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SUMMARY:Mark Lewis
DESCRIPTION:Anticipando la partecipazione dell’artista alla 53^ Biennale di Venezia\, il MAN di Nuoro ospita la prima antologica italiana di Mark Lewis (Hamilton\, Canada\, 1958). Alla Biennale Lewis è stato scelto per rappresentare il suo paese d’origine\, il Canada\, con lavori cinematografici realizzati nel 2009\, al MAN sarà invece presente con un’ampia rassegna delle più importanti opere del periodo 1998-2008. \nDopo aver praticato la fotografia e realizzato diverse installazioni in spazi pubblici\, Lewis rivolge la sua attenzione all’immagine in movimento e\, a partire dalla metà degli anni Novanta\, inizia ad esplorare linguaggi e forme del cinema con il fine di interrogarne la storia e le convenzioni. Le sue opere\, spesso realizzate in cinemascope e trasferite in dvd\, sono state proposte in tutte le grandi mostre internazionali che\, nel corso degli anni\, hanno tematizzato il crescente interesse dell’arte contemporanea per il medium cinematografico e\, in breve\, Lewis è divenuto uno degli autori maggiormente rappresentativi fra quanti utilizzano il cinema in ambito artistico. \nNello spirito dei primi film Lumière\, le opere di Lewis\, spesso caratterizzate da una ripresa continua e priva di montaggio\, che restituisce un momento unitario di spazio e tempo\, sono proiettate sotto la forma di piani-sequenza\, direttamente sulle pareti dello spazio espositivo. Ogni opera\, realizzata con i mezzi tecnici del cinema professionale (troupe\, attori\, pellicola da 35 mm)\, eccede di gran lunga la produzione necessaria alla realizzazione di un video\, ma il risultato non è mai un film nel senso tradizionale del termine: nessuna di esse infatti racconta una storia e raramente la loro durata supera i 5 minuti. \nAttraverso sottili movimenti della macchina da presa (zoom\, travelling) e gusto del dettaglio\, l’artista gioca con differenti strati di informazione e di codici visivi stabiliti\, mettendo così alla prova la capacità d’attenzione dello spettatore e inducendolo a rivedere il film più volte per apprenderne tutti i risvolti e la misteriosa complessità. Mirabili operazioni di decostruzione del linguaggio cinematografico tradizionale\, i suoi film proiettati a ciclo continuo reclamano di essere appresi alla maniera di opere visive\, contribuendo a far saltare la linea di confine che per lungo tempo ha tenuto separati i rispettivi domini di cinema e arte contemporanea. \nVeri intrighi visivi\, privi di esplicita narrazione\, questi film brevi e silenziosi non si limitano ad esplorare le convenzioni formali della settima arte\, ma si interessano agli aspetti “cinematografici” del mondo in cui viviamo\, nel quale le tecnologie dell’immagine in movimento hanno radicalmente trasformato la percezione spaziale e temporale. L’artista parla a questo proposito di “cinema permanente”. \nSpesso nelle sue installazioni cinematografiche incentrate su luoghi dimessi e abbandonati\, rovine dell’utopia modernista o paesaggi intemporali marcati dal passaggio della luce\, modalità di ripresa\, taglio delle inquadrature\, movimenti di macchina donano all’immagine una intensità e una dimensione d’estraneità che fa oscillare senza posa il rapporto tra l’identità di ciò che vediamo e la percezione che ne abbiamo\, rinviando alla tradizione del pittorico e del fotografico che ha forgiato la sensibilità dello sguardo occidentale. \nChe utilizzi l’immagine fissa o in movimento\, Lewis è sempre interessato a “ciò che resta dietro di noi allorché il mondo si sposta\, o sembra spostarsi\, in un’altra direzione”\, un “dopo” che gli consente la più ampia libertà di indagine\, senza alcuna costrizione di tempo. \nOggetto della ricerca di Lewis non sono solo e tanto i paesaggi esotici o gli ambienti impossibili\, ma i luoghi della quotidianità che l’artista narra con l’intento di evidenziarne la forza\, la potenza e la straordinarietà\, caratteristiche che sono\, a saperle vedere\, anche dei luoghi più apparentemente abituali o “banali”. Dietro l’apparenza – sembra dirci Mark Lewis – non c’è la cosa in sé ma lo sguardo. È dunque a quest’ultimo che le sue opere si rivolgono. Esse non “rappresentano”ma “rendono presente qualcosa”tramite l’interdizione della loro “eloquenza” e della loro“trasparenza”. \n\n\n\nOpere in mostra\n\n\nThe Pitch 1998\, Central 1999\, Smithfield 2000\, North Circular 2000\, Algonquin Park September 2001\, Algonquin park Early March 2002\, Children’s Games 2002\, Harper Road 2003\, Downtown\, Tilt\, Zoom\, Pan 2005\, Rush Hour 2005\, Quesnay: Pan and Zoom\, 2005\, Spadina\, Reverse Dolly\, Zoom\, Nude 2006\, Golden Rod 2006\, Rear Projection (Molly Parker) 2006\, 5262 Washington Boulevard 2008\, Brichlayers Arms 2008
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SUMMARY:Something Else!!!!
DESCRIPTION:Uno dei più importanti musei d’arte contemporanea del nord Europa\, lo SMAK di Gand (Belgio)\, si propone al MAN di Nuoro attraverso una precisa selezione di una settantina di opere tratte dalle proprie Collezioni. La scelta\, effettuata da Philippe Van Cauteren e da Cristiana Collu\, non è casuale: vuole documentare il momento di passaggio tra un “prima” e un “dopo” che l’arte contemporanea ha vissuto a partire dagli anni Cinquanta. \nMetafora di questo passaggio è Something else!!!!\, il pionieristico album del jazzista americano Ornette Coleman. Era il 1958 quando Coleman e il suo quartetto decisero di infrangere le convenzioni del mondo del jazz esplorando territori nuovi\, dall’improvvisazione all’atonalità. \nUna simile cesura\, quasi l’effetto di un vitalissimo cortocircuito\, la si avverte anche nelle Collezioni dello SMAK nel momento in cui l’eredità del contemporaneo viene violentemente superata da nuovi linguaggi e da nuovi protagonisti. \nE proprio con l’obiettivo di far percepire questo Something else!!!!”\, questo “qualcos’altro!!!!” che\, tra le duemila opere patrimonio dello SMAK\, è stata fatta la selezione di quelle destinate all’esposizione al MAN di Nuoro. \nIl Something else!!!!\, se vogliamo ancorarlo ad un periodo storicamente definibile\, si registra all’indomani della secondo conflitto mondiale\, quando nell’arte irrompono nuove tematiche e nuovi linguaggi\, oltre che nuovi protagonisti\, che si sovrappongono\, pur nella loro discontinuità\, sul precedente definibile come “storico”. È proprio questo momento di passaggio che la mostra del MAN intende raccontare\, cercando di capire se\, al di là dell’effetto di rottura\, talvolta violenta\, non si possano trovare comunque le linee – come nella musica di Ornette Coleman – di una complessa\, stratificata e sofisticata melodia. \nSomething else!!!! propone un confronto\, più che uno scontro\, tra opere storiche e altre di più recente e recentissima acquisizione\, mettendo in evidenza\, ad esempio\, il dialogo tra Jannis Kounellis e Luc Tuymans\, tra Pierre Alechinsky e Patrick Lebret\, tra Wilhelm Sasnal e Andy Warhol. Ma Something else!!!!è allo stesso tempo un importante momento di approfondimento intorno al tema arte-realtà\, dove l’arte è riflessione su fenomeni sociali di cui essa stessa è partecipe. Contemporaneamente\, la mostra è anche l’occasione per addentrarsi nella storia di un museo e valutarne le politiche di acquisizione\, una riflessione che assume\, a Nuoro\, un interesse del tutto peculiare in relazione al divenire stesso del MAN. Ma\, al di là di tutto\, Something else!!!!\, con l’esposizione di 70 opere di 50 artisti\,è una festa di arte e di immaginazione. \nSomething else!!!! presenta\, tra le altre\, opere diArman\, Joseph Beuys\, Marcel Broodthaers\, Patrick Lebret\, Allen Jones\, Jannis Kounellis\, Ricardo Brey\, Pascale Marthine Tayou\, Lois e Franziska Weinberger\, Maria Serebriakova\, Johanna Billing\, Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla\, Guillaume Bijl\, Jan Fabre\, Wilhelm Sasnal\, Wim Delvoye\, Thomas Schütte\, Zoe Leonard\, Edward Lipski\, Jan Van Imschoot\, Bruce Nauman\, Walter Leblanc\, Jean-Pierre Raynaud\, Mekhitar Garabedian\, Sven ’t Jolle\, François Morellet\, Panamarenko\, Herman Van Ingelgem\, Federico Fusi\, Mike Kelley\, Fabrice Hybert\, Andy Warhol\, Willem Oorebeek\, Luc Tuymans\, Pierre Alechinsky\, Jan Vercruysse. \nMostra a cura di Philippe Van Cauteren e Cristiana Collu\, promossa dal MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro in collaborazione con lo SMAK di Gand.
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SUMMARY:Giusy Calia
DESCRIPTION:Un progetto di Giusy Calia (nata a Nuoro\, vive e lavora a Sassari) che si inserisce nel programma di attività extra muros del museo MAN. Il valore e la funzione di un museo non si esauriscono all’interno del perimetro dell’edificio che lo identifica\, ma naturalmente si propagano all’esterno non solo attraverso operazioni concrete\, bensì ogni qual volta un visitatore lascia il museo portando con sé le impressioni e l’esperienza dell’arte. La vocazione contemporanea del museo\, e il suo desiderio di dialogare con il nostro tempo così straordinariamente complicato\, ci spinge a trovare insieme ai giovani artisti nuove modalità per veicolare un racconto che non può avere come riferimento solo lo spazio istituzionale\, ma ha bisogno di esporsi anche allo spazio sociale. \nEcco allora che i sogni\, scrive Gavina Cherchi\, diventano per Giusy Calia «lo spazio della libertà\, dove tutto è possibile\, sono i modi di un poter essere tempestoso e incantato\, caleidoscopico e “senza censure”». Sono\, dunque\, l’alterità vertiginosa\, la vita altra di Giusy\, remota e solitaria come un’isola misteriosa\, in cui la bellezza e il dolore si rispecchiano a vicenda nel riflesso della loro amorosa tensione. \nLa vita che sogno non è\, con i suoi vincoli\, le sue censure\, i suoi condizionamenti\, ne viene talvolta irradiata\, trasfigurata\, come quando è attraversata dalle immagini in cui quei sogni\, in una intermittente epifania\, s’incorporano\, diventando tracce visibili\, indizi\, richiami forti e perentori come solo le immagini possono essere. Hai mai visitato i miei sogni? è una richiesta carica di attesa\, un invito\, una domanda sottintesa\, pressante\, dolente: “Perché ancora non hai visitato i miei sogni?”. Le immagini sono allora gli araldi silenziosi che proclamano\, giorno e notte\, per le vie della città\, questo appello\, affinché trovi le vie del cuore silenzioso e inquieto cui sono destinate\, un cuore nascosto\, che forse attende da troppo tempo\, senza saperlo\, nell’ombra\, che appaia anche sulla soglia dei suoi sogni un visitatore dallo sguardo luminoso.
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SUMMARY:Man Ray
DESCRIPTION:Unconcerned but not indifferent presenta disegni\, fotografie\, dipinti e sculture oltre a oggetti e immagini personali appartenenti alla collezione del Man Ray Trust\, Long Island\, New York. Sebbene occasionalmente singoli pezzi siano stati concessi per mostre importanti\, la collezione della fondazione non è mai stata esposta in tutta la sua interezza. In effetti\, dopo la morte di Juliet Man Ray\, moglie dell’artista\, la collezione è stata ospitata nei sotterranei del negozio di autoriparazioni della famiglia di quest’ultima. Nonostante la fondazione abbia provveduto alla catalogazione e autenticazione di più di 2000 lavori\, la collezione rimane ancora in gran parte sconosciuta. Unconcerned but not indifferent\, la prima mostra che apre le porte di questo tesoro al vasto pubblico grazie a un accordo con la fondazione\, compie un’ampia esplorazione della collezione del Man Ray Trust e permette di rivelarne una vasta prospettiva\, focalizzando l’attenzione sui suoi capolavori e insieme sui pezzi più rari e fornendo\, contemporaneamente\, uno sguardo unico sulla vita e sul lavoro dell’artista. \nNel 1976\, alla morte di Man Ray\, il patrimonio dell’artista passò nelle mani della moglie che\, insieme ai suoi fratelli\, costituì il Man Ray Trust\, che doveva occuparsi della supervisione e conservazione di tale eredità. Una parte del patrimonio fu affidata ai Musei Nazionali francesi\, mentre\, per quanto riguarda la collezione americana\, la fondazione selezionò una serie completa di pezzi comprendente opere\, oggetti\, documenti ed effetti personali che rappresentavano oltre sessant’anni di attività creativa di Man Ray. La collezione della fondazione è unica in quanto raccoglie\, con tutti i suoi elementi\, tra cui anche lavori poco noti dei primi anni\, documenti della vita privata\, bozzetti\, documentazione di opere importanti e innumerevoli capolavori molto conosciuti\, appartenenti a diverse fasi dell’attività dell’artista. Come si legge in un articolo della rivista Artnews del giugno del 2002 riguardante la fondazione\, la collezione è “perfetta”. Unconcerned but not indifferent presenta soltanto opere che la fondazione ha certificato come “autentiche”: è la prima e unica mostra su vasta scala dell’opera di Man Ray che possa farsi vanto di ciò; il Man Ray Trust infatti possiede tutti i diritti sull’opera completa di Man Ray. Unconcerned but not indifferent raccoglie circa 300 pezzi ed è la prima del suo genere a porre l’opera di Man Ray in relazione con gli elementi e le immagini da cui egli trasse ispirazione: la sua bombetta e il suo bastone\, gli oggetti provenienti dagli scaffali del suo studio parigino in rue de Ferou\, la sua raccolta di foto erotiche e gli strumenti che usava per creare i suoi famosi rayogrammi. Grazie al valore straordinario del materiale messo a disposizione dal Man Ray Trust\, la mostra consente di esplorare le diverse fasi di esecuzione dell’opera: dai bozzetti fino alla realizzazione completa del capolavoro artistico\, rivelando che\, di tanto in tanto\, Man Ray utilizzava delle fotografie come riferimento per i suoi dipinti e le sue opere grafiche. \nLa mostra raccoglie numerose opere appartenenti ai vari periodi della vita di Man Ray. Molti dei lavori sono famosi\, ma alcuni di essi non sono mai stati esposti. Inoltre\, grazie a una completa esplorazione del patrimonio della fondazione non catalogato\, la mostra espone\, in assoluta anteprima\, una selezione delle seguenti opere finora sconosciute: una serie di lastre fotografiche riguardanti il lavoro per Les mains libres con linee di taglio di Man Ray\, datate 1936 e 1937; fotografie documentarie della Francia degli anni Venti; un documento del Large Glass di Marcel Duchamp; stampe a contatto con le linee di taglio di Man Ray che l’artista realizzò nel corso della sua carriera; stampe Polaroid in bianco e nero risalenti ai primi anni Sessanta; una raccolta di trasparenze a colori\, incorniciate\, create da Man Ray durante i suoi esperimenti con la fotografia a colori; un’opera\, frutto della collaborazione tra Man Ray e Max Ernst\, composta di quattro frottages. La struttura di Unconcerned but not indifferent ricalca i quattro periodi dell’opera di Man Ray: New York\, Parigi\, Los Angeles\, Parigi. La prima parte della mostra\, New York\, presenta una serie di copie delle schede dell’archivio personale di Man Ray\, che egli utilizzava per documentare le sue prime opere. Queste schede\, i cui originali furono rubati dallo studio dell’artista e mai più ritrovati\, sono state oggetto di notevoli controversie e non sono mai state esposte prima. Laddove possibile sono esposte accanto alle opere specifiche che documentano. \n A cura di Noriko Fuku e John Jacob  \nNoriko Fuku\, curatrice indipendente giapponese\, vive e lavora tra gli Stati Uniti e il Giappone. John Jacob\, curatore indipendente e direttore della Fondazione Inge Morath a New York. Mostra del Man Ray Trust Foundation\, organizzata da La Fabrica in collaborazione con il MAN 
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SUMMARY:ANTONIO SECCI
DESCRIPTION:Il Comune di Dorgali in collaborazione con il MAN presenta\, nel suggestivo scenario delle sale dell’Acquario di Cala Gonone\, la mostra personale di Antonio Secci (Dorgali\, 1944). Le opere esposte ripercorrono la sua produzione più recente\, quella degli ultimi dieci anni\, nelle modalità e variazioni cromatiche che rendono emblematica e inconfondibile la sua cifra stilistica. \nUna serie di “squarci per un possibile spazio”\, così come li definisce Antonio Secci\, che più che un titolo esplicativo\, sembrerebbe una sintetica dichiarazione programmatica\, un’aspirazione verso un traguardo da raggiungere\, un approdo poetico\, e umano\, ancora di là da venire. Quello di Secci continua a essere un approccio all’arte e alla vita tipicamente romantico\, un romanticismo da intendersi nel senso più canonico del termine\, un continuo cercare l’apertura per un possibile altrove “impossibile”. \nTutto ciò\, a dispetto di un’apparente classicità insita nella misurata ricerca formale e nella meditata prassi operativa che da sempre caratterizza la sua produzione artistica. La lunga e affascinante storia di Secci\, le sue frequentazioni\, i suoi incontri\, sono ora sintesi conclusa\, il dialogo è con il mare e la sua terra d’origine\, con la montagna e con la grande distesa azzurra che fa parte della sua quotidianità. Accompagna la mostra il video Antonio Secci\, 2008\, una intensa intervista realizzata nelle sale del MAN a quasi dieci anni dalla sua personale al Museo\, nella quale l’artista rivela alcuni degli aspetti più intimi della sua poetica\, e il catalogo monografico che illustra a ritroso tutta la sua produzione con un ricco apparato fotografico e critico. 
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SUMMARY:L’evento immobile (incantamenti)
DESCRIPTION:L’evento immobile (incantamenti)\, progetto curato da Saretto Cincinelli e Cristiana Collu per l’Isola delle Storie di Gavoi\, intende approfondire l’indagine di quel mutevole territorio di confine che mantiene in stretta relazione cinema video e arte contemporanea\, accostando artisti di differenti generazioni e nazionalità\, maestri come il portoghese Jorge Molder (Lisboa 1947)\, il canadese Mark Lewis (Hamilton 1957)\, protagonisti della scena italiana e internazionale come Andrea Santarlasci (Pisa 1964)\, Emanuele Becheri (Prato 1973)\, Christiane Löhr (Wisbaden 1965)\, Sophie Whettnall (Bruxelles 1973)\, Kan Xuan (Xuan Cheng 1972)\, Farid Rahimi (Losanna 1974). La mostra integrando nella videoesposizione – cifra peculiare dell’iniziativa – alcune opere plastiche (disegni\, fotografie e sculture)\, si propone di declinare moventi e movenze di un’immagine in bilico fra forma fluens e fluxus formae. \n“L’incantamento” della visione\, cui allude il titolo\, si realizza tramite la messa in primo piano di quella che potremmo definire una dimensione “in meno” dell’immagine: una dimensione che\, venendo a mancare\, finisce per ripercuotersi après coup sulle aspettative dello spettatore e sull’espressività di opere che si sottraggono volontariamente all’eloquenza e alla prevedibilità spettacolare di gran parte del linguaggio artistico contemporaneo. In ciascuno dei lavori proposti\, una qualche dimensione tipica dello specifico del “cinema”\, del “video”\, del “disegno” o della “scultura” tende\, con maggiore o minore radicalità\, a dissolversi ma\, come in un gioco in cui chi vince perde\, le opere paiono guadagnare dall’economia che le caratterizza\, un’economia che\, paradossalmente\, finisce per restituire loro un surplus di presenza.  
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SUMMARY:MONDO E TERRA
DESCRIPTION:Il MAN in collaborazione con il Frac (Fondo regionale d’arte contemporanea di Corsica) propone una nuova grande mostra: l’attenzione è questa volta puntata sul contemporaneo\, con una rassegna che si configura come un approfondito e selettivo percorso nella collezione corsa che presenta una quarantina di opere di artisti internazionali\, quattro delle quali interamente realizzate in Sardegna ed in Corsica. \nLa collezione del FRAC\, concepita sulla base di un progetto che associa alla visione storica quella prospettica\, passando per l’idea della natura (ispirata da quella dell’isola) che ha consentito tutti gli sviluppi\, sia annunciati che imprevisti\, si presenta oggi così come la sua storia l’ha creata e come l’hanno voluta tutti coloro che hanno svolto un ruolo nel suo divenire: un’arborescenza vitale che una distruzione fisica (parziale)[i] non ha intaccato. La sua re-invenzione si è realizzata come una reazione del suo stesso organismo\, nato dai gesti e dalle intenzioni degli artisti che lo costituiscono\, riaffermando il concetto che le opere non possono scomparire dopo la loro creazione\, ma continuano a crescere. \nL’esposizione delle opere del FRAC al MAN di Nuoro\, offre alla collezione un periodo di grande visibilità\, e consolida al contempo le relazioni artistiche tra Corsica e Sardegna e tra due istituzioni museali internazionali che svolgono\, ciascuna sul proprio territorio\, funzioni analoghe\, dando seguito a un progetto di collaborazione avviato nel 1999[ii]. Questo partenariato esprime molto di più della voglia o della necessità di creare scambi artistici. Si tratta\, infatti\, di condividere e rendere evidente\, a partire dall’area geografica che vede le due isole contigue\, ciò che situazioni\, storia\, volontà e interessi rivelano: a parte l’individualità di ciascuna\, che esiste ed è percepita come tale dall’esterno e dagli altri\, spiccano le similitudini dei punti di vista e la medesima indelebile esperienza del vivere entrambe la condizione di insularità. L’isola è un concetto che ha una forma\, che diventa segno. Ma il segno non definisce l’isola\, non la contiene totalmente. È\, al contrario\, simbolo della sua complessità\, traccia i contorni dell’enigma partecipando al quale l’isolano si riconosce e ottiene\, in tal modo\, una collocazione nel mondo\, cosciente di non aver trovato risposta all’angoscia dell’essere. \nPer questo motivo\, le questioni relative ai territori\, spesso molto sentite e concrete\, non sono sempre cruciali\, anche se possono avere una risonanza infinita quando diventano strumento per introdurne altre di più vasta portata. È l’effetto prodotto da quelle opere la cui «vicinanza trasporta in un luogo altro rispetto a quello in cui abitualmente stiamo»[iii] per dirlo con le parole di Heidegger. Questo altrove\, questo luogo diverso non è un qualcosa di ben definito: è vasto\, indicibile\, diverso\, ma allo stesso tempo legato alle nostre esperienze e riflessioni (talvolta inespresse). Quando i riferimenti espliciti a spazi\, forme\, fatti precisi si incontrano\, non si isolano in una sola realtà\, ma aprono il particolare all’universale: l’idea della mostra nasce da questo\, a cui non è certo estraneo il contesto insulare nel quale si sviluppa concettualmente e materialmente il dualismo “mondo/terra”. \nLa mostra Mondo e Terra riunisce opere che sono altrettante aperture verso l’esterno: altre regioni geografiche o mentali\, paesaggi scoperti\, inventati o composti\, nuova percezione del mondo e dello spazio. Gli artisti propongono esperienze da condividere\, sollevano problematiche ambientali. Lontano dai luoghi comuni\, creano luoghi di dibattito\, dispositivi che suscitano prese di coscienza delle realtà e degli universi possibili\, azioni e posture che rivelano i legami dell’arte con la società\, la storia e la cultura. \nAttraverso un linguaggio greve\, buffo o poetico\, questi artisti\, che non forniscono lezioni né modelli\, risvegliano il senso critico da un pericoloso sopore: nel dialogo che si instaura tra di esse\, e tra esse e l’esterno\, le opere producono un’energia condivisa col visitatore.  \nArtisti presenti in mostra: Martine Aballea (Francia)\, Agnès Accorsi (Francia)\, Denis Adams (Stati Uniti)\, Saâdane Afif (Francia)\, Eleanor Antin (Stati Uniti)\, Johanna Billing (Svezia)\, Leonardo Boscani (Italia)\, Daniel Buren (Francia)\, Jean-Marc Bustamante (Francia)\, Jordi Colomer (Spagna)\, Elie Cristiani (Francia)\, François Curlet (Francia)\, Dominique Degli Esposti (Francia)\, Anne Deleporte (Francia)\, Hakima El Djoudi (Francia)\, Simonetta Fadda (Italia)\, Malachi Farrell (Francia)\, Alicia Framis (Spagna)\, Liam Gillick (Gran Bretagna)\, Dominique Gonzalez-Foerster (Francia)\, Dan Graham (Stati Uniti)\, Fabrice Hyber (Francia)\, Claire-Jeanne Jezequel (Francia)\, Valérie Jouve (Francia)\, Joseph Kosuth (Stati Uniti)\, Ange Leccia (Francia)\, Pinuccia Marras (Italia)\, Antonio Muntadas (Spagna)\, Marylène Negro (Francia)\, João Onofre (Spagna)\, Gabriel Orozco (Messico)\, June Bum Park (Corea)\, Gaël Peltier (Francia)\, Michelangelo Pistoletto (Italia)\, Wilfredo Prieto (Cuba)\, David Raffini (Francia)\, Navin Rawanchaikul (Thaillandia)\, Hugues Reip (Francia)\, Sigurdur Arni Sigurdsson (Islanda)\, Jana Sterbak (Canada/Repubblica Ceca)\, Laurent Tixador e Abraham Poincheval (Francia)\, Joséphine Sassu (Italia)\, Philippe Thomas (Francia)\, Barthélemy Toguo (Camerun)\, James Turrell (Stati Uniti)\, Jacques Villegle (Francia)\, Jeff Wall (Canada)\, Stephen Willats (Gran Bretagna). \nCura Anne Alessandri\, direttore FRAC CORSICA \n  \nIl 6 novembre 2001 un incendio ha distrutto un deposito del FRAC\, a Corte\, contenente gran parte delle opere della collezione. Gli artisti\, assieme ai responsabili del comitato tecnico-scientifico\, hanno lavorato alla ricostituzione della collezione col sostegno del FRAC\, che si è aggiunto alle indennità delle assicurazioni. \n[ii] Il 1999 è la data dell’esposizione Atlante a Sassari\, alla quale partecipa il FRAC con 14 artisti corsi. \n[iii] Martin Heidegger\, L’origine de l’œuvre d’art
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SUMMARY:Il MAN a FESTARCH
DESCRIPTION:Paco Cao\, il Tour della vittima \n\n\nPensato come un percorso turistico per la città di Cagliari\, realizzato utilizzando un autobus predisposto a un orario specifico e con la partecipazione di una guida che ha dato le relative spiegazioni\, il Tour della vittima\, progetto di Paco Cao a cura del MAN\, suppone una revisione della storia occulta della città secondo la prospettiva dell’esistenza di vittime\, intendendo questo termine in un senso molto ampio. Infatti\, l’itinerario si configura come una immersione nella storia della vittima della città di Cagliari attraverso tappe specifiche nelle quali sia gli edifici che i dintorni urbani hanno fatto da testimoni a una esperienza umana che non è risultata esser meno rilevante per il fatto di rimanere occulta. L’unione di due concetti apparentemente contradditori – il turismo\, associato all’ozio e al divertimento\, e la vittima\, associata a luoghi meno luminosi della condizione umana – funge da piattaforma di riflessione su concetti e preoccupazioni attuali. Il Tour della vittima segue da vicino i quattro aspetti rilevanti dell’attuale programma di FestArch: vedere – perché offre uno sguardo insolito alla città – ricordare – perché suppone una rivendicazione di una parte della memoria storica poco conosciuta o direttamente ignorata – accogliere – perché implica un invito aperto a tutto il pubblico e ha come obiettivo un discorso comprensivo – difendere – perché lo stesso obiettivo del progetto contiene in sé un implicito germe rivendicativo. \nIl tour è un’azione del Museo della Vittima\, una istituzione che ha l’obiettivo di presentare la storia dalla prospettiva di coloro che sono stati vittime di qualcuno o qualcosa\, attribuendo al termine vittima il suo significato più ampio: così\, ad esempio\, la natura può essere intesa come una vittima degli abusi predatori dell’essere umano\, ma quest’ultimo\, a sua volta\, può essere considerato vittima dell’ambiente stesso\, come avviene nel caso di disastri naturali. Cosciente della doppia natura di vittima e carnefice che la condizione umana possiede implicitamente\, il Museo della Vittima è una istituzione indipendente\, guidata dal rigore e dalla profondità\, estranea a interessi politici di qualsiasi ordine. Costituisce\, dunque\, uno spazio per la riflessione storica\, il dibattito e il confronto di idee con vocazione di imparzialità.  \nLo spazio espositivo del Museo è virtuale\, e la sua collezione formata dalle riproduzioni digitali concesse dalle distinte istituzioni e da privati. Questa collezione è composta da vari documenti e include manoscritti\, fotografie\, video e testimonianze sonore. Attualmente\, il Museo della Vittima – in attesa di sviluppare completamente il suo spazio espositivo – prepara una pagina web di introduzione che servirà a presentare sia lo spirito del progetto sia le linee generali di attuazione L’assenza di uno spazio architettonico non impedirà che l’istituzione abbia anche uno spazio giuridico – in fase di consolidamento – che certificherà la sua condizione museale. Sorto nella frontiera messicano-statunitense – Città Juarez – nell’agosto del 2006\, il Museo della Vittima ha intrapreso il lavoro di ricerca nello Stato messicano del Chihuahua\, iniziando una fase di studio – ancora in corso – basata sul riconsiderare la storia della vittima nello stesso ambiente geografico.  \nProposito del Museo è dar vita a nuove collezioni in altri ambienti geo-politici specifici e\, al tempo stesso\, sviluppare una storia universale della vittima che sarà presentata parallelamente alle collezioni locali. Il Museo della Vittima\, oltre a creare\, mostrare\, conservare\, ampliare la sua collezione e lo spazio espositivo che la accoglie\, ha l’obiettivo di sviluppare un programma di attività parallele che dinamicizzino l’istituzione e stabiliscano collaborazioni con diversi istituti. Il I Foro della Vittima\, svoltosi il 16 maggio del 2007 – insieme alla campagna pubblicitaria indirizzata alla popolazione di Città Juarez (Stato di Chihuahua\, Messico) – è stato il primo evento pubblico curato dall’istituzione. Paco Cao (Asturias\, Spagna 1965) vive e lavora a New York.    \n\n\n\nLeonardo Boscani\, Agenzia viaggi clandestini Vu Vulà. Azione 6. Passaporti \n\n\nIl MAN presenta una installazione di Leonardo Boscani e della sua agenzia di viaggi Vu Vulà. Un video in loop con una serie di volti di persone straniere che pronunciano la parola “vuvulà” senza sonoro\, che esce invece dalle trombe situate in una vecchia Fiat 500.  \nDurante i tre giorni della manifestazione sono emessi i primi passaporti dall’agenzia. L’agenzia Vu Vulà si occupa di tutti i tipi di viaggi e di forme di migrazione terrestri e celesti\, della scalata dei mondi conosciuti e sconosciuti (per questi ultimi grazie all’agenzia filiale Cosmik).  \nL’agenzia propone\, attraverso diverse attività (consigli di viaggi e vagabondaggi\, soggiorni di piacere sulla Luna\, informazioni e organizzazione di viaggi verso terre sconosciute e territori immateriali\, stampa di documenti\, diffusione di informazioni multimediali\, manifesti\, volantini\, internet (www.vuvula.org)\, fornitura di mezzi di fortuna e veicoli\, sensibilizzazione alla condizione dei migranti e alla cultura dell’erranza\, della fuga e dell’esilio e di altre prestazioni fuori dal catalogo)\, di contribuire all’immaginario del viaggio e delle migrazioni contemporanee.  \nCon Vu Vulà\, Leonardo Boscani (spesso in collaborazione con altri partecipanti\, artisti e non) propone interventi urbani\, campagne pubbliche e azioni collettive. La condizione di isolano (Leonardo Boscani vive e lavora in Sardegna) è senza dubbio all’origine dell’immaginario del viaggio e della migrazione sviluppata dall’artista\, ma l’idea va ben oltre: è il divenire migrante della società moderna che alimenta il progetto\, è il nomadismo come destino planetario. Questo divenire è condiviso dai turisti\, come passatempo\, e dagli emigrati\, che fuggono la miseria o le condizioni impossibili di sopravvivenza.  \nDue attitudini dei viaggiatori che si contrappongono\, come la libertà e la fantasia delle scelte rispetto all’obbligo e al carattere involontario subìto da quelli che sfuggono la miseria e il destino di esiliati. Ma hanno in comune il sogno e l’esperienza dello spostamento e del viaggio. Perché il turista non è certamente libero come è portato a credere\, quanto il migrante che è spinto al di là della sua disperazione da un desiderio\, un bisogno essenziale. Leonardo Boscani (Sassari\, 1961) vive e lavora in Sardegna.   \n\n\n\nFlorian Slotawa\, Museum Sprints 2000-2001 \n\n\nMuseum Sprints 2000-2001\, progetto a cura di Cristiana Collu e del MAN realizzato in collaborazione con la Galleria Suzy Shammah di Milano\, è costituito da una serie di brevi video che mostrano l’artista Florian Slotawa in tenuta sportiva percorrere nel minor tempo possibile gli spazi espositivi di alcuni dei maggiori musei d’arte tedeschi (Kunsthalle Mannheim\, Museum Fridericianum\, Kunstsammlung NRW\, Dusseldorf\, Hamburger Kunsthalle\, Lenbachhaus\, Munchen\, Alte Pinakothek\, Munchen\, Diozesanmuseum Freising\, MMK\, Frankfurt am Main\, Museum Abteiberg Monchengladbach).  \nRealizzati tra il 2000 e il 2001\, sembrano commentare la contemporanea accelerazione dei processi ottici cognitivi. La natura teatrale e performativa di tutti i lavori di Florian Slotawa diventa esplicita in questi video: ogni installazione è contingente e provvisoria\, confinata all’interno di specifici confini temporali e spaziali. Florian Slotawa (Rosenheim\, 1972) vive e lavora a Berlino. \n  \n 
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SUMMARY:Nicola Filia
DESCRIPTION:Un bosco di alberi bianchi\n\n\n\nIl MAN si misura con una nuova installazione dedicando un’intera sala del museo al “bosco di alberi bianchi” di Nicola Filia\, progetto site specific\, pensato per il MAN dal giovane artista ceramista sardo. La creta\, materiale per eccellenza vivo e vitale\, inizio e principio di tutte le cose\, metafora della vita e della morte\, si trasforma in un bosco immaginario dove la radura\, quella parte del bosco in cui non vi sono piante\, è il luogo in cui si realizza una vera e propria illuminazione; questo significa che se è vero che i sentieri del bosco non portano da nessuna parte e\, meno che mai\, all’essere\, è anche vero che possono condurre a radure in cui l’essere si illumina\, in cui cioè si può far luce su di esso. \nNicola Filia (Carbonia 1975\, vive e lavora a Olbia) negli ultimi cinque anni ha prodotto prestigiose collezioni di oggetti in ceramica per famosissime aziende come B&B Italia\, Boffi e Poliform.
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SUMMARY:La Collezione del MAN
DESCRIPTION:DNA Dal Novecento Ad oggi\n\n\n\n\nIl MAN presenta DNA Dal Novecento Ad oggi\, la propria Collezione permanente\, in un percorso ancora più importante e ricco di opere e di artisti che\, da Ballero a Nivola passando per Francesco Ciusa\, si snoda lungo tutto il Novecento e\, grazie alle nuove acquisizioni\, prosegue fino al presente\, proiettandosi al contempo verso l’avvenire\, attraverso il felice personale dialogo con gli artisti contemporanei\, come Aldo Contini. \nIn questo modo\, la raccolta della Collezione\, il cui corpus\, nato nel 1999 con le prime 130 opere\, è andato negli anni via via aumentando\, si mostra oggi assai più completa e di assoluta eccellenza. E per farlo questa volta la Collezione ha bisogno di nuovi spazi\, e così si allarga fino a occupare anche le sale del terzo piano del Museo\, finora riservate alle mostre temporanee\, seguendo un percorso cronologico che\, a partire dagli anni Quaranta\, si svolge fino ai nostri giorni con le opere di artisti come Mauro Manca\, Maria Lai\, Rosanna Rossi\, Caterina Lai\, solo per citarne alcuni. Così la Collezione permanente del MAN\, risultato di un difficile e perpetuo lavoro di ricerca\, acquisizione\, conservazione ed esposizione\, non tradisce la propria natura evolutiva arricchendosi di opere prestigiose capaci di raccontare oltre un secolo di arte in Sardegna.
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SUMMARY:Giovanni Dotzo
DESCRIPTION:Una Sardegna arcaica e rurale\, fatta di villaggi silenziosi e di case basse in pietra addossate le une alla altre\, fatta di uomini impegnati nel paziente lavoro nei campi e di animali solitari al pascolo\, una Sardegna rappresentata da interni familiari spogli e da oggetti d’uso quotidiano: questo è il mondo di Giovanni Dotzo (Isili\, 1926)\, artista di estrazione contadina\, questo è ciò che raccontano le sue opere. \nA iniziare proprio dalle incisioni\, acqueforti e xilografie\, tecniche apprese all’Istituto d’Arte di Sassari\, che\, dopo aver iniziato a disegnare da autodidatta\, finalmente frequenta\, sotto la direzione di Stanis Dessy\, dal 1950 al 1952 grazie a una borsa di studio. Sono gli anni\, quelli successivi alla fine della seconda guerra mondiale\, in cui conosce\, fra gli altri\, Mario Delitala e soprattutto Carmelo Floris\, che considera «il più sardo tra gli artisti». \nAlle incisioni si aggiungono i disegni a matita e a inchiostro di china: cambiano le tecniche\, ma a ispirare e condizionare l’arte di Dotzo è sempre l’ambiente in cui è nato e dove\, per gran della sua vita\, ha vissuto: che siano immagini riprese dal vero oppure recuperate attraverso la memoria\, l’iconografia di Dotzo è perennemente condizionata dai temi della vita e del paesaggio agro-pastorale sardo\, di cui l’artista narra non solo le forme ma
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SUMMARY:JOSEPHINE SASSU
DESCRIPTION:È severamente vietato dare da mangiare ai coccodrilli\n\n\n\n\nJosephine Sassu ha la capacità di innescare immaginari fantastici innalzando vegetazioni multiformi\, efflorescenze tropicali\, foreste esotiche dalle quali balzano fuori belve feroci\, autoritratti sotto forma di animali aggressivo-erotici e organismi unicellulari. \nC’è nelle sue opere tutta l’attrazione per il mostruoso e l’indefinibile\, il perturbante dell’immaginario infantile; l’interesse per ciò di cui si ha paura e che si intende combattere e allontanare\, ma al medesimo tempo fonte di quella seduzione morbosa verso il meraviglioso e il diverso. I monumenti provvisori sono l’ultimo approdo a un lavoro di ricerca\, che la Sassu porta avanti dall’inizio della carriera\, su pratiche artistiche apparentemente inadeguate all’operazione\, come inadeguato appare il suo ruolo fuori dalle norme codificate. Ogni progetto di Josephine Sassu introduce\, nello spazio che la ospita\, un’atmosfera sempre in bilico tra ingenuità e purezza dell’età infantile dell’infanzia e lo scardinamento dei luoghi comuni. Stando ben salda dentro un mondo conosciuto\, dal linguaggio solido\, fatto di rapporti familiari\, di senso dell’altro\, si muove di volta in volta in spazi estranei attingendo dalle nuove esperienze e lasciando dietro di sé le spore del proprio vissuto\, in uno scambio da perfetto esploratore. \nI viaggi\, concessi solo ai personaggi letterari\, Josephine Sassu li realizza per sé e permette a tutti noi comprimari\, comparse e figuranti\, di farne parte. Instaura in questo site-specific\, a partire dal titolo che contiene in sé il nome del museo\, un dialogo a distanza\, un rapporto aperto con le proprie fonti\, tracciando i fili di una connessione con gli artisti a lei affini. Tra gli animali intrusi nelle sale del museo celebra la foresta del Doganiere Rousseau\, evoca i manga di Hokusai\, dialoga con l’infinito bestiario di Salvatore Fancello\, si lascia spiare dalla conturbante Tona Scano e\, infine\, re-inventa un “altrove” per le stanze silenziose di Francesca Devoto.
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SUMMARY:MARC CHAGALL
DESCRIPTION:Mostri\, chimere e figure ibride\n\n\nChimere misteriose\, metà uomo\, metà bestia\, oggetti compositi con testa umana e immaginari animali volanti attraversano l’intera opera di Marc Chagall. Per la prima volta una mostra viene loro interamente dedicata. Certamente Chagall ha avuto modo di conoscere questi esseri ibridi osservando i demoni delle icone e le composizioni derivate dalla scultura medievale del suo paese natale\, che l’artista ammirava profondamente. Chagall è stato altresì colpito dalla serie I Capricci di Goya\, dove l’uomo assume sovente le fattezze di un asino. Più in generale\, l’ibridazione\, percepibile in tutta la storia dell’arte\, ha influenzato l’immaginazione di Marc Chagall. \nIn questo senso\, l’artista si colloca in una tradizione che comprende opere famose come il retablo di Issenheim\, le composizioni di Jérôme Bosch o di Johann Füssli. In questa stessa tradizione provano a inserirsi alcuni dei suoi contemporanei. Infatti\, da Picasso a Brancusi\, da Hans Arp a Victor Brauner\, i quadrupedi alati\, le donne-uccello e altri mostri più o meno attraenti\, costellano la produzione del XX secolo. \nNella iconografia di Chagall\, l’ibridazione trova le sue figure ricorrenti: la testa umana viene sostituita da una testa di animale\, le bestie hanno membra umane che servono loro per suonare la musica o dipingere; allo stesso modo\, dai violoncelli dipinti da Chagall spuntano fuori braccia e testa e gli strumenti suonano da soli la loro melodia.  \nQuale significato possiamo attribuire a questi esseri? Al di là della dimensione simbolica o metaforica\, non va escluso l’aspetto religioso\, legato alle tradizioni hasidiche della regione di Vitebsk\, città natale dell’artista. Inoltre\, l’onnipresenza di animali domestici quali la mucca\, la capra\, il gallo\, fa riaffiorare i ricordi di un’infanzia in compagnia di queste bestie. Lo zio dell’artista\, di professione macellaio\, sopprimeva le mucche sussurrando loro parole di conforto. La capra che suona il violino richiama alla mente le incantevoli feste rallegrate dalle dolci note del violinista ambulante. Il pesce ricorda la figura del padre\, venditore di aringhe. E perfino il canto degli uccelli\, che suonano il violino o lo shofàr\, è simile alla musica divina. \nCon l’umorismo che lo contraddistingue\, l’artista non esita ad assumere vesti bestiali raffigurandosi con le fattezze di un gallo o di una capra\, animale per il quale l’artista ha più volte espresso il suo affetto e la sua compassione. Anche l’asino\, bestia umile ma al contempo messianica\, è qui raffigurato come una possibile immagine dell’artista. \nQueste figure composite sono dunque sempre il segno di una sintesi poetica\, che consente di vedere in una sola immagine questi diversi livelli di rappresentazioni. Nel 1941 André Breton sosteneva che\, con Chagall\, la metafora aveva fatto il suo ingresso nella pittura del XX secolo. Egli sottolineava altresì la capacità che il pittore aveva di «liberare l’oggetto dalle leggi della pesantezza\, di abbattere la barriera degli elementi e dei regni» e di tradurre\, in un linguaggio plastico\, le inquiete tracce del sogno nonché l’essenza degli esseri e delle cose. \n\n\n\nTemi biblici\n\n\nChagall ebbe sempre a cuore i temi legati all’ebraismo e alla Bibbia: «Mi è sempre sembrato e mi sembra tuttora che la Bibbia sia la principale fonte di poesia di tutti i tempi […] essa è stata l’alfabeto colorato in cui ho intinto i miei pennelli». Tutta la Bibbia è il grande codice\, cioè il punto di riferimento imprescindibile della nostra cultura\, è la stella polare a cui si sono orientati tutti\, credenti e non\, quando hanno cercato il bello\, il vero e il bene\, magari anche per respingere questa guida e vagare altrove. \nQuando\, nel 1930\, il mercante d’arte ed editore Ambroise Vollard gli propose di illustrare proprio il libro sacro dell’ebraismo (impresa titanica che\, dopo Rembrandt\, non fu più tentata da alcun artista)\, Chagall accettò con comprensibile entusiasmo e umiltà. Ma prima di iniziare il lavoro\, nel 1931 si imbarcò per la Palestina. Non fu soltanto un’esperienza spirituale\, un pellegrinaggio o un ritorno alla terra d’origine\, ma anche un’esperienza plastica: scoprì i paesaggi riarsi\, essenziali\, immersi in una luce sfolgorante. \nLe scene bibliche\, incentrate sul tema dell’Uomo come creatura di Dio\, sono quadretti di vita di un villaggio ebreo di quei tempi e quindi connesse a un presente\, a una quotidianità\, di cui l’arte di Chagall riesce a svelare il mistero: «Chagall legge la Bibbia e subito i passi biblici diventano luce per tutti»\, scrisse\, a questo proposito\, il filosofo Gaston Bachelard. \nCosì\, le opere di Marc Chagall si liberano del restrittivo valore confessionale\, superano i limiti angusti di rappresentazione della religione ebraica\, per abbracciare e acquisire un significato spirituale e poetico universale\, proprio di ogni uomo e di ogni tempo.
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SUMMARY:MARGHERITA MORGANTIN
DESCRIPTION:Per il terzo appuntamento del ciclo di mostre “Una questione di sopravvivenza”\, Margherita Morgantin presenta il video dal titolo Il pensiero veloce (2007)\, insieme a una serie di disegni sul muro ispirati al paesaggio sardo e concepiti appositamente per lo spazio del Museo. Nel video scorrono le immagini di un viaggio in barca compiuto dall’artista tra Venezia e Trieste\, lungo i canali navigabili della laguna. \nLa specularità dell’orizzonte creata dal riflesso dell’acqua opera un ribaltamento lento e quasi impercettibile della prospettiva\, un giro completo d’orizzonte che richiama il moto di una lenta rivoluzione e la rotazione terrestre. Progressivamente il paesaggio si trasforma nel disegno di una macchia di inchiostro che diventa la chiave di accesso a una diversa profondità della visione introspettiva. L’aderenza tra le forme interiori e quelle del paesaggio/macchia si offre così come strumento di lettura delle cose\, una libera indagine della zona compresa tra la rappresentazione delle forme e la loro fragile interpretazione. \nLa necessità di raccontare i viaggi o qualsiasi altra esperienza diventa l’attestato dell’esistenza di un’area di attrito tra immaginazione e realtà\, il vero luogo della vita condivisa dai corpi\, dai simboli e dai sentimenti. I disegni eseguiti a pennarello sul muro\, e collegati a piccoli monitor su cui appaiono delle brevi sequenze video a partire dagli ultimi segni bianchi del “pensiero veloce”\, sono tracciati grafici che stabiliscono delle corrispondenze tra la fissità del disegno e la mobilità delle immagini. Ne scaturisce una geografia percettiva\, con strati temporali che si mescolano\, capaci di creare un linguaggio visivo in perpetua mutazione
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SUMMARY:ALDO CONTINI
DESCRIPTION:Dal rapporto dialettico dell’arte con la realtà isolana post bellica nascono le prime prove artistiche dello scultore Aldo Contini (Sassari\, 1924)\, ancora legate alla tradizione figurativa\, siamo a metà degli anni Cinquanta\, e concepite come impegno sociale dell’artista. Questa estrema attenzione per un’arte capace di fare propri contenuti e esigenze attuali\, porta Contini\, dal 1959\, a dedicarsi all’attività di designer presso l’I.S.O.L.A. (Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano)\, dove lavora accanto a Eugenio Tavolara nella progettazione dell’artigianato sardo del ferro\, della ceramica\, del legno\, ecc. Nel 1963 lascia l’I.S.O.L.A. e intraprende la carriera dell’insegnamento come docente all’Istituto d’Arte di Sassari\, che lo impegnerà fino al 1989. \nIntanto nel 1965\, con l’adesione al “Gruppo A” riunito attorno Mauro Manca\, la sua ricerca artistica si sposta nel campo della pittura neoavanguardista e pop\, abbandonata a metà degli anni Settanta per il concettualismo che contraddistingue il periodo in cui fonda il “Gruppo della Rosa”. Dal 1983 al 1986 diventa coordinatore scientifico del Dipartimento di progettazione per l’Artigianato dell’Istituto Europeo di Design di Cagliari. Esaurita anche la fase concettuale\, alla fine degli anni Ottanta la sperimentazione pittorica di Aldo Contini approda a un astrattismo geometrico che caratterizza le sue opere più recenti\, come le Vetrate e i Retabli. Questi ultimi\, in un gioco e contrasto cromatico tra stelle rosse e forme oro\, disegnano il personale dialogo di Aldo Contini alla sua prima personale al Museo
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SUMMARY:SALA 1: GIANVINCENZO MONNI
DESCRIPTION:Concetto emersivo\n\n\n\n\n“L’arte “diviene” nella stessa progressione: insegue l’uomo nella sua follia. Nell’oscillare vano oltre sostanza\, tende a evolversi essa stessa in multiforme e colorata materia di mercato”. \nSi pone in antitesi alla frenesia mediatica e consumistica Gian Vincenzo Monni (Nuoro nel 1965)\, a favore di una visione razionale della condizione esistenziale dove il gesto estetico diviene rigenerazione. In un connubio tra etica ed estetica\, l’artista traccia una visione apocalittica dell’umanità\, alienata a causa di un modus vivendi condizionato dall’apparenza e dall’artificio\, la cui unica possibilità di salvezza consiste nella presa di coscienza raggiungibile solo attraverso una dimensione razionale\, con l’obiettivo primario di creare uno spazio ideale che funga da spazio interattivo. Un contesto intermedio che determini concettualmente un costante scambio tra interno ed esterno\, tra il sè e l’altro. Funzione dell’arte è divenire essa stessa ideale spazio di connessione tra intrinseco ed estrinseco\, recita uno dei fondamenti del Razionalismo Estetico di cui l’artista è fondatore\, per una ricerca che miri – attraverso gli archetipi dell’inconscio –  a restituire all’uomo quella centralità rispetto a sè stesso e a ciò che lo circonda\, secondo una tendenza antropocentrista che confluisce in quello che si definisce principio antropico cosmologico\, ovvero quell’insieme di delicati equilibri che hanno permesso alla vita di avere origine. \nLa forma e la sua evoluzione in continuo divenire è il cardine intorno al quale ruota la poetica di Gian Vincenzo Monni\, pretesto per scandire le fasi del Razionalismo Estetico e oggetto d’analisi del video in questione. Sinuose forme in continuo movimento che emergono da uno sfondo scuro sono emblemi di una consapevolezza che affiora dal profondo attraverso quella condizione che si fonda sulla razionalità. Simboli primigeni\, icone simboliche delle potenzialità intellettuali e spirituali si contraggono fluttuando sulle note impetuose di Michael Nyman.
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SUMMARY:Gianni Berengo Gardin
DESCRIPTION:Con oltre cinquanta mostre personali e un centinaio di volumi pubblicati\, Gianni Berengo Gardin è ormai una delle maggiori personalità della fotografia internazionale. \nLa qualità del suo lavoro ha ottenuto i riconoscimenti della critica più prestigiosa. È stato infatti citato\, unico fotografo\, da E. G. Gombrich nel suo libro The image and the Eye (Oxford 1982) e da Italo Zannier nella sua Storia della fotografia italiana (Bari 1987) come “il fotografo più ragguardevole del dopoguerra”. \nCecil Beaton lo ha incluso nella mostra da lui organizzata nel 1975\, dedica•ta ai geni della fotografia dal 1839 ad oggi. Nel corso degli anni collabora con le maggiori testate nazionali e internazionali (Domus\, Epoca\, L’Espresso\, Time\, Stern\, Harper’s Bazaar\, Vogue\, Du\, Le F**aro ecc.). Il lavoro di Berengo Gardin nasce dal desiderio di trasmettere la realtà oggettiva. Cominciò il reportage fotografico sulla Sardegna negli anni ’50: volti\, sorrisi\, persone\, gesti calati in momenti del quotidiano\, nei tempi del lavoro\, nei riti della festa\, lo approfondì alla fine degli anni ’60\, e lo ha completato nel 2006 con nuovi dettagli\, ritratti\, espressioni.  \nLa mostra è stata realizzata in collaborazione con Imago Multimedia.
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SUMMARY:SALA 1: Mario Fois
DESCRIPTION:1/60\n\n\n\n\nIl progetto dello spazio Sala 1\, iniziato a settembre con la rassegna Cruel Fairy Tales\, ha visto e vedrà giovani artisti sardi esporre una sola opera pensata ad hoc per il museo e la sala\, per una o due settimane. Il MAN ha voluto e vuole in questo modo sostenere e dare visibilità alla creatività giovanile in modo dinamico e plurale\, documentandone l’attività\, favorendo la divulgazione e l’informazione sulla produzione artistica giovanile. L’opera 1/60 di Mario Fois\, unisce\, in una raffinata sintesi\, pittura e colore\, cornice e installazione\, serialità e unicità. I sessanta moduli funzionano come megapixel di un universo che si espande alla ricerca di nuove simmetrie\, frammenti a se stanti e autosufficienti\, incapsulati in teche trasparenti che li isolano e proteggono\, parti di un tutto in via di definizione dove la vibrazione e il movimento sono i comuni denominatori. \nMario Fois nasce nel 1971 a Nuoro dove\, già a partire dalla fine degli anni 80 inizia a operare nell’ambito dellìaerosol art e della cultura di strada. Dopo alcuni anni di intensa attività\, senza distaccarsi dallo spirito artistico che ne ha contrassegnato le prime espressioni\, giunge alla tela e alle tecniche di pittura tradizionale con una particolare attenzione all’uso del colore tipico dell’espressionismo astratto americano. A metà degli anni 90 è tra i fondatori di Kentu Concas Kentu Berrittas movimento artistico caratterizzato dalla massima libertà individuale e da un’intenso attività espositiva. Negli ultimi anni Fois è stato protagonista di diverse personali\, nelle quali ha dato prova di sapersi confrontare in maniera efficace con tecniche e formati trai più disparati\, spostandosi dal micro al macro senza mai perdere di vista il senso della pittura intesa come liberazione del gesto.
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SUMMARY:Martinica
DESCRIPTION:La collezione del MAN dialoga con Mirella Mibelli\n\n\n\nMirella Mibelli nasce ad Olbia nel 1937. Diplomata a Roma presso l’Istituto d’arte Zileri\, ha frequentato nel 1958 a Salisburgo la Scuola del vedere diretta da Oskar Kokoschka presso la Sommerakademie fur Bildende Kunst. Pur continuando a utilizzare le tecniche tradizionali quali l’olio e la tempera\, ha ben presto prediletto l’acquerello\, cercando e trovando risultati assolutamente originali nel campo sia del figurativo sia dell’astrattismo. Negli ultimi anni la sua ricerca ha abbracciato tutte le tecniche d’incisione come la xilografia\, la calcografia\, la litografia e la serigrafia\, utilizzando anche materiali inconsueti come le superfici di plexiglas. \nL’inserimento delle opere di Mirella Mibelli nell’itinerario museografico individuato all’interno della collezione MAN di opere di artisti sardi del Novecento\, sovvertendo ogni norma cronologica e temporale\, crea un progetto innovativo\, realizzato in un processo dialettico che decostruisce l’immagine tradizionale del percorso museale\, per privilegiare la soggettività dello spettatore\, del quale\, così\, è ripristinata la centralità e la capacità di muoversi tra esperienze e suggestioni disparate e di scoprire relazioni e diversità tra le più varie immagini\, storie e forme d’arte\, e ne è evidenziata\, contemporaneamente\, la flessibilità.
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SUMMARY:EGON SCHIELE
DESCRIPTION:Il MAN_Museo d’Arte della Provincia di Nuoro inaugura la stagione espositiva autunnale del 2007 con la mostra EGON SCHIELE (1890-1918) dedicata al grande artista austriaco\, uno dei principali esponenti della pittura moderna. \nDi questo illustre maestro\, morto a soli 28 anni\, la mostra intende ripercorrere i principali temi\, nell’intento di fornire una panoramica completa della sua produzione attraverso ottanta opere tra disegni\, acquerelli e gouaches.\nIn meno di dieci anni di attività Egon Schiele\, attento interprete di quella particolare realtà sociale che ha caratterizzato la Vienna fin de siècle\, ha dato vita a una immensa produzione grafica: più di tremila opere tra disegni e acquerelli. Molti di questi fogli sono dedicati alla figura umana: la maggior parte raffigura corpi smagriti\, figure ossute e spigolose\, volti scarni ed emaciati\, mani nodose\, sguardi malinconici\, vividi ritratti rifiniti con il colore\, espressioni fortemente distorte e autoritratti sperimentali dell’artista. \nOltre a questo genere di soggetti\, si trovano alcuni paesaggi\, descrizioni di ambienti e edifici e\, in qualche caso\, nature morte di fiori o altri oggetti. Ma la parte più rilevante dei disegni di Schiele è costituita dai nudi\, maschili e femminili\, e dalle figure semivestite che ci appaiono in pose e atteggiamenti inconsueti\, spesso in posizioni acrobatiche\, talvolta esibendo i propri organi sessuali. Altre volte\, oggetto di rappresentazione sono donne gravide\, figure infantili alle soglie dell’adolescenza\, corpi frammentari\, doppi ritratti e coppie avvinte in un abbraccio. Schiele ama anche autoritrarsi: infatti\, l’artista ci ha lasciato un numero impressionante di immagini proprie\, in cui i movimenti del corpo contorto\, le espressioni del viso comunicano il senso di alienazione e di confusione angosciosa vissuta\, rafforzando così fra i contemporanei la fama di artista maledetto\, tormentato e sofferente. Con una quantità cosi considerevole di autoritratti\, Schiele ha consapevolmente attirato l’attenzione del pubblico sulla propria persona fino a diventare\, nel corso del tempo\, una vera e propria icona del Novecento. \nL’esposizione\, nel dare ampio spazio ai lavori su carta\, mette in risalto la straordinaria abilità grafica di questo artista\, la perfetta padronanza del tratto e l’eleganza del segno affinato e di tagliente espressività che emerge in nudi di particolare efficacia. Nelle sue opere\, infatti\, il disegno ha vita autonoma: cristallizza\, con incredibile precisione e nitidezza\, momenti fugaci e sensazioni\, corpi e sguardi. Egon Schiele è\, innanzitutto\, un disegnatore: il suo disegno è condotto con grande maestria\, il tratto scorre preciso\, lucidamente calcolato\, docile e tagliente allo stesso tempo\, i contorni sono netti e definiti. Altra peculiarità di queste opere è l’abolizione dei riferimenti spaziali: generalmente\, infatti\, l’artista rinuncia alla descrizione dello sfondo e del \nl’ambiente per concentrarsi esclusivamente sul modello. È la figura umana la grande\, e straordinariamente efficace\, protagonista di questi lavori\, colta in ritratti\, autoritratti e nudi di natura spesso erotica. I contenuti sconvenienti dei suoi lavori e le soluzioni stilistiche adottate da Schiele appaiono oggi del tutto naturali e sono entrati a far parte delle nostre abitudini percettive\, ma nella Vienna degli inizi del Novecento quelle opere erano viste come il prodotto di un artista antiaccademico e sessualmente licenzioso\, che fu anche condannato al carcere perché accusato di immoralità pubblica. \nL’allestimento del MAN contribuisce a mettere in evidenza l’evoluzione dell’arte di Schiele: dalle opere realizzate negli anni trascorsi all’Accademia di Belle Arti di Vienna (1906-1909) – caratterizzate soprattutto dal tema del paesaggio e che ancora risentono dell’influenza di Impressionismo e Jugendstil – al primo periodo di emancipazione stilistica (1909-1910)\, durante il quale\, accanto all’ascendenza dell’amico e mentore Gustav Klimt\, i corpi\, colti in una nudità che sembra scarnificare la figura\, appaiono quasi disarticolati nella loro essenzialità. \nLa mostra affronta poi gli anni trascorsi a Krumau e Neulengbach (1911-1912)\, estremamente ricchi dal punto di vista produttivo e vicini alla sensibilità espressionista\, e quelli del ritorno a Vienna (1913-1918)\, durante i quali l’artista sviluppa una produzione ricca e sfaccettata\, composta di opere allegoriche e da una serie di ritratti – che nel periodo finale della sua vita si connotano di un nuovo\, e morbido\, plasticismo – che gli garantiscono un tale riconoscimento di pubblico e critica da consacrarlo tra gli assoluti protagonisti della scena artistica viennese ed europea. \nAlla morte di Schiele\, avvenuta nel 1918 a causa di una epidemia di febbre spagnola\, seguirono per l’artista anni di oblio\, come se la ricezione della sua arte fosse indissolubilmente connessa alla sua persona. Solo decenni più tardi il contributo di Schiele allo sviluppo dell’arte moderna sarebbe stato riscoperto e valutato in modo appropriato.
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SUMMARY:Nico Vascellari
DESCRIPTION:Il lavoro di Nico Vascellari è focalizzato sul folklore e sul paesaggio\, costanti nelle sue ultime produzioni. L’installazione utilizzerà alcuni materiali ricorrenti nella tradizione sarda\, come cera\, fuoco\, legno\, campanacci.  \nCiò che interessa l’artista è il riferimento non tanto alla cultura popolare in sé quanto piuttosto a quei fattori sociali e geografici che hanno contribuito al suo sviluppo\, come paure ataviche\, fascinazioni primitive\, identità territoriali specifiche che tuttavia conservano un valore universale.   \nLa mostra è a cura di Maria Rosa Sossai.
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SUMMARY:Sala 1: Cruel fairy tales
DESCRIPTION:Il progetto dello spazio Sala 1 coinvolge una decina di giovani artisti sardi che\, dal 28 settembre sino alla fine del 2007\, esporranno una sola opera. Così\, in modo dinamico e plurale\, il MAN vuole sostenere e dare visibilità alla creatività e alla produzione artistica giovanile\, documentandone l’attività e favorendone la divulgazione e l’informazione. \nInizia il ciclo la mostra Cruel Fairy Tales\, a cura di Roberta Vanali\, che vede i lavori di sei artisti trarre ispirazione dalle fiabe. La fiaba\, l’eterna vicenda umana\, viene presa in esame come strumento utile alla comprensione dell’esistenza\, in particolare alla decodificazione di quei lati oscuri che in essa si celano. «Le fiabe sono una spiegazione generale della vita\, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna»\, così le definisce Italo Calvino. Traendo spunto dalle radici antropologiche della leggenda e del racconto popolare\, come tradizioni orali che narrano timori e credenze\, che permettono la divulgazione di messaggi universali attraverso un linguaggio metaforico semplificato\, sono stati invitati a riflettere su questo tema sei pittori sardi provenienti da ambiti ed esperienze culturali differenti. \nCaratterizzata da stilemi comuni e motivi ricorrenti\, la fiaba si rivela appropriata a sviscerare quegli aspetti più o meno occulti della natura umana\, in quanto – come sottolineerebbe Calvino – le fiabe sono vere perché capaci di descrivere inquietudini e drammi. \nLa mostra si pone l’obiettivo di evidenziare come gli aspetti oscuri dell’esistenza siano intrinseci alla cultura e all’immaginario collettivo della fiaba e della leggenda\, dimostrando quanto queste siano ancora attuali e quanto si rivelino particolarmente adeguate a scandagliare l’animo umano attraverso simbologie e metafore spesso crudeli. \nStrutturata in sei appuntamenti di una settimana ciascuno\, la mostra presenterà un’opera e una storia per volta\, accompagnata da laboratori didattici pensati ad hoc per l’occasione e curati dagli stessi artisti. \nIl 28 settembre inaugura la mostra Pietro Sedda con l’opera dal titolo Sacroiliaca\, ispirata alla fiaba africana di Alberto Ribè “Le mani nere della scimmia”; a seguire Silvia Argiolas\, che prende in esame “Cappuccetto Rosso” nella sua versione originale per mettere l’accento sulla piaga della prostituzione. Alessio Onnis indaga l’incapacità dell’uomo di accettare l’inesorabile scorrere del tempo con Carmilla\, la sanguinaria contessa ispirata da Erzsebeth Bathory che fece uccidere 600 vergini per lavarsi nel loro sangue\, mentre Giuliano Sale si rifà al classico “Hansel e Gretel.” Pastorello usa i parametri della fiaba tradizionale per inventare la fiaba dell’anomalo con l’opera L’uccellino blu del bosco incantato\, e infine Gavino Ganau chiude la mostra con un trittico ispirato alla fiaba cinematografica.
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SUMMARY:L’evento immobile (Contrattempi)
DESCRIPTION:A cura di Cristiana Collu e Saretto Cincinelli \nPiù che una rassegna internazionale di video\, L’evento immobile (contrattempi) messa a punto dal Museo Man di Nuoro per il festival letterario “L’isola delle storie” di Gavoi\, si configura come una vera e propria video-esposizione che scava dentro a quel mutevole territorio di confine che da sempre\, e in particolare negli ultimi anni\, mantiene in stretta relazione cinema\, video e arte contemporanea. Tramite le opere di: Sabrina Mezzaqui\, Hans Op de Beeck\, Adrian Paci\, Rossella Biscotti\, Daniela De Lorenzo\, Ursula Mayer\, Massimo Barzagli – Luisa Cortesi\, Patrick Jolley\, Rebecca Trost\, Inger Lisa Hansen\, e Carl Michael von Ausswolff-Thomas Nordstad\, la mostra cerca di circoscrivere e declinare una figura la cui crucialità è testimoniata dalla persistenza con cui sembra riproporsi all’attenzione in stagioni diverse ma significative della ricerca contemporanea: una figura il cui remoto baricentro pare riconducibile all’oscillazione fra movimento e immobilità\, un topos che\, sia pur secondo una linea carsica e discontinua\, segnata da profonde modificazioni\, conduce dai radicali\, pionieristici esperimenti di Andy Warhol (Empire\, 1964\, Sleep\, 1964 ecc.) o di Michael Snow (Wawelength\, 1966/7) a Sixty minutes silence (1996) di Gillian Wearing o a Teatro Amazonas (1999) di Sharon Lockhart\, a Needle Woman (1999-2000) di Kim Sooja e\, per citare almeno un artista italiano\, a diverse opere di Grazia Toderi. \nRinunciare al movimento\, all’ubiquità della macchina da presa o riprendere soggetti tendenzialmente immobili appaiono opzioni a dir poco inattuali e anacronistiche\, modi apparentemente impropri di usare cinema e video. Questa improprietà che non manca di riflettersi sulla natura dell’immagine e di riverberarsi sulle aspettative dello spettatore\, diviene immediatamente problematica poiché sembra negare ogni forma di narratività e condurre cinema e video verso la medusazione tipica dell’immagine fotografica\, verso una staticità imperfetta\, precaria e vibrante che\, proprio perciò\, tende a spostare l’attenzione dall’elemento iconico\, verso la dimensione temporale\, sonora e strutturale dell’immagine. È questo incantamento dell’evento più che la sua secca immobilità a costituire\, in modi sempre diversi\, lo sfondo in cui si articola la video-esposizione. \nL’immobilità contenuta nell’ossimoro del titolo che l’esposizione cerca di declinare non è infatti riconducibile unicamente alla staticità della camera o del soggetto ripreso ma\, più in generale\, a quella che potremmo definire una dimensione in meno dell’immagine in movimento\, una dimensione che\, venendo a mancare\, finisce per ripercuotersi après coup sull’espressività di opere che si sottraggono volontariamente al ricorso all’eloquenza e alla so- fisticata prevedibilità che caratterizza l’attuale uso del linguaggio audiovisivo in movimento. In tutti i film e i video proposti\, una qualche dimensione tipica del linguaggio cinematografico\, con maggiore o minore radicalità\, tende a dissolversi ma\, come in un gioco in cui chi vince perde\, le opere paiono guadagnare dall’economia che le caratterizza. \nUn’economia che\, paradossalmente\, finisce per restituire un surplus di presenza all’immagine di partenza come negli straordinari\, francescani video-haiku di Sabrina Mezzaqui\, negli elaborati ritorni della narrazione su se stessa di Ursula Mayer o di Hans Op De Beeck\, nel gioco di presenza assenza messo in scena nel passaggio fra immagini di diversa natura di Massimo Barzagli-Luisa Cortesi\, nel ricorso al contrattempo che caratterizza le pose di Daniela De Lorenzo\, nella staticità imperfetta dei videoritratti di Rossella Biscotti\, nella severa quasi sacrale staticità raggiunta da Adrian Paci\, negli interni ed esterni disabitati ma fortemente evocativi di Patrick Jolley\, Rebecca Trost\, Inger Lisa Hansen e di Carl Michael von Ausswolff e Thomas Nordstad.
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SUMMARY:Elisabetta Benassi
DESCRIPTION:I suoli come emblemi della periferia del mondo occidentale nel video di Elisabetta Benassi realizzato in Sardegna per il ciclo dei progetti “Site Specific” su invito del museo diretto da Cristiana Collu. \nIl ciclo dei progetti Site Specific\, avviata nel 2006 con il lavoro di ZimmerFrei\, continua nel suo intento di aprire un dialogo tra lo spazio museale inteso come luogo di ricerca artistica e di promozione culturale e il territorio circostante. L’artista invitata quest’anno\, Elisabetta Benassi\, presenta un lavoro video prosecuzione della serie dei Suoli\, iniziata nel 2005. Fotografie di grandi dimensioni\, vere e proprie mappe in scala 1:1\, di terreni di depositi e autodemolizioni. Luoghi marginali e del tutto anonimi\, in cui l’entropia si è insediata sino a rendere ogni cosa inutile e irriconoscibile\, che appaiono come deserti orizzontali dove la distanza e l’abituale relazione tra chi guarda e la cosa osservata viene abolita.  \nI suoli appaiono come emblemi della periferia del mondo occidentale\, un caos ingombrante di materia\, impossibile da riciclare ma da cui scaturisce un’idea di paesaggio mobile e in costante mutamento. L’esplorazione fotografica e video di Elisabetta Benassi va oltre il visibile\, sino a inglobare ciò che rimane fuori dell’inquadratura e che sfugge alla conoscenza. Il continuum di immagini si estende su un terreno molto più vasto di quello che i piedi attraversano. I suoli sardi\, fotografati durante un precedente soggiorno in Barbagia\, riprendono i resti e le ceneri dei fuochi per la festa di Sant’Antonio a Torpè e Mamoiada nel momento culminante di un rituale che coinvolge tutta la comunità. 
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SUMMARY:Jorge Peris
DESCRIPTION:La città di Nuoro diventa lo studio dell’artista spagnolo per un esperimento con un gruppo in workshop\, usando lo spazio\, il tempo e la materia. Acqua di mare\, sabbia e pane per opere in trasformazione. \nOggi che l’esperienza sembra ridursi ad un consumo momentaneo ed effimero e che gli eventi restano nel campo della cronaca\, l’arte scommette sul durevole\, non è istantaneamente consumabile ed è governata da una necessità interna che parte da lontano. La sua è una condizione paradigmatica di sopravvivenza\, in perenne conflitto con l’eccesso di informazioni e di immagini\, con l’accelerazione del tempo e dello spazio e con il surfing dell’informazione. Accogliendo tale paradigma\, gli artisti invitati per il nuovo ciclo di opere nel Project Space – Jorge Peris\, Nico Vascellari\, Margherita Morgantin – rispettivamente nei mesi di maggio\, settembre e dicembre 2007\, creeranno personali strategie di sopravvivenza dell’opera d’arte\, in termini materiali\, simbolici\, estetici\, occupando non solo il Project Space del museo\, ma esplorando anche zone limitrofe.  \nIl lavoro del primo artista presente\, lo spagnolo Jorge Peris\, si basa su un’idea di opera che scaturisce da trasformazioni continue\, lente e controllate dei materiali naturali che agiscono sugli spazi\, con un margine di imponderabilità sui risultati ottenuti. Nel progetto per il museo MAN\, la città di Nuoro diventerà lo studio dell’artista\, per un esperimento che coinvolgerà un gruppo di persone\, le quali collaboreranno con lui\, usando lo spazio\, il tempo e la materia. \nSaranno utilizzate macchine inventate allo scopo e materiali organici e minerali come acqua di mare\, sabbia\, pane. Gli interventi\, realizzati insieme ai partecipanti al workshop che si svolgerà nella settimana precedente l’inaugurazione\, avranno il valore di un’esperienza condivisa e collettiva con la città.  \nA cura di Maria Rosa Sossai.
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SUMMARY:Il luogo ideale
DESCRIPTION:Le 84 opere riunite in questa mostra\, olii\, disegni e incisioni di oltre venti artisti\, riflettono attraverso la tematica del paesaggio la sensibilità\, il mistero e le questioni metafisiche che hanno preoccupato gli artisti del movimento idealista della fine del XIX. Le opere rivelano la natura profonda\, misteriosa e magica che accompagna l’essere umano nel suo percorso psicologico e spirituale\, una natura misteriosa\, poetica\, con viste luminose e crepuscolari. All’interno della tematica sono approfonditi alcuni aspetti quali l’anima del paesaggio\, il paesaggio mistico\, il paesaggio dell’anima e il paesaggio dell’inquietudine. \n«La Vostra anima è un paesaggio scelto»: con questo celebre verso\, Paul Verlaine stabiliva una corrispondenza poetica tra le vie segrete del pensiero e la decorazione poetica di un «chiaro di luna tranquillo\, che invita a sognare gli uccelli sopra gli alberi e a piangere di estasi alle fonti». Questa visione mentale di un paesaggio che incarna l’anima umana corrisponde perfettamente al modo in cui gli artisti simbolisti concepivano la natura. Lungi dall’essere degli artisti isolati\, decadenti e al margine dell’evoluzione della loro epoca\, i pittori simbolisti partecipavano attraverso la propria ricerca sia intellettuale sia plastica alla genesi di ciò che sarebbe diventata la pittura del ventesimo secolo\, un’arte essenzialmente concettuale e “magica”. \nI paesaggi simbolisti sono paesaggi da sogno\, perché gli artisti idealisti non desiderano mostrare il visibile ma l’invisibile. Per loro\, la natura non è pittoresca ma suggestiva. Dipingono\, pertanto\, non ciò che il paesaggio mostra ma ciò che nasconde. Alberi\, nubi\, orizzonti lontani\, boschi misteriosi\, tramonti o crepuscoli: compongono idee che ci conducono verso la nostra interiorità.\nLuogo di proiezione di una teatralità che può essere ascendente e positiva\, però allo stesso tempo inquietante o degna di un incubo\, la natura così come la percepiscono i simbolisti incarna tutti i tormenti e tutte le speranze di un momento della civilizzazione piena di metamorfosi. Gli artisti simbolisti francesi (o che hanno vissuto in Francia) presenti in questa mostra ci conducono\, non senza incertezza\, attraverso i loro tentativi\, le loro angosce e i loro sogni\, verso un mondo diverso dal reale\, quell’universo definito da Baudelaire come «Anywhere out of the world». Attraverso i loro occhi\, il loro pensiero e il loro genio artistico\, ci svelano la geografia segreta del luogo ideale. \nIn mostra opere di: Edmond Aman-JeanValère Bernard\, Marsella\, Emile-Antoine Bourdelle\, Maurice Chabas\, Charles Marie Dulac\, Eugène Grasset\, Henry de Groux\, Charles Guilloux\, Louis Welden Hawkins\, Jeanne Jacquemin\, Frantisek Kupka\, Charles Lacoste\, Floirac\, Henri Le Sidaner\, Lucien Lévy-Dhurmer\, Henri Martin\, Emile-René Ménard\, Constant Montald\, Alphonse Osbert\, Armand Point\, Ary Renan\, Auguste de Niederhäusern-Rodo\, Carlos Schwabe\, Alexandre Séon.
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SUMMARY:JOTA CASTRO
DESCRIPTION: Il Man in occasione dei 50 anni dell’Unione Europea presenta due video dell’artista e attivista d’origine peruviana Jota Castro. \n Presidenza italiana (2003)\, sul dibattito tra il premier Silvio Berlusconi e l’eurodeputato tedesco Martin Schulz avvenuto a Strasburgo nel giorno della presentazione del programma italiano per il semestre di presidenza europea. Doing it to death (2004)\, un’interessante\, libera e dissacrante interpretazione dei rapporti di forza\, dove la canzone di James Brown è l’ideale colonna sonora per fare l’amore. \n In collaborazione con la comunità montana del Nuorese  \nCourtesy Galleria Massimo Minini\, Brescia
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SUMMARY:Zimmerfrei
DESCRIPTION:Il 16 marzo alle ore 18 si inaugura la mostra di ZimmerFrei (Anna de Manincor\, Anna Rispoli\, Massimo Carozzi)\, primo progetto per il 2006 della serie Site Specific\, con cui il museo MAN intende diversificare e arricchire le sue proposte\, nella convinzione che gli spazi museali debbano diventare sempre di più luoghi di sperimentazione e di promozione culturale. ZimmerFrei presentano i lavori realizzati nel corso della loro residenza svoltasi nell’aprile scorso presso il Museo: il cortometraggio Why we came\, la serie di video Shooting Test\, quattro stampe fotografiche e la serie di scatti realizzati nel corso della ricerca di location in Sardegna. \nLa video proiezione Why we came è stata girata sulla spiaggia di Berchida nel corso di ventiquattr’ore consecutive. Obiettivo della camera è la contemplazione del tempo attraverso l’incessante trasformazione del paesaggio. Sotto un cielo sempre in movimento alcune figure umane attraversano l’inquadratura\, tentando di lasciare un segno\, di incidere il paesaggio. Ma\, incurante di tutto\, la camera ruota su se stessa ad intervalli regolari\, orientandosi secondo i punti cardinali e assorbendo i cromatismi cangianti del cielo\, della sabbia e dell’acqua. La serie Shooting Test si presenta come una raccolta di appunti per film da realizzare ma è in realtà una riflessione sul linguaggio cinematografico e su alcuni topoi come il genere western\, con cui eliminare le barriere tra finzione cinematografica e set. Esplicitando la funzione tecnica e la vocazione enciclopedica\, tutti i video della serie si aprono con le indicazioni fotografiche che hanno guidato la ripresa. La peregrinazione del gruppo ZimmerFrei alla ricerca di un set naturale che potesse dare il via a una nuova ispirazione\, è restituito in forma di diaporama\, nello splendore del 35 millimetri. Novanta scatti per altrettante idee da sviluppare. \n Completa l’installazione un gruppo di stampe fotografiche. Dalla selezione degli scatti\, realizzati durante la ricerca delle location e nel corso delle riprese\, è emerso lo scheletro di un racconto. 
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SUMMARY:D'OMBRA
DESCRIPTION:La mostra\, ideata da Lea Vergine\, e’ stata prodotta e organizzata dal MAN e dal Palazzo delle Papesse di Siena. \nL’argomentare della mostra e’ il tema dell’Ombra. Dalle pitture tombali degli egiziani ad oggi gli artisti hanno lavorato su questo tema. L’uomo che ha perduto la propria ombra e’ segnato dai demoni e la donna senza ombra e’ sterile: cosi’ ne La storia meravigliosa di Peter Schlemihl di Adalbert von Chamisso e in La donna senz’ombra di Hugo von Hofmannsthal. La leggenda vuole anche che chi non riesce a colloquiare con la propria ombra sia destinato alla morte\, e cosi’ anche chi la calpesta o ne fa cattivo uso. Dunque\, non si prescinde dall’ombra. Tutto quello che e’ creato o determinato senza ombra ha un che di inquietante; ma anche l’ombra (tenebra o sagoma scura) costituisce la parte segreta di persone ed oggetti. Ogni ombra e’ incantesimo. Intatta e riconoscibile\, l’ombra e’ come un fantasma: come per un fantasma\, non e’ facile decifrarla. \nPerdere l’ombra: comperarla\, ritrovarla\, rubarla\, cancellarla\, guadagnarsela\, carpirla\, gettarla via. Ma l’ombra e’ un contenitore vuoto? L’ombra crede alla nostra esistenza? L’ombra va nell’altrove?\nSi possiede generalmente un’ombra (al contrario del personaggio di von Chamisso o di altri simbolisti tedeschi); essa cresce con noi e un giorno saremo la nostra ombra\, cioe’ il nostro doppio e il nostro abitacolo. Chi non conosce l’ombra delle forme\, ignora la forma stessa. L’ombra e’ la sua non-finita’: nell’ombra giace nascosta la forma. \nLa mostra sceglie di occuparsi di questo. Esclude percio’ quel filone dell’arte contemporanea dove il contrasto luce-ombra privilegia i fenomeni della percezione visiva. La mostra propone le opere dove l’ombra risulta il movente e significante primo della rappresentazione\, cioe’ dove l’ombra resta intimamente partecipe della struttura psicologica umana alludendo all’altro lato della personalita’ e a quanto di oscuro ed enigmatico si cela in essa. Prima grande rassegna nel suo genere\, D’Ombra offre la possibilita’ di verificare come e quanto l’antico tema continui a riproporsi anche nelle opere di artisti contemporanei. \nArtisti presenti in mostra: Mario Airo’\, Doug Aitken\, Carlo Alfano\, Laurie Anderson\, Stefano Arienti\, Carlo Benvenuto\, Christian Boltanski\, Fabrizio Corneli\, Gino De Dominicis\, Fischli&Weiss\, Ceal Floyer\, Alberto Garutti\, Mona Hatoum\, Gary Hill\, Joan Jonas\, Nino Longobardi\, Urs Luthi\, Fabio Mauri\, Sebastiano Mauri\, Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini\, Tracey Moffatt\, Margherita Morgantin\, Marvin E. Newman\, Cornelia Parker\, Claudio Parmiggiani\, Gianni Pisani\, Markus Raetz\, Annie Ratti\, Rosanna Rossi\, Anri Sala\, Susanne Simonson\, Jana Sterbak\, Fiona Tan\, Andy Warhol\, William Wegman\, Francesca Woodman. \n 
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SUMMARY:Confini
DESCRIPTION:A cura di Cristiana Collu\, Saretto Cincinelli\, Roberto Pinto \nUno dei temi piu’ discussi nell’arte contemporanea e’ sicuramente l’idea di confine che gli artisti hanno affrontato sia in senso metaforico e personale sia in senso geopolitico\, con tutte le conseguenze sociali e le implicazioni internazionali che cio’ comporta. L’interesse ampiamente diffuso negli ultimi anni nello stabilire dei confini e nel provare a tracciare le differenze\, affonda le sue origini anche all’interno delle pratiche artistiche: l’attenzione che l’arte ha dedicato allo spazio e alla conoscenza dei suoi limiti e’ sintomo di una specifica attitudine a mettere sotto osservazione il territorio di confine tra le cose. Esistono confini ben delimitati da frontiere\, mura\, sorveglianza armata\, ed esistono confini meno evidenti\, anche se spesso altrettanto rigidi e invalicabili. Ci troviamo di fronte al paradosso di una globalizzazione che sembra implicare la perdita dei confini soltanto per informazioni\, soldi e merci. I muri\, che abbiamo visto cadere alla fine del secolo scorso\, in fondo si sono moltiplicati. In un contesto piu’ ampio si potrebbe anche dire che i confini esterni rimandano a un’idea di esclusione\, di diversita’\, mentre i confini interni alle differenze di classe\, di credo religioso\, di etnia\, di genere. \nI confini riempiono la nostra vita\, ci circondano completamente\, sono lo strumento che ci permette di classificare e riconoscere la molteplicita’ della nostra realta’\, e\, allo stesso tempo\, sono un frutto della nostra capacita’ di stabilire delle convenzioni. La nozione di confine svolge un ruolo cruciale a qualsiasi livello di rappresentazione e di organizzazione del mondo che ci sta intorno. A proposito dei confini\, scriveva Claudio Magris: “Essi muoiono e risorgono\, si spostano\, si cancellano e riappaiono inaspettati. Segnano l’esperienza\, il linguaggio\, lo spazio dell’abitare\, il corpo con la sua salute e le sue malattie\, la psiche con le sue scissioni e i suoi riassestamenti\, la politica con la sua spesso assurda cartografia\, l’io con la pluralita’ dei suoi frammenti e le loro faticose ricomposizioni\, la societa’ con le sue divisioni\, l’economia con le sue invasioni e le sue ritirate\, il pensiero con le sue mappe dell’ordine”. Forse e’ proprio questa ricchezza di significati e di aspetti a rendere interessante tale argomento. Le opere degli artisti in mostra sembrano ribadire proprio la varieta’ di possibili interpretazioni\, non rinunciando\, quindi\, a “osservare quello strano spazio che si trova “tra” le cose\, quello che mettendo in contatto separa\, o\, forse\, separando mette in contatto persone\, cose\, culture\, identita’\, spazi fra loro differenti”. \nDa dove si guarda un confine? Cosa significano realmente espressioni come dentro o fuori? Esiste un fuori del dentro o un dentro del fuori? Queste alcune delle domande messe in gioco dalla mostra. \nArtisti: Francesco Arena\, Maja Bajevic\, Emanuele Becheri\, Jota Castro\, Yael Davids\, Pepe Espaliu’\, Carlos Garaicoa\, Mona Hatoum\, Alfredo Jaar\, Magdalena Jetelova\, Seila Kameric\, Daniela Kostova\, Jorge Macchi\, Liliana Moro\, Mateo Mate’\, IngridMwangiRobertHutter\, Andrea Nacciarriti\, Adrian Paci\, Riccardo Previdi\, Michael Rakowitz\, SASI Group\, Stalker\, Jules Spinatsch\, Franck Scurti\, Daina Taimina\, The Institute for Figuring\, Enzo Umbaca\, Catherine Yass. \nLa mostra e’ accompagnata da una rassegna video a cura di Maria Rosa Sossai che presenta le opere di Massimiliano e Gianluca De Serio\, Alex Cecchetti\, Armin Linke\, David Krippendorf e\, in collaborazione con l’Istituto Polacco di cultura a Roma\, le opere di Bogna Burska\, Jacek Molinowski\, Julita Wojcik.
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