaccettature dell’ambiente artistico dagli anni Venti alla fine degli anni Quaranta\, la vita e la realtà dell’Italia dell’epoca.  \nL’ultima sezione dedicata alla Scultura come realtà e come trasformazione\, presenta una serie di opere davvero straordinarie e poco conosciute che ripercorrono le fasi salienti dell’arte del periodo tra ritorno all’ordine\, forme manieriste\, novecentismo e antinovecentismo.  \nDa Giacomo Balla a Filippo De Pisis\, da Libero Andreotti a Nino Franchina passando a Giorgio de Chirico\, Mario Mafai\, Pericle Fazzini\, Giacomo Manzù\, Marino Mazzacurati\, Fausto Pirandello e Antonietta Raphaël Mafai attraverso queste opere si snoda la storia della cultura figurativa di un’epoca che ha voluto ritrarre la vita e la realtà di tutti i giorni con attenzione e garbo\, registrando quei valori familiari e sociali di dedizione e sentimento che si ritenevano parte integrante dell’italianità di quel periodo.  \nTale panoramica\, inoltre\, offre l’occasione per riflettere sulle motivazioni e le modalità di acquisizione delle opere da parte della più importante istituzione museale italiana preposta all’arte contemporanea\, la Galleria Nazionale di Roma. Esse propongono in gran parte i valori stilistici e di contenuto che lo Stato voleva proporre al pubblico godimento per indirizzarne il gusto. Rappresentano\, pertanto\, un’interessante scelta spesso all’interno di eventi espositivi di rilievo\, quali le Biennali veneziane e le Quadriennali di Roma\, e registrano anche il passaggio epocale tra la direzione della Galleria di Roberto Papini\, coincidente con gli anni del fascismo e della guerra\, e quella\, dal 1941 in avanti\, di Palma Bucarelli.  \nNella rassegna sono rappresentati anche artisti di minore fama\, ma non di minor calibro\, che contribuiscono in modo notevole ad una più approfondita conoscenza del vivacissimo panorama artistico che caratterizza questi due decenni di vita italiana; tra loro: Antonio Biggi\, Quirino Ruggeri\, Amedeo Bocchi\, Alfredo Biagini\, Pasquarosa Bertoletti\, Bruno Saetti\, Emilio Sobrero\, Alberto Salietti. Tra le opere anche\, tra le quali quattro De Chirico mai esposte prima.  \nTra le opere più significative si segnalano Le amiche e Ritratto di Isa di Giorgio De Chirico\, La fila per l’agnello e Noi quattro allo specchio di Giacomo Balla\, Brandano il pescatore e Il perdono di Libero Andreotti\, Natura morta con pipa e libri e Fiori di Filippo De Pisis\, Uomo seduto di Pericle Fazzini\, Asparagi di Achille Funi\, Fiori secchi di Mario Mafai\, Donna che si pettina di Giacomo Manzù\, Ritratto di Alfonso Gatto di Marino Mazzacurati\, Oggetti e Tetti di Fausto Pirandello\, Bacco all’osteria di Gregorio Sciltian.  \nA cura di Mariastella Margozzi\, responsabile delle collezioni del XX secolo della GNAM\, Roma  \nLa mostra è posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e ha ricevuto il patrocinio del Presidente della Camera dei Deputati.
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SUMMARY:UGO MULAS
DESCRIPTION:Ugo Mulas\, nasce il 28 agosto del 1928 a Pozzolengo\, vicino a Desenzano del Garda (Brescia)\, dove il padre si era trasferito dalla Sardegna. Compie gli studi e la maturità classica a Desenzano. Nel 1948-52 a Milano\, si iscrive agli studi di giurisprudenza\, ma li abbandona prima della laurea per seguire dei corsi all’Accademia delle Belle Arti di Brera. Frequenta il bar Giamaica\, luogo di incontro di artisti ed intellettuali. Comincia a interessarsi di fotografia. Tra il 1954-58 inizia la sua attività professionale di fotografo alla Biennale di Venezia. Fotografa in questo periodo le bidonvilles\, la stazione e i sobborghi di Milano. Si guadagna da vivere realizzando fotografie di pubblicità\, di moda\, di reportage\, per diverse riviste e giornali\, ma il suo interesse principale è per il mondo dell’arte. Fotografa fino al 1972 la Biennale di Venezia\, cogliendone i più importanti avvenimenti. Inizia la sua collaborazione con Giorgio Strehler del Piccolo Teatro di Milano. Nel 1960 compie numerosi reportages in Europa per l’Illustrazione Italiana con Giorgio Zampa\, per Settimo Giorno\, per la Rivista Pirelli\, per Novità (Vogue)\, Domus\, Du. Collabora con gli uffici pubblicitari della Pirelli e della Olivetti. Del 1962-64 sono le fotografie della mostra all’aperto di scultura a Spoleto (1962) di David Smith nel suo atelier a Voltri (1962)\, di Alexander Calder a Spoleto e a Saché in Touraine nel 1962\, e nel 1964 nel suo atelier a Roxbury nel Massachusetts\, le fotografie per le poesie di Eugenio Montale Ossi di Seppia. In questi anni incontra Alan Solomon\, Leo Castelli\, e numerosi artisti americani alla Biennale del 1964. Viaggia a New York nel 1964\, nel 1965 e nel 1967\, anni in cui realizza una documentazione eccezionale della scena artistica newyorchese. La collaborazione tra Giorgio Strehler e Ugo Mulas da inizio ad un modello di fotografia del teatro secondo i principi brechtiani dello straniamento. La messa in scena di La vita di Galileo nel 1964 ne è una testimonianza. Nel 1969 scatta una serie di fotografie per le scenografie dell’opera di Benjamin Britten The turn of the screw (Giro di vite)\, dal romanzo di Henry James\, per la regia di Puecher alla Piccola Scala di Milano (1969) e per l’opera di Alban Berg  Woyzeck\, dal dramma di Georg Büchner\, regia di Puecher\, al Teatro Comunale di Bologna.  \nTra 1970-72 si ammala gravemente. Inizia la serie di fotografie Le verifiche: dodici fotografie\, ognuna accompagnata da un testo nel quale ripercorre il suo essere fotografo ed il suo mestiere di uomo. Muore a Milano il 2 marzo 1973.  \nUgo Mulas non è solo il testimone fotografico della Milano\, artistica ma non solo\, degli anni ’50 e ’60\, della Biennale di Venezia degli stessi anni\, dell’arte americana vissuta in prima persona degli sviluppi dell’Espressionismo Astratto e della Pop Art\, l’amico di Calder e di tanti artisti. È anche e soprattutto un protagonista di quegli anni\, colui che ha cambiato la fotografia non solo italiana. Le sue famose Verifiche\, ultima serie realizzata prima che la morte lo cogliesse prematuramente\, non è solo l’esito conclusivo della sua ricerca e la definizione con cui è classificata come fotografia concettuale non basta a esaurirne il significato. Mulas è un fotografo che ha fin dall’inizio nell’occhio l’analisi del mezzo fotografico\, che scruta\, mentre ritrae\, le condizioni della creatività degli artisti\, che cambia le modalità convenzionali dei generi fotografici cui si dedica\, dal ritratto alla fotografia di teatro\, dalla moda alla scenografia; è un attento ricercatore che comprende subito che l’arte sta cambiando e parte subito per recarsi là dove\, a New York\, capisce che accade ciò che lo interessa; è il reporter dell’arte che comprende l’importanza del processo nella creazione artistica\, altrui e propria; è il fotografo che fa il salto nell’arte\, che lo fa fare alla fotografia italiana e non solo. Mulas è il fotografo più influente dell’arte italiana. La sua opera\, merita una rivisitazione che ne mostri questi aspetti: verifica delle verifiche\, verifica della sua opera alla luce delle sue Verifiche\, un percorso coerente come pochi\, che ha aperto tra i primi l’arte italiana alla concettualità\, mostrando da subito come la consapevolezza del medium è indispensabile all’arte tanto quanto l’arte alla consapevolezza del mezzo\, che il concetto non va senza la creazione e la ricerca senza la sensibilità.  \nLa mostra proporrà una selezione di circa 110 fotografie\, non senza inediti e immagini poco note\, ricostruendo per intero il percorso artistico di Mulas\, incentrato sulle sequenze e sui contatti\, mostrando la personale riflessione artistica di Mulas. \nSi insisterà sulla figura di Mulas come artista (non come fotografo di documentazione)\, e il percorso cronologico sarà all’inversa: dalle Verifiche (12) al suo lavoro per le scenografie (10 dal Wozzeck e 10 dal Giro di vite)\, alle sequenze (6 Ossi di seppia\, 10 Duchamp\, 6 Fontana + una sequenza su Giacometti)\, per poi passare attraverso il lavoro sull’arte (gli artisti) (3 grandi provini completi: Johns\, Lichtenstein\, Noland\, 25 ritratti + 1 Campo urbano) e tornare a quello su Milano (15 Milano anni 50\, 5 Milano anni 60 + 3 colore)\, ma non in senso documentativo\, bensì come ricerca personale\, e per questo\, in quest’ultima sezione si mescoleranno le immagini dal punto di vista cronologico\, proprio per mostrare la continuità del progetto d’artista. \n A cura di Elio Grazioli\, critico d’arte contemporanea   
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SUMMARY:Lo sguardo ostinato
DESCRIPTION:In contemporanea con la mostra su Ugo Mulas\, il MAN propone una importante rassegna video che si configura come una sorta di ricognizione sul video italiano degli ultimi anni. Gli artisti invitati\, tutti italiani di ultima generazione (tra i 20 e i 40 anni)\, propongono attraverso i loro lavori\, una riflessione sulla realtà e sul nostro tempo\, secondo quella speciale declinazione del linguaggio visivo proprio dello strumento artistico più attuale e contemporaneo.  \nI video proposti\, circa 15 in tutto\, presenteranno uno o più lavori degli artisti selezionati\, intendendo dare non solo uno stato della ricerca italiana ma anche un breve percorso cronologico dell’indagine personale degli artisti più affermati\, insieme a opere prime di esordienti che si contraddistinguono per la forza e l’abilità tecnica del medium.  \nLa tematica\, a cui fa riferimento il titolo\, si incentra sull’idea di video come sguardo che indugia\, che va a fondo intensamente attraverso una sorta di sospensione del tempo e del giudizio sulle cose registrate dalla telecamera.  \nLa mostra viene incontro al pubblico sempre più affezionato e incuriosito da una forma d’arte non facilmente accessibile e attraente per il suo fascino che si colloca a metà tra cinema e televisione. Ma proprio per questa finta familiarità il pubblico rimane spesso contraddetto e sedotto dalla sorpresa che le opere video normalmente producono.  \nA cura di Elio Grazioli\, critico d’arte contemporanea
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