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DESCRIPTION:DREAMTIME\, per quantità (oltre 290 lavori) e soprattutto per la qualità delle opere proposte\, si offre come la più completa esposizione mai presentata in Italia sull’arte aborigena australiana contemporanea. Tanto articolata da essere proposta al MAN in due successive “puntate”: una prima\, intitolata “Lo spirito dell’arte aborigena” si potrà ammirare dall’11 febbraio al 1° maggio 2011. Ad essa seguirà\, dal 6 maggio al 28 agosto\, la seconda parte dal titolo “Arcaicità e astrazione. Il linguaggio dell’arte aborigena”. \nDall’ 11 febbraio al 28 agosto\, quindi\, l’arte aborigena “contaminerà” la Sardegna\, in un gioco di rimbalzi che\, partendo dal MAN\, si riverbererà idealmente ai siti archeologici e ai musei etnografici dell’isola.  \nIl progetto si avvale delle massime collaborazioni istituzionali da parte italiana e australiana ed ha come “garante di qualità” il Koorie Heritage Trust\, unico organismo riconosciuto a livello internazionale per la valorizzazione e lo studio delle culture aborigene. \n“Per DREAMTIME\, sottolineano i curatori\, il KHT ha direttamente selezionato le opere\, certificandone così la provenienza. Tutti i saggi destinati al catalogo Marsilio sono stati redatti dagli esperti del KHT e certificati dal punto di vista antropologico\, sociale e culturale: una garanzia mai sino ad oggi offerta per nessuna mostra internazionale. Va evidenziato come quella che giungerà in Sardegna sarà la più numerosa collezione di lavori aborigeni che abbia mai lasciato l’Australia\, opere che coprono un’area vastissima dallo Stato del Victoria fino al Qeensland\, provenienza che consente di mostrare le profonde differenze fra gruppi culturali”. \nNon fosse che per questo\, DREAMTIME godrebbe del carattere di eccezionalità tra le mostre dedicate alla cultura aborigena al di fuori del continente australe. Ma ciò che certamente più affascinerà il pubblico italiano sarà l’originalità del linguaggio espressivo\, i colori ipnotici\, gli archetipi che hanno solcato immutati 40 mila anni\, dal Tempo del Sogno ad oggi.  \nLa mostra include artisti di riconosciuta fama come Clifford Possum\, John e Luke Cummins\, Trevor Turbo Brown\, Craig Charles e artisti emergenti\, che si stanno affermando nel panorama internazionale. Questa selezione presenta autenticamente l’arte aborigena contemporanea nel suo attuale stato d’evoluzione e non restituisce una visione statica degli stereotipi che spesso vengono attribuiti a queste culture.  \n“È una sorta di infanzia della storia – sottolinea Cristiana Collu – che avvicina il contemporaneo\, il tempo presente alle nostre radici\, con una forte spinta alla scoperta\, alla creazione\, alla invenzione\, al rispetto\, al riconoscimento e infine al senso di appartenenza ai luoghi che hanno plasmato e plasmano la nostra visione del mondo. \nLa pittura delle prime civiltà è forse l’espressione artistica più affascinante per lo spettatore di oggi. Oltre che sulla figura umana\, è infatti in grado di dirci qualcosa sul suo rapporto con l’ambiente che la circonda e che la condiziona: i suoi simili\, gli animali\, la natura. E lo fa nel linguaggio formale caratteristico di ogni cultura e soprattutto\, suggestivamente\, con i colori. La seconda tappa nella genesi dell’arte figurativa\, riflesso di creazioni mentali\, si è verificata quando l’uomo ha iniziato a tradurre la propria realtà interiore in espressione grafica. L’arte è sicuramente nata da una esigenza intellettuale come\, tempo prima\, l’utensile è apparso per un bisogno vitale (esistenziale)\, e poiché l’essere umano è sia biologico sia sociale\, l’utilizzo dell’immagine ha da allora assicurato la coesione dei due aspetti e in definitiva una certa coesione pubblica e collettiva. \nLa forza iconografica delle opere in mostra\, la simbologia primitiva e arcaica\, determinano una serie di analogie con la cultura sarda primigenia\, archeologica\, tradizionale e identitaria\, creando un grande gioco di rimandi e risonanze che dall’apparentemente altro come l’arte proveniente da un continente agli antipodi (che però ha sempre avuto una condizione di insularità non solo geografica) ci riporta alle evidenze e ricchezze del territorio che noi abitiamo”.  \nLa mostra è un progetto del MAN_Museo d’Arte della Provincia di Nuoro\, in collaborazione e con il patrocinio della Regione Sardegna\, il Ministero degli Affari Esteri Italiano\, l’Ambasciata Italiana a Canberra\, l’Ambasciata Australiana a Roma\, l’Istituto Italiano di Cultura\, il Consolato di Melbourne. \n 
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SUMMARY:Ragionevoli dubbi
DESCRIPTION:Ragionevoli dubbi\, il titolo della mostra che rinnova la consueta collaborazione tra il Museo MAN e l’Isola delle Storie anche nel 2010\, presenta il lavoro di tre giovani artisti della scena contemporanea italiana\, Cristian Chironi\, Paolo Meoni e Rachele Sotgiu\, che si misureranno con lo spazio di Casa Lai attraverso tre racconti distinti che esplorano il presente con l’ironia\, la lucidità e l’intimità che caratterizza le loro personali ricerche. La riflessione\, che avviene attraverso l’utilizzo dei linguaggi della fotografia\, della performance\, del video e dell’installazione\, dischiude una serie di interrogativi e di dubbi\, a partire dalle loro specifiche sensazioni e radici culturali\, che riportano alla possibilità di una diversa visione sul mondo che può\, e forse dovrebbe essere\, anche come io l’immagino. \n\n\n\nCristian Chironi\n\n\nCristian Chironi nasce a Nuoro nel 1974. Artista visivo e performer attivo dal 1998\, vive e lavora tra la Provincia di Nuoro e Bologna. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Si interessa a diversi linguaggi\, tra i quali performance\, fotografia\, video\, disegno\, public-art e operazioni site specific\, cercando un’integrazione dei generi. La sua ricerca mira a mettere in relazione una pluralità di concetti\, come realtà e finzione\, memoria e contemporaneità\, figura e immagine\, bidimensionale e tridimensionale\, conflitto e integrazione. \n\n\n\nPaolo Meoni\n\n\nPaolo Meoni nasce a Prato nel 1967\, dove vive e lavora. La sua ricerca nasce dalla frequentazione dello spazio della quotidianità\, la sua visione però ne ribalta l’ordinario\, cerca la novità interna attraverso la decostruzione continua dello stesso spazio ripreso in momenti diversi. Sono diversi gli sguardi che si aprono nelle sue opere\, stratificate come i diversi piani di un fotomontaggio. \n\n\n\nRachele Sotgiu\n\n\nRachele Sotgiu nasce nel 1984 a Nuoro\, dove vive e lavora. Rachele è una giovane artista che utilizzando diversi linguaggi passa con disinvoltura dalla fotografia al video\, dal disegno all’installazione analizzando oggetti e gesti del quotidiano con ricercata raffinatezza.Nel 2008 ha presentato una mostra personale\, curata dal MAN\, al museo Peppetto Pau di Nurachi  dal titolo “Il limite contravvenuto” in occasione della rassegna Clandestino (Dromos 2009).
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SUMMARY:In the middle
DESCRIPTION:In the middle\, il titolo della mostra che inaugura la nuova stagione espositiva del Museo MAN\, allude e sottintende una serie di rimandi che vanno dall’anagrafica dei sei artisti presentati al loro personale percorso di ricerca\, dalle tematiche proposte all’odierna particolare situazione del MAN\, per arrivare fino a far riferimento all’inizio di quello che celebriamo come il prossimo altrettanto fortunato decennio. \nNessuno di questi artisti ha mai esposto una propria opera al museo\, mai era stato invitato prima di quest’evento e neppure è presente in collezione: infatti\, la nuova indagine del MAN guarda al lavoro di chi\, pur essendo stato finora costantemente seguito e stimato\, per casuali e diverse ragioni mai era stato invitato a esporre. \nIn the middle riunisce sei artisti\, tra cui una designer\, a ognuno dei quali è stato chiesto di raccontare una storia\, con La giusta distanza come recita il titolo della Soddu\, seguendo Dinamiche spaziali (Lostia) e spargendo Semi preziosi (Idili). C’è chi lo ha fatto scattando con il pennello Fotogrammi con orizzonte (Garau) e chi invece con la macchina fotografica ha trattenuto Soli neri (Delogu)\, tutti hanno steso una Mitjariga (Nieddu)\, una mezza riga\, uno spartiacque molto permeabile tra un prima e un poi che forse non esiste nelle trasformazioni inesorabili e silenziose. \nPer questo con i sei artisti abbiamo condiviso l’ironia che tutti dovremmo avere quando ci chiedono di fare un bilancio che non tenga conto del futuro\, quel prossimo istante a cui noi\, almeno noi\, non vorremmo mancare. Che questa bellezza e questa ironia ci colga ogni volta nel bel mezzo di qualsiasi situazione della nostra vita.
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SUMMARY:Louis Vuitton Trophy
DESCRIPTION:Al MAN di Nuoro\, diretto da Cristiana Collu\, è stato richiesto di ideare e presentare alcune visioni d’arte contemporanea a La Maddalena in occasione della edizione 2010 del Louis Vuitton Trophy. \nLa competizione velica\, riservata alle barche Classe Coppa America\, sarà ospitata a La Maddalena dal 22 maggio al 6 giugno. Le edizioni precedenti del LVT hanno visto\, nell’autunno 2009 a Nizza\, la vittoria degli italiani di Azzurra su Emirates Team New Zealand. Dal 9 al 21 marzo 2010\, Auckland ha ospitato il secondo atto\, vinto dai padroni di casa neozelandesi su Mascalzone Latino\, mentre La Maddalena sarà la terza sede\, appunto dal 22 maggio al 6 giugno 2010\, seguita poi da Dubai in novembre e da Hong Kong nel gennaio 2011. \nOccasione di grande visibilità internazionale\, il LVT viene accompagnato\, nelle località che lo ospitano\, da manifestazioni di rilievo. La Maddalena ha scelto di puntare anche sull’arte contemporanea. Di qui il coinvolgimento del MAN\, che propone tre mostre presso il cosiddetto “reparto elettrico”\, accompagnate da una megaproiezione one shot all’aperto\, che vedranno protagonisti Giacomo Costa\, i Masbedo e Martì Guixé. \nAd aprire il percorso sarà Giacomo Costa\, artista italiano presente nel Padiglione Italia all’ultima Biennale di Venezia con Resistenze: si tratta di 5 immagini di grandi dimensioni (3×2 metri) basate su emergenze archeologiche della Sardegna (Tamuli\, Santa Sabina\, Antas\, Sa Coveccada\, Tholmes) rielaborate in postproduzione al computer. “I comportamenti dell’uomo e i modelli di sviluppo che la società persegue portano il mondo in una direzione nella quale paradossalmente non ci sarà più posto per gli esseri viventi. Nell’era del linguaggio globale\, dei marchi\, dell’uniformità del pensiero e del gusto\, l’individuo rischia l’isolamento e l’emarginazione. È in questo scenario che i simboli forti del passato\, le radici della cultura dei popoli e delle genti sopravvivono indenni al tempo e alle epoche. Questo è il significato contemporaneo della resistenza.” \nNella sala successiva i visitatori saranno accolti da due video installazioni: Teorema di incompletezza e Glima dei Masbedo (Nicolò Massazza e Jacopo Bedogni)\, anche loro invitati all’ultima biennale di Venezia. Per loro “la videoarte è la massima espressione del nostro tempo\, perché permette di usare e sperimentare tantissimi linguaggi\, a partire da quello più contemporaneo del video e del cinema\, incrociandolo però con la scrittura\, la sceneggiatura. La videoarte è un contenitore dove si “meticciano” tante diverse discipline”. La loro ricerca\, dopo aver metabolizzato precedenti importanti per la percezione sensibile\, dalle atmosfere inquietanti dei film di David Lynch e Stanley Kubrick ai capolavori video di Bill Viola e Gary Hill\, non teme più il confronto con la veridicità delle immagini\, con la perfezione o l’indotta imperfezione del visibile poiché la frontiera della comparazione è ormai travalicata in favore della visionarietà. Avvalendosi della collaborazione di illustri scrittori (Michel Houellebecq\, Aldo Nove)\, poeti (Giancarlo Majorino)\, attori (Ernesto Mahieux\, Juliette Binoche) e musicisti (Marlene Kuntz\, Gianni Maroccolo\, Eugenio Finardi\, Vittorio Cosma)\, i Masbedo utilizzano lo strumento video attingendo dalla costruzione cinematografica la maestria dei ritmi sincopati\, della diluizione dei tempi lunghi\, dei rimandi e della parcellizzazione dei nessi spaziali. \nIl 21 maggio grande apertura con l’evento one shot dei Masbedo\, Schegge d’incanto in fondo al dubbio (2009)\, video-installazione realizzata per il Padiglione Italia alla 53ª Biennale di Venezia\, con due megaschermi in sincrono e in notturna di grandissimo effetto visivo e sonoro nello spazio esterno. \nInfine nella sala centrale\, RAA Reparto Arte Artigianato\, dove il percorso è concepito come un temporary shop realizzato dal designer Martí Guixé\, il cuiallestimento\, e la declinazione dello spazio in rapporto agli oggetti\, crea un gioco di rimandi e oscillazioni dalla tradizione al contemporaneo\, attraverso una serie di manufatti dell’artigianato sardo\, dai tappeti ai tessuti e alle ceramiche. \nMartí Guixé (Barcellona 1964) si autodefinisce provocatoriamente “ex-designer” per sottolineare l’avversione all’approccio formalistico e stilizzato della nostra disciplina. Invece di reinventare ogni volta per le tipologie esistenti delle nuove forme legate a interpretazioni tradizionali della funzione\, lui pratica la ricerca di nuove modalità di vedere e di pensare gli oggetti\, modalità che prevedono una partecipazione attiva da parte del pubblico. È uno degli esponenti più interessanti del pensiero critico contemporaneo sul design\, ma la sua attività non ha nulla di moralistico\, assume anzi connotati di tipo ludico caratterizzati da un suo personalissimo e gentile approccio paradossale. Artista\, autore di installazioni e di performance\, progettista di negozi\, creatore di libri illustrati\, è stato negli anni ’90 il primo a lavorare sul tema del food design\, ed è anche un vero product designer: “Gli oggetti sono diventati uno strumento per percepire la realtà di tutti i giorni. Si può comunicare con gli oggetti e anche comunicare con le persone tramite gli oggetti”.
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SUMMARY:Nelle pieghe del mondo
DESCRIPTION:La mostra Nelle pieghe del mondo ha proposto dieci artisti invitati a misurarsi con il tema del paesaggio largamente inteso: urbano\, architettonico e umano\, come ritratto individuale o di gruppo\, come riflessione socioantropologica\, come paesaggio interiore e dell’anima\, come memoria e immagine dei sentimenti. Mircea Eliade dice che «in qualsiasi posto c’è un Centro del mondo» di cui ci dobbiamo prendere cura\, una meta cui tendere\, uno spazio di senso che deve essere riconquistato attraverso un progetto per riconoscere i molteplici valori di un luogo e amarlo. \nArtisti in mostra: \nIsabel Banal\, Mizuno Katsunori\, Marco Lampis\, Dacia Manto\, Paolo Meoni\, Margherita Moscardini\, Alessandro Piangiamore\, Alia Scalvini\, Pietro Sedda\, Kan Xuan.
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SUMMARY:Le fate con la tiagiola
DESCRIPTION:La mostra\, nel nuovo allestimento del museo\, ricompone nelle immagini di Paolo Bianchi l’oscillazione tra passato e futuro\, trovando il punto di equilibrio nelle figure femminili\, nelle donne del luogo\, “le fate con la tiagiola”\, l’incanto di un paese che cent’anni fa è stato lo straordinario protagonista di un’avventura artistica esemplare\, innovativa e contemporanea. Lo sguardo forestiero\, oggi come allora\, rivela la magia e la bellezza di Atzara\, e la restituisce con disarmante consapevole semplicità al presente spostando l’orizzonte sempre più in là e “dimenticando a memoria”. Accompagnano il viaggio le opere dei maestri dell’arte sarda del ’900: da Biasi a Figari a Corriga\, da Scano a Devoto\, provenienti da collezioni pubbliche e private\, insieme ad alcuni preziosi e significativi capolavori dei celebratissimi Chicharro e Ortiz.
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SUMMARY:Giacomo Costa
DESCRIPTION:Nell’ambito dei progetti site specific promossi dal museo come modalità di esplorazione e lettura del territorio\, il progetto Resistenze rappresenta l’esempio di una felice collaborazione tra diverse istituzioni che si sono misurate con il ruolo e il lavoro di un artista come Giacomo Costa. \nFiorentino di nascita inizia la sua ricerca fotografica attraverso lo studio della figura umana sul paesaggio\, prima montano e poi urbano\, finché sente il desiderio di intervenire in modo decisivo sull’ immagine\, che trova la massima espressione attraverso la manipolazione che l’uso delle tecnologie digitali gli offrono\, spostando così l’attenzione del suo lavoro sull’attività di ricercaa metà tra la pittura e la fotografia. \nLa sua riflessione parte da ciò che comunemente angoscia il mondo contemporaneo\, i disastri naturali\, le speculazioni\, l’inquinamento\, lo sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali traducendo queste ed altre tematiche in immagini rimarcate dalle sue parole quando dichiara che: «I comportamenti dell’uomo e i modelli di sviluppo che la società persegue portano il mondo in una direzione nella quale paradossalmente non ci sarà più posto per gli esseri viventi. Nell’era del linguaggio globale\, dei marchi\, dell’uniformità del pensiero e del gusto\, l’individuo rischia l’isolamento e l’emarginazione. È in questo scenario che i simboli forti del passato\, le radici della cultura dei popoli e delle genti sopravvivono indenni al tempo e alle epoche. Questo è il significato contemporaneo della resistenza».
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SUMMARY:La giostra delle stelle
DESCRIPTION:La mostra propone tre video installazioni sulla Sartiglia vista con gli occhi di due giovani filmaker sardi\, l’oristanese Paolo Zucca e il nuorese Paolo Bianchi\, che restituiscono\, grazie al loro sguardo contemporaneo\, una visione straordinariamente ricca e complessa del rapporto tra attualità e tradizione e di come questa relazione sia declinata dai diversi attori\, pubblico compreso. L’indagine dei due artisti non ha trascurato nulla e non si è soffermata solo sui momenti cruciali di una delle manifestazioni più amate in Sardegna ma ha cercato di cogliere e rendere esemplare quello che possiamo definire lo spirito\, la passione e l’identità del torneo vivo nelle donne e negli uomini che ne continuano in qualche modo la leggenda e ne alimentano il mito. \nUna serie di venti brevissimi video su monitor e due veri e propri film documentari montati come fiction ci immergono nell’incanto della festa\, nella tensione della corsa\, nella quotidianità dei gesti\, nella ritualità\, catturando sguardi\, volti e atmosfere di un tempo senza tempo che ci riporta a noi\, oscillando vorticosamente tra presente e passato\, tra la certezza e l’incognita del futuro. La mostra in definitiva\, come il gioco di parole sotteso dall’etimologia del titolo\, vuole avvicinare (il termine giostra deriva da juxta che significa vicino e quindi dal verbo juxtare che significa avvicinarsi) con sguardo critico le cose che ci circondano e nello stesso tempo mostrare come il contemporaneo riesca a giostrarsi\, a destreggiarsi nel difficile rapporto di coniugazione e trasmissione del passato\, impossibile senza le contaminazioni che paradossalmente sono\, forse\, proprio quelle che lo tengono in vita. Ancora la mostra è un invito a riappropriarsi dei codici etici che la Sartiglia esprime e che appaiono tremendamente attuali e necessari come il prepararsi a lungo\, il mettersi alla prova e in discussione\, avendo la visione chiara di un obiettivo e mostrando la forsennata passione per cercare di raggiungerlo.
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SUMMARY:Marco Lampis
DESCRIPTION:Marco Lampis\nAltrove\, all’infinito\n\n 23.01  –  21.02.2010 \n\n\n\n\n\nIn occasione della personale di Marco Lampis\, vincitore della prima edizione del Premio MAN_GASWORKS\, il MAN_Museo d’Arte della Provincia di Nuoro ha organizzato un incontro nell’auditorium della Biblioteca Satta come introduzione all’inaugurazione della mostra dell’artista al MAN. \nAl MAN sono state presentate le opere di Marco Lampis\, risultato di una poetica in cui il lavoro è il rumore\, il tempo\, la polvere e l’architettura\, in modo particolare i luoghi abbandonati e tutti i possibili collegamenti e diramazioni che uniscono questi concetti. Rumore come disturbo\, come alterità\, attenzione all’attività dei suoni\, messa in discussione della separazione suono/rumore. E ancora\, rumore come residuo\, detrito\, scarto\, come i luoghi abbandonati e gli oggetti che si trovano nel loro interno.
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DESCRIPTION:In occasione della personale di Marco Lampis\, vincitore della prima edizione del Premio MAN_GASWORKS\, il MAN_Museo d’Arte della Provincia di Nuoro ha organizzato un incontro nell’auditorium della Biblioteca Satta come introduzione all’inaugurazione della mostra dell’artista al MAN. \nAl MAN sono state presentate le opere di Marco Lampis\, risultato di una poetica in cui il lavoro è il rumore\, il tempo\, la polvere e l’architettura\, in modo particolare i luoghi abbandonati e tutti i possibili collegamenti e diramazioni che uniscono questi concetti. Rumore come disturbo\, come alterità\, attenzione all’attività dei suoni\, messa in discussione della separazione suono/rumore. E ancora\, rumore come residuo\, detrito\, scarto\, come i luoghi abbandonati e gli oggetti che si trovano nel loro interno. 
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SUMMARY:Anni ’70. Fotografia e vita quotidiana
DESCRIPTION:La mostra Anni ’70. Fotografia e vita quotidiana inizialmente prevista al Museo MAN di Nuoro\, sarà allestita invece a Sassari\, al Museo dell’Arte del Novecento e del Contemporaneo\, via Archivolto del Carmine dal 24 ottobre al 17 gennaio. \nDue le fortunate circostanze alla base della decisione di mutare la sede dell’annunciata esposizione: il clamoroso successo della mostra di de André in corso al MAN\, che ha spinto gli organizzatori a prorogarne la durata sino al 10 gennaio 2010\, e la firma di un accordo di collaborazione tra la Provincia di Sassari e il MAN e la Provincia di Nuoro\, accordo che sottolinea il ruolo del Museo diretto da Cristiana Collu nell’isola e nel panorama nazionale. \nLa fotografia degli anni ‘70. L’esperienza e la testimonianza quotidiana nasce da una co-produzione internazionale che ha unito il MAN a La Fabrica/ PhotoEspaña 2009 e al Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia e propone uno sguardo retrospettivo su un gruppo di opere e autori che contribuirono a definire gli anni Settanta come i più importanti e fecondi della storia recente della fotografia. \n«La Provincia di Sassari – spiega Alessandra Giudici – ha accolto con entusiasmo l’opportunità di poter ospitare La fotografia degli anni ’70. Per due motivi: il valore della mostra e l’occasione di instaurare con il MAN una collaborazione che negli auspici delle due parti si farà via via più serrata\, consentendo di importare anche nel Nord-Ovest Sardegna un esperimento culturale tanto vitale quanto di successo come si è rivelato quello del Museo d’Arte della Provincia di Nuoro. Sassari lo farà attraverso la crescita dello Smap\, il Sistema museale artistico provinciale inaugurato solo due mesi fa con la creazione di un vero e proprio percorso museale tra le sale storiche del palazzo della Provincia\, in piazza d’Italia. \nEredi di un decennio tra i più rivoluzionari del dopoguerra e momento di incubazione di ciò che connoterà il poi e che disegna l’oggi\, gli anni Settanta sono stati anni fatidici: il Man li racconta attraverso un mezzo\, la fotografia\, che in quel decennio visse un momento del tutto particolare\, così come particolare è ciò che l’obiettivo ha inteso catturare: la quotidianità\, lembi di vita reale e proprio per questo straordinaria testimonianza». \nFotografia e quotidianità hanno un legame del tutto specifico con gli anni Settanta. In quel decennio la vita quotidiana irrompe nella fotografia e – mentre va componendosi la dicotomia tra arte e fotografia – nascono nuove relazioni tra fotografia e arte contemporanea\, superando divisioni prima marcate\, trasformandole in contaminazioni e commistioni. Uno degli aspetti più singolari è la convergenza tra l’ambito più specifico della fotografia e quello più vasto delle arti plastiche\, testimoniato anche dal notevole numero di artisti che fanno ricorso tutti indistintamente alla fotografia. E il rinnovato interesse per la fotografia passa soprattutto per la valorizzazione dell’idea di documento e dello stile documentale\, come modello privilegiato e legittimo per la rappresentazione della quotidianità in combinazione tra la sfera pubblica e quella privata. \nAlla mostra ospitata nell’ex convento del Carmelo saranno presenti circa 200 opere di ventidue artisti che realmente hanno fatto la differenza nel campo delle arti visive di quel periodo\, offrendo un ampio e diversificato ventaglio di immagini paradigmatiche e nello stesso tempo di attitudini estetiche e concettuali. Tra loro\, nomi di rilievo internazionale come David Goldblatt\, Christian Boltanski\, Anders Petersen\, Cindy Sherman\, insieme ad altri che\, come Robert Adams\, Laurie Anderson\, Claudia Andújar\, Victor Burgin\, William Eggleston\, Hans Peter Feldman\, Alberto García-Alix\, Karen Knorr\, Víctor Kolář\, Ana Mendieta\, Fina Miralles\, Gabriele & Helmut Nothhelfer\, J. D. Okhai Ojeikere\, Carlos Pazos\, Eugene Richards\, Allan Sekula\, Malick Sidibé\, Ed van der Elsken\, Kohei Yoshiyuki\, hanno percorso strade del tutto personali\, di interesse assoluto. A uno solo di loro\, Goldblatt\, la mostra offre due diverse “isole”: nella prima l’artista si misura col tema dell’apartheid\, nella seconda conduce una ricerca sulle mani come altro viso di una persona.
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SUMMARY:L’evento immobile
DESCRIPTION:La mostra L’evento immobile (lo sguardo ostinato) promossa da Casa Masaccio arte contemporanea di San Giovanni Valdarno e dal MAN\, a cura di Saretto Cincinelli e Cristiana Collu\, si propone come una vera e propria “videoesposizione” che scava dentro al mutevole territorio di confine\, che da sempre\, e in particolare negli ultimi anni\, mantiene in stretta relazione cinema\, video e arte contemporanea: le opere video (nucleo centrale dell’esposizione) non sono infatti proposte nell’ambito di un programma di proiezioni\, come in un festival\, ma occupano ciascuna il proprio spazio espositivo come immagini in movimento\, sia in singole stanze oscurate nel caso sia prevista la proiezione\, sia in ambienti illuminati quando siano originariamente pensate per schermo o monitor.  \nLa mostra cerca cosi di circoscrivere e declinare tramite la compresenza di opere plastiche\, video e cinematografiche\, topoi e figure la cui crucialità e testimoniata dalla persistenza con cui ritornano a imporsi all’attenzione in stagioni diverse e significative della ricerca contemporanea\, e il cui remoto baricentro pare riconducibile all’oscillazione fra fisso e animato\, movimento e immobilita che\, sia pur secondo una linea carsica segnata da profonde modificazioni\, conduce dalle pionieristiche ricerche di pre-cinema ai radicali esperimenti di Andy Warhol (Empire\, 1964\, ecc.)\, di Michael di Snow (Wawelength\, 1966/7) o di Chris Marker (La Jetée\, 1963)\, dalla nascita del video alle ricerche contemporanee. \nL’evento immobile (lo sguardo ostinato) intende proseguire su questo fertile territorio d’indagine cercando di approfondire l’idea di un “incantamento della visione” che si realizza tramite la messa in primo piano di cio che potremmo definire una dimensione “in meno” dell’immagine: una dimensione che\, venendo a mancare\, finisce per ripercuotersi “apres coup” sulle aspettative dello spettatore e sull’espressività di opere che si sottraggono volontariamente all’eloquenza e alla prevedibilità spettacolare di gran parte del linguaggio visivo contemporaneo\, ma che paradossalmente\, come in un gioco in cui chi vince perde\, guadagnano dall’economia che le caratterizza\, un’economia che finisce per restituire loro un “surplus” di presenza. \nSono presenti opere di: Emanuele Becheri\, Yael Davids\, Cyprien Gaillard\, Carlos Garaicoa\, Carlo Guaita\, Sejla Kameric\, Ange Leccia\, Paolo Meoni\, Ane Mette Hol\, Adrian Paci\, Cristiana Palandri\, Luca Rento\, Guido van der Werve.
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SUMMARY:La meta trasgredita della clandestinità
DESCRIPTION:Per la rassegna cinematografica “Musica e Societa”\, che si svolge a Cala Gonone\, il MAN presenta una selezione di opere video di artisti contemporanei che indagano\, con profonda e acuta sensibilita\, la condizione umana dei clandestini\, esplorando il fenomeno delle trasmigrazioni contemporanee nelle sue connotazioni e implicazioni sociopolitiche con punte di grande bellezza simbolica e senso di sospensione e attesa non risolta attraverso le opere di Adrian Paci\, Carlos Garaicoa\, Armin Linke\, Sejla Kameric\, Hans Op De Beeck\, Gianluca e Massimiliano De Serio\, Paolo Meoni.\nLa figura del clandestino diviene cosi quella di un corpo errante\, un essere in pericolo\, un questuante della speranza che merita rispetto ed impone una riflessione etica\, culturale ed economica sulla sua condizione.
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SUMMARY:Giusy Calia
DESCRIPTION:Giusy Calia\nAmore\, ti prego ricorda\n\n 04.09  –  04.10.2009 \n\n\n\n\n\nPer Autunno in Barbagia\, il MAN\, in collaborazione con il Comune di Bitti\, presenta la mostra di Giusy Calia Amore\, ti prego ricorda. Le opere esposte nella sala del Museo Multimediale del Canto a Tenore sono accompagnate da un video della stessa artista. \n≪Le molteplici Ofelie che abitano quei mondi d’immagini che Giusy Calia da tempo pone in essere per loro\, sono creature bellissime\, silenti\, solitarie: affiorano\, in quei mondi di acque e di luci riflesse\, di fango e di fiori\, leggiadre e intangibili come ninfee\, assorte in un sogno senza fine\, in un rammemorare segreto\, dilemmatico e dolente\, come una navigazione notturna e senza stelle≫ (Gavina Cherchi).
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SUMMARY:Rachele Sotgiu
DESCRIPTION:Rachele Sotgiu\nIl limite contravvenuto\n\n 28.07  –  21.08.2009 \n\n\n\n\n\nUna giovane artista\, alla sua prima personale\, ci aiuta a vedere\, forse per la prima volta\, le trame sottili della clandestinita insinuarsi anche nei posti piu inaspettati\, come nella vita rassicurante della casalinga\, donna rifugiata in quattro mura che la proteggono o la nascondono\, celando\, all’esterno\, maltrattamenti subiti ogni giorno. Gabbie colme di oggetti domestici che Rachele Sotgiu reinterpreta disseminandoli nello spazio piu appropriato\, un’antica casa campidanese di Nurachi\, ora Museo Peppetto Pau. \nPrima personale della giovane Rachele Sotgiu che connota la dimensione domestica dello spazio del museo disseminandolo di opere\, segni tangibili di presenze femminili\, luogo abitato da donne\, da casalinghe\, figura clandestina della nostra societa\, rifugiata delle quattro mura che la proteggono\, “cofanetto privato” come lo definisce l’artista\, in cui inventare e custodire il proprio mondo fatto delle piccole cose di tutti i giorni ma anche prigione che la espone alle soverchie e ai maltrattamenti. \nLa ricerca e la scoperta della propria individualita diventa imperativo\, nel superamento della accettazione della separazione dei ruoli\, del dimensionamento della sua posizione sociale\, dei doveri morali da rispettare e degli impulsi da reprimere. Il mistero quotidiano\, la grazia del femminile\, insieme alle derive della solitudine\, alla noncuranza di se mista alla dimenticanza del mondo si rincorrono nelle stanze portando appresso uno sciame di oggetti reali che riconsegna e riporta la realta. E se “neppure la psicologia e in grado di sciogliere l’enigma della femminilita” come dice Freud\, si tratta solo di ammetterne il suo intrigante e imprescindibile valore. \nEvento realizzato in collaborazione con il Dromos Festival
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SUMMARY:La meta trasgredita
DESCRIPTION:Nella felice coincidenza dei rispettivi 10 anni di attivita\, il Dromos Festival e il Museo MAN si incontrano per una prima collaborazione che nasce con tutte le intenzioni di creare un sodalizio per il futuro e una naturale osmosi tra due ambiti\, l’arte e la musica\, che da sempre si guardano e si contaminano. La vocazione del festival e del museo e per sua natura inclusiva e pervasiva\, inevitabile quindi varcare le frontiere delle nostre isole nell’isola\, dei diversi territori di riferimento per giocare sull’eco e sulla risonanza\, non solo sui contenuti ma anche sul valore sinergico del fare insieme\, del ritrarsi per fare luogo\, per offrire\, in linea con la nostra migliore tradizione\, un invito alla condivisione.\nIl tema dell’edizione 2009 del festival\, la clandestinita\, ci ha indotto con la sua dolorosa attualita a ripercorrerne alcune declinazioni attraverso il linguaggio del video con opere di Adrian Paci\, Carlos Garaicoa\, Armin Linke\, Sejla Kameric\, Hans Op De Beeck\, Gianluca e Massimiliano De Serio\, Paolo Meoni. La rassegna video La meta trasgredita\, abbinata ai concerti\, esplora la clandestinita e le trasmigrazioni contemporanee nelle sue connotazioni e implicazioni sociopolitiche con punte di grande bellezza simbolica e senso di sospensione e attesa non risolta.\nConfrontarsi sul concetto di clandestinita e sulle implicazioni che esso sta assumendo\, anche in conseguenza dell’approvazione di recenti leggi\, risulta necessario in un momento di tensione sociale che tende a escludere anziche includere altri mondi culturali. Ma la cultura e frutto di continue contaminazioni e scopo del festival Dromos e di questa rassegna e anche quello di far intravedere\, al di la delle inevitabili e talvolta drammatiche problematicita\, gli sviluppi positivi che una vera integrazione puo portare.\nI video\, scelti accuratamente da Cristiana Collu e dai suoi collaboratori\, sono stati proiettati singolarmente prima di ogni concerto a Oristano\, San Vero Milis\, Nurachi\, Baratili\, San Pietro\, Nureci. Un invito alla riflessione per non smettere di immedesimarci in realta “altre” e per non dimenticare quando i clandestini eravamo noi… I video sono stati ritrasmessi a San Vero Milis per l’evento San Vero… in corto \n  \nNel video Turn on di Adrian Paci\, circa venti uomini\, tutti disoccupati\, si ritrovano quotidianamente a sedere sui gradini di una piazza sperando che passi qualcuno che ha bisogno della loro forza lavoro. Immersi nel silenzio\, sfilano uno per uno i volti segnati dalla fatica di questi uomini\, che ci parlano con il solo sguardo delle loro storie personali\, della loro energia inespressa. Fino alla sintesi muta di Centro di permanenza temporanea\, un lavoro di grande tensione e forte impatto emotivo\, emblematico\, girato sulla pista di un aeroporto dove uomini\, donne\, ragazzi di diverse etnie\, disposti in una lunga coda\, attendono di avanzare lentamente verso la scaletta dell’aereo. La camera ne ritrae i volti pensosi\, rassegnati\, sullo sfondo il rombo degli aerei che decollano. Quando si sofferma sui primi uomini che dovrebbero accedere all’aereo\, un cambio di inquadratura consente di vedere che al di la della scaletta non c’e nessun aereo\, che non ci sara nessuna partenza o nessun ritorno\, ma solo una inutile attesa. \nYo no quero ver mas a mis vecinos\, di Carlos Garaicoa\, trasforma la semplice costruzione di un muro che divide il giardino dell’artista da quello dei vicini\, fino a farla assurgere a metafora di tutti i ben piu terribili muri di confine che separano\, o hanno separato nel tempo\, situazioni storiche conflittuali. \nLe immagini\, accompagnate dal Pierrot lunaire di Schoenberg\, presentano sinteticamente le diverse fasi della costruzione\, restituendo l’azione in un bianco e nero rigoroso. La conclusione del lavoro\, che in un certo senso sposa l’atmosfera prevalentemente ironico-satirica schoenberghiana\, mostra un candido muro intonacato che non ha niente di bellicoso\, che pero cede presto il posto a immagini fisse che documentano barriere sicuramente meno innocenti. Sejla Kameric invece\, ci porta in una zona onirica con Dream House\, ripresa di una casa\, un rifugio\, che sembra attraversi tempo e intemperie rimanendo sempre come riparo stabile\, unico punto di riferimento sul paesaggio in sottofondo che cambia\, quasi come un sogno per coloro che conoscono la condizione dell’esilio involontario. \nGaza City di Armin Linke utilizza il materiale di repertorio appartenente ad una televisione locale di Gaza per raccontare la vita quotidiana faticosamente condotta da intere famiglie palestinesi. Le scene non posseggono tuttavia la violenza e nemmeno la spettacolarita alle quali ci hanno abituato i notiziari televisivi. Il dramma della condizione di tanti profughi espropriati dei loro territori si coglie piuttosto nei gesti affrettati e stanchi\, negli sguardi rassegnati\, nel silenzio che avvolge un esodo senza fine. La narrazione\, estrapolata dal suo contesto originario\, assume nella nuova configurazione e nel diverso montaggio un senso che va al di la del contenuto e interroga l’attuale pratica artistica della postproduzione\, strategia che risponde alla proliferazione dell’immagine e dell’informazione nell’attuale cultura globale: un’annessione di forme sino ad ora ignorate dal mondo dell’arte contemporanea. \nNel brevissimo Border di Hans Op De Beeck\, vediamo un’immagine a raggi x di un grande camion in movimento\, ma uno sguardo piu attento rivela un piccolo gruppo di persone nascoste all’interno\, udiamo amplificato il loro respiro e le loro voci sussurrate\, persone ridotte a sagome luminose sepolte all’interno del cargo nella speranza di un altrove\, condizionate dalla necessita e non dal desiderio. \nIn Rette convergenti di Paolo Meoni su uno sfondo di palazzi\, in mezzo\, come in un limbo\, un gruppo colorito di ragazzi pakistani gioca a cricket\, mentre in primo piano\, le linee parallele e continue della pista ciclabile creano uno spazio astratto. I ragazzi sono ripresi nelle loro pause e movimenti\, nei loro tic di gioco in un tempo infinito che si accorcia e si dilata grazie allo scorrere e all’apparire di figure\, ombre e apparizioni del quotidiano. Il video pone ancora una volta l’accento sui territori sociali che caratterizzano ogni citta in cambiamento e come la comunicazione sia difficile in periodi di transizione. \nMaria Jesus di Gianluca e Massimiliano De Serio e una docu-fiction: la storia vera di una donna peruviana (interpretata da se stessa) nelle mani dei trafficanti di immigrati. Da sempre\, dicono i De Serio\, ci interessa esplorare i confini che esistono tra realtà\, memoria e rappresentazione\, partendo da storie e drammi quotidiani\, ma spesso invisibili. Maria Jesus rivive il suo dramma\, lo re-inventa davanti alla macchina da presa e\, mettendo in scena il suo ricordo\, ri-elabora una tragedia personale e collettiva. Il film e come una confessione\, intima e silenziosa\, tra lei e noi\, e\, quindi\, tra Maria Jesus e il pubblico\, a meta tra il racconto di un fatto e il suo ricordo. Tempo del racconto e del ricordo gradualmente coincidono: Maria piange per ciò che le sta accadendo (recitando\, nella finzione) e insieme per il ricordo di ciò che le e davvero accaduto.
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SUMMARY:La meta trasgredita
DESCRIPTION:Nella felice coincidenza dei rispettivi 10 anni di attivita\, il Dromos Festival e il Museo MAN si incontrano per una prima collaborazione che nasce con tutte le intenzioni di creare un sodalizio per il futuro e una naturale osmosi tra due ambiti\, l’arte e la musica\, che da sempre si guardano e si contaminano. La vocazione del festival e del museo e per sua natura inclusiva e pervasiva\, inevitabile quindi varcare le frontiere delle nostre isole nell’isola\, dei diversi territori di riferimento per giocare sull’eco e sulla risonanza\, non solo sui contenuti ma anche sul valore sinergico del fare insieme\, del ritrarsi per fare luogo\, per offrire\, in linea con la nostra migliore tradizione\, un invito alla condivisione. Il tema dell’edizione 2009 del festival\, la clandestinita\, ci ha indotto con la sua dolorosa attualita a ripercorrerne alcune declinazioni attraverso il linguaggio del video con opere di Adrian Paci\, Carlos Garaicoa\, Armin Linke\, Sejla Kameric\, Hans Op De Beeck\, Gianluca e Massimiliano De Serio\, Paolo Meoni. La rassegna video La meta trasgredita\, abbinata ai concerti\, esplora la clandestinita e le trasmigrazioni contemporanee nelle sue connotazioni e implicazioni sociopolitiche con punte di grande bellezza simbolica e senso di sospensione e attesa non risolta.Confrontarsi sul concetto di clandestinita e sulle implicazioni che esso sta assumendo\, anche in conseguenza dell’approvazione di recenti leggi\, risulta necessario in un momento di tensione sociale che tende a escludere anziche includere altri mondi culturali. Ma la cultura e frutto di continue contaminazioni e scopo del festival Dromos e di questa rassegna e anche quello di far intravedere\, al di la delle inevitabili e talvolta drammatiche problematicita\, gli sviluppi positivi che una vera integrazione puo portare.I video\, scelti accuratamente da Cristiana Collu e dai suoi collaboratori\, sono stati proiettati singolarmente prima di ogni concerto a Oristano\, San Vero Milis\, Nurachi\, Baratili\, San Pietro\, Nureci. Un invito alla riflessione per non smettere di immedesimarci in realta “altre” e per non dimenticare quando i clandestini eravamo noi… I video sono stati ritrasmessi a San Vero Milis per l’evento San Vero… in corto \n  \nNel video Turn on di Adrian Paci\, circa venti uomini\, tutti disoccupati\, si ritrovano quotidianamente a sedere sui gradini di una piazza sperando che passi qualcuno che ha bisogno della loro forza lavoro. Immersi nel silenzio\, sfilano uno per uno i volti segnati dalla fatica di questi uomini\, che ci parlano con il solo sguardo delle loro storie personali\, della loro energia inespressa. Fino alla sintesi muta di Centro di permanenza temporanea\, un lavoro di grande tensione e forte impatto emotivo\, emblematico\, girato sulla pista di un aeroporto dove uomini\, donne\, ragazzi di diverse etnie\, disposti in una lunga coda\, attendono di avanzare lentamente verso la scaletta dell’aereo. La camera ne ritrae i volti pensosi\, rassegnati\, sullo sfondo il rombo degli aerei che decollano. Quando si sofferma sui primi uomini che dovrebbero accedere all’aereo\, un cambio di inquadratura consente di vedere che al di la della scaletta non c’e nessun aereo\, che non ci sara nessuna partenza o nessun ritorno\, ma solo una inutile attesa. \nYo no quero ver mas a mis vecinos\, di Carlos Garaicoa\, trasforma la semplice costruzione di un muro che divide il giardino dell’artista da quello dei vicini\, fino a farla assurgere a metafora di tutti i ben piu terribili muri di confine che separano\, o hanno separato nel tempo\, situazioni storiche conflittuali. \nLe immagini\, accompagnate dal Pierrot lunaire di Schoenberg\, presentano sinteticamente le diverse fasi della costruzione\, restituendo l’azione in un bianco e nero rigoroso. La conclusione del lavoro\, che in un certo senso sposa l’atmosfera prevalentemente ironico-satirica schoenberghiana\, mostra un candido muro intonacato che non ha niente di bellicoso\, che pero cede presto il posto a immagini fisse che documentano barriere sicuramente meno innocenti. Sejla Kameric invece\, ci porta in una zona onirica con Dream House\, ripresa di una casa\, un rifugio\, che sembra attraversi tempo e intemperie rimanendo sempre come riparo stabile\, unico punto di riferimento sul paesaggio in sottofondo che cambia\, quasi come un sogno per coloro che conoscono la condizione dell’esilio involontario.  \nGaza City di Armin Linke utilizza il materiale di repertorio appartenente ad una televisione locale di Gaza per raccontare la vita quotidiana faticosamente condotta da intere famiglie palestinesi. Le scene non posseggono tuttavia la violenza e nemmeno la spettacolarita alle quali ci hanno abituato i notiziari televisivi. Il dramma della condizione di tanti profughi espropriati dei loro territori si coglie piuttosto nei gesti affrettati e stanchi\, negli sguardi rassegnati\, nel silenzio che avvolge un esodo senza fine. La narrazione\, estrapolata dal suo contesto originario\, assume nella nuova configurazione e nel diverso montaggio un senso che va al di la del contenuto e interroga l’attuale pratica artistica della postproduzione\, strategia che risponde alla proliferazione dell’immagine e dell’informazione nell’attuale cultura globale: un’annessione di forme sino ad ora ignorate dal mondo dell’arte contemporanea. \nNel brevissimo Border di Hans Op De Beeck\, vediamo un’immagine a raggi x di un grande camion in movimento\, ma uno sguardo piu attento rivela un piccolo gruppo di persone nascoste all’interno\, udiamo amplificato il loro respiro e le loro voci sussurrate\, persone ridotte a sagome luminose sepolte all’interno del cargo nella speranza di un altrove\, condizionate dalla necessita e non dal desiderio. \nIn Rette convergenti di Paolo Meoni su uno sfondo di palazzi\, in mezzo\, come in un limbo\, un gruppo colorito di ragazzi pakistani gioca a cricket\, mentre in primo piano\, le linee parallele e continue della pista ciclabile creano uno spazio astratto. I ragazzi sono ripresi nelle loro pause e movimenti\, nei loro tic di gioco in un tempo infinito che si accorcia e si dilata grazie allo scorrere e all’apparire di figure\, ombre e apparizioni del quotidiano. Il video pone ancora una volta l’accento sui territori sociali che caratterizzano ogni citta in cambiamento e come la comunicazione sia difficile in periodi di transizione. \nMaria Jesus di Gianluca e Massimiliano De Serio e una docu-fiction: la storia vera di una donna peruviana (interpretata da se stessa) nelle mani dei trafficanti di immigrati. Da sempre\, dicono i De Serio\, ci interessa esplorare i confini che esistono tra realtà\, memoria e rappresentazione\, partendo da storie e drammi quotidiani\, ma spesso invisibili. Maria Jesus rivive il suo dramma\, lo re-inventa davanti alla macchina da presa e\, mettendo in scena il suo ricordo\, ri-elabora una tragedia personale e collettiva. Il film e come una confessione\, intima e silenziosa\, tra lei e noi\, e\, quindi\, tra Maria Jesus e il pubblico\, a meta tra il racconto di un fatto e il suo ricordo. Tempo del racconto e del ricordo gradualmente coincidono: Maria piange per ciò che le sta accadendo (recitando\, nella finzione) e insieme per il ricordo di ciò che le e davvero accaduto.
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SUMMARY:Giusy Calia
DESCRIPTION:Giusy Calia\nDi là dai confini del giorno\n\n 20.07  –  30.08.2009 \n\n\n\n\n\nUn luogo\, uno sguardo\, un sogno\, qualcuno e qualcosa che confondono realta e oblio. Il non so che e il quasi nulla che evapora nello stesso istante in cui si prova a fermarlo con le parole o le immagini\, ma che tuttavia rimane in cio che sfugge. Un sentire piu che una sensazione\, un essere stato e poter essere piu che questo presente che siamo. Di la dai confini del giorno quello che resta e quello che avremmo voluto desiderare con maggior vigore\, con fertile determinazione\, con lussureggiante inquietudine. Nel limite indistinto del giorno rimane il paesaggio prima avaro e poi generoso delle piccole cose\, dei piccoli profumi\, rimangono volti segnati da rughe come fossero solchi pieni di storie pronte a sbocciare\, rimangono stanze vuote\, ruderi e rovine che ci assomigliano e che sorprendentemente sono ancora li\, ancora in piedi\, ancora in equilibrio a raccontare qui e ora che ne e valsa la pena ricordare quella risata\, quel giorno di la dai suoi confini. L’evento e realizzato presso la Casa del Parco di Sant’Anna\, frazione di Lode. \nGiusy Calia e nata a Nuoro\, vive e lavora a Sassari. Attualmente frequenta il terzo anno del Dottorato di Ricerca “Logos e rappresentazione” con una Tesi sul rapporto tra immagine e parola nella storia della rappresentazione della follia\, tema che ha esplorato e continua ad indagare con inestinguibile curiosita. \nLa sensibilita coniugata al rigore investigativo sono peculiari del lavoro di Giusy Calia\, che si serve del mezzo fotografico (sia esso tradizionale\, polaroid o digitale) e dei suoi diversi esiti (stampe classiche\, di grande formato\, su diversi supporti\, fino ad arrivare al video) per un racconto che mira a restituire e ricomporre ritratti\, biografie e luoghi filtrati da sentimenti e emozioni.\nDal 2004 ha partecipato a numerose collettive e personali tra cui una al MAN di Nuoro. I suoi lavori sono presenti in collezioni pubbliche e private.
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DESCRIPTION:Un luogo\, uno sguardo\, un sogno\, qualcuno e qualcosa che confondono realta e oblio. Il non so che e il quasi nulla che evapora nello stesso istante in cui si prova a fermarlo con le parole o le immagini\, ma che tuttavia rimane in cio che sfugge. Un sentire piu che una sensazione\, un essere stato e poter essere piu che questo presente che siamo. Di la dai confini del giorno quello che resta e quello che avremmo voluto desiderare con maggior vigore\, con fertile determinazione\, con lussureggiante inquietudine. Nel limite indistinto del giorno rimane il paesaggio prima avaro e poi generoso delle piccole cose\, dei piccoli profumi\, rimangono volti segnati da rughe come fossero solchi pieni di storie pronte a sbocciare\, rimangono stanze vuote\, ruderi e rovine che ci assomigliano e che sorprendentemente sono ancora li\, ancora in piedi\, ancora in equilibrio a raccontare qui e ora che ne e valsa la pena ricordare quella risata\, quel giorno di la dai suoi confini. L’evento e realizzato presso la Casa del Parco di Sant’Anna\, frazione di Lode. \nGiusy Calia e nata a Nuoro\, vive e lavora a Sassari. Attualmente frequenta il terzo anno del Dottorato di Ricerca “Logos e rappresentazione” con una Tesi sul rapporto tra immagine e parola nella storia della rappresentazione della follia\, tema che ha esplorato e continua ad indagare con inestinguibile curiosita. \nLa sensibilita coniugata al rigore investigativo sono peculiari del lavoro di Giusy Calia\, che si serve del mezzo fotografico (sia esso tradizionale\, polaroid o digitale) e dei suoi diversi esiti (stampe classiche\, di grande formato\, su diversi supporti\, fino ad arrivare al video) per un racconto che mira a restituire e ricomporre ritratti\, biografie e luoghi filtrati da sentimenti e emozioni.Dal 2004 ha partecipato a numerose collettive e personali tra cui una al MAN di Nuoro. I suoi lavori sono presenti in collezioni pubbliche e private.
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SUMMARY:Fabrizio De Andrè
DESCRIPTION:Nuoro\, a dieci anni dalla scomparsa di Fabrizio De André\, rende omaggio alla sua figura e alla sua opera organizzando una grande mostra che ne racconti la vita\, la musica\, le esperienze\, le passioni che lo hanno reso unico e universale\, interprete\, e in alcuni casi anticipatore\, dei mutamenti\, delle pulsioni e delle trasformazioni della contemporaneità.Attraverso una narrazione virtuale\, multimediale e interattiva\, progettata da Studio Azzurro\, uno dei più importanti gruppi internazionali di videoarte\, in collaborazione con Sp10studio per la parte relativa all’allestimento degli spazi espositivi e per la grafica\, viene proposta al pubblico non una mera esposizione documentaria di oggetti “simbolo”\, di cimeli visivi e musicali\, ma un’esperienza emozionale\, attraverso cuiognuno potrà mettersi in relazione con la vita\, le opere\, la musica e le parole di Faber. Il percorso non è suddiviso rigidamente per aree tematiche e cronologiche\, ma è organizzato in modo da rendere il racconto e la rappresentazione visiva\, testuale\, musicale\, dense di suggestioni ed emozioni per un vasto pubblico\, che potrà di volta in volta scegliere quale immagine di Faber sviluppare per sé\, in relazione con ilproprio vissuto. \nLa mostra affronta i grandi temi della poetica di De André: la società del benessere e il boom economico degli anni ’60\, gli emarginati e i vinti\, la libertà\, l’anarchia e l’etica\, gli scrittori e gli chansonniers\, le donne e l’amore\, la ricerca musicale e linguistica\, l’attualità nella cronaca\, i luoghi rappresentativi della sua vita; tutti in modo da dare il senso della sua capacità di parlare al singolo ma di essere universale\, riconosciuto e amato dalle persone di ogni genere e età.Accanto alla mostra sono allestite alcune scenografie originali della sue tournée: i tarocchi giganti\, falsi d’autore\, le grandi vele e le reti da pesca. Postazioni multimediali permanenti\, tavoli con touch-screen\, per approfondire virtualmente e visivamente testi di Faber e spartiti originali. \nL’esposizione si sviluppa attraverso le sale del museo\, che via via raccontano in modo sorprendente e originale i temi conduttori della sua vita e della sua poetica.
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SUMMARY:PASTORELLO
DESCRIPTION:PASTORELLO\nSalve Maria\n\n 30.06  –  12.07.2009 \n\n\n\n\nPer la sua prima personale al MAN di Nuoro\, Pastorello (Sassari\, 1967) ha concepito un corpus di opere il cui concept nasce da una rilettura dei Vangeli Apocrifi\, più precisamente dalla morte e dall’assunzione in cielo della Vergine Maria. Per l’occasione l’artista ha scelto di dipingere dei paesaggi boschivi e delle selve oscure che si aprono a visioni celestiali\, in un’ascesa intrisa di mistero. Le forme\, evocate secondo pochi tratti distintivi\, ricorrono a volumi primari e a una struttura compatta che si richiama alla tradizione aulica; gli intrecci di colore\, che ricordano dei rizomi arborei così come una surrettizia gesture painting\, fanno da preambolo alla figura della Madonna – sdoppiata nell’immagine redentrice della Regina del mondo\, bella\, ricca e fertile (Madonna delle Grazie)\, e all’opposto in quella di una donna umile\, povera e fragile (Madonnina) – che diventa una presenza concreta e allo stesso tempo eterea. \nLe Madonne tardo-gotiche e del primo Rinascimento assurgono qui a una dimensione irreale e metafisica; diventano figure e-statiche\, fasciate in vesti seriche\, rese con una semplice\, quasi disarmante\, volumetria. L’astrazione\, l’essenzialità\, la staticità di queste opere fanno parte di un grande immaginario che rilegge la storia dell’arte\, con uno sguardo che si trattiene alla presenza di Giotto\, Beato Angelico\, Simone Martini\, Masaccio\, Paolo Uccello. La grande tradizione della pittura italiana viene rivisitata dall’artista in chiave assolutamente contemporanea\, facendovi confluire la propria ricerca artistica (dalle pitture atomistichecosmiche degli anni ’90 ai bestiari/abbecedari della decade successiva\, fino alle “spose” e ai “bambini” degli anni più recenti\, che sono tutte allo stesso modo un «tentativo di dire cose semplici\, un atto di fede nei confronti del mondo»). \nPastorello concepisce la pittura e i soggetti «potenzialmente capaci di diventare qualsiasi cosa senza impedimenti morali». Proprio come un diamante\, la sua opera ha in sé una grazia e una purezza cristallina che si riverbera in un’infinità di sfaccettature. Visionario\, intimo\, poetico\, rivoluzionario\, la pluralità dell’artista riesce a trasfondere nelle opere una carica suggestiva\, in cui i misteri della fede e il senso panico dell’umanità giungono ad un viaggio di conoscenza. Un viaggio che mixa abilmente la bidimensionalità dei grandi maestri del passato\, gli accorgimenti spaziali dell’illustrazione e i colori stranianti del mondo ludico-pop. Il mezzo per dare forma a queste alchimie mentali è la sola pittura che\, stesa con pazienti e meticolose velature\, dà vita a una realtà complessa\, a un universo iper-iconico. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n			\n				\n			\n			\n				\n			\n			\n				\n			\n		\n\ncs_Pastorello
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SUMMARY:Arcipelaghi dello sguardo
DESCRIPTION:Arcipelaghi dello sguardo\nRassegna video-cinematografica\n\n 23.06  –  24.06.2009 \n\n\n\n\n\nIl MAN\, in collaborazione con il FRAC CORSE\, il 23 e il 24 giugno 2009\, dalle ore 18:00 alle 22:00\, organizza una rassegna videocinematografica\, Arcipelaghi dello sguardo\, che si svolge nella sala conferenze della biblioteca “Sebastiano Satta” di Nuoro. Obiettivo della rassegna e proporre al pubblico un singolare excursus sulla produzione video e cinematografica delle due isole\, con particolare attenzione ai lavori delle nuove generazioni. Il tema dei video\, cortometraggi\, film e documentari\, si riconduce alla mostra Mondo e Terra\, realizzata lo scorso anno al MAN in collaborazione con il FRAC CORSE. \n\n\n\n\nRassegna Video\n\n\n\nBonifacio Angius: In saia (25’); Ultimo giorno d’estate (12’)\nFrancesco Bussalai: Il pranzo di Alice (6’)\nAntonello Carboni: Voci della montagna (18’); Parlami di te (4’30”)\nPaolo Carboni: Circolare notturna (30’)\nSimone Contu: Sa regula (39’)\nMarcel Dinahet: La Ferrie à Bastia (1’57”); Erbalonga (1’42”)\nPietro Mele: Ottana (5’)\nGianluca Nieddu: Vento (7’)\nNils-Udo: La Mer (43’29’’)\nMarco Antonio Pani: Panas (18’); Argyrophleps (10’10”)\nSirio Sechi: Cartoline da Bonarcado (2’)\nPaolo Zucca: L’arbitro (15’); Colibrì (1’30”)
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SUMMARY:Mark Lewis
DESCRIPTION:Anticipando la partecipazione dell’artista alla 53^ Biennale di Venezia\, il MAN di Nuoro ospita la prima antologica italiana di Mark Lewis (Hamilton\, Canada\, 1958). Alla Biennale Lewis è stato scelto per rappresentare il suo paese d’origine\, il Canada\, con lavori cinematografici realizzati nel 2009\, al MAN sarà invece presente con un’ampia rassegna delle più importanti opere del periodo 1998-2008. \nDopo aver praticato la fotografia e realizzato diverse installazioni in spazi pubblici\, Lewis rivolge la sua attenzione all’immagine in movimento e\, a partire dalla metà degli anni Novanta\, inizia ad esplorare linguaggi e forme del cinema con il fine di interrogarne la storia e le convenzioni. Le sue opere\, spesso realizzate in cinemascope e trasferite in dvd\, sono state proposte in tutte le grandi mostre internazionali che\, nel corso degli anni\, hanno tematizzato il crescente interesse dell’arte contemporanea per il medium cinematografico e\, in breve\, Lewis è divenuto uno degli autori maggiormente rappresentativi fra quanti utilizzano il cinema in ambito artistico. \nNello spirito dei primi film Lumière\, le opere di Lewis\, spesso caratterizzate da una ripresa continua e priva di montaggio\, che restituisce un momento unitario di spazio e tempo\, sono proiettate sotto la forma di piani-sequenza\, direttamente sulle pareti dello spazio espositivo. Ogni opera\, realizzata con i mezzi tecnici del cinema professionale (troupe\, attori\, pellicola da 35 mm)\, eccede di gran lunga la produzione necessaria alla realizzazione di un video\, ma il risultato non è mai un film nel senso tradizionale del termine: nessuna di esse infatti racconta una storia e raramente la loro durata supera i 5 minuti. \nAttraverso sottili movimenti della macchina da presa (zoom\, travelling) e gusto del dettaglio\, l’artista gioca con differenti strati di informazione e di codici visivi stabiliti\, mettendo così alla prova la capacità d’attenzione dello spettatore e inducendolo a rivedere il film più volte per apprenderne tutti i risvolti e la misteriosa complessità. Mirabili operazioni di decostruzione del linguaggio cinematografico tradizionale\, i suoi film proiettati a ciclo continuo reclamano di essere appresi alla maniera di opere visive\, contribuendo a far saltare la linea di confine che per lungo tempo ha tenuto separati i rispettivi domini di cinema e arte contemporanea. \nVeri intrighi visivi\, privi di esplicita narrazione\, questi film brevi e silenziosi non si limitano ad esplorare le convenzioni formali della settima arte\, ma si interessano agli aspetti “cinematografici” del mondo in cui viviamo\, nel quale le tecnologie dell’immagine in movimento hanno radicalmente trasformato la percezione spaziale e temporale. L’artista parla a questo proposito di “cinema permanente”. \nSpesso nelle sue installazioni cinematografiche incentrate su luoghi dimessi e abbandonati\, rovine dell’utopia modernista o paesaggi intemporali marcati dal passaggio della luce\, modalità di ripresa\, taglio delle inquadrature\, movimenti di macchina donano all’immagine una intensità e una dimensione d’estraneità che fa oscillare senza posa il rapporto tra l’identità di ciò che vediamo e la percezione che ne abbiamo\, rinviando alla tradizione del pittorico e del fotografico che ha forgiato la sensibilità dello sguardo occidentale. \nChe utilizzi l’immagine fissa o in movimento\, Lewis è sempre interessato a “ciò che resta dietro di noi allorché il mondo si sposta\, o sembra spostarsi\, in un’altra direzione”\, un “dopo” che gli consente la più ampia libertà di indagine\, senza alcuna costrizione di tempo. \nOggetto della ricerca di Lewis non sono solo e tanto i paesaggi esotici o gli ambienti impossibili\, ma i luoghi della quotidianità che l’artista narra con l’intento di evidenziarne la forza\, la potenza e la straordinarietà\, caratteristiche che sono\, a saperle vedere\, anche dei luoghi più apparentemente abituali o “banali”. Dietro l’apparenza – sembra dirci Mark Lewis – non c’è la cosa in sé ma lo sguardo. È dunque a quest’ultimo che le sue opere si rivolgono. Esse non “rappresentano”ma “rendono presente qualcosa”tramite l’interdizione della loro “eloquenza” e della loro“trasparenza”. \n\n\n\nOpere in mostra\n\n\nThe Pitch 1998\, Central 1999\, Smithfield 2000\, North Circular 2000\, Algonquin Park September 2001\, Algonquin park Early March 2002\, Children’s Games 2002\, Harper Road 2003\, Downtown\, Tilt\, Zoom\, Pan 2005\, Rush Hour 2005\, Quesnay: Pan and Zoom\, 2005\, Spadina\, Reverse Dolly\, Zoom\, Nude 2006\, Golden Rod 2006\, Rear Projection (Molly Parker) 2006\, 5262 Washington Boulevard 2008\, Brichlayers Arms 2008
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SUMMARY:Something Else!!!!
DESCRIPTION:Uno dei più importanti musei d’arte contemporanea del nord Europa\, lo SMAK di Gand (Belgio)\, si propone al MAN di Nuoro attraverso una precisa selezione di una settantina di opere tratte dalle proprie Collezioni. La scelta\, effettuata da Philippe Van Cauteren e da Cristiana Collu\, non è casuale: vuole documentare il momento di passaggio tra un “prima” e un “dopo” che l’arte contemporanea ha vissuto a partire dagli anni Cinquanta. \nMetafora di questo passaggio è Something else!!!!\, il pionieristico album del jazzista americano Ornette Coleman. Era il 1958 quando Coleman e il suo quartetto decisero di infrangere le convenzioni del mondo del jazz esplorando territori nuovi\, dall’improvvisazione all’atonalità. \nUna simile cesura\, quasi l’effetto di un vitalissimo cortocircuito\, la si avverte anche nelle Collezioni dello SMAK nel momento in cui l’eredità del contemporaneo viene violentemente superata da nuovi linguaggi e da nuovi protagonisti. \nE proprio con l’obiettivo di far percepire questo Something else!!!!”\, questo “qualcos’altro!!!!” che\, tra le duemila opere patrimonio dello SMAK\, è stata fatta la selezione di quelle destinate all’esposizione al MAN di Nuoro. \nIl Something else!!!!\, se vogliamo ancorarlo ad un periodo storicamente definibile\, si registra all’indomani della secondo conflitto mondiale\, quando nell’arte irrompono nuove tematiche e nuovi linguaggi\, oltre che nuovi protagonisti\, che si sovrappongono\, pur nella loro discontinuità\, sul precedente definibile come “storico”. È proprio questo momento di passaggio che la mostra del MAN intende raccontare\, cercando di capire se\, al di là dell’effetto di rottura\, talvolta violenta\, non si possano trovare comunque le linee – come nella musica di Ornette Coleman – di una complessa\, stratificata e sofisticata melodia. \nSomething else!!!! propone un confronto\, più che uno scontro\, tra opere storiche e altre di più recente e recentissima acquisizione\, mettendo in evidenza\, ad esempio\, il dialogo tra Jannis Kounellis e Luc Tuymans\, tra Pierre Alechinsky e Patrick Lebret\, tra Wilhelm Sasnal e Andy Warhol. Ma Something else!!!!è allo stesso tempo un importante momento di approfondimento intorno al tema arte-realtà\, dove l’arte è riflessione su fenomeni sociali di cui essa stessa è partecipe. Contemporaneamente\, la mostra è anche l’occasione per addentrarsi nella storia di un museo e valutarne le politiche di acquisizione\, una riflessione che assume\, a Nuoro\, un interesse del tutto peculiare in relazione al divenire stesso del MAN. Ma\, al di là di tutto\, Something else!!!!\, con l’esposizione di 70 opere di 50 artisti\,è una festa di arte e di immaginazione. \nSomething else!!!! presenta\, tra le altre\, opere diArman\, Joseph Beuys\, Marcel Broodthaers\, Patrick Lebret\, Allen Jones\, Jannis Kounellis\, Ricardo Brey\, Pascale Marthine Tayou\, Lois e Franziska Weinberger\, Maria Serebriakova\, Johanna Billing\, Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla\, Guillaume Bijl\, Jan Fabre\, Wilhelm Sasnal\, Wim Delvoye\, Thomas Schütte\, Zoe Leonard\, Edward Lipski\, Jan Van Imschoot\, Bruce Nauman\, Walter Leblanc\, Jean-Pierre Raynaud\, Mekhitar Garabedian\, Sven ’t Jolle\, François Morellet\, Panamarenko\, Herman Van Ingelgem\, Federico Fusi\, Mike Kelley\, Fabrice Hybert\, Andy Warhol\, Willem Oorebeek\, Luc Tuymans\, Pierre Alechinsky\, Jan Vercruysse. \nMostra a cura di Philippe Van Cauteren e Cristiana Collu\, promossa dal MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro in collaborazione con lo SMAK di Gand.
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SUMMARY:Giusy Calia
DESCRIPTION:Un progetto di Giusy Calia (nata a Nuoro\, vive e lavora a Sassari) che si inserisce nel programma di attività extra muros del museo MAN. Il valore e la funzione di un museo non si esauriscono all’interno del perimetro dell’edificio che lo identifica\, ma naturalmente si propagano all’esterno non solo attraverso operazioni concrete\, bensì ogni qual volta un visitatore lascia il museo portando con sé le impressioni e l’esperienza dell’arte. La vocazione contemporanea del museo\, e il suo desiderio di dialogare con il nostro tempo così straordinariamente complicato\, ci spinge a trovare insieme ai giovani artisti nuove modalità per veicolare un racconto che non può avere come riferimento solo lo spazio istituzionale\, ma ha bisogno di esporsi anche allo spazio sociale. \nEcco allora che i sogni\, scrive Gavina Cherchi\, diventano per Giusy Calia «lo spazio della libertà\, dove tutto è possibile\, sono i modi di un poter essere tempestoso e incantato\, caleidoscopico e “senza censure”». Sono\, dunque\, l’alterità vertiginosa\, la vita altra di Giusy\, remota e solitaria come un’isola misteriosa\, in cui la bellezza e il dolore si rispecchiano a vicenda nel riflesso della loro amorosa tensione. \nLa vita che sogno non è\, con i suoi vincoli\, le sue censure\, i suoi condizionamenti\, ne viene talvolta irradiata\, trasfigurata\, come quando è attraversata dalle immagini in cui quei sogni\, in una intermittente epifania\, s’incorporano\, diventando tracce visibili\, indizi\, richiami forti e perentori come solo le immagini possono essere. Hai mai visitato i miei sogni? è una richiesta carica di attesa\, un invito\, una domanda sottintesa\, pressante\, dolente: “Perché ancora non hai visitato i miei sogni?”. Le immagini sono allora gli araldi silenziosi che proclamano\, giorno e notte\, per le vie della città\, questo appello\, affinché trovi le vie del cuore silenzioso e inquieto cui sono destinate\, un cuore nascosto\, che forse attende da troppo tempo\, senza saperlo\, nell’ombra\, che appaia anche sulla soglia dei suoi sogni un visitatore dallo sguardo luminoso.
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SUMMARY:Man Ray
DESCRIPTION:Unconcerned but not indifferent presenta disegni\, fotografie\, dipinti e sculture oltre a oggetti e immagini personali appartenenti alla collezione del Man Ray Trust\, Long Island\, New York. Sebbene occasionalmente singoli pezzi siano stati concessi per mostre importanti\, la collezione della fondazione non è mai stata esposta in tutta la sua interezza. In effetti\, dopo la morte di Juliet Man Ray\, moglie dell’artista\, la collezione è stata ospitata nei sotterranei del negozio di autoriparazioni della famiglia di quest’ultima. Nonostante la fondazione abbia provveduto alla catalogazione e autenticazione di più di 2000 lavori\, la collezione rimane ancora in gran parte sconosciuta. Unconcerned but not indifferent\, la prima mostra che apre le porte di questo tesoro al vasto pubblico grazie a un accordo con la fondazione\, compie un’ampia esplorazione della collezione del Man Ray Trust e permette di rivelarne una vasta prospettiva\, focalizzando l’attenzione sui suoi capolavori e insieme sui pezzi più rari e fornendo\, contemporaneamente\, uno sguardo unico sulla vita e sul lavoro dell’artista. \nNel 1976\, alla morte di Man Ray\, il patrimonio dell’artista passò nelle mani della moglie che\, insieme ai suoi fratelli\, costituì il Man Ray Trust\, che doveva occuparsi della supervisione e conservazione di tale eredità. Una parte del patrimonio fu affidata ai Musei Nazionali francesi\, mentre\, per quanto riguarda la collezione americana\, la fondazione selezionò una serie completa di pezzi comprendente opere\, oggetti\, documenti ed effetti personali che rappresentavano oltre sessant’anni di attività creativa di Man Ray. La collezione della fondazione è unica in quanto raccoglie\, con tutti i suoi elementi\, tra cui anche lavori poco noti dei primi anni\, documenti della vita privata\, bozzetti\, documentazione di opere importanti e innumerevoli capolavori molto conosciuti\, appartenenti a diverse fasi dell’attività dell’artista. Come si legge in un articolo della rivista Artnews del giugno del 2002 riguardante la fondazione\, la collezione è “perfetta”. Unconcerned but not indifferent presenta soltanto opere che la fondazione ha certificato come “autentiche”: è la prima e unica mostra su vasta scala dell’opera di Man Ray che possa farsi vanto di ciò; il Man Ray Trust infatti possiede tutti i diritti sull’opera completa di Man Ray. Unconcerned but not indifferent raccoglie circa 300 pezzi ed è la prima del suo genere a porre l’opera di Man Ray in relazione con gli elementi e le immagini da cui egli trasse ispirazione: la sua bombetta e il suo bastone\, gli oggetti provenienti dagli scaffali del suo studio parigino in rue de Ferou\, la sua raccolta di foto erotiche e gli strumenti che usava per creare i suoi famosi rayogrammi. Grazie al valore straordinario del materiale messo a disposizione dal Man Ray Trust\, la mostra consente di esplorare le diverse fasi di esecuzione dell’opera: dai bozzetti fino alla realizzazione completa del capolavoro artistico\, rivelando che\, di tanto in tanto\, Man Ray utilizzava delle fotografie come riferimento per i suoi dipinti e le sue opere grafiche. \nLa mostra raccoglie numerose opere appartenenti ai vari periodi della vita di Man Ray. Molti dei lavori sono famosi\, ma alcuni di essi non sono mai stati esposti. Inoltre\, grazie a una completa esplorazione del patrimonio della fondazione non catalogato\, la mostra espone\, in assoluta anteprima\, una selezione delle seguenti opere finora sconosciute: una serie di lastre fotografiche riguardanti il lavoro per Les mains libres con linee di taglio di Man Ray\, datate 1936 e 1937; fotografie documentarie della Francia degli anni Venti; un documento del Large Glass di Marcel Duchamp; stampe a contatto con le linee di taglio di Man Ray che l’artista realizzò nel corso della sua carriera; stampe Polaroid in bianco e nero risalenti ai primi anni Sessanta; una raccolta di trasparenze a colori\, incorniciate\, create da Man Ray durante i suoi esperimenti con la fotografia a colori; un’opera\, frutto della collaborazione tra Man Ray e Max Ernst\, composta di quattro frottages. La struttura di Unconcerned but not indifferent ricalca i quattro periodi dell’opera di Man Ray: New York\, Parigi\, Los Angeles\, Parigi. La prima parte della mostra\, New York\, presenta una serie di copie delle schede dell’archivio personale di Man Ray\, che egli utilizzava per documentare le sue prime opere. Queste schede\, i cui originali furono rubati dallo studio dell’artista e mai più ritrovati\, sono state oggetto di notevoli controversie e non sono mai state esposte prima. Laddove possibile sono esposte accanto alle opere specifiche che documentano. \n A cura di Noriko Fuku e John Jacob  \nNoriko Fuku\, curatrice indipendente giapponese\, vive e lavora tra gli Stati Uniti e il Giappone. John Jacob\, curatore indipendente e direttore della Fondazione Inge Morath a New York. Mostra del Man Ray Trust Foundation\, organizzata da La Fabrica in collaborazione con il MAN 
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SUMMARY:ANTONIO SECCI
DESCRIPTION:Il Comune di Dorgali in collaborazione con il MAN presenta\, nel suggestivo scenario delle sale dell’Acquario di Cala Gonone\, la mostra personale di Antonio Secci (Dorgali\, 1944). Le opere esposte ripercorrono la sua produzione più recente\, quella degli ultimi dieci anni\, nelle modalità e variazioni cromatiche che rendono emblematica e inconfondibile la sua cifra stilistica. \nUna serie di “squarci per un possibile spazio”\, così come li definisce Antonio Secci\, che più che un titolo esplicativo\, sembrerebbe una sintetica dichiarazione programmatica\, un’aspirazione verso un traguardo da raggiungere\, un approdo poetico\, e umano\, ancora di là da venire. Quello di Secci continua a essere un approccio all’arte e alla vita tipicamente romantico\, un romanticismo da intendersi nel senso più canonico del termine\, un continuo cercare l’apertura per un possibile altrove “impossibile”. \nTutto ciò\, a dispetto di un’apparente classicità insita nella misurata ricerca formale e nella meditata prassi operativa che da sempre caratterizza la sua produzione artistica. La lunga e affascinante storia di Secci\, le sue frequentazioni\, i suoi incontri\, sono ora sintesi conclusa\, il dialogo è con il mare e la sua terra d’origine\, con la montagna e con la grande distesa azzurra che fa parte della sua quotidianità. Accompagna la mostra il video Antonio Secci\, 2008\, una intensa intervista realizzata nelle sale del MAN a quasi dieci anni dalla sua personale al Museo\, nella quale l’artista rivela alcuni degli aspetti più intimi della sua poetica\, e il catalogo monografico che illustra a ritroso tutta la sua produzione con un ricco apparato fotografico e critico. 
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SUMMARY:L’evento immobile (incantamenti)
DESCRIPTION:L’evento immobile (incantamenti)\, progetto curato da Saretto Cincinelli e Cristiana Collu per l’Isola delle Storie di Gavoi\, intende approfondire l’indagine di quel mutevole territorio di confine che mantiene in stretta relazione cinema video e arte contemporanea\, accostando artisti di differenti generazioni e nazionalità\, maestri come il portoghese Jorge Molder (Lisboa 1947)\, il canadese Mark Lewis (Hamilton 1957)\, protagonisti della scena italiana e internazionale come Andrea Santarlasci (Pisa 1964)\, Emanuele Becheri (Prato 1973)\, Christiane Löhr (Wisbaden 1965)\, Sophie Whettnall (Bruxelles 1973)\, Kan Xuan (Xuan Cheng 1972)\, Farid Rahimi (Losanna 1974). La mostra integrando nella videoesposizione – cifra peculiare dell’iniziativa – alcune opere plastiche (disegni\, fotografie e sculture)\, si propone di declinare moventi e movenze di un’immagine in bilico fra forma fluens e fluxus formae. \n“L’incantamento” della visione\, cui allude il titolo\, si realizza tramite la messa in primo piano di quella che potremmo definire una dimensione “in meno” dell’immagine: una dimensione che\, venendo a mancare\, finisce per ripercuotersi après coup sulle aspettative dello spettatore e sull’espressività di opere che si sottraggono volontariamente all’eloquenza e alla prevedibilità spettacolare di gran parte del linguaggio artistico contemporaneo. In ciascuno dei lavori proposti\, una qualche dimensione tipica dello specifico del “cinema”\, del “video”\, del “disegno” o della “scultura” tende\, con maggiore o minore radicalità\, a dissolversi ma\, come in un gioco in cui chi vince perde\, le opere paiono guadagnare dall’economia che le caratterizza\, un’economia che\, paradossalmente\, finisce per restituire loro un surplus di presenza.  
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