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SUMMARY:ALFREDO CASALI. Isolitudine
DESCRIPTION:Inaugurazione\, 5 dicembre ore 18:30\n  \nA cura di Massimo Ferrari e Chiara Gatti\n  \nNel contesto di un anno dedicato a un’ampia e articolata riflessione sul concetto di isola – intesa non solo nella sua dimensione geografica\, ma come dispositivo semantico\, generatore di narrazioni\, cosmologie\, idealità e utopie – il Museo MAN di Nuoro prosegue il proprio percorso di indagine con la mostra personale di Alfredo Casali\, dal titolo Isolitudine\,in programma per la stagione invernale. \nDopo Isole Minori. Note sul fotografico dal 1990 ad oggi e Isole e Idoli (in corso fino al 16 novembre)\, la nuova esposizione si inserisce in un ciclo che esplora il concetto di insularità attraverso visioni differenti\, dando voce a prospettive artistiche che interrogano il senso e i perimetri dell’isola\, quale idea che diventa luogo\, concetto che prende corpo nello spazio. \nEsponente di una ricerca pittorica profondamente votata al linguaggio stesso della pittura e alla sua persistenza in un equilibrio esatto fra narrazione e astrazione\, fra segno e materia\, Alfredo Casali presenta al MAN un nucleo di opere inedite e recenti che affondano nel tema del confine poroso\, dell’origine arcaica\, del distacco volontario e insieme della riemersione dalle secche delle dimenticanza. Il neologismo “isolitudine” plasma nella sua pittura una condizione esistenziale complessa e affascinante: quella di chi identifica nell’isola – nelle sue coordinate fisiche\, ma anche nel suo abitare l’inconscio – una necessità ancestrale di appartenenza e\, insieme\, un sentimento melanconico di isolamento. \nVeleggiando nei territori dell’identità\, della memoria\, della percezione di sé e del mondo\, l’isolitudine diviene uno stato mentale\, una sofferenza appagante del vuoto intorno\, la vertigine al cospetto del deserto liquido. Pagine intense della letteratura insulare moderna\, da Salvatore Satta a Gesualdo Bufalino\, hanno restituito i fossili di una vita vissuta ai margini e comunque al centro\, in un microcosmo che è anche l’infinito\, in una solitudine che è anche bellezza. In tale acuta tensione fra radicamento e distacco\, fra sete d’altrove e orgoglio di quella remota territà teorizzata dall’antropologo Matteo Meschiari\, si ritrova una dimensione universale che accomuna popoli lontani\, tutti figli di un’isola\, tutti abitanti dell’isolitudine. \nAlfredo Casali se ne fa interprete in pittura. Sin dalle sue prime opere giovanili\, influenzate dall’astrattismo lirico di Gastone Novelli o di Cy Twombly\, dalla poesia visiva e da una figurazione sospesa\, carica di attese ed erede della lezione silenziosa di Morandi\, l’artista ha tratteggiato nello spazio confini minimi\, luoghi vitali circoscritti alla dimensione di un quotidiano intimo\, sublimati come archetipi domestici: la casa\, l’albero\, la sedia\, la toppa di paesaggio che affaccia sul vuoto del mare o del cielo. Rigore formale\, sintesi geometrica e una cura del segno come elemento espressivo e letterario\, derivato dalla sua solida formazione filosofica\, nutrono una pratica pittorica e un immaginario coerente\, profondamente meditato\, lento nel gesto\, nelle pause\, nella scansione dei piani che costruiscono altri vuoti. La sua poetica rarefatta ed essenziale oggi approda alle soglie dell’isola\, che è un disegno dai bordi slabbrati sulle mappe della coscienza\, una epifania di roccia e sabbia sul piano cartesiano della geografia umana e cosmica. \nAlfredo Casali nasce a Piacenza nel 1955\, dove oggi lavora e vive. Si laurea in filosofia all’Università di Bologna nel 1983\, sotto la guida di Luciano Anceschi. Dopo un articolato percorso tra pittura\, poesia visiva e studi teorici\, approda a un linguaggio artistico personale\, caratterizzato da una ricerca poetica essenziale e dalla ricorrenza di elementi archetipici organizzati in cicli tematici. Tra i primi a riconoscere il valore della sua opera è Giovanni Fumagalli\, che lo accoglie nella storica Galleria delle Ore di Milano e lo affianca come guida e maestro tra il 1986 e il 1996. Casali partecipa alla XXXII Biennale d’Arte Città di Milano (1993) e alla Biennale di Cremona (1993 e 1999)\, e nel corso degli anni espone in numerose mostre personali e collettive. Tra le esposizioni più significative si ricordano la personale al Centro Culturale San Fedele di Milano (2011)\, la partecipazione alla mostra dedicata a Imre Reiner e all’astrazione internazionale presso il Museo d’arte di Mendrisio (CH)\, le collettive Sogno e Confine (Galleria Biffi\, Piacenza\, 2012) e La natura obliqua (Il Chiostro arte contemporanea\, Saronno). Nel 2014 espone in una personale alla Galleria Ceribelli di Bergamo. Tra le mostre recenti\, nel 2019 è presente allo Studio d’arte del Lauro di Milano e\, nel 2023\, al MAN_Museo d’arte della Provincia di Nuoro per un progetto condiviso con il Polo Territoriale universitario di Agrigento. La recente mostra allestita nel 2023 al Magazzino del Sale di Cervia dal titolo Alfredo Casali\, Giovanni Fabbri. Geografie vita\, territorio\, storia\, anticipa di pochi mesi la grande antologica del 2024 Alfredo Casali. La memoria delle cose\, curata da Massimo Ferrari per Volumnia nella navata rinascimentale dell’ex chiesa di Sant’Agostino a Piacenza. \nHanno scritto di lui: Michele Tavola\, Franco Fanelli\, Sara Fontana\, Stefano Fugazza\, Ivo Iori\, Stefano Crespi\, Flavio Arensi\, Chiara Gatti\, Marina De Stasio\, Rocco Ronchi\, Giorgio Seveso. \nCatalogo ITA/EN Nomos Edizioni \nTesti di Massimo Ferrari e Chiara Gatti \nCoordinamento Rita Moro \nGrafica di Sabina Era \n  \n 
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SUMMARY:Franco Pinna. Sardegna a colori. Fotografie recuperate 1953-67
DESCRIPTION:Inaugurazione\, 5 dicembre ore 18:30\n  \nIdeazione e direzione scientifica: Archivio Franco Pinna\n  \nCon Franco Pinna. Sardegna a colori. Fotografie recuperate 1953–67\, il MAN prosegue la riflessione sul linguaggio fotografico e il suo rapporto con la Sardegna\, territorio di ispirazione e sperimentazione per generazioni di artisti. La mostra\, che celebra il centenario della nascita del fotografo maddalenino (La Maddalena 1925 – Roma 1978)\, maestro della fotografia italiana del Novecento\, riporta alla luce un corpus a lungo dimenticato\, restituendo una dimensione nuova e sorprendente del suo sguardo: quella del colore. In dialogo con le recenti ricerche del museo su autori e visioni del paesaggio sardo\, l’esposizione amplia la nostra percezione di un fotografo che molti hanno conosciuto solo attraverso il bianco e nero. \nIl percorso della mostra\, composto da circa ottanta opere tra stampe fotografiche a colori — in larga parte raramente esposte – e materiali d’archivio\, propone un viaggio nella storia visiva e professionale di Pinna\, offrendo nuovi elementi di valutazione critica della sua opera. Le immagini scelte\, frutto di un lungo lavoro di recupero e restauro digitale delle cromie originali\, sono accompagnate da fotografie di raffronto dello stesso soggetto in bianco e nero\, oltre a diapositive\, strumenti di lavoro provenienti dall’Archivio Franco Pinna\, a testimonianza della complessità del suo approccio documentario. Una selezione di pubblicazioni d’epoca\, fra cui “Vie Nuove”\, “Noi Donne”\, “L’Espresso” e “Panorama”\, spiega la ragione del suo impegno con il colore\, destinato alle riviste del tempo e alle loro pagine patinate\, che richiedevano un senso di attualità e non la storicizzazione tipica del classico bianco e nero. \nLa mostra prende avvio da Orgosolo 1953\, prima campagna fotografica a colori realizzata da Pinna in Sardegna\, per poi attraversare le tappe più significative della sua produzione isolana: Canne al vento (1958)\, Argia a Tonara (1960)immagini per il celebre volume Sardegna. Una civiltà di pietra (1961)\, fino alle cronache sul banditismo e le proteste dei pastori del 1967. Le sequenze\, disposte come un racconto di lunga durata\, restituiscono l’evoluzione di un linguaggio che trova nel colore una dimensione autonoma e poetica\, capace di cogliere la materia viva della Sardegna arcaica e modernissima insieme. \nA emergere è la tensione tra documento e rito\, che percorre tutta la sua opera: un modo di attraversare la realtà che\, come scriveva Federico Fellini nel 1976\, rivela in Pinna “una lentezza da ierofante”\, sospesa tra lo sguardo dello scienziato e quello del sacerdote. \nÈ proprio in questa dimensione sospesa tra documento e rito che la mostra del MAN invita a rileggere la sua opera: come un attraversamento della realtà che diventa rivelazione. \n  \nFranco Pinna\n(La Maddalena 1925 – Roma 1978)\nReporter tra i più noti del suo tempo\, Pinna è stato una figura centrale del Neorealismo fotografico italiano. Dopo la militanza nella Resistenza romana e una breve esperienza come operatore di documentari\, esordisce nel 1952 nella cooperativa “Fotografi Associati” e segue Ernesto De Martino nelle spedizioni etnografiche in Lucania e Salento. Nel 1961 pubblica Sardegna. Una civiltà di pietra\, il suo volume più importante\, e a partire dal 1964 diventa fotografo di fiducia di Federico Fellini. Autore di oltre 300.000 scatti\, Pinna ha saputo unire impegno civile e rigore estetico\, documentando l’Italia in trasformazione e restituendo\, con sguardo lucido e poetico\, il volto più umano del Novecento. \nDal 1997 l’Archivio Franco Pinna (Roma/Bologna) custodisce e valorizza il suo patrimonio\, promuovendo ricerche e mostre che ne mantengono viva la memoria. \n\nIdeazione e direzione scientifica Archivio Franco Pinna. \nCuratore: Paolo Pisanelli\, OfficinaVisioni \nin collaborazione con Cinema del reale\, Erratacorrige\, Big Sur \nCoordinamento MAN\, Alessandro Moni \nDigitalizzazione\, restauro digitale\, editing delle fotografie: Gloria Fulgeri\, Claudio Domini \nRegia e montaggio video-installazione: Matteo Gherardini\, Paolo Pisanelli \nCoordinamento Officina Visioni Federica Facioni \nCatalogo Nomos edizioni\, ita/en \nProgetto Grafico Sabina Era \n© Archivio Franco Pinna\, Roma/Bologna tutti i diritti riservati
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SUMMARY:Franco Mazzucchelli. Blow Up
DESCRIPTION:inaugurazione\, 5 dicembre ore 18:30\nA cura di Marina Pugliese\nin collaborazione con MUDEC Museo delle Culture\, Milano\n  \nIl museo MAN di Nuoro annuncia\, per la prossima stagione\, una mostra personale di Franco Mazzucchelli (Milano 1939) dal titolo Blow Up. Curata da Marina Pugliese e frutto di un protocollo di intesa con il MUDEC di Milano\, l’esposizione ripercorre la ricerca dell’artista milanese dagli anni Sessanta a oggi\, attraverso una selezione di opere e fotografie che documentano il carattere sperimentale\, sociale e partecipativo del suo lavoro. \nIn linea con una ricerca che il MAN sta conducendo sugli artisti sensibili ai temi della sostenibilità e della collettività\, autori di opere che sono state in grado di attivare\, nel tempo\, la comunità attraverso pratiche di condivisione\, la mostra di Mazzucchelli restituisce\, per tappe\, la sua azione artistica dipanata nello spazio\, il suo abitare i luoghi pubblici\, connotandoli\, qualificandoli e invitando i cittadini stessi a riappropriarsi di aeree dimenticate attraverso una nuova dimensione di senso e di partecipazione. \nIn mostra emerge una scelta di lavori connessi agli Abbandoni dei primi anni Sessanta e ai progetti successivi A. TO A.(Art to Abandon / Arte da abbandonare)\, tra cui gli interventi realizzati davanti all’Alfa Romeo di via Traiano a Milano (1971)\, nel piazzale del Liceo artistico di Torino (1971) o nella Piazza dei Priori di Volterra (1973). Queste azioni\, nate dall’idea di “abbandonare” grandi strutture gonfiabili in PVC nello spazio pubblico\, rappresentano un gesto di apertura\, un invito alla interazione e all’esperienza prossemica\, oltre che una riflessione critica sulla liberazione dell’arte dai circuiti tradizionali. L’intervento nei pressi della fabbrica l’Alfa Romeo\, era inizialmente pensato per i bambini del vicino parco giochi\, ma offrì in modo inaspettato un momento di svago e di immaginazione per i lavoratori\, per poi trasformarsi addirittura in uno strumento politico\, con gli operai che se ne servirono per creare una barriera d’ostacolo al passaggio delle macchine. Ancora\, a Volterra nel 1973 – in occasione della rassegna sull’arte ambientale curata da Enrico Crispolti – i suoi gonfiabili divennero protagonisti di una festa collettiva\, mentre a Torino l’installazione di un grande arco gonfiabile nell’area urbana generò una diversa lettura del paesaggio e\, insieme\, del tessuto sociale. \nUn’altra sezione storica\, per la prima volta esposta in una istituzione pubblica italiana\, è dedicata all’opera Caduta di Pressione\, allestita nel 1974 presso la galleria milanese Diagramma e che prevedeva – tramite l’impiego di unmanovuotometro\, strumento di precisione utile a misurare pressioni relative\, superiori o inferiori a quella atmosferica – il rilevamento del consumo di ossigeno in una stanza\, in base alla presenza di ospiti differenti; ne uscì una sorta di mappatura del respiro e del fiato\, del vuoto e dell’apnea\, registrato al pari di un esperimento in schedari che custodiscono ancora i valori della pressione e i nomi degli avventori\, fra cui colleghi come Agnetti\, Fabro\, Nigro\, La Pietra\, oltre a Gillo Dorfles\, Urs Lüti\, Tommaso Trini.   \nIl percorso presenta poi due grandi sculture gonfiabili in PVC\, un Totano di 26 metri di lunghezza e Cono alto 12 metri\, esempi della tensione dell’artista verso una scultura espansa e temporanea\, capace di ridefinire il rapporto tra opera\, spazio e pubblico. I materiali sintetici e le grandi dimensioni contribuiscono a plasmare forme celibi\, non funzionali e puramente ludiche\, che invadono gli ambienti\, modificando la percezione dell’architettura\, stimolano una reazione da parte del visitatore che\, in passato\, Mazzucchelli ha documentato ampiamente\, in una sorta di analisi comportamentale del pubblico al cospetto dell’innesto estraneo e inatteso. \nL’installazione site-specific in membrana di film plastico del ciclo Riappropriazioni – che negli anni Settanta l’artista ha distillato in luoghi come Parco Sempione o la Triennale di Milano – occupa integralmente\, si propaga e inghiotte\, una sala del museo\, annullandone i confini e suggerendo nuove modalità di esperienza estetica\, invitando il pubblico a entrare fisicamente nella bolla stessa\, nella sua sospensione metafisica che avvolge\, lambisce\, aderisce a soffitti e pavimenti\, come una placenta\, un tessuto vitale e traspirante che impacchetta idealmente anche una scultura giovanile di Mazzucchelli\, scolpita sotto la guida di Marino Marini negli anni trascorsi nelle aule dell’Accademia di Brera. Testimonianza del dialogo continuo fra l’artista e la dimensione collettiva del suo lavoro\, l’opera si fa luogo di incontro\, in un processo aperto che coinvolge lo spettatore nella possibilità di riappropriarsi simbolicamente dello spazio tramite l’arte che lo abita. \nMonumentalità e leggerezza\, sospensione e adesione\, uso di materiali un tempo sperimentali come la plastica e riflessione critica attuale su questioni ecologiche: la mostra Franco Mazzucchelli. Blow Up (citazione deflagrante della celebre pellicola di Antonioni) affonda in queste dicotomie e racconta per capitoli la storia un artista che ha saputo ridefinire i linguaggi della scultura contemporanea\, portando l’arte fuori dei musei e dentro la vita quotidiana\, in una continua esplorazione delle relazioni tra estetica\, società e partecipazione. \nFranco Mazzucchelli\n1939\, Milano\, vive e lavora a Milano \nConosciuto per la sperimentazione pionieristica con materiali sintetici iniziata negli anni Sessanta e per la creazione di installazioni ambientali su larga scala che hanno la capacità di sovvertire le convenzioni quotidiane delle comunità locali\, Mazzucchelli ha prodotto un prolifico corpus di opere\, che continua a evolversi ancora oggi. La sua pratica\, avvicinandosi alla partecipazione totale\, ne analizza le dinamiche sociali. Le opere diventa temporaneamente parte del paesaggio urbano e il pubblico è incline a toccarle\, spostarle\, giocarci e persino portarle via. Dall’inizio degli anni 2000\, la ricerca di Mazzucchelli si spostata verso una dimensione più estetizzata\, dando origine a tele gonfiabili parte del ciclo Bieca Decorazione. Questo termine è utilizzato in modo autoironico per descrivere la pratica del dipingere come puro godimento estetico e per sottolinearne la connessione con le logiche commerciali. \nLe installazioni ambientali di Franco Mazzucchelli sono state presentate in numerosi luoghi in Italia e all’estero\, come la Fabbrica Alfa Romeo\, Milano; Piazza San Fedele\, Milano; Accademia di Belle Arti di Brera\, Milano; Castello Sforzesco\, Milano; Piazza dei Priori\, Volterra; Lago di Como; Monaco di Baviera; Camargue. I suoi lavori sono stati inclusi in mostre storiche\, tra cui la 60ª Biennale di Venezia\, Venezia (2024); la 13ª Quadriennale\, Roma (1999); l’11ª Quadriennale\, Roma (1986); la 37ª Biennale di Venezia\, Venezia (1976); la 15ª Triennale di Milano\, Milano (1973); e in importanti istituzioni internazionali: MAPS – Museum of Art in Public Spaces\, Køge (2025); Museo Madre\, Napoli (2024); MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma\, Roma (2021); Centre Pompidou-Metz\, Metz (2021); Cité de l’Architecture\, Parigi (2021); ArtScience Museum\, Singapore (2020); Konsthall Lund\, Lund (2020); Kunsthalle Wien\, Vienna (2019); Center for Art and Media – ZKM\, Karlsruhe (2019); nGbK\, Berlino (2018); Museo del Novecento\, Milano (2018); tra gli altri. Franco Mazzucchelli ha vinto il Premio alla Carriera Alfredo d’Andrade 2022. È stato Direttore Vicario di Brera 2 e Professore di Tecniche della Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. \nProgetto realizzato in collaborazione con MUDEC Museo delle culture\, Milano \n \nCatalogo Nomos edizioni\, ita/en \ncon testi di Marina Pugliese\, Andrea Lissoni\, Alessandro Oldani \ncoordinamento di Elisabetta Masala \nimmagine grafica di Sabina Era
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SUMMARY:Ilaria Turba. I pani del desiderio
DESCRIPTION:A cura di Elisabetta Masala \nUn desiderio\, un impasto\, un’opera condivisa.\nI pani del desiderio è un progetto artistico partecipato che prende forma da un gesto semplice e universale come modellare il pane. \nEppure\, i pani di Ilaria Turba non contengono solo farina\, acqua e lievito\, ma anche sogni\, memorie e aspirazioni comuni. In un tempo segnato da frammentazione e incertezza\, il valore simbolico e comunitario dei pani rituali del Mediterraneo viene esaltato con un atto artistico e sociale\, capace di generare empatia e ascolto. \nLa mostra Ilaria Turba. I pani del desiderio segna la fase conclusiva di un lungo viaggio tra territori\, comunità e desideri. \nDopo anni di incontri e scambi\, l’artista restituisce al pubblico il senso profondo di un’esperienza collettiva e trasformativa. Il progetto prende avvio nel 2018 nei quartieri nord di Marsiglia\, dove\, come artista associata al teatro nazionale LE ZEF\, Ilaria Turba attiva una serie di laboratori con la comunità locale. In questo contesto nascono oltre cento pani-scultura: forme uniche\, realizzate collettivamente e ispirate ai desideri di chi partecipa. \nA partire dal 2022\, I pani del desiderio si trasforma in un viaggio attraverso l’Italia\, in cui ogni tappa coinvolge musei\, festival\, associazioni locali e abitanti. Da Milano a Fontecchio\, da Firenze a Castiglione delle Stiviere\, fino al villaggio in pietra medievale di Ghesc nel Piemonte\, ogni luogo diventa occasione per rigenerare il gesto\, attivare un nuovo dialogo con le comunità\, creare forme inedite. \nL’ultima tappa italiana del progetto itinerante si svolge nel paese di Villaurbana\, in provincia di Oristano\, nell’ambito del programma della Fondazione di Sardegna AR/S – Arte Condivisa. \nÈ in Sardegna\, terra profondamente legata alla tradizione del pane rituale\, che il progetto trova il suo compimento simbolico: un ritorno alla materia\, alla memoria\, ai gesti che uniscono. Durante un rito collettivo di festa nel bosco di S’Arangiu Aresti\, l’artista ha condiviso le storie legate a ciascuno degli oltre cento pani raccolti lungo il viaggio\, prima che venissero affidati al fuoco in un gesto simbolico di trasformazione. \nCome nei rituali arcaici\, la loro metamorfosi non sancisce una fine\, ma un passaggio di rinascita. La polvere nera brillante derivata dalla combustione diventa\, così\, simbolo dei desideri che perdono la propria forma e si mescolano tra loro. Come sostiene l’artista nel video in mostra\, “le forme che spariscono rimangono nel ricordo\, nelle tracce\, nei racconti che ancora si possono tramandare. Non sono scomparse\, sono solo ritornate alla loro essenza\, che è la stessa dei desideri da cui tutto ha avuto inizio”. \nLa mostra I pani del desiderio restituisce l’intero percorso\, invitando il visitatore a ripercorrere simbolicamente il tragitto che unisce Marsiglia alla Sardegna\, attraverso una selezione di opere – alcune delle quali inedite – che trasforma il museo in uno spazio vivo di relazione\, ascolto e cura. In un presente che chiede immaginazione e nuove forme di vicinanza e umanità\, Ilaria Turba invita a partire da un gesto semplice e universale: dare forma a un desiderio e condividerlo con gli altri. \n  \nIlaria Turba \n\n\n\n\nLa ricerca dell’artista visiva Ilaria Turba si sviluppa nella creazione di progetti interdisciplinari\, partecipativi e relazionali che coinvolgono comunità\, gruppi e territori specifici\, spesso in contesti complessi e difficili. Le sue opere si radicano nello scambio diretto con le persone\, incorporando voci\, azioni e stimoli dei partecipanti\, e si traducono in installazioni\, opere nello spazio pubblico\, immagini\, oggetti\, libri d’artista\, performance e momenti di festa. Il lavoro di Ilaria Turba si distingue per coerenza\, estetica e sensibilità\, che emergono nei processi inclusivi e nella rielaborazione dei temi che sceglie di narrare. Un elemento ricorrente nelle sue creazioni è il dialogo con archivi privati e pubblici. \nIlaria Turba ha vinto la nona edizione dell’Italian Council nel 2020 e ha presentato i suoi progetti presso: Mucem\, Marseille; LE ZEF scène nationale de Marseille; Manifesta13; Centre Pompidou\, Parigi; Rencontres Internationales de la photographie d’Arles; Performative\, MAXXI L’Aquila; Festival Trajectoires\, Nantes; Fondazione Prada\, Castello di Rivoli\, Torino; Brooklyn Children’s Museum NYC; Museo della Triennale\, Milano; Festival Animac\, Catalunya; Museo Fotografia Contemporanea\, Milano; Festival Filosofia di Modena; Festival Fotografia Europea\, Reggio Emilia. \nSi ringraziano: \nFondazione di Sardegna nell’ambito di AR/S – Arte Condivisa in Sardegna \nComune di Villaurbana (OR) e i partecipanti al progetto dei Pani del desiderio a Villaurbana \nLE ZEF scène nationale de Marseille \nMucem- Museo delle civiltà dell’Europa e del Mediterraneo – Marsiglia
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SUMMARY:Isole minori_Note sul fotografico dal 1990 ad oggi
DESCRIPTION:A cura di Walter Guadagnini e Giangavino Pazzola \nCoordinamento di Elisabetta Masala \nIl MAN Museo d’Arte della Provincia di Nuoro e la Galleria Comunale d’arte di Cagliari\, sono lieti di presentare Isole minori. Note sul fotografico dal 1990 ad oggi\, una grande mostra fotografica che riunisce sedici progetti di autori e autrici internazionali sul tema della rappresentazione dell’isola dall’inizio del nuovo secolo ad oggi. \nCon inaugurazione prevista per il 26 giugno a Cagliari e il 27 giugno a Nuoro\, il progetto espositivo orienta la sua riflessione non solo alla dimensione geografica\, ma anche alla dimensione culturale e sociale dell’idea di isolanità. Curata da Walter Guadagnini e Giangavino Pazzola\, la mostra presenta le opere fotografiche di Jacopo Benassi\, Paola De Pietri\, Charles Freger\, Ralph Gibson\, Mimmo Jodice\, Salvatore Ligios\, Bernard Plossu\, Marinella Senatore\, Giovanna Silva\, Massimo Vitali\, Lorenzo Vitturi\, Vanessa Winship e George Georgiou (a Nuoro); Arianna Arcara\, Francois Xavier Gbré\, Luca Spano\, Karla Hiraldo Voleau (a Cagliari). \nFotografata in passato da grandi autori come August Sander\, Henri Cartier-Bresson\, Lisetta Carmi e tanti altri\, nella maggior parte dei casi la Sardegna è stata interpretata e trasmessa secondo una lettura reportagistica del territorio e delle comunità che abitavano le sue aree interne. Tali testimonianze hanno alimentato un immaginario sociale polarizzato tra stato centrale e periferia\, che ha prodotto rappresentazioni\, miti e ideologie che\, nel corso del tempo\, hanno condizionato sia il modo di vedersi degli isolani\, sia la percezione del contesto da parte di chi alla Sardegna guardava. La percezione stereotipata di luogo al di fuori del tempo\, una sorta di Eden\, si alternava alla visione incrinata dalla presenza – non meno esotica – dei banditi protagonisti della cronaca nera\, della periferia lontana e di altri riferimenti inerenti il tema del sottosviluppo. \nLa mostra mette in rilievo come tale rappresentazione si sia modificata nel corso degli ultimi 25 anni\, con un ampliamento dell’indagine visiva a nuove modalità di azione e relazione con territorio e comunità. Le rappresentazioni simboliche e ideologiche dello spazio insulare che ne emergono offrono uno spaccato di tematiche differenti\, che vanno dalla storia delle culture alla trasformazione della società contemporanea\, lasciando intravedere in trasparenza elementi di persistente subalternità. Guardando le coste ed il mare\, nonché l’interno dei contesti urbani più estesi\, artisti e artiste restituiscono un vocabolario visivo della Sardegna che ne consente una contestualizzazione culturale nell’area mediterranea allargata prima ancora che in quella italiana. \nApre la mostra un prologo-omaggio a quattro grandi autori attivi da molti anni\, che hanno dedicato all’isola alcune fotografie significative sia all’interno del loro percorso che nella rilettura del paesaggio sardo: la metafisica marina legata alla cultura mediterranea di Mimmo Jodice ripresa a Punta Pedrosa (1998) e a Molara (1999)\, i vagabondaggi poetici di Bernard Plossu tra Carloforte e La Maddalena (2002)\, l’ironica rivisitazione del tema del nudo di Ralph Gibson (1986) e la spettacolare documentazione della presenza turistica in spiagge come il Poetto (1995)  di Massimo Vitali introducono lo spettatore nella mostra e nel nuovo secolo. \nDivisi in stanze monografiche\, gli autori presenti al MAN di Nuoro leggono la contemporaneità nella persistenza del ruolo della maschera nel racconto di antiche tradizioni e rituali\, rivisitate da Salvatore Ligios per mettere in discussione la coscienza identitaria e la perdita degli elementi culturali locali (2007) oppure da Charles Fréger (2010-2011); oppure ancora nell’attesa eterna (e spesso invana) di una rinascita sociale\, culturale ed economica come per l’evento di inaugurazione delle architetture per il mancato summit della Maddalena (Giovanna Silva\, 2009); o nel rapporto tra passato e presente nel Monumento a Garibaldi e nelle fortificazioni di granito nell’isola di Caprera (Paola De Pietri\, 2022). Pratiche di interazione e partecipazione tra arte e comunità si manifestano nel racconto delle diverse idee di cittadinanza nelle opere di Marinella Senatore (2013) e Vanessa Winship e George Georgeou (2014). Jacopo Benassi (2021) e Lorenzo Vitturi(2022) agiscono rispettivamente a Donori e in Valle della Luna\, per affrontare concettualmente l’idea di isolamento. \nNella sede di Cagliari sono presenti quattro autori accomunati dal rapporto tra fotografia e letteratura\, a fornire un’ulteriore interpretazione e formalizzazione di tematiche come quella dei rapporti interpersonali sui quali si concentrano\, a partire dalla lettura dei racconti di Sergio Atzeni\, il lavoro inedito di  Arianna Arcara (2025) e quello di Karla Hiraldo Voleau che cerca di rileggere la Generazione Z attraverso il lascito pasoliniano di Comizi d’amore (2023)\, mentre le costruzioni di mondi tra immaginazione e documentazione di Luca Spano (2020-2021) guardano all’esperienza letteraria di DH Lawrence. Il tema del viaggio e della nuova lettura del territorio è riscontrabile nei lavori di Francois Xavier Gbré dove viene mostrata la nuova configurazione sociale ed economica successiva al fenomeno delle migrazioni\, con tutte le conseguenze che esso comporta. \nLa mostra presenta opere di straordinaria qualità visiva e propone visioni nuove di luoghi noti\, attraverso le quali si possono aprire riflessioni di diversa natura intorno ai tanti temi sollevati dalle opere esposte. La mostra è accompagnata da un catalogo bilingue edito da Interlinea\, contenente un dialogo fra i due curatori\, la riproduzione delle opere esposte e le schede biografiche e critiche degli autori e delle autrici incluse nel progetto espositivo.
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SUMMARY:ISOLE E IDOLI
DESCRIPTION:a cura di Chiara Gatti e Stefano Giuliani \ncon il contributo di Matteo Meschiari \nprogetto realizzato grazie alla partecipazione di: Fundació Pilar i Joan Miró\, Mallorca\, Musée du Louvre e Fondation Giacometti\, Parigi \nQuale legame profondo unisce un’isola ai suoi simulacri?  \nE come hanno assorbito e interpretato tale legame i maestri del Novecento  \nin viaggio fra Mediterraneo e Mari del Sud?  \nLa mostra “ISOLE E IDOLI”\, che inaugura la stagione estiva del Museo MAN di Nuoro\, nasce per rispondere a queste domande e per comprendere come il potere simbolico e mitico delle figure arcaiche\, custodite entro i confini dell’insularità\, si sia rigenerato\, a distanza di secoli\, nelle forme del moderno. \nIn bilico fra neolitico e alba del Novecento\, fra archeologia ed avanguardia\, fra gli idoli cicladici e le sculture lignee che Gauguin intagliò nei suoi anni di Tahiti\, il percorso fluttua fra passato e presente in cerca di ritorni\, sentimenti condivisi\, eredità genetiche\, spinte effusive destinate a riaffiorare a fasi alterne\, come nei cicli geologici\, e a guidare le mani degli autori tese a plasmare forme affini. Non\, dunque\, l’idea del viaggiatore che\, esplorando\, trova\, assorbe e replica. Ma il concetto\, più vitale\, che l’antico e il moderno si tocchino al di fuori del tempo e dello spazio\, fortissimamente nutriti da una medesima necessità: rappresentare l’altroveattraverso statue\, steli\, monoliti che personifichino l’invisibile in terra. \n«Non serve – scrive Chiara Gatti nel suo testo – il revisionismo postcoloniale per affermare che\, nella loro statura ieratica\, non vi sia nulla di primitivo\, esotico\, conturbante. È astrazione allo stato puro. Sono dee madri\, pietose e grandiose allo stesso tempo\, come prefiche egizie\, come offerenti etrusche\, come ancelle rubate alla pittura vascolare greca. E i loro sguardi che scrutano nel vuoto\, immersi in un’attesa casoratiana\, ricordano l’immobilità disarmata della Melencolia di Dürer\, allegoria dell’intelletto umano che medita sul destino del cosmo». \nPonendosi criticamente come una riflessione sui concetti odierni di alterità\, primitivismo e sulle loro ricadute nel cuore del dibattito postcoloniale – esteso ben oltre la storia dell’arte – la mostra affonda dentro ragioni antropologiche connaturate alla presenza di figure totemiche nei circoscritti perimetri di un’isola e spiega quanto maestri del calibro di Gauguin\, Pechstein\, Miró\, Arp o Matisse\, nel corso dei loro viaggi\, abbiano rielaborato tale convivenza\, proiettando le loro stesse icone statuarie nella dimensione assoluta del sacro. \nPartendo dalla prima “fuga” di Gauguin verso la Bretagna\, nel 1886\, secondo un concetto di isola come luogo ideale\, immune dalle derive del mondo civilizzato\, il percorso narra l’esperienza di Jean Arp\, che collezionava statuette cicladiche\, irretito dal loro magnetismo concentrato in un pugno\, e di Max Pechstein approdato nel 1914 nell’arcipelago di Palau\, dove visse a contatto con le comunità locali sull’isola di Angaur e vi ritrasse volti maschili solenni come divinità. «Vedevo gli idoli scolpiti in cui una trepidante pietà e il timore reverenziale di fronte all’imperscrutabile potere della natura avevano impresso speranza\, paura e soggezione\, davanti al loro ineluttabile destino». Joan Miró\, nei suoi appunti quotidiani\, evocava le statue Moai dell’Isola di Pasqua\, come riferimento potente per nuove forme scultoree\, riconoscendo in esse l’incarnazione di uno spirito ancestrale. E ancora\, Alberto Giacometti che aveva trovato la propria isola fra i massi erratici del Maloja\, fece di ogni suo ritratto un idolo\, un custode del tempio\, inginocchiato al cospetto dell’immateriale. \nScrive Matteo Meschiari nel suo testo a catalogo: «Il punto è cercare di capire non tanto la sociologia\, la filosofia e la geopolitica dell’essere e vivere l’isola\, quanto in che modo la geomorfologia Terra-Mare contenga in sé dei fossili di pensiero mitico\, in che modo l’incontro tra roccia e acqua sia una specie di campo morfogenetico in grado di generare mito. Gli stereotipi concettuali legati all’isola sono un filtro oscurante: esclusione\, separatezza\, solitudine\, naufragio\, arroccamento\, prigione\, esilio\, confino\, sono solo i più diffusi\, ma appena ci spostiamo in culture Ocean-centered come quella vichinga o quella polinesiana\, ci rendiamo conto che l’Occidente è impastoiato in un paradigma coloniale geocentrico che dà sempre priorità alle terre\, uno sguardo continentale che perpetua un modello geografico egemonico dove il mare è il vuoto. Per chi vive in mare\, al contrario\, l’acqua è il centro del mondo\, le sue mappe indicano paesaggi sommersi e moti di correnti\, mentre le isole\, soprattutto quelle oceaniche\, sono piccole pause\, zone di sospensione nell’immensità salata\, e l’arcipelago è un iperoggetto bucherellato tenuto assieme dal dinamismo delle acque\, dal pieno del mare». \nFlorence Henri\, Bretagne\, ile de Seine\, 1937-1940\, fotografia © Martini & Ronchetti\, courtesy Archives Florence Henri \nUna selezione di oltre 70 opere conta reperti archeologici in arrivo dai maggiori musei di archeologia della Sardegna\, dal Menhir Museum di Laconi e dai Musei della Bretagna\, oltre al prestito eccezionale concesso dal Dipartimento di antichità greche\, etrusche e romane del Musée du Louvre di Parigi. Accanto a questi\, le opere dei maestri moderni giungono da importanti collezioni europee\, fra cui la National Gallery Prague (per le sculture lignee di Gauguin)\, la Galleria d’arte moderna di Milano\, il Musée départemental Maurice Denis\, il Museo della città di Locarno\, la Fondation Giacometti e gli Archives Henri Matisse\, cui si aggiungono l’Archivio Florence Henri e collezioni private italiane come Diffusione Italia International Group srl e la collezione di stampe di Enrico Sesana. \nUn affondo dedicato alla Sardegna preistorica offre\, infine\, un approfondimento sul mondo dell’idolo in terra sarda\, articolato intorno a quattro nuclei tematici principali: il toro (simbolo maschile associato al culto del potere e della fertilità)\, la Dea Madre (figura femminile legata alla nascita e alla continuità della vita)\, il “capovolto” (rappresentazione dell’aldilà e del rovesciamento rituale)\, e le statue menhir antropomorfe\, veri idoli scolpiti nella pietra e destinati a dominare il paesaggio come presenze eterne. \nL’allestimento\, curato dall’architetto Giovanni Maria Filindeu\, organizza l’insieme delle opere esposte in una forma spaziale che richiama la configurazione di un arcipelago formato da piccoli raggruppamenti tematici. A guidare l’articolazione degli elementi\, sia a parete che a pavimento\, sono l’uso intenzionale e critico del colore e la scelta dei materiali. In particolare\, il celenit (un aggregato di fibre di legno e cemento) utilizzato per le basi espositive\, oltre all’impiego della sabbia lavata\, legante naturale ed evocativo\, i cui toni algidi sposano la palette estiva delle trame che disegnano mappe metafisiche. \n  \nISOLE E IDOLI | ISLANDS AND IDOLS \na cura di Chiara Gatti e Stefano Giuliani\, col contributo di Matteo Meschiari \ncoordinamento di Rita Moro e Myrtille Montaud \nallestimento di Giovanni Maria Filindeu\, con Giampaolo Scifo\, Anna Usai e Bartolomeo Filindeu \nimmagine grafica Gianfranco Setzu \ncatalogo edizioni Interlinea (italiano|inglese) \n  \nUfficio Stampa  \nSTUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo \nVia San Mattia 16\, 35121 Padova \nTel. +39.049.663499 \nreferente Simone Raddi\, simone@studioesseci.net \nwww.studioesseci.net
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SUMMARY:ISCRA | Flotta culturale del Mediterraneo
DESCRIPTION:Progetto integrato fra il MAN\, Accademia di Belle arti ‘Mario Sironi’ di Sassari e Associazione Marco Magnani\n\n\nInaugurazione: venerdì 27 giugno ore 19 \n\n\n\nAl museo MAN di Nuoro inaugura una mostra-restituzione\, frutto di un progetto culturale di ampio respiro che ha unito\, per oltre un anno di ricerca\, diversi enti culturali\, impegnati nella valorizzazione di un territorio ricco e complesso come la Planargia. Area storica della Sardegna centro-occidentale\, la Planargia giace compresa fra la valle del fiume Temo\, unico fiume navigabile della regione\, e il versante settentrionale del Montiferru\, il più grande complesso vulcanico dell’isola. Il paesaggio della Planargia spazia dalle scogliere a picco sul mare agli altopiani dell’entroterra\, in un vasto panorama verdeggiante\, punteggiato di boschi e cascate\, cave di basalto e campi di asfodelo. \n\n\n\nIl progetto ISCRA_Flotta culturale del Mediterraneo nasce da un’idea dell’artista Leonardo Boscani e da un protocollo di intesa a più voci\, firmato dal MAN di Nuoro\, dall’Accademia di Belle Arti “Mario Sironi” di Sassari\, dall’Unione dei Comuni della Planargia\, dall’azione concreta del Comune di Flussio\, dall’Associazione Marco Magnani\, dall’Associazione Cosinzu de Isciareu di Flussio e dall’Ecomuseo del mare e dell’acqua di Sassari; il tutto con il contributo e il supporto della Fondazione di Sardegna. \n\n\n\nGuidata da Leonardo Boscani\, una flotta di artisti – fra cui il collettivo Check Point Charly\, con Giorgio Porcheddu\, Lucia Magnifico\, Marco Facchetti\, l’ingegnere del suono e musicista Alfredo Puglia e l’artista e artigiano della pietra Carmelo Logias\, insieme ai docenti e agli studenti dell’Accademia di Sassari – ha esplorato il territorio della Planargia\, in un viaggio fra costa e mare\, traducendolo in opere che mescolano linguaggi estetici e riflessioni antropologiche: stampa d’arte e archiviazione di patrimoni tradizionali (vedi la lavorazione dell’asfodelo\, “l’oro di Flussio”)\, fotografia sperimentale\, tracce acustiche e mappatura simbolica delle relazioni tra natura e società\, scultura e indagine nei geositi della regione (vedi la valorizzazione della pietra basaltica e colonnare di Suni).  \n\n\n\nDalla navigazione lungo la costa fino all’affondo nel sito geologico di Suni\, dalla raccolta dell’asfodelo alla ferrovia che corre da Bosa a Macomer\, ecco allora un lungo viaggio per immagini\, un “interspazio” di narrazioni che\, pur diverse nei linguaggi\, convergono nell’impegno comune di ascoltare\, comprendere e restituire il carattere profondo del luogo\, la sua identità\, le sue emergenze. \n\n\n\nLa navigazione\, nelle riprese dalla rotta in vela\, fa da sfondo in mostra alla presenza statuaria di una colonna a base poligonale di basalto\, alta tre metri e dal peso di oltre sette tonnellate\, distesa simbolicamente come una antica meridiana\, un monolite arcaico\, un gigantesco reperto di pietra che porta con sé la memoria lavica effusiva della Planargia e\, insieme\, l’accesso (tramite incisione di un QRCode) a una dimensione di racconto contemporaneo\, mappe di esplorazioni condotte durante il progetto e visioni di un paesaggio consegnato ai posteri\, nella sua storia e nella sua natura. \n\n\n\nLa residenza artistica ospitata nel paese di Flussio ha legato la ricerca degli artisti alla dimensione della comunità\, coinvolta giorno per giorno nel processo di restituzione. Mentre una troupe di autori\, registi e fotografi si è mossa attraverso il territorio per trovare ispirazioni visive\, svolgere interviste\, documentare momenti di vita\, gli studenti e i professori dell’Accademia – coordinati dai professori Giovanni Sanna\, Sergio Miali\, Davide Fadda – hanno riletto l’antica pratica della lavorazione dell’asfodelo e ne hanno interpretato gli esiti formali\, mescolandoli alla sperimentazione tecnica sulla monocromia della pietra di Suni\, da cui è nato il “Nero di Planargia”\, particolare tono\, proprio del basalto\, la cui formula èstata fissata in una composizione chimica per creale un “ral” specifico da utilizzare quale colore codificato. \n\n\n\nIl progetto ISCRA delinea\, dunque\, una rotta culturale che dal mare alle colline\, dai gesti antichi alle tecnologie contemporanee\, disegna nuovi orizzonti per il Mediterraneo inteso\, non solo come spazio geografico\, ma come metafora dinamica di scambio\, mobilità e trasformazione. \n\n\n\n  Coordinamento: \n\n\n\nMuseo MAN\, Rita Moro\, Alessandro Moni;  \n\n\n\nAssociazione Marco Magnani\, Rita Delogu; Ecomuseo del mare e dell’acqua di Sassari  \n\n\n\ne Associazione Vela Latina Tradizionale (AVeLa)\, Piero Ajello. \n\n\n\nAccademia di Belle Arti “Mario Sironi” di Sassari: \n\n\n\nDOCENTI Alessandra Brancati\, Davide Manca\, Nicolas Martino\, Cristina Orsatti\, Marco Antonio Pani\, Alessandro Ponzeletti\, Giovanni Sanna\, Oscar Solinas\, Federico Soro \n\n\n\nALLIEVI Adele Abozzi\, Matteo Alba\, Antonio Cau\, Carla Cannas\, Claudia Carta\, Francesco Cherveddu\, Giommaria Chessa\, Luciana Yasmina Congiu\, Lina Dau\, Lino Deligia\, Enrico Delrio\, Christopher Filippo Dickey\, Andrea Doneddu\, Alessandra Fiori\, Taras Halaburda\, Lucia Loria\, Antonello Marchesi\, Silvia Marcias\, Margherita Masia\, Gabriel Meli\, Giovanni Moretti\, Michael Ogana\, Alice Patteri\, Simona Pes\, Rebecca Pilloni\, Oscar Piras\, Emma Porcu\, Federico Satta\, Francesco Tetti. \n\n\n\nCatalogo-album fotografico bilingue ITA/EN edizioni Interlinea\,  \n\n\n\na cura di Leonardo Boscani e Chiara Gatti\,  \n\n\n\nfotografie di Daniele Brotzu\,  \n\n\n\ntesto critico di Nicolas Martino.   Ufficio Stampa \n\n\n\nSTUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo  \n\n\n\nVia San Mattia 16\, 35121 Padova  \n\n\n\nTel. +39.049.663499  \n\n\n\nreferente Simone Raddi\, simone@studioesseci.net  \n\n\n\nwww.studioesseci.net \n\n\n\n 
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SUMMARY:Gregorio Botta. Il silenzio è così accurato
DESCRIPTION:a cura di Chiara Gatti ed Elisabetta Masala\n  \ncon un testo critico di Davide Ferri\n  \nIn principio era la luce. \nMa anche l’acqua e il fuoco\, la cera e il piombo levigati dal tempo e dagli eventi atmosferici. Nell’opera dell’artista napoletano (classe 1953)\, l’energia arcaica degli elementi dialoga con iconografie classiche\, con i temi del sacro e dell’invisibile. \nPer il MAN di Nuoro\, Gregorio Botta studia un progetto inedito che\, partendo dalla sua ricerca sull’equilibrio e sul silenzio\, distilla nello spazio presenze astratte\, giochi di riflessi e trasparenze nella materia\, geometrie pure e gocce di pioggia\, rivoli d’acqua e pentagrammi punteggiati di forme minimali. \nIl titolo della mostra Il silenzio è così accurato\,  ispirato a una frase di Mark Rothko\, abbraccia un percorso in cui la precisione del disegno tratteggia orizzonti prossimi\, scandisce il tempo nei circuiti e negli ingranaggi di piccole macchine celibi\, come le avrebbe definite Duchamp; macchine assurde\, prive di una funzionalità specifica\, ma poetiche nel loro orchestrare movimenti nel vuoto\, produrre suoni\, vapori o grafie libere nello spazio. \nIl ferro e il vetro\, l’alabastro e i fiori secchi\, combinati fra loro producono paesaggi intimi\, architetture da camera\, riferimenti a iconografie quotidiane\, oggetti\, simboli\, allegorie di una esistenza cucita sulla carta cerata\, che si consuma\, si logora e trasfigura nell’attesa. Epifanie e sparizioni\, segreti e rivelazioni impercettibili tradiscono la vocazione di Botta per «un’arte del togliere\, del poco\, del meno\, sperando di arrivare a un’arte del niente. Un’arte che sparisca e lasci solo\, come una vibrazione\, come un motore segreto\, l’azione per la quale è nata». \nL’impronta è traccia di un retaggio nella serie Pompei. Il peso del fumo è sopravvivenza della materia nell’opera che dona il titolo alla mostra. \nE poi la cera fusa in forme archetipiche evoca geometrie morandiane su un piano di cristallo che si distende all’infinito nel ciclo degli Orizzonti\, dove il tema eterno della soglia porta con sé la lunga letteratura del limite fra visibile e invisibile\, fra contingenza e immateriale. \n  \nBiografia \n  \nGregorio Botta  \nGregorio Botta nasce a Napoli il 18 aprile 1953. Nel 1980 si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Roma\, dove segue i corsi di Toti Scialoja\, diplomandosi nel 1984. \nDopo gli esordi\, scanditi dalla partecipazione ad alcune rassegne alla Galleria Rondanini e dalle prime personali alla Galleria Il Segno\, entrambe a Roma\, si impone all’attenzione della critica in occasione di importanti appuntamenti espositivi\, tra cui Trasparenze dell’arte italiana sulla via della seta a cura di Achille Bonito Oliva\, allestita a Pechino nel 1993\, la XII Quadriennale e la Biennale dei Parchi alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma\, tenutesi rispettivamente nel 1996 e nel 1998\, nonché la personale\, anch’essa nel 1998\, presentata da Ludovico Pratesi all’Istituto Italiano di Cultura a Colonia. Nel 2006 presenta ai Magazzini del Sale a Siena una selezione di lavori nei quali ritornano elementi peculiari del suo linguaggio in un singolare gioco di contrapposizioni: la leggerezza e la trasparenza del vetro\, l’opacità e la durezza del ferro. Inedita è l’introduzione del movimento\, che anima alcune istallazioni come La Porta di Pietro\, ispirata alla Madonna del Parto di Piero della Francesca. \nTra le sue personali si ricordano: Fondazione VOLUME!\, Roma (2024\, 2009); Galleria Peola Simondi\, Torino (2023\, 2020); Galleria Studio G7\, Bologna (2021)\, Galleria Nazionale d’arte moderna\, Roma (2020); Cripta Borromini a San Giovanni dei Fiorentini\, Roma (2019); Francesca Antonini Arte Contemporanea\, Roma (2017); MAC — Museo di arte contemporanea\, Santiago del Cile (2016); MAC — Museo di arte contemporanea\, Lima\, Perù (2016); Centro di arte contemporanea Pescheria\, Pesaro (2016); Triennale di Milano (2015); Forte di Bard\, Aosta (2014); Palazzo Te\, Mantova (2014)\, MACRO\, Roma (2012); Magazzini del Sale\, Siena (2006); Certosa di Padula\, Salerno (2005); Stazione metropolitana Vanvitelli\, Napoli (2005); Galleria Lo Scudo\, Verona (2001); Istituto Italiano di Cultura\, Colonia (1998). Ha firmato le scenografie di tre spettacoli di Sergio Rubini: Delitto e Castigo\, Dracula e Il caso Jekyll. Scrittore e saggista\, ha pubblicato per Einaudi (2020) Pollock e Rothko\, il gesto e il respiro e per Laterza (2022) Paul Klee\, genio e regolatezza.
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LOCATION:MAN\, Via Sebastiano Satta 27\, Nuoro\, NU\, 08100\, Italia
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SUMMARY:Giovanni Pintori. Pubblicità come arte (1912 - 1999)
DESCRIPTION:progetto integrato con m.a.x. museo\, Chiasso\na cura di Chiara Gatti e Nicoletta Ossanna Cavadini\ncoordinamento Rita Moro \nL’esposizione monografica dedicata a Giovanni Pintori\, maestro del graphic design italiano e internazionale\, che ha legato il suo nome alla nascita della leggendaria immagine Olivetti\, si inserisce nel percorso di ricerca che il museo MAN di Nuoro dedica agli autori nati sul territorio sardo e diventati protagonisti del panorama dell’arte mondiale. \nGiovanni Pintori\, Bozzetto La rosa nel calamaio\, Archivio Paolo Pintori_ph Matteo Zarbo  \nIl museo MAN di Nuoro\, in collaborazione con il m.a.x. museo di Chiasso\, con cui ha siglato un progetto integrato per la valorizzazione dell’autore\, ne indaga oggi la ricerca attraverso una sorta di lungo “racconto grafico”\, evidenziandone la modernità del linguaggio e tutte le sue straordinarie scelte creative. \nTrecento lavori\, fra disegni e dipinti\, bozzetti originali\, maquette\, pagine pubblicitarie di riviste\, fotografie e manifesti\, punteggiano cinquant’anni di attività premiata dalle più prestigiose istituzioni culturali del mondo: dalla Palma d’oro della Federazione italiana di pubblicità (1950) alla prestigiosa mostra del MoMA di New York (1952) – nel cui giardino Pintori costruisce una scultura pubblicitaria in ferro –\, dall’esposizione al Louvre di Parigi (1955) al certificato di eccellenza dell’American Institute of Graphic Arts (1955)\, dalla Medaglia d’oro della Fiera internazionale di Milano (1956) all’Eight Annual Typographic Excellence Award del Type Director Club di New York (1962). Durante la prima seduta della neo costituita AGI – Alliance graphique Internazionale – Pintori fu nominato socio e poi divenne presidente per l’Italia dello stesso premio\, mentre la celebre rivista giapponese “Idea” lo inserì nell’albo dei trenta designer più significativi del XX secolo\, testimoniando così il suo talento e il suo successo raccolto a ogni latitudine. \nGenio assoluto della grafica pubblicitaria\, scelto da un capitano d’industria illuminato come Adriano Olivetti per veicolare in tutto il mondo il nome della sua azienda e dei suoi prodotti leggendari\, dalla Studio 44 alla popolarissima Lettera 22\, Pintori è riuscito mirabilmente a sintetizzare sempre\, in ogni singola immagine\, forma e contenuto. Luce\, colore\, composizione e gioco creativo costituiscono i suoi ambiti di ricerca principali\, che conducono la sua grafica “alla ribalta come unicum metaforico della comunicazione”\, disse Paul Rand\, il noto designer statunitense autore del logotipo di IBM. Il ritmo veloce delle dita sui tasti di una macchina per scrivere\, i caratteri in libertà\, i meccanismi interni dei calcolatori trasformati in motivi dinamici e allegri\, sono alcune delle cifre del suo linguaggio e di una vera e propria poetica della scrittura fatta di eleganza e ironia. \n«La grafica non è sottopittura» rispondeva Pintori a chi lo interrogasse sul linguaggio del segno\, l’unico in grado\, come sottolineato dall’amico poeta Vittorio Sereni\, di «liberare le risorse latenti contenute nell’oggetto o prodotto che […] viene proposto». La mostra ripercorre l’iter creativo e professionale dell’artista\, mostrando il processo ideativo dal quale sono scaturiti i progetti che hanno caratterizzato la sua notevole carriera\, che va dalla creazione di manifesti\, alle locandine\, corporate identity\, logotipi per le imprese. \n\nBiografia\n  \nGiovanni_Pintori\, foto b/n\, Archivio Paolo Pintori  \nGiovanni Pintori nasce nel 1912 a Tresnuraghes (Oristano)\, da genitori originari di Nuoro\, città dove la famiglia risiede a partire dal 1918. Dopo aver frequentato l’ISIA (Istituto Superiore Industrie Artistiche di Monza) assieme ai conterranei Salvatore Fancello e Costantino Nivola\, nel 1936 inizia la collaborazione con l’Ufficio Tecnico Pubblicità Olivetti\, del quale diventa responsabile nel 1940\, legando il suo nome all’immagine della azienda di Ivrea in una lunga e fortunata serie di manifesti\, pagine pubblicitarie\, insegne esterne\, stand. Nel 1950 ottiene il primo di un lungo elenco di riconoscimenti: la Palma d’Oro della Federazione Italiana Pubblicità e diventa Art Director dell’Olivetti\, potendo godere della stima e del rapporto diretto con Adriano Olivetti. Nel 1952 il MoMA di New York organizza la mostra Olivetti: Design in Industry in cui sono esposti anche i lavori grafici di Pintori. Nel 1953 entra a far parte dell’AGI (Alliance Graphique Internationale) di cui diventerà presidente. Nel 1955\, durante l’esposizione al Louvre di Parigi\, gli viene dedicata un’intera sala delle grafiche per Olivetti. Sempre nel 1955 gli viene conferito il Certificate of Excellence of Graphic Arts dell’AIGA (l’Associazione dei graphic designer statunitensi) e\, l’anno dopo\, la Medaglia d’Oro e il Diploma di Primo Premio di Linea Grafica e della Fiera di Milano. Nel 1957 ottiene il Diploma di Gran Premio alla XI Triennale di Milano e partecipa all’annuale mostra dell’AGI a Londra. Le sue immagini accompagnano numerosi articoli sull’azienda Olivetti\, il suo design e la sua comunicazione fanno il giro del mondo comparendo in testate come Fortune (USA\, 1953\, 1957)\, Graphic Design (Giappone\, 1967)\, Horizon (USA\, 1969). Nel 1962 (due anni dopo la scomparsa di Adriano Olivetti) Pintori ottiene un altro prestigioso riconoscimento internazionale: il Typographic Excellence Award del Type Directors Club di New York\, seguito\, nel 1964\, dal Certificate of Merit dell’Art Directors Club di New York. Nel 1966 gli viene dedicata una grande mostra personale a Tokyo. Dopo il 1967\, lasciata l’Olivetti per dedicarsi alla libera professione\, collabora\, fra gli altri\, a progetti per Pirelli\, Gabbianelli\, Ambrosetti e Parchi Liguria. Nel 1981 inizia una collaborazione con l’azienda di trasporti Merzario\, per la quale realizza la grafica dei bilanci annuali e delle pagine pubblicitarie. Dopo questa esperienza lascia la professione di grafico e si dedica completamente alla pittura. Giovanni Pintori muore a Milano il 15 novembre del 1999 e lascia un archivio documentario di fondamentale importanza per lo studio della grafica pubblicitaria legata all’industria nei 5 decenni che vanno dal 1930 al 1980. \nLa famiglia ha donato una parte dell’Archivio al MAN_Museo d’Arte Provincia di Nuoro e una parte consistente è oggi in comodato d’uso. Da questo lascito trae spunto l’esposizione\, che indaga in particolare materiali dell’archivio privato quali schizzi\, disegni\, dipinti\, fotografie\, che restituiscono le passioni di Pintori condivise con artisti e cultori dell’arte in una lettura critica innovativa. \n\n\n  \nProgetto integrato con m.a.x. museo\, Chiasso\n  \nIl m.a.x. museo\, inaugurato il 12 novembre 2005 su iniziativa della Fondazione Max Huber–Kono di Chiasso\, dal 2010 è divenuto un’istituzione pubblica del Comune di Chiasso ed è membro dell’ICOM (Interna- tional Council of Museums). La missione del m.a.x. museo è quella di divulgare la conoscenza della grafica\, del design\, della foto- grafia e della comunicazione visiva contemporanea. Col termine di “grafica” s’intende il settore della produzione artistica orientato alla progettazione e alla realizzazione di pro- dotti di comunicazione visiva e\, in particolare\, il graphic design (progettazione grafica) e la grafica d’arte (o grafica storica). L’aspirazione del m.a.x. museo è quella di costituire un ponte tra il passato e le nuove generazioni di grafici e di designer. La sede del m.a.x. museo si trova in prossimità del Cinema Teatro e dello Spazio Officina\, posizione che permette di creare un’interrelazione tra le principali strutture culturali realizzate nella cittadina di confine e\, nel contempo\, costituire un nuovo e importante Centro Culturale Chiasso caratterizzato da contenuti espositivi e teatrali di respiro internazionale. Il Centro Culturale Chiasso\, il 3 aprile 2019\, ha ricevuto un prestigioso riconoscimento\, a Zugo\, da parte della Fondazione Svizzera per il Premio Doron. Il premio\, assegnato con la laudatio di Isabelle Chassot\, direttrice dell’Ufficio federale della cultura (UFK)\, è stato conferito per “l’eccellente offerta culturale” promossa dalla città di confine. \n  \nallestimento Stand Up\, Cagliari \ncatalogo Silvana editoriale  \ncon testi di Chiara Gatti\, Nicoletta Osanna Cavadini\, Mario Piazza\, Davide Cadeddu\, Luigi Sansone\, Angela Madesani \n  \n 
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SUMMARY:Alessandro Biggio. Filira
DESCRIPTION:a cura di Chiara Gatti con un testo critico di Caterina Riva\nIl progetto inedito Filira presenta un ciclo nuovo di opere che l’artista cagliaritano in una mostra personale concepita come un unico lavoro\, un ambiente totale dove tele e sculture sono connesse fra loro in una visione d’insieme organica ma unitaria. \nNoto per le sue ricerche sulla cenere generata dalla combustione delle essenze del suo giardino di Calasetta\, quale strumento plastico per realizzare sculture dalla materia fragile\, Biggio ha sperimentato in tempi recenti una forma di pittura usando il succo delle bacche di fillirea che spremute producono un colore ocra scuro\, dalle sfumature violacee. \nCosì\, come il ciclo delle sue sculture di cenere\, frutto di una riflessione autentica sul ciclo della vita e degli elementi\, allo stesso modo la pittura trascrive impronte di natura\, nella sua metamorfosi e consunzione. Sullo sfondo\, aleggia la citazione di un mito greco. Filira\, ninfa figlia di Oceano e di Teti\, era amata da Cronos cui tentò di sfuggire mutandosi in giumenta. Ma Cronos\, trasformandosi in stallone la raggiunse e si unì a lei. Filira diede alla luce un figlio\, una creatura ibrida\, il centauro Chirone. Sconvolta alla vista del figlio\, chiese a Zeus di essere trasformata in un arbusto che prenderà il suo nome\, fillirea. Con l’estratto delle bacche di questa pianta\, Biggio traccia sulla tela vestigia di una vegetazione effimera. \n\nA Biggio_portrait_ph Barbara Pau  \n  \n\n\nAlessandro Biggio (Cagliari\, 1975)\, vive e lavora fra Cagliari e Calasetta. Laureato in economia\, si dedica oggi alla ricerca estetica. Nella sua pratica artistica\, il processo di esplorazione e sperimentazione sulla materia riveste un ruolo fondamentale. Le sue sculture\, installazioni e monotipi sono sempre frutto di stratificazioni di gesti e di fasi il cui risultato finale rappresenta un possibile momento di equilibrio\, tra governo e perdita di controllo del processo\, tra disfacimento e forma. Ha partecipato a mostre personali e collettive in spazi pubblici e privati tra cui: Biennale d’arte contemporanea Gherdëina\, Museo MAN Nuoro\, Fondazione di Sardegna\, Museo Marino Marini Firenze\, Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Cagliari\, Galerie Stadtpark Krems\, GAMeC di Bergamo\, CLER Milano\, Fondazione Bartoli-Felter Cagliari. Nel 2020 è tra gli assegnatari del Pollock-Krasner Foundation Grant. \n\n  \n 
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SUMMARY:Una Szeemann. Scenafenomenica
DESCRIPTION:  \na cura di Elisabetta Masala con un testo critico di Juliette Desorgues \nIl magico e la mitologia\, la tradizione classica e la cultura arcaica si mescolano nella ricerca dell’artista svizzera che sperimenta materiali dal valore fortemente espressivo in un racconto corale dalle sfumature epiche. \nDivinità della terra e della notte\, simbologie arcane\, proprietà benefiche delle piante e antiche sapienze botaniche permeano l’opera di Una Szeemann di mistero e\, insieme\, di memorie ataviche\, mentre il sentimento selvatico dei boschi prende corpo in forme astratte ma potentemente evocative. \nIl progetto per il MAN si presenta connesso al territorio della Sardegna\, alle sue asperità\, alla leggenda delle Janas e alla persistenza archeologica nel paesaggio\, laddove la natura stessa pare talora fossilizzarsi\, mimetizzarsi con le pietre e con le creste del Supramonte.  \nUna Szeemann – Courtesy dell’artista  \nUna Szeemann  \n(Locarno\, CH\, 1975) vive e lavora a Zurigo e Tegna. Ha completato gli studi di recitazione a Milano. Le sue opere sono state esposte in numerose mostre internazionali\, tra cui al Kunsthaus Zürich\, alla Kunsthalle Winterthur\, al Museo Cantonale d’Arte di Lugano\, al Kunstmuseum Luzern\, al Kunstverein Hamburg\, al Belvedere 21 di Vienna\, alla Biennale di Venezia\, alla Biennale di Busan\, alla Biennale di Lione e alla Manifesta 11 di Zurigo. Insegna presso istituti accademici come la Zürcher Hochschule der Künste (ZHdK)\, la Haute École d’Art et de Design di Ginevra (HEAD) e altre università. \n  \n  \ncon il supporto di: \n \n 
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SUMMARY:Christiane Löhr. Accumuli
DESCRIPTION:a cura di Chiara Gatti con un testo critico di Bruno Corà \nArchitetture di natura. Cupole di semi e cattedrali di fili d’erba. L’artista tedesca\, toscana d’adozione\, presenta al MAN una ampia installazione che punteggia il piano nobile del museo di sculture leggere e impalpabili\, un inno alla levità della natura e\, insieme\, alla sua complessità. \nAbilissime nell’issare sculture fatte di soffioni\, steli\, baccelli o crini di cavallo\, le mani di Christiane Löhr issano nello spazio sottili strutture arboree\, edificano paesaggi minimi. \nA nuove forme astratte per piccoli templi silvestri si aggiunge\, per l’occasione\, un omaggio alla Sardegna\, che vede l’autrice presentare piccoli accumuli di chicchi o sementi\, a evocare torri e costruzioni nuragiche. \nL’ispirazione naturale non diventa tuttavia\, nella ricerca di Löhr\, una testimonianza didascalica della vegetazione e delle sue specie. La sua riflessione sublima la materia in una dimensione di astrazione radicale e di forma assoluta\, fatta di equilibrio e proporzione fra gli elementi\, senso dello spazio e valore del vuoto. \nIl percorso della mostra conta anche una scelta di disegni su carta\, realizzati con pastello a olio\, grafite o inchiostro\, frutto di un analogo processo scultoreo\, in cui le fibre della carta sono sfregate e graffiate come materia plastica. \nPortrait Christiane Löhr / Foto Salvatore Mazza  \nChristiane Löhr\, (Wiesbaden\, Germania\, 1965) vive e lavora tra Prato e Colonia. Si laurea alla Kunstakademie di Düsseldorf con Jannis Kounellis (1994) con il quale poi completa un Master of Arts (1996). Ha esposto a Chaumont-sur-Loire\, Haus am Waldsee\, Museo e Real Bosco di Capodimonte\, Museo San Fedele di Milano\, Wuppertal\, Kunsthaus Baselland\, Muttenz\, MART di Rovereto\, Villa Panza\, Varese\, Centro Pecci\, Prato. Nel 2001 ha preso parte alla 49° Biennale di Venezia curata da Harald Szeemann e nel 2016 è stata insignita del Premio Pino Pascali. \n  \n  \n  \n 
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SUMMARY:El Greco. Dialogo tra due capolavori
DESCRIPTION:In collaborazione con Accademia Nazionale di San Luca\, Roma e i Musei Civici di Reggio Emilia \nDopo il successo della mostra dedicata al dialogo ideale fra Giotto e Lucio Fontana nel segno dell’oro e della sua simbologia\, il museo MAN propone\, per Natale 2024\, un nuovo progetto inedito dedicato al dialogo fra due capolavori di El Greco\, al secolo Domínikos Theotokópoulos (1541-1614)\, celebre maestro del Siglo de Oro\, il secolo dell’oro spagnolo\, noto per l’esasperazione delle sue forme allungate nello spazio\, i toni luminescenti del colore\, il forte ritmo delle linee e del gesto sulla tela. \nDefinito il “Delacroix del Rinascimento”\, “il Nabi delle belle icone”\, amato da Cézanne e da Picasso che dichiarava il suo debito ripetendo «Yo soy El Greco!»\, El Greco è uno fra i massimi rappresentanti della pittura europea del tardo rinascimento. \nNato a Creta nella prima metà del Cinquecento\, all’epoca parte della Repubblica di Venezia\, si trasferì in Laguna nel 1567. \nAlla ricerca di un nuovo modo di dipingere\, di una dimensione dinamica che si allontanasse dall’universo bidimensionale\, astratto e immobile della tradizione d’oriente\, operò nella bottega dell’anziano Tiziano. Da lui imparò l’uso espressivo del colore: violento\, totale\, pastoso\, luminoso\, spirituale. A Venezia fu folgorato dal senso del movimento e dall’uso drammatico della luce di Tintoretto. Da Jacopo Bassano apprese gli elementi formali della narrazione pittorica\, l’uso della prospettiva e degli sfondi architettonici. \nDopo un breve e burrascoso soggiorno a Roma\, ospite del cardinale Alessandro Farnese\, si trasferì a Toledo\, col sogno di conquistare i favori del re Felipe II ed essere nominato pittore ufficiale della cattedrale. Onore che non ottenne\, pur trovando nella città spagnola blasonate committenze che gli permisero di sviluppare il suo concitato linguaggio pittorico\, fatto di bagliori improvvisi\, torsioni audaci dei corpi liquidi\, che conferiscono alle figure una acuta manifestazione dei loro sentimenti e dei moti dell’animo. \nIl MAN\, grazie a un accordo di collaborazione con l’Accademia Nazionale di San Luca a Roma\, presenta per l’occasione il ritrovamento di un capolavoro di El Greco\, L’Adorazione dei Magi\, rimasta per secoli ignota alla cronache e restituita solo di recente alla paternità del genio cretese\, complice un accurato restauro e una campagna di studi scientifici che ne hanno riportata alla luce la storia travagliata. Un film documentario\, prodotto dal MAN e realizzato dal regista Stefano Conca Bonizzoni con gli interventi di Claudio Strinati\, Fabrizio Biferali e Fabio Porzio\, introduce la visita alla mostra che contempla altresì un secondo capolavoro\, il Salvatore benedicente dei Musei Civici di Reggio Emilia\, reduce dalla importante antologica del maestro al Palazzo Reale di Milano.
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SUMMARY:Diorama. Generation Earth
DESCRIPTION:a cura di Chiara Gatti\, Elisabetta Masala \nin collaborazione con Storyville \ncon un testo a catalogo di Felice Cimatti e Fabio Merlini \nIl MAN di Nuoro annuncia per l’estate una grande mostra che trasformerà tutte le sale del museo in uno spazio dinamico e sensibile\, fatto di narrazioni e visioni\, memorie della terra e nuovi orizzonti. Il MAN\, come un gigantesco diorama – illusione in scatola di un mondo verosimile\, dispositivo usato soprattutto nei musei di storia naturale per illustrare gli ambienti della biosfera – tornerà a proporre al pubblico una esperienza di “attraversamento” del museo\, già sperimentata nel 2022 con la mostra SENSORAMA\, interrogandosi ancora una volta su temi di attualità. Derivato dal greco dià (attraverso) e òrama (visione)\, DIORAMA significa “vedere attraverso” o “all’interno di qualcosa”. In questo caso\, attraverso spaccati di mondi naturali e innaturali\, popolati di creature e vegetazioni reali o ricreate\, in una prospettiva che rende sempre più ambiguo il limite fra autentico o generato dall’intelligenza artificiale\, possibile o impossibile. \nGiuliana Rosso\, Catatonico iridescente\, 2019. Tecnica mista\, cartapesta. Courtesy l’artista e Almanac London – Torino. Ph. Sebastiano Pellion.  \nIn un’epoca di mutamenti ecologici e sociali senza precedenti\, con impatti che si estendono in maniera inedita attraverso tempo e spazio\, è importante ripensare il nostro rapporto con il mondo e le sue rapide metamorfosi. Siamo di fronte ad una trasformazione ecologica globale che impone una riflessione profonda sulla condizione dell’essere umano\, sulla storia della terra e sul nostro legame con le altre specie viventi. Ripensare la nostra relazione con il pianeta implica la ricerca di nuovi linguaggi e nuove forme di comunicazione\, essenziali per rinnovare le connessioni tra il mondo umano e quello non umano. È dalla convinzione di dover partecipare attivamente a questo processo di reinvenzione che nasce DIORAMA – Generation Earth. L’idea di essere la prima generazione che si confronta con la possibilità realistica dell’estinzione della propria specie comporta un forte senso di inquietudine. Partendo da questa condizione di smarrimento\, DIORAMA esplora\, senza la pretesa di essere analitica ed esaustiva\, l’attuale scenario\, proponendo possibili visioni che riflettano su tematiche tanto urgenti. \nGli artisti selezionati\, italiani e internazionali\, offrono attraverso le loro opere\, fra dipinti e sculture\, installazioni e video\, un ventaglio di interpretazioni che spaziano dalla creatività mimetica alla trattazione del post-naturale\, dall’ibridazione interspecifica alla tassidermia da wunderkammer\, dall’invenzione del paesaggio naturale alle inesplorate visioni dell’intelligenza generativa. Attraverso le opere\, DIORAMA – Generation Earth intende suscitare un dialogo critico e incentivare una riflessione sulla nostra posizione all’interno della biosfera e invitare a una rinnovata relazione con essa. Gli artisti si pongono così come catalizzatori di un cambiamento radicale\, con la loro capacità di vedere oltre il visibile\, ci invitano a gettare le basi di un immaginario diverso\, che possa guidarci verso un futuro inclusivo e rispettoso di tutte le forme di vita. \nWangechi Mutu\, Untitled\, 2004. Tecnica mista su carta. Collezione Giuseppe Iannaccone\, Milano. Ph. Studio Vandrasch  \n\nPercorso\n“L’origine” è il prologo del percorso\, il formarsi della terra e della galassia. Il visitatore assiste allo spettacolo della genesi di quell’amalgama composta da materia ed energia oscura. All’insegna di parole chiave\, quale organico e inorganico\, natura/arte e le sue trasformazioni\, artiste e artisti si appropriano\, lungo le sale\, della “natura”\, racchiudendola all’interno di un loro sistema/contenuto che la imita\, e al tempo stesso la conserva\, la re-immagina. \nCome una produzione in serra\, il mondo naturale viene ricreato e imitato. Mimesi e rappresentazione animano le opere di Barragão\, Kusumoto\, Roberti\, Illenberger\, Bauer. Il mondo naturale\, fissato in una forma scultorea o sigillato nel circuito del tessuto\, riproposto dalla sensibilità dell’uomo o dall’intelligenza artificiale\, acquisisce un insolito dinamismo e una nuova realtà. \nJulia Carrillo\, Tiempos lumínicos\, ph. Hojarasca – Arte Abierto.jpg  \nIbridazioni\, interspecismo e eco-distopia\, sono scenari di un futuro prossimo che occupano la sezione dove germinano ecosistemi alieni\, esiti del post-naturale\, incontri con una alterità che impone di ridimensionare la prospettiva antropocentrica. Un tunnel di luce evoca un laboratorio per creature ibride (di Massoulier\, Grünfeld\, Chiamenti) e culmina con una grande opera di Wangechi Mutu\, madre terra fluida\, che sovrasta un universo nel quale si fondono umani\, animali e piante\, alieni e terrestri\, femminile e maschile; un trionfo del termine “intertwined”: esseri viventi appartenenti a un mondo che non prevede divisioni tra razze\, generi e specie. \nArtisti in mostra:\n\nVanessa Barragão\, Massimo Bartolini\, Susanna Bauer\, Alessandro Biggio\, Eelco Brand\, Julia Carrillo\, Giovanni Chiamenti\, Elisabetta Di Maggio\, Alexandra Daisy Ginsberg\, Thomas Grünfeld\, Sarah Illenberger\, Georges Koutsouris\, Mariko Kusumoto\, Chiara Lecca\, Christiane Löhr\, Théo Massoulier\, Wangechi Mutu\, Daniela Novello\, Francesco Panozzo\, Marta Roberti\, Giuliana Rosso\, Kiki Smith\, Ketty Tagliatti\, Thomas Thwaites\, Luca Trevisani\, Anna Citelli e Raoul Bretzel.
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SUMMARY:Valentina Medda_THE LAST LAMENTATION
DESCRIPTION:LA MOSTRA\na cura di Maria Paola Zedda \n\n\n  \nThe Last Lamentation è un rituale funebre per il Mediterraneo\, osservato dall’artista come luogo di attesa\, sospensione e trapasso\, incarnazione di un’assenza – deposito di corpi e corpo in sé. \n Valentina Medda lo attraversa nell’evocazione di un rito diffuso in tutta l’area che si affaccia sulle sue coste: il pianto rituale\, indagato alla fine degli anni ‘50 dall’antropologo Ernesto De Martino\, ora pressoché estinto nel Sud Italia\, ma vivo nelle coste meridionali e orientali dal Libano al Marocco. \nLa mostra si snoda intorno all’omonima opera video The Last Lamentation\, prodotta tra il 2023 e il 2024\, destinata alle collezioni del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna: un lavoro girato in Sardegna e realizzato attraverso un percorso di ricerca nel territorio\, che racconta la tragedia del mare attraverso un’ipnotica partitura coreografica\, vocale\, sonora. \nIl lavoro rielabora i codici rituali in forme contemporanee e astratte grazie alla collaborazione con Gaspare Sammartano\, compositore\, Claudia Ciceroni\, compositrice e trainer vocalica\, Attila Faravelli\, per gli aspetti legati al field recording. \nQui la relazione tra corpo\, pathos\, paesaggio si stratifica per sistemi di assenza e presenza attraverso la partecipazione di un coro di 12 donne vestite di nero\, in piedi accanto al mare\, elemento che per contrasto rende più tangibile la presenza silente dei morti e fa esplodere le loro voci. \nLa mostra raccoglie inoltre un corpus di opere\, molte delle quali esposte per la prima volta\, che l’artista ha realizzato già nelle prime fasi di studio e che convergono intorno all’opera video ripercorrendone i momenti di elaborazione: collage\, inchiostri su carta\, fotografie\, disegni e alcuni elementi scultorei. \nDal 2018 Valentina Medda ha in atto una ricerca sul Mediterraneo\, che inizialmente l’ha portata a lavorare a Beirut in residenza presso il Beirut Art Residency. Di questa esperienza troviamo tracce nei collage presenti in mostra\, che compongono una tessitura che si annoda intorno a un territorio originario\, la Sardegna – terra di provenienza dell’artista – per riconnettersi poi con il Mediterraneo. \nInsieme ai collage\, l’evocazione dei fazzoletti che accompagnano il rituale del pianto ispirati dal documentario di Cecilia Mangini sulla tradizione pugliese\, si cristallizzano nel processo di solidificazione attraverso la cottura della ceramica\, che brucia l’anima del tessuto interno lasciando nella scultura un vuoto\, un’assenza. A completare la restituzione della ricerca di Medda\, un quaderno d’artista raccoglie visivamente le scene in uno storyboard poetico.  Immagini del mare e alcune polaroid lavorate come se questa acqua divenisse pelle\, traducono un orizzonte visivo\, che è liquido e corporeo insieme. \nIl progetto è presentato da ZEIT (capofila)\, in partnership con MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro\, Teatro di Sardegna\, Arts Centre 404 / VierNulVier (Ghent\, BE) e Flux Factory (New York) in collaborazione con la Fondazione Sardegna Film Commission e sostenuto da ARS – Arte Condivisa in Sardegna per la Fondazione di Sardegna (sponsor di progetto). I partner culturali sono Careof\, BIG Bari International Gender Festival\, RAMDOM\, Alchemilla. \nL’artista è supportata dalla rete europea di larga scala Stronger Peripheries – A Southern Coalition grazie al sostegno di Teatro di Sardegna\, Bunker Ljubljana\, L’Arboreto Mondaino. \n“Il lavoro è concepito come un rituale funebre per il mare” – dichiara l’artista Valentina Medda – “una performance partecipativa ispirata alla tradizione delle lamentazioni funebri in cui un gruppo di donne vestite di nero dà vita a un grido condiviso\, un rito che guarda al coro come all’unico linguaggio possibile per raccontare una tragedia contemporanea. Nel piangere per il Mediterraneo e i suoi morti – continua l’artista – il tentativo è quello di ridare voce e corpo attraverso un’azione poetica e politica\, a quelle vite considerate sacrificabili\, quelle che non meritano nemmeno il lutto\, come afferma la filosofa Judith Butler. Il mare è qui estensione del corpo\, che perde i suoi confini e si fa liquido\, creatura acquea.  La domanda su dove finisca il corpo e dove inizi lo spazio ha plasmato\, di fatto\, tutta la mia ricerca degli ultimi 10 anni\, attraverso linguaggi diversi e in modi diversi\, mettendo in discussione la distinzione tra la fisicità dell’individuo e la materialità esterna nel tentativo di creare una geografia incarnata e immaginare nuovi corpi ibridi\, trovando il filo che lega tutte le materie vibranti\, viventi e non”. \n  \n\n\n\n\nVALENTINA MEDDA\n\n\nBiografia \nValentina Medda è un’artista interdisciplinare sarda che vive a Bologna. Ha studiato fotografia all’ICP – International Center of Photography di New York. La sua pratica artistica si snoda tra immagine\, performance e interventi site-specific\, indagando la relazione tra pubblico e privato\, corpo e architettura\, città e appartenenza sociale. Il suo lavoro è stato esposto e gira in contesti artistici e performativi nazionali e internazionali da Bologna\, Milano\, Cagliari a Parigi\, New York\, Beirut\, Bruxelles e Amsterdam. \nÈ stata artista in residenza presso Couvent de Recollets\, Parigi; BAR\, Beirut; Cité des Arts\, Parigi; Flux Factory\, NY; Les bains connective\, Bruxelles; MaisonVentidue\, Bologna. Nel 2019 è stata invitata al Grand Tour d’Italie\, progetto di networking internazionale della Direzione Generale Contemporanea del Ministero della Cultura. Ha ricevuto\, tra gli altri\, il Fondo Cimetta per la mobilità artistica\, Movin up della Regione Emilia Romagna\, IAP Mentorship della NYFA – New York Foundation for Arts e Tina Art PRIZE. Il suo progetto Cities by Night Across Borders\, è stato selezionato tra i 19 vincitori del programma europeo “Perform Europe”. \nUffici Stampa  \nSara Zolla | press@sarazolla.com | Tel. 346-8457982 \nUfficio Stampa UC studio – press@ucstudio.it \nChiara Ciucci Giuliani chiara@ucstudio.it – Tel. 392-9173661 \nRoberta Pucci roberta@ucstudio.it – Tel. 340-8174090 \n\n\n  \n  \nFoto allestimento: Alessandro Moni
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SUMMARY:Micol Roubini _La Montagna Magica
DESCRIPTION:Il progetto è realizzato grazie al sostegno della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura nell’ambito dell’11ª edizione dell’Italian Council (2022); promosso e prodotto da Lo schermo dell’arte\, con il contributo di nctm e l’arte.  L’opera entrerà a far parte della collezione del MAN di Nuoro.  \n\n\n\n\nLA MOSTRA\n\n\nIl MAN presenta la mostra La Montagna Magica di Micol Roubini\, incentrata su un’opera che prende la forma di una video-installazione di dimensioni ambientali  che occuperà le sale al primo piano del museo. \nIl progetto La Montagna Magica nasce dall’incontro di Micol Roubini con l’area di Corio e Balangero. \nInteressata da sempre alle tracce memoriali dei luoghi e delle genti\, impegnata in progetti a lungo termine sul territorio\, l’artista ne racconta la fase post industriale analizzando la fitta rete di relazioni che\, con il contesto\, intrattengono gli abitanti. \nSiamo\, infatti\, in Nord Italia\, a poche decine di chilometri da Torino: un’area densamente popolata. Eppure nei paesi di Corio e Balangero e nella contigua cava di amianto in disuso domina un’atmosfera sospesa. \nAttiva dal 1918 al 1990\, l’Amiantifera fu la cava a cielo aperto più grande d’Europa. Oggi l’area è al centro di un esteso progetto di bonifica; i segni ancora leggibili dell’attività estrattiva convivono con le tracce di un progressivo inselvatichimento\, con la ricomparsa\, sia naturale che indotta\, di diverse specie vegetali e animali. \nNella video-installazione\, La Montagna Magica si intrecciano diversi piani tra i quali il processo di colonizzazione dei terreni contaminati da parte di piante e licheni\, le ricerche di laboratorio sull’amianto\, le suggestioni all’origine della storia stessa dell’utilizzo del minerale\, considerato fin dai tempi antichi magico per le sue straordinarie proprietà ignifughe. \nLa fase di transizione in atto vede contrapposti un passato recente segnato da vicende tra le più complesse della storia industriale italiana\, e una futura riconversione volta alla restituzione di ampie aree della montagna\, oggi inaccessibili\, alle comunità che la circondano. \nTra le traiettorie di ricerca di Roubini una ha riguardato l’immaginazione onirica degli abitanti dell’area\, per lo più ex lavoratori della miniera o loro familiari; un modo per investigarne il vissuto interiore rispetto alla complessità della situazione. \nLa montagna magica è una video-installazione\, 4 canali\, 2023\, super 16mm trasferito in 2K\, sonoro\, 24’30’’. \n\n\n\n\nMICOL ROUBINI\n\n\nÈ nata nel 1982 a Milano\, dove vive e lavora. È diplomata all’Accademia di Brera e alla Univeristät der Künste di Berlino. Dal 2021 insegna Nuovi linguaggi della comunicazione visiva al CFP Bauer\, Milano. La sua ricerca indaga gli equilibri tra uomo e territorio\, tra sistemi culturali e morfologia del paesaggio\, tra storia\, migrazioni e memorie individuali. \nHa esposto a Museo Casa Testori (2021)\, Premio Matteo Oliviero (2017)\, Hotel Charleroi (2013). Ha realizzato il progetto Atti clandestini per terre mobili (Fondazione Palazzo Magnani 2021). Ha partecipato a rassegne video a Villa Medici (2021)\, Pavilion (Poznan 2021)\, LightCone (Parigi 2017)\, Scotland’s Centre for Photography (2012). \nHa condotto masterclass (Locarno Film Festival 2022) e partecipato a residenze tra cui Fondazione Pistoletto (2017)\, Scottish Sculpture Workshop (2013). Il suo film La strada per le montagne (2019)\, in concorso al Cinéma du Réel e in altri festival europei\, ha vinto il Premio Corso Salani al Trieste Film Festival 2020. \n\n\n\n\nGABI SCARDI\n\n\nÈ curatrice e critica di arte contemporanea\, da anni impegnata nell’ambito di progetti pubblici e pratiche sociali. È curatrice di mostre personali\, mostre collettive e progetti pubblici. Collabora con istituzioni artistiche e culturali italiane e internazionali\, tra le quali: Pac\, Milano; Museo del Novecento\, Milano; Pirelli Hangar Bicocca\, Milano; MAXXI\, Roma; Biennale di Venezia\, Venezia; Royal Academy\, London; Louisiana Museum\, Copenhagen. \nTra i progetti curati: Chiaralice Rizzi e Alessandro Laita\, The Memory of the Air\, progetto vincitore di Italian Council\, Museo Marubi\, Scutari\, Albania\, 2021-2022; Emilio Fantin\, Risvegli\, progetto vincitore di Italian Council\, Mambo Bologna\, Palazzo Barolo Torino\, Fondazione Baruchello Roma\, University of Chicago; Maria Papadimitriou\, Why look at animals AGRIMIKA’\, Padiglione Grecia alla 56° Biennale di Venezia; restauro del Teatro Continuo di Alberto Burri\, Milano\, 2015.\nDal 2011 è direttrice artistica di nctm e l’arte. \n\n\n\n\n\nCrediti\n\n\nsceneggiatura: Micol Roubini \nfotografia: Davide Maldi \naiuto alla fotografia e alla camera: Tiziano Doria \nmontaggio e correzione colore: Davide Maldi\, Micol Roubini \nsuono di presa diretta: Giovanni Corona \nmontaggio e mix audio: Giancarlo Rutigliano \nproduttore esecutivo: L’Altauro \nassistenti di produzione: Francesca Bennett\, Giulio Squarci \nmateriali tecnici: L’Altauro\, Labbash\, Warshad Film\, Panalight\, Nova Rollfilm \nsviluppo pellicola e stampa: Augustus Color \nfilmato in pellicola Kodak super16mm \ncon (in ordine di apparizione): \nCaterina Cerva Pedrin\, Mario Giacomin Potachin\, Marco Picca Piccon\, Irene Damiano\, Paul Leon Allaire\, Gian Carlo Bertellino\, Sergio Favero Longo\, Gian Mauro Salot\, Ivan Cavalli\, Martina Sette\, Sabrina Scolari\, Mariagrazia Luiso \ne con: \nRoberto Chiesa\, Lorenzo degli Espositi\, Alessandra degli Espositi\, Federica dell’Omo\, Daniela Dhampiraj\, Sara Ferrando\, Bruna Garofoli\, Fabrizio Cat Genova\, Virginia Coletti Grancia\, Roberto Macario\, Domenica Mangialardo\, Graziella Martini\, Raffaele Rudi Mazzotta\, Federico Picca Piccon\, Renato Quercia\, Rosangela Vietti Ramus\, Marina Vietti Ramus\, Sergio Ruo Ruich\, Andrea Telesca \ngrazie: R.S.A. s.r.l.\, Università degli Studi di Torino\, Ecomuseo minerario di Balangero Corio e Cudine\, Aib Boschivi\, Nuova Cava Ceretta\, Associazione Ariele\, Pro loco Corio\, Associazione sentieri Alta Val Malone\, Okta Film\, Kodak\, Osteria di Campagna Cudine\, Agriturismo Bastià\, Giacu d’Nota \nChiara Allari\, Cristina Bagnasco\, Claudio Baima Rughet\, Luciana Baima Rughet\, Guido Battaglia\, Roberto Bellezza\, Massimo Bergamini\, Guido Blanchard\, Pierdomenico Bonino\, Carol Brentisci\, Paola Carini\, Franco Carnevale\, Arianna Cecconi\, Marina Ballo Charmet\, Roberta Ciambrone\, Marilena Colombaro\, Alessandro Costa\, Augusta Franco Cavalli\, Luciano Dionisi\, Bice Fubini\, Alfredo Gamba\, Antonio Ghione\, Samira Guadagnuolo\, Maurizio Iacocella\, Corrado Magnani\, Aldo Mairano\, Giuliana Marangoni\, Dario Mirabelli\, Valentina Molinar Min\, Riccardo Lazzarini\, Federica Nardese\, Elena Nascimbene\, Giovanni Poma\, Paola Pregnolato\, Elisa Pugliaro\, Juan Rolando\, Ruo Rui\, Giancarlo Suino\, Giorgio Taccon\, Francesco Turci\, Enrico Tuvo\, Elisa Pugliaro\, Gianluigi Soldi\, Benedetto Terracini\, Piero Zanini\, i partecipanti del Libro Bar di Corio.
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SUMMARY:Giorgio Andreotta Calò_in girum imus nocte
DESCRIPTION:La memoria collettiva della Sardegna\, il suo paesaggio\, insieme alle conseguenze sociali ed ecologiche dei processi estrattivi\, sono al centro del lavoro condotto nell’isola da Giorgio Andreotta Calò: un’indagine svolta tra il 2013 e il 2018\, che ha portato alla creazione di un corpus fondamentale nel percorso dell’artista. \nOggi\, una parte di queste opere trova collocazione ideale al museo MAN grazie al Piano per l’Arte Contemporanea del Ministero della Cultura\, completando e integrando la precedente acquisizione di Produttivo. \nNel 2019\, infatti\, l’artista dona al MAN una parte dell’installazione ambientale Produttivo\, composta da carotaggi estratti durante le campagne minerarie della Carbosulcis.spa\, società che fino al 2018 è stata impegnata nello sfruttamento del bacino carbonifero del Sulcis\, area nel sud-ovest dell’isola. \nCon un procedimento simile alle indagini geognostiche\, Giorgio Andreotta Calò analizza la stratificazione e l’identità del luogo sviscerandone gli aspetti socio-culturali. \nUna analoga radice semantica è condivisa dalle opere del progetto in girum imus nocte\, che testimoniano un comune processo di ricerca e di interazione con il territorio sardo e la sua storia. \nIl titolo\, tratto dal palindromo latino “in girum imus nocte et consumimur igni” (“andiamo in giro di notte e siamo consumati dal fuoco”)\, allude alla carica simbolica dell’installazione filmica omonima che\, con le sculture Pinna Nobilis e Dogod\, crea un insieme coerente in cui i singoli elementi esaltano i reciproci significati. \nIl fulcro della installazione è costituito dal film che documenta la marcia compiuta dall’artista insieme a un gruppo di minatori e pescatori del Sulcis nella notte del 4 dicembre 2014 (giorno di Santa Barbara\, protettrice della comunità dei minatori). \nIl cammino diventa rito in una prospettiva escatologica che riconosce il ruolo sociale dei lavoratori\, accentuando il valore della loro presenza. La marcia rituale dalla miniera fino all’isola di Sant’Antioco\, dal tramonto all’alba\, è enfatizzata dal bastone che accompagna il tragitto\, diventato poi parte integrante dell’opera presentata in mostra. \nL’uso della pellicola 16 mm risulta\, nella sua fragilità\, funzionale al senso complessivo del racconto\, evocando la componente alchemica di trasformazione della materia che accomuna tutte le opere esposte. \nLa metamorfosi del cranio di una creatura a metà tra cane (Dog) e divinità (God) è al centro di Dogod\, i cui elementi costitutivi\, provenienti dallo stagno di Cirdu\, a Sant’Antioco\, sono stati assemblati per poi realizzare la fusione a cera persa in bronzo bianco qui esposta. Al Sulcis rimanda anche la scultura Pinna Nobilis\, prodotta dal calco di un esemplare dell’omonima specie di bivalve endemica del Mediterraneo\, anch’esso recuperato a Punta Trettu durante la lavorazione del film. \nI lavori in mostra\, tra i più emblematici e rappresentativi della ricerca di Giorgio Andreotta Calò\, accompagnano il visitatore in profondità: negli abissi della terra\, ma anche nell’essenza del metodo dell’artista. In questo modo\, paesaggio e storia vengono assimilati dalle opere\, diventandone termine essenziale. \n\n\n\n\n\nBIOGRAFIA\n\n\nNato a Venezia nel 1979\, Giorgio Andreotta Calò vive e lavora a Venezia. \nHa studiato scultura all’Accademia di Venezia e alla Kunsthochschule di Berlino. Tra il 2008 e il 2010 è stato artista in residenza alla Rijksakademie van Beeldende Kunsten di Amsterdam. Nel 2011 il lavoro di Calò è stato presentato alla 54.ma Biennale di Venezia diretta da Bice Curiger. Nel 2012 ha vinto il Premio Italia per l’arte contemporanea promosso dal Museo MAXXI. Nel 2014 vince il Premio New York\, promosso dal Ministero per gli Affari Esteri Italiano. Nel 2017 è uno dei tre artisti invitati a rappresentare l’Italia nel Padiglione curato da Cecilia Alemani alla 57. Esposizione Internazionale d’Arte alla Biennale di Venezia. Nel 2018\, con il progetto Anastasis\, vince il bando Italian Council promosso dal Ministero della Cultura\, per la realizzazione di un’installazione monumentale presso l’Oude Kerk di Amsterdam. Nel 2019 gli viene dedicata una mostra personale presso Pirelli Hangar Bicocca. Le sue opere sono parte di numerose collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero. \nIl progetto è sostenuto dal PAC 2022-2023 – Piano per l’Arte Contemporanea\, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
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SUMMARY:Le affinità immaginate
DESCRIPTION:LA MOSTRA\n\n\nTorna esposta la collezione del museo MAN di Nuoro\, la più importante raccolta d’arte moderna e contemporanea legata alla storia della Sardegna. \nDa Mario Sironi a Maria Lai\, da Francesca Devoto a Giovanni Campus\, da Costantino Nivola a Lisetta Carmi. Un patrimonio collettivo che affonda nella memoria del luogo e apre l’orizzonte ai linguaggi delle giovani generazioni. \nIl museo MAN di Nuoro è lieto di annunciare Le affinità immaginate\, una grande mostra dedicata alla collezione storica del museo che esce dai depositi per un progetto di rilettura e riallestimento. Il percorso è volto alla partecipazione della comunità locale\, per attivare una riflessione su temi identitari\, ma con lo sguardo sensibile a prospettive universali. \nDalla microstoria alla macrostoria dell’uomo: la Sardegna\, la sua arte\, la sua cultura\, rappresentano un caso esemplare di fatti maggiori\, un concentrato di eventi che rispecchiano quelli italiani\, in una dimensione circoscritta ma fondamentale come tassello di un orizzonte ampio. \nDal verismo diAntonio Ballero al divisionismo del primo Sironi\, dal ritorno all’ordine di Ciusa Romagna al realismo borghese di Francesca Devoto\, dall’astrattismo di Mauro Manca alle vite straordinarie di Fancello\, Nivola e Pintori\, dalla prorompente e toccante creatività di Maria Lai\, fino alle ricerche delle ultime generazioni. In questo caso\, spiccano allestimenti site-specific realizzati per gli spazi del museo nell’ambito di premi vinti grazie ai bandi del Ministero e dove i nomi dei sardi emergenti si alternano ad altri\, chiamati ad abitare e a raccontare l’isola. \nUna scelta di 100 capolavori su mille opere della collezione permanente punteggiano un percorso ripensato alla luce di nuove indagini e all’indomani della pubblicazione del catalogo edito da Officina Libraria col titolo “100 Capolavori dalla collezione del MAN”. \n \nUna ricognizione a 360 gradi fra acquisizioni\, donazioni e comodati\, permette di leggere in modo differente le connessioni fra soggetti e autori\, iconografie e varianti. \nL’allestimento ispirato a una sorta di macchina del tempo – diversamente dal classico andamento cronologico – crea cortocircuiti\, andate e ritorni\, flashback e salti nel contemporaneo – al fine di stimolare nel visitatore possibili affinità\, eredità di stile o di contenuto. Importanti sono i tributi a Costantino Nivola (scelto da Adriano Pedrosa curatore della prossima Biennale di Venezia per la sua mostra dedicata agli esuli nel mondo) oltre a Jorge Eielson (in linea con le celebrazioni internazionali per il centenario dalla nascita)\, e a Guido Strazza maestro dell’astrazione italiana dal dopoguerra in avanti\, legato alla Sardegna per i natali materni e per una forte amicizia intellettuale con Maria Lai. Strazza ha concesso in donazione al MAN tre opere monumentali esposte ora per la prima volta. \n\n\n  \nFoto allestimento:Alessandro Moni
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SUMMARY:Fancello Nivola Pintori
DESCRIPTION:Il progetto vuole rendere omaggio alle figure dei tre artisti\, Costantino Nivola (Orani\, 1911 – Long Island\, 1988)\, Giovanni Pintori (Tresnuraghes\, 1912 – Milano\, 1999)\, Salvatore Fancello (Dorgali\, 1916 – Bregu Rapit\, 1941) all’indomani delle celebrazioni per i 100 anni dalla fondazione dell’I.S.I.A.\, attraverso un percorso espositivo che si articolerà nelle sedi del MAN e del Museo Civico Salvatore Fancello di Dorgali. \nLe due istituzioni\, in maniera sinergica e attraverso una importante collaborazione istituzionale\, predisporranno una serie di eventi collaterali volti alla valorizzazione delle opere dei tre ‘sardi dell’I.S.I.A.’ e del percorso formativo comune.\nIl progetto vanta\, come ulteriore obbiettivo\, quello di rafforzare il legame del MAN con le istituzioni locali\, in questo caso con Dorgali\, terra natia di Salvatore Fancello di cui il museo dorgalese conserva tra l’altro il celebre ‘Disegno interrotto’ del 1938\, donato dall’artista a Costantino Nivola in occasione del suo matrimonio.\nLa collezione permanente del MAN custodisce un prezioso nucleo delle opere più rappresentative dei tre artisti\, a partire dal comodato di Giovanni Pintori con 160 opere\, a cui segue il corpus delle opere di Salvatore Fancello\, tra cui le due sculture Figura femminile e Cinghiali. \nNel 1931 i tre artisti vinsero una borsa di studio della Camera di Commercio di Nuoro per la frequenza dei corsi presso l’I.S.I.A. (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche)\, la famosa scuola creata a Monza su iniziativa dell’Umanitaria di Milano. L’istituto\, attivo dal 1922 al 1943\, già dai primi anni richiamò grandi personalità del mondo artistico a cui affidò gli insegnamenti di materie tecniche e creative. Per le sue aule passarono infatti architetti come Giuseppe Pagano e Edoardo Persoli\, gli scultori Marino Marini e Arturo Martini\, il pittore Pio Semeghini. Contestualmente la scuola si rivelò luogo di sperimentazione\, approfondimento\, crescita e innovazione. \nFancello\, Nivola e Pintori collaborano\, a partire dal 1936\, con l’Ufficio Tecnico di Pubblicità dell’Olivetti\, diretto da Renato Zveteremich\, un vero pioniere della grafica pubblicitaria. Pintori e Nivola\, a metà degli anni Trenta\, furono i progettisti di innovativi manifesti e di alcune pubblicazioni esemplari\, che segnarono il celebre “stile Olivetti”. Fancello\, pur frequentando gli uffici milanesi della società di Ivrea\, preferì dedicarsi alla ceramica.\nNivola e Pintori realizzano a quattro mani i manifesti per la prima Olivetti Studio Modello 42\, di cui la mostra documenta tutti i passaggi di produzione e promozione. I maestri sardi crearono insieme immagini poetiche ed efficaci\, fatte di simboli evocativi e di giochi visivi. Il loro talento contribuì a distinguere nel mondo la forte identità grafica dell’azienda italiana. Costantino Nivola\, ricordando il suo lavoro all’Ufficio Pubblicità in quegli anni\, scrisse “Adriano Olivetti esigeva che tutto l’aspetto visuale della Olivetti fosse fatto a livello artistico”.\nA corredo del percorso espositivo il progetto prevede inoltre l’approfondimento\, attraverso ricerche d’archivio\, di documenti e fotografie\, fra cui alcuni inediti emersi recentemente in collezioni private. La mostra è arricchita da un catalogo che documenta il sodalizio dei maestri sardi sulla scia dello spirito illuminato e avanguardista di una scuola che fece epoca. \n  \nFoto Allestimento: Alessandro Moni
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SUMMARY:IL RESTO DELL’ALBA - Pininfarina Architecture e Patrick Tuttofuoco
DESCRIPTION:Sullo sfondo di un anno che il MAN di Nuoro ha dedicato al dialogo fra arte e architettura\, dopo l’omaggio alla scalinata di Odessa e ai workshop con le università di architettura di Cagliari\, Alghero e Palermo\, prende forma ora un progetto inedito studiato appositamente per gli spazi del museo. \nLa mostra Il Resto dell’Alba nasce da un confronto teorico fra l’artista Patrick Tuttofuoco\, la curatrice museografa Maddalena d’Alfonso e l’architetto Giovanni de Niederhäusern\, vicepresidente di Pininfarina Architettura. Il Resto dell’Alba è un’opera avvolgente che interpreta la nuova frontiera del virtuale dando un corpo fisico all’ipertecnologia del digitale. \nLo spazio dell’arte\, infatti\, è visto come un luogo esperienziale generato con strumenti di prototipazione virtuale\, dove spazio e pubblico si integrano e si attivano a vicenda\, traguardando il tempo dell’arte: da una parte quello storico\, passato\, rappresentato idealmente da una scultura nuragica\, con tutto il suo portato mitico e assoluto insieme\, come segno eterno di una presenza iconica delle nostre origini\, “da dove veniamo”\, il nostro retaggio arcaico; dall’altra parte\, quello del futuro\, digitale\, il “dove andiamo” simbolizzato dall’immaginario incorporeo e aurorale della luce epifanica di un sole doppio\, una prospettiva e\, al contempo\, una nuova genesi\, ispirata alla classica iconografia del sole nascente\, di matrice anarchica\, speranza di un avvenire radioso\, allegoria di una rigenerazione e di un nuovo senso dell’abitare dell’uomo sulla terra\, così come teorizzato da Jean-Jacques Rousseau\, Bruno Taut o Martin Heidegger. Tutto questo sta alla base di una forma progettuale potente e utopica\, un’opera attraversabile in un viaggio allegorico\, dove l’esperienza si sublima nella dimensione del simbolo. \nL’ambiente progettato con strumenti di design parametrico di tipo generativo è interamente realizzato in alluminio tagliato con una tecnica denominata mesh clustering\, per ottimizzare l’uso del materiale\, la realizzazione a controllo numerico e l’assemblaggio a secco. Questo consentirà\, a fine mostra\, di disallestire l’opera e riutilizzare il materiale nella filiera del riciclo. Il sole doppio è una forma-oggetto composta dalla sfera incipiente e dal suo doppio\, che è anche un’ombra luminosa\, un inconcepibile cortocircuito sulla questione della fonte della luce e del calore. La mostra\, nel dialogo tra arte\, architettura e museografia\, propone al pubblico un’esperienza personale\, in cui la dilatazione del momento dell’alba cristallizza uno stato di attesa\, un tempo sospeso e pone l’osservatore di fronte a quesiti su un futuro sempre più innaturale ma nell’ottica di una reciprocità virtuosa fra natura e tecnologia. Fra passato e futuro\, il visitatore incarna il presente. Il paesaggio museografico desunto dall’immaginario digitale del metaverso\, fa percepire il fascino del disagio di essere troppo vicini al sole. Una sensazione che genera la riflessione su grandi temi comuni e attuali\, da affrontare con urgenza sempre maggiore: dai più evidenti\, relativi al cambiamento climatico\, a quelli di ricerca sul design di supporto alla riduzione degli sprechi e sulle materie prime. \nIl MAN promuove con questa mostra una condivisione su argomenti fondamentali\, dalle questioni della sostenibilità sociale a quelle dell’inclusione\, attraverso la coesistenza di arte\, artificio e umano in un luogo aurorale. E pone al pubblico domande importanti: quale intricata relazione si sta instaurando tra la nostra esistenza nel mondo digitale e la presenza fisica? Che luoghi e spazi pensare per l’inclusività e per sensibilizzare su problematiche contingenti per la costruzione del futuro? \nPininfarina Architecture \nIcona globale dello stile italiano\, Pininfarina è nota per la sua impareggiabile abilità nel creare opere senza tempo\, basate sui suoi valori di Tecnologia e Bellezza. Fondata in Italia nel 1930\, Pininfarina ha oggi uffici in tutto il mondo\, con un ambito progettuale che include trasporti\, design industriale\, architettura/interni e design automobilistico. I progetti più recenti di Pininfarina della divisione Architettura abbracciano località geografiche come la Turchia (la Nuova Torre di Controllo dell’aeroporto di Istanbul)\, gli Stati Uniti (il condominio di lusso 1100 Millecento a Miami)\, il Brasile (Cyrela\, Vitra e Yachthouse\, e le torri gemelle di Balneario Camboriu)\, l’Italia (Juventus Stadium a Torino\, The New Stauffer Center for Strings a Cremona\, Urban Lounge a Milano). Pininfarina Architettura ha inoltre vinto numerosi premi internazionali di architettura\, di recente il Green Good Design Award 2022 per Urban Lounge\, l’American Architecture Award 2020 con Yachthouse\, l’International Architecture Award 2020 per Sixty6 e il Red Dot Award 2019 per il City of Miami Bus Shelter Designs. Con sedi a Torino\, Milano\,. Miami\, New York e Shanghi\, Pininfarina Architecture lavora con un team di 80 professionisti formati presso le più importanti istituzioni accademiche e centri di ricerca del mondo e con background multidisciplinari tra cui architettura\, ingegneria\, scienze sociali e interaction design\, legati tra loro attraverso le esperienze professionali. Project team: Giovanni de Niederhausern\, Gianni Giuffrida\, Simona Penna\, Marco Caprani\, Giuseppe Conti\, Alessandro Mimiola\, Silvia Sereno Regis\, Giacomo Andreolli. \nPatrick Tuttofuoco (Milano\, 1974) Vive e lavora a Milano \nIl lavoro artistico di Patrick Tuttofuoco è concepito come un dialogo tra individui e la loro abilità a trasformare l’ambiente che abitano\, esplorando nozioni di comunità ed integrazione sociale al fine di combinare l’immediata attrazione sensoriale con il potere di innescare profonde risposte teoriche. Tuttofuoco mescola Modernismo e Pop; egli spinge il figurativo nell’astratto\, usando l’uomo come paradigma dell’esistenza\, come la matrice e l’unità di misura della realtà. Da questo processo interpretativo e cognitivo\, vengono prodotte infinite versioni dell’uomo e del contesto della sua esistenza\, dalle quali vengono generate forme in grado di animare le sculture. Patrick Tuttofuoco ha partecipato alla 50° Biennale di Venezia (2003)\, a Manifesta 5 (2004)\, alla 6° Biennale di Shanghai (2006) e alla 10° Biennale di Havana (2009). I suoi lavori sono stati esibiti in diverse istituzioni come la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo\, (Torino 2006)\, il Künstlerhaus Bethanien\, Berlino (2008) e Casa Italia\, Pyeongchang (2018). Nel 2017 è stato selezionato dal Consiglio italiano grazie al progetto ZERO presentato a Rimini\, Berlino e Bologna (2018). \nMaddalena d’Alfonso (1972) Vive e lavora a Milano. \nMaddalena d’Alfonso\, è architetto\, saggista e ricercatrice. Prende la qualifica di professore associato nel 2017 dopo il dottorato di ricerca in architettura degli interni e museografia nel 2004. Ha applicato la sua attitudine a coniugare l’attività di ricerca con la cultura museografica nell’ideazione e progettazione di mostre e programmi culturali per istituzioni pubbliche\, fondazioni e musei. D’Alfonso è membro del consiglio scientifico di ICAMT – l’International Commitee for Architecture and Museum Techniques dell’ICOM dal 2019. La mostra Il Paesaggio dei Diritti – Fotografare la Costituzione\, da lei ideata e curata per il Comune di Milano\, nel 2017 ha ricevuto la medaglia di rappresentanza del Presidente della Repubblica Italiana _e il suo libro Warm Modernity (Silvana 2016) ha ricevuto il Red Dot Award. Nel 2019 ha fondato l’agenzia Md’A Design Agency per offrire alla sua rete di lavoro servizi\, progettazione e attività interdisciplinari riunendo architettura\, curatela e gestione museale per implementare soluzioni sostenibili per l’architettura e la cultura sottolineando i temi relativi all’accessibilità e democraticità degli spazi pubblici e collettivi. \nPartner dell’installazione Materea per le lavorazioni computazionali e il servizio di produzione. www.materea.industries\nNieder\, per le lavorazioni e lo shipping e l’installazione www.nieder.it\nAlpewa e Prefa per la fornitura di lastre in alluminio naturale PREFA e dei rivetti www.alpewa.com – www.prefa.it\nErco Per la consulenza illuminotecnica e la fornitura dei corpi illuminanti. www.erco.com\nBrianza Plastica www.brianzaplastica.it \nProgetto finanziato nell’ambito dei fondi Pnrr per l’accessibilità \n  \n  \nFoto Allestimento: Alessandro Moni
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SUMMARY:Giotto | Fontana - Lo spazio d'oro
DESCRIPTION:una produzione MAN\, Nuoro\nda un’idea di Chiara Gatti\ntesti scientifici a cura di Andrea Nante e Paolo Campiglio\, Serena Colombo e Chiara Gatti\nCoordinamento di Rita Moro \nIl museo MAN di Nuoro presenta un progetto inedito dedicato a un dialogo ideale fra passato e presente\, fra classico e contemporaneo\, in linea con una filosofia espositiva che da anni conduce riflessioni sull’eterno ritorno di temi universali nell’arte di tutti i tempi. \nDopo le grandi mostre già riservate ad Alberto Giacometti e l’arcaico (in collaborazione con la Fondazione Giacometti di Zurigo) o Picasso e il mito\, nella serie celeberrima delle incisioni per la Suite Vollard\, il MAN intende indagare il nesso che\, a distanza di secoli\, collega la ricerca spaziale di Lucio Fontana con il valore dello spazio nelle composizione di Giotto\, unitamente alla presenza fortemente simbolica del colore oro nella sua reificazione dell’infinito e dell’altrove. \nNella tradizione pittorica bizantina e in quella medievale occidentale\, viene progressivamente meno la volontà di rappresentare uno spazio reale e tridimensionale. Il fondo oro di mosaici e tavole dipinte offre infatti una rilucenza profonda e vibrante e conferisce alla composizione pittorica\, per lo più sacra\, un’aura di religiosità e mistero\, atta a sancire il legame indissolubile tra arte e fede. \nIl dipinto è un’icona da adorare e assume un valore simbolico\, alludendo a valori eterni e trascendenti. \nGiotto\, Due apostoli\, 1325-1330 Tempera e oro su tavola Venezia\, Fondazione Giorgio Cini\, Galleria di Palazzo Cini  \nL’oro non è colore\, ma simbolo divino\, esalta le figure\, ieratiche e bidimensionali\, senza umanizzarle\, le astrae dal contesto reale\, isolandole nel tempo e nello spazio e le pone entro rigidi schemi fissi\, annullando ogni consuetudine e ogni rapporto con la quotidianità: nessuna espressione e movimento\, nessun paesaggio familiare\, nessun edificio riconoscibile\, nessun riscontro con il vissuto. \nUn nuovo senso della realtà e dello spazio\, vero e profondo\, emerge nell’arte medievale grazie alla personalità di Giotto (1267 ca.-1337)\, che già i contemporanei lodavano poiché «rimutò l’arte di greco in latino e la ridusse al moderno»\, come scrisse Cennino Cennini nel suo Libro dell’Arte. Lo spazio sacro e dorato\, bidimensionale e trascendente\, cortina di luce che isola dal mondo esterno della tradizione precedente\, viene “bucato” da Giotto\, alla ricerca di una terza dimensione\, profonda e reale. \nIl fondo oro diventa cielo vero\, atmosferico\, lucente e terso nelle giornate di primavera\, illuminato dalla luce della luna e delle stelle (e persino delle comete) nella notte buia.\nGiotto scopre come la pittura possa raffigurare ciò che l’occhio vede\, comprese la possibilità dell’illusione\, meravigliosamente sperimentate per la prima volta nei due celebri finti coretti della cappella degli Scrovegni di Padova. Qui\, all’inizio del Trecento\, ancor prima dell’invenzione della prospettiva rinascimentale\, Giotto introduce l’idea del trompe-l’oil\, della pittura capace di trasformare lo spazio e creare ambienti illusionistici. Uno spazio senza figure e in cui – senza preavviso – irrompe il mondo esterno. I due fini vani\, vuoti\, potrebbero animarsi da un momento all’altro di cantori. E\, dalla bifora gotica\, si potrebbero vedere le rondini volteggiare nell’aria\, dalla gronda della vicina chiesa degli Eremitani\, come scrive Roberto Longhi nel 1952. \n“Giotto spazioso” è la definizione che il grande critico suggeriva per questo nuovo modo di pensare alla pittura\, spiegando\, a proposito della cappella padovana\, che «per chi\, ora\, si collochi al centro del pavimento della cappella\, e cioè nel luogo più adatto ad abbracciare con un solo sguardo la parete in cui si apre l’abside\, torna sùbito chiaro\, palmare\, sensibile fino all’illusione che i due finti vani “bucano” il muro\, mirano ad intervenire nell’architettura stessa del sacello. All’effetto di veridica illusione convengono le due volte gotiche concorrendo ad un solo centro che è sull’asse della chiesa e cioè nella profondità ’reale’\, esistenziale dell’abside; conviene la luce interna che\, partendo dal centro\, si diffonde inversamente nei due vani\, persino sulle colonnine e sugli stipiti delle due bifore; conviene la luce esterna di celo che colma l’apertura delle bifore stesse: non di un oltremarino “astratto”\, ma di un azzurro biavo\, che si accompagna a quello (vero) fuor delle finestre dell’abside». \nMa anche nei fondi oro – pensiamo alla giovanile Madonna di Borgo san Lorenzo e a quella di San Giorgio alla Costa o alla più tarda Maestà di Ognissanti – il cielo metafisico non è più infinito e\, al tempo stesso indefinito\, bensì fisico e reale. Le figure sono robuste come sculture e nel fondo\, pur dorato\, circola l’aria. Concorrono all’introduzione della realtà nella pittura l’uso della luce\, di cui Giotto individua sempre la fonte\, che modella i volumi\, occupa lo spazio rendendolo plausibile e ‘naturale’. Abitabile. Concorrono le intuizioni con cui il maestro coglie le relazioni tra luce e colore (il colore muta\, a seconda del variare della luce\, non solo di intensità ma di qualità)\, il suo approccio inedito alla quotidianità della vita\, nella resa curiosa di espressioni\, oggetti\, e della natura\, come un obiettivo spalancato nuovamente sulla realtà\, in ogni suo aspetto\, dai più sacrali ai più umili\, riproposto nella verità degli spazi architettonici e paesistici. Proprio in questa riappropriazione della realtà\, al di là degli schemi della tradizione\, la vita\, lo spazio\, l’uomo e i suoi sentimenti tornano a essere protagonisti della pittura. Un approccio vivo e rivoluzionario attuale anche per la pittura moderna e contemporanea\, che tanto debito nutre nei confronti del suo pensiero. \n«Le condizioni fondamentali nell’arte moderna sono chiaramente evidenti nel XIII secolo\, in cui inizia la rappresentazione dello spazio»\, scriveva Lucio Fontana nel suo «Manifiesto Blanco» del 1946. Con l’artista di Santa Fè\, lo spazio nuovo e illusorio di Giotto si trasforma infatti in uno spazio realmente tridimensionale. La luce che lo attraversa rende palpabile il principio della soglia\, dell’affaccio\, del luogo di confine fra visibile e invisibile\, secondo altresì l’antico concetto di iconostasi che Fontana rilegge nella sintesi radicale del suo gesto. La luce irrompe dunque in uno spazio mentale rendendolo improvvisamente percorribile. È proprio la stessa luce che\, nei fondi oro del Trecento – così come analizzata fra le pagine de Le porte regali di Pavel Florenskij – vedeva una materializzazione dell’immateriale e che ha poi attraversato i “concetti spaziali” di Lucio Fontana\, accarezzandone sabbie\, pietre\, pezzi di vetro e foglie d’oro. Una luce dilagante e calda\, ma generata da un atto pittorico. \nLucio Fontana\, Concetto spaziale\, 1960-61Olio su telaMART\, Museo di arte moderna e contermporanea di Trento e RoveretoCollezione Domenico Talamoni  \nIl dialogo proposto in mostra fra una preziosa tavola di Giotto – i Due apostoli della Fondazione Giorgio Cini di Venezia – e un Concetto spaziale di Fontana del MART di Rovereto – attinge\, oltre che alle speculazioni di Florenskij\, a una lunga letteratura concentrata su corsi e ricorsi di quella magnifica ossessione della pittura per la rappresentazione dell’assoluto\, affrontata scientificamente da grandi studiosi\, fra cui Georges Bataille\, Lionello Venturi\, Jean-Paul Sartre\, Michael Baxandall\, Jean Servier\, Luigi Carluccio. Una tensione verso l’infinito e il trascendente accomuna antichi e contemporanei e rende il dialogo fra Giotto e Fontana significativo e puntuale nel senso di un affondo esemplificativo\, minimalista quanto intenso\, fra le pieghe di questo tema di studio dell’arte universale. La pittura delle icone presuppone\, non a caso\, una metafisica delle immagini e della luce che nel Novecento trova eredi sensibili. Ed è a questa metafisica che autori come Wildt\, Carrà\, Casorati e poi Melotti e Fontana\, oltre a maestri internazionali del calibro di Rothko o Yves Klein\, hanno guardato\, rivolgendosi persino all’uso dell’oro come veicolo verso l’astratto\, verso il sacro\, oltre le “porte regali” dell’iconòstasi\, al di là del margine fra mondo visibile e il mondo invisibile\, «luogo dove si manifesta una pittura sublime – per citare Florenskij – in cui le cose sono “prodotti della luce”». \n«Scoprire il Cosmo – ripeteva\, non per nulla\, Lucio Fontana – è scoprire una nuova dimensione. È scoprire l’Infinito. Così\, bucando questa tela – che è la base di tutta la pittura – ho creato una dimensione infinita». \n  \nFoto allestimento: Alessandro Moni \n\n		\n		\n			\n				\n			\n			\n				\n			\n		\n \n 
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SUMMARY:Cristian Chironi - Abitare è un linguaggio
DESCRIPTION:Nell’ambito del programma annuale dedicato alla ricerca sui linguaggi del contemporaneo\, che ha visto il MAN di Nuoro presentare nei mesi scorsi artisti come Massimo Grimaldi\, Alice Guareschi\, Luca Spano oltre al piano speciale di residenze condiviso con la Fondazione Monte Verità di Ascona\, il museo annuncia una personale di Cristian Chironi (Nuoro 1974) a dieci anni esatti dal suo ultimo progetto per il MAN. Vincitore di Strategia Fotografia 2023\, bando del Ministero della Cultura che ha consentito l’acquisizione di nove opere della sua produzione giovanile\, Chironi svilupperà al MAN un percorso inedito intitolato Abitare è un linguaggio e dedicato all’“Arte dell’abitare”. \nInfatti\, da tempo la ricerca di Cristian Chironi si sviluppa attraverso progetti che prevedono che l’artista viva e lavori in case e residenze d’arte in varie parti del mondo. Il più noto è My house is a Le Corbusier\, in cui la vita di Chironi si intreccia alle architetture disegnate da Le Corbusier in 12 paesi. \nChironi è stato inoltre residente a Casa Wabi\, architettura progettata da Tadao Ando nelle vicinanze di Puerto Escondido a Oaxaca. Ha abitato la casa dell’architetto\, designer e urbanista Pierre Jeanneret a Chandigarh\, in India. Ha vissuto nella casa della scrittrice Victoria Ocampo a Buenos Aires\, disegnata dall’architetto Alejandro Bustillo e considerata la prima casa rappresentativa del movimento moderno in Argentina. Un progetto abitativo è anche quello ideato da Chironi per i grottini dei giardini pubblici di Cagliari\, luogo denso di storia che durante la Seconda Guerra Mondiale è stato rifugio antiaereo e persino ricovero per le opere d’arte. \nIn linea con questo percorso\, l’esplorazione di architetture d’autore\, storiche e importanti\, ha portato l’artista ad abitare anche una “Brownstone” del 1850\, architettura caratteristica situata a Brooklyn e oggi considerata tra gli esempi meglio conservati di design urbano del XIX secolo negli Stati Uniti. \nL’esperienza di Chironi in queste architetture è scandita da momenti di lavoro solitario e momenti di scambio con i visitatori\, in cui l’interpretazione dell’architettura è resa attraverso il racconto e la presa diretta della sua dimensione spazio temporale. In questi luoghi\, opere ed eventi sono realizzati sul momento\, con un profondo interesse per la commistione tra stili diversi e la sperimentazione di materiali inconsueti. Una ricerca coerente\, incentrata sul concetto di abitare esplorato secondo diverse prospettive. In questo modo\, le abitazioni diventano per l’artista un punto di osservazione privilegiato per comprendere il profondo significato dell’abitare\, per riflettere su questioni legate alla gentrificazione e ai cambiamenti urbani. Si stabilisce\, così\, un rapporto con il contesto\, sia umano che ambientale\, che porta l’artista a confrontarsi con culture e costumi sempre diversi. \nPer il MAN\, Chironi ha concepito il percorso espositivo Abitare è un linguaggio\, coordinato da Elisabetta Masala\, in cui ognuna delle otto sale del secondo piano del museo accoglie opere provenienti da diverse abitazioni precedentemente esplorate\, con lavori inediti realizzati per l’occasione. \nUna costola espositiva del progetto è inoltre visibile presso l’Autocarrozzeria Santino Angioi a Ottana\, paese poco distante da Nuoro\, dove Chironi da sempre personalizza la sua Fiat 127 Special\, seguendo gli accostamenti cromatici tipici delle case di Le Corbusier. Non a caso la storica automobile è stata ribattezzata “Camaleonte”\, proprio per la capacità di mutare il colore della carrozzeria a seconda dei luoghi in cui sosta. \nVenerdì 1° dicembre Camaleonte sarà al centro di in una nuova versione del progetto itinerante Drive\, che unisce l’artista e i partecipanti in un percorso di riflessione urbana e immaginazione sui temi del viaggio\, della mobilità\, delle trasformazioni sociali\, dell’abitazione e dell’attraversamento di confini. Insieme ai racconti di Chironi alla guida di Camaleonte\, si potranno ascoltare le composizioni sonore nate in collaborazione con diversi musicisti e sound-artist: Francesco Brasini\, Alessandro Bosetti\, Massimo Carozzi\, Daniela Cattivelli\, Coro di Radio France\, Paolo Fresu\, Stefano Pilia\, Francesco Serra\, Henrik Svedlund\, Dominique Vaccaro\, Sophie Vitelli\, e il contributo inedito del polistrumentista nuorese Gavino Murgia. \nLo slogan di Le Corbusier “una casa è una macchina per abitare” è reinterpretato così in Nuoro Drive\, dando vita ad un ambiente mobile che condensa segni di viaggio e transito\, in un remix di storie\, traiettorie e valori. \nLa parte editoriale del progetto vedrà la luce nel 2024\, con il contributo dell’artista statunitense Charles Ray\, con cui Chironi ha avviato una collaborazione per la realizzazione di un ponte per pecore e pastori da costruirsi in Sardegna. \nColor keyboard – FIAT 127 Special (Camaleonte)\nAutocarrozzeria Santino Angioi\nzona P.i.p. Lotto 12\, 08020 Ottana (NU)\ndal lun. al ven. ore 09.00 > 18.00\nT: +39.07841786478 \n01.12.23 _ Nuoro Drive\nperformance itinerante in città.\nPartenza dal Museo MAN.\nSono previsti cinque viaggi da 30 minuti\nOrari:\n15.30>16.00; 16.15>16.45; 17.00>17.30; 17.45>18.15; 18.30>19.00\nColoro che desiderano partecipare ai viaggi di 30 minuti con l’artista possono inviare il proprio nome\, numero di telefono\, insieme alla fascia oraria specifica in cui desiderano partecipare\, all’e-mail info@museoman.it \nRingraziamenti \nFondation Le Corbusier – Parigi\nFundación Casa – Città del Messico\nLacasapark Art Residency – New York\nLa Casa de la Cultura del Fondo Nacional de las Artes e BIENALSUR – Buenos Aires\nPierre Jeanneret Museum – Chandigarh\nIstituto di Cultura Italiano – Città del Messico\nCollezione Andrea Boghi – Brescia\nCollezione Anna e Francesco Tampieri – Nonantola\nOlnick Spanu Collection – New York \nCristian Chironi è un artista multidisciplinare che vive tra Città del Messico e l’Italia. Usa diversi mezzi tra cui performance\, fotografia\, video\, architettura\, design\, creando spesso una sorta di interazione tra di loro. Tra le prossime mostre: Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico; CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia\, Torino. Tra le prossime performance: Ivrea (Olivetti) Drive\, Ivrea. www.cristianchironi.it \n  \nFoto allestimento: Alessandro Moni
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SUMMARY:Fancello Nivola Pintori
DESCRIPTION:Il progetto vuole rendere omaggio alle figure dei tre artisti\, Costantino Nivola (Orani\, 1911 – Long Island\, 1988)\, Giovanni Pintori (Tresnuraghes\, 1912 – Milano\, 1999)\, Salvatore Fancello (Dorgali\, 1916 – Bregu Rapit\, 1941) all’indomani delle celebrazioni per i 100 anni dalla fondazione dell’I.S.I.A.\, attraverso un percorso espositivo che si articolerà nelle sedi del MAN e del Museo Civico Salvatore Fancello di Dorgali. \nLe due istituzioni\, in maniera sinergica e attraverso una importante collaborazione istituzionale\, predisporranno una serie di eventi collaterali volti alla valorizzazione delle opere dei tre ‘sardi dell’I.S.I.A.’ e del percorso formativo comune.Il progetto vanta\, come ulteriore obbiettivo\, quello di rafforzare il legame del MAN con le istituzioni locali\, in questo caso con Dorgali\, terra natia di Salvatore Fancello di cui il museo dorgalese conserva tra l’altro il celebre ‘Disegno interrotto’ del 1938\, donato dall’artista a Costantino Nivola in occasione del suo matrimonio.La collezione permanente del MAN custodisce un prezioso nucleo delle opere più rappresentative dei tre artisti\, a partire dal comodato di Giovanni Pintori con 160 opere\, a cui segue il corpus delle opere di Salvatore Fancello\, tra cui le due sculture Figura femminile e Cinghiali. \nNel 1931 i tre artisti vinsero una borsa di studio della Camera di Commercio di Nuoro per la frequenza dei corsi presso l’I.S.I.A. (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche)\, la famosa scuola creata a Monza su iniziativa dell’Umanitaria di Milano. L’istituto\, attivo dal 1922 al 1943\, già dai primi anni richiamò grandi personalità del mondo artistico a cui affidò gli insegnamenti di materie tecniche e creative. Per le sue aule passarono infatti architetti come Giuseppe Pagano e Edoardo Persoli\, gli scultori Marino Marini e Arturo Martini\, il pittore Pio Semeghini. Contestualmente la scuola si rivelò luogo di sperimentazione\, approfondimento\, crescita e innovazione. \nFancello\, Nivola e Pintori collaborano\, a partire dal 1936\, con l’Ufficio Tecnico di Pubblicità dell’Olivetti\, diretto da Renato Zveteremich\, un vero pioniere della grafica pubblicitaria. Pintori e Nivola\, a metà degli anni Trenta\, furono i progettisti di innovativi manifesti e di alcune pubblicazioni esemplari\, che segnarono il celebre “stile Olivetti”. Fancello\, pur frequentando gli uffici milanesi della società di Ivrea\, preferì dedicarsi alla ceramica.Nivola e Pintori realizzano a quattro mani i manifesti per la prima Olivetti Studio Modello 42\, di cui la mostra documenta tutti i passaggi di produzione e promozione. I maestri sardi crearono insieme immagini poetiche ed efficaci\, fatte di simboli evocativi e di giochi visivi. Il loro talento contribuì a distinguere nel mondo la forte identità grafica dell’azienda italiana. Costantino Nivola\, ricordando il suo lavoro all’Ufficio Pubblicità in quegli anni\, scrisse “Adriano Olivetti esigeva che tutto l’aspetto visuale della Olivetti fosse fatto a livello artistico”.A corredo del percorso espositivo il progetto prevede inoltre l’approfondimento\, attraverso ricerche d’archivio\, di documenti e fotografie\, fra cui alcuni inediti emersi recentemente in collezioni private. La mostra è arricchita da un catalogo che documenta il sodalizio dei maestri sardi sulla scia dello spirito illuminato e avanguardista di una scuola che fece epoca.
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SUMMARY:IL RESTO DELL’ALBA
DESCRIPTION:Sullo sfondo di un anno che il MAN di Nuoro ha dedicato al dialogo fra arte e architettura\, dopo l’omaggio alla scalinata di Odessa e ai workshop con le università di architettura di Cagliari\, Alghero e Palermo\, prende forma ora un progetto inedito studiato appositamente per gli spazi del museo. \nLa mostra Il Resto dell’Alba nasce da un confronto teorico fra l’artista Patrick Tuttofuoco\, la curatrice museografa Maddalena d’Alfonso e l’architetto Giovanni de Niederhäusern\, vicepresidente di Pininfarina Architettura. \nIl Resto dell’Alba è un’opera avvolgente che interpreta la nuova frontiera del virtuale dando un corpo fisico all’ipertecnologia del digitale. \nL’ambiente progettato con strumenti di design parametrico di tipo generativo è interamente realizzato in alluminio tagliato con una tecnica denominata mesh clustering\, per ottimizzare l’uso del materiale\, la realizzazione a controllo numerico e l’assemblaggio a secco. \nIl sole doppio è una forma-oggetto composta dalla sfera incipiente e dal suo doppio\, che è anche un’ombra luminosa\, un inconcepibile cortocircuito sulla questione della fonte della luce e del calore. \n\n\n\nLA MOSTRA\n\n\nLa mostra\, nel dialogo tra arte\, architettura e museografia\, propone al pubblico un’esperienza personale\, in cui la dilatazione del momento dell’alba cristallizza uno stato di attesa\, un tempo sospeso e pone l’osservatore di fronte a quesiti su un futuro sempre più innaturale ma nell’ottica di una reciprocità virtuosa fra natura e tecnologia. \nFra passato e futuro\, il visitatore incarna il presente. Il paesaggio museografico desunto dall’immaginario digitale del metaverso\, fa percepire il fascino del disagio di essere troppo vicini al sole. Una sensazione che genera la riflessione su grandi temi comuni e attuali\, da affrontare con urgenza sempre maggiore: dai più evidenti\, relativi al cambiamento climatico\, a quelli di ricerca sul design di supporto alla riduzione degli sprechi e sulle materie prime. \nIl MAN promuove con questa mostra una condivisione su argomenti fondamentali\, dalle questioni della sostenibilità sociale a quelle dell’inclusione\, attraverso la coesistenza di arte\, artificio e umano in un luogo aurorale. E pone al pubblico domande importanti: quale intricata relazione si sta instaurando tra la nostra esistenza nel mondo digitale e la presenza fisica? Che luoghi e spazi pensare per l’inclusività e per sensibilizzare su problematiche contingenti per la costruzione del futuro? \n\n\n\nPININFARINA ARCHITECTURE\n\n\nIcona globale dello stile italiano\, Pininfarina è nota per la sua impareggiabile abilità nel creare opere senza tempo\, basate sui suoi valori di Tecnologia e Bellezza. Fondata in Italia nel 1930\, Pininfarina ha oggi uffici in tutto il mondo\, con un ambito progettuale che include trasporti\, design industriale\, architettura/interni e design automobilistico. I progetti più recenti di Pininfarina della divisione Architettura abbracciano località geografiche come la Turchia (la Nuova Torre di Controllo dell’aeroporto di Istanbul)\, gli Stati Uniti (il condominio di lusso 1100 Millecento a Miami)\, il Brasile (Cyrela\, Vitra e Yachthouse\, e le torri gemelle di Balneario Camboriu)\, l’Italia (Juventus Stadium a Torino\, The New Stauffer Center for Strings a Cremona\, Urban Lounge a Milano). Pininfarina Architettura ha inoltre vinto numerosi premi internazionali di architettura\, di recente il Green Good Design Award 2022 per Urban Lounge\, l’American Architecture Award 2020 con Yachthouse\, l’International Architecture Award 2020 per Sixty6 e il Red Dot Award 2019 per il City of Miami Bus Shelter Designs. Con sedi a Torino\, Milano\,. Miami\, New York e Shanghi\, Pininfarina Architecture lavora con un team di 80 professionisti formati presso le più importanti istituzioni accademiche e centri di ricerca del mondo e con background multidisciplinari tra cui architettura\, ingegneria\, scienze sociali e interaction design\, legati tra loro attraverso le esperienze professionali. Project team: Giovanni de Niederhausern\, Gianni Giuffrida\, Simona Penna\, Marco Caprani\, Giuseppe Conti\, Alessandro Mimiola\, Silvia Sereno Regis\, Giacomo Andreolli. \n\n\n\nPATRICK TUTTOFUOCO\n\n\nVive e lavora a Milano \nIl lavoro artistico di Patrick Tuttofuoco è concepito come un dialogo tra individui e la loro abilità a trasformare l’ambiente che abitano\, esplorando nozioni di comunità ed integrazione sociale al fine di combinare l’immediata attrazione sensoriale con il potere di innescare profonde risposte teoriche. Tuttofuoco mescola Modernismo e Pop; egli spinge il figurativo nell’astratto\, usando l’uomo come paradigma dell’esistenza\, come la matrice e l’unità di misura della realtà. Da questo processo interpretativo e cognitivo\, vengono prodotte infinite versioni dell’uomo e del contesto della sua esistenza\, dalle quali vengono generate forme in grado di animare le sculture. Patrick Tuttofuoco ha partecipato alla 50° Biennale di Venezia (2003)\, a Manifesta 5 (2004)\, alla 6° Biennale di Shanghai (2006) e alla 10° Biennale di Havana (2009). I suoi lavori sono stati esibiti in diverse istituzioni come la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo\, (Torino 2006)\, il Künstlerhaus Bethanien\, Berlino (2008) e Casa Italia\, Pyeongchang (2018). Nel 2017 è stato selezionato dal Consiglio italiano grazie al progetto ZERO presentato a Rimini\, Berlino e Bologna (2018). \n\n\n\nMADDALENA D’ALFONSO\n\n\nVive e lavora a Milano. \nMaddalena d’Alfonso\, è architetto\, saggista e ricercatrice. Prende la qualifica di professore associato nel 2017 dopo il dottorato di ricerca in architettura degli interni e museografia nel 2004. Ha applicato la sua attitudine a coniugare l’attività di ricerca con la cultura museografica nell’ideazione e progettazione di mostre e programmi culturali per istituzioni pubbliche\, fondazioni e musei. D’Alfonso è membro del consiglio scientifico di ICAMT – l’International Commitee for Architecture and Museum Techniques dell’ICOM dal 2019. La mostra Il Paesaggio dei Diritti – Fotografare la Costituzione\, da lei ideata e curata per il Comune di Milano\, nel 2017 ha ricevuto la medaglia di rappresentanza del Presidente della Repubblica Italiana _e il suo libro Warm Modernity (Silvana 2016) ha ricevuto il Red Dot Award. Nel 2019 ha fondato l’agenzia Md’A Design Agency per offrire alla sua rete di lavoro servizi\, progettazione e attività interdisciplinari riunendo architettura\, curatela e gestione museale per implementare soluzioni sostenibili per l’architettura e la cultura sottolineando i temi relativi all’accessibilità e democraticità degli spazi pubblici e collettivi. \n\n\n\nI PARTNER DEL PROGETTO\n\n\nMaterea\, per le lavorazioni computazionali e il servizio di produzione  \nNieder\, per le lavorazioni\, lo shipping e l’installazione   \nAlpewa e Prefa\, per la fornitura di alluminio grezzo  \nErco\, per la consulenza illuminotecnica e la fornitura dei corpi illuminanti \nBrianza Plastica\, per il sostegno alla produzione  \nStand Up allestimenti per la realizzazione \n  \nProgetto finanziato nell’ambito dei fondi Pnrr per l’accessibilità
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SUMMARY:Cristian Chironi
DESCRIPTION:  \nNell’ambito del programma annuale dedicato alla ricerca sui linguaggi del contemporaneo\, che ha visto il MAN di Nuoro presentare nei mesi scorsi artisti come Massimo Grimaldi\, Alice Guareschi\, Luca Spano oltre al piano speciale di residenze condiviso con la Fondazione Monte Verità di Ascona\, il museo annuncia una personale di Cristian Chironi (Nuoro 1974) a dieci anni esatti dal suo ultimo progetto per il MAN. Vincitore di Strategia Fotografia 2023\, bando del Ministero della Cultura che ha consentito l’acquisizione di nove opere della sua produzione giovanile\, Chironi svilupperà al MAN un percorso inedito intitolato Abitare è un linguaggio e dedicato all’“Arte dell’abitare”. \nInfatti\, da tempo la ricerca di Cristian Chironi si sviluppa attraverso progetti che prevedono che l’artista viva e lavori in case e residenze d’arte in varie parti del mondo. Il più noto è My house is a Le Corbusier\, in cui la vita di Chironi si intreccia alle architetture disegnate da Le Corbusier in 12 paesi. \nChironi è stato inoltre residente a Casa Wabi\, architettura progettata da Tadao Ando nelle vicinanze di Puerto Escondido a Oaxaca. Ha abitato la casa dell’architetto\, designer e urbanista Pierre Jeanneret a Chandigarh\, in India. Ha vissuto nella casa della scrittrice Victoria Ocampo a Buenos Aires\, disegnata dall’architetto Alejandro Bustillo e considerata la prima casa rappresentativa del movimento moderno in Argentina. Un progetto abitativo è anche quello ideato da Chironi per i grottini dei giardini pubblici di Cagliari\, luogo denso di storia che durante la Seconda Guerra Mondiale è stato rifugio antiaereo e persino ricovero per le opere d’arte. \nIn linea con questo percorso\, l’esplorazione di architetture d’autore\, storiche e importanti\, ha portato l’artista ad abitare anche una “Brownstone” del 1850\, architettura caratteristica situata a Brooklyn e oggi considerata tra gli esempi meglio conservati di design urbano del XIX secolo negli Stati Uniti. \nL’esperienza di Chironi in queste architetture è scandita da momenti di lavoro solitario e momenti di scambio con i visitatori\, in cui l’interpretazione dell’architettura è resa attraverso il racconto e la presa diretta della sua dimensione spazio temporale. In questi luoghi\, opere ed eventi sono realizzati sul momento\, con un profondo interesse per la commistione tra stili diversi e la sperimentazione di materiali inconsueti. Una ricerca coerente\, incentrata sul concetto di abitare esplorato secondo diverse prospettive. In questo modo\, le abitazioni diventano per l’artista un punto di osservazione privilegiato per comprendere il profondo significato dell’abitare\, per riflettere su questioni legate alla gentrificazione e ai cambiamenti urbani. Si stabilisce\, così\, un rapporto con il contesto\, sia umano che ambientale\, che porta l’artista a confrontarsi con culture e costumi sempre diversi. \nPer il MAN\, Chironi ha concepito il percorso espositivo Abitare è un linguaggio\, coordinato da Elisabetta Masala\, in cui ognuna delle otto sale del secondo piano del museo accoglie opere provenienti da diverse abitazioni precedentemente esplorate\, con lavori inediti realizzati per l’occasione. \nUna costola espositiva del progetto è inoltre visibile presso l’Autocarrozzeria Santino Angioi a Ottana\, paese poco distante da Nuoro\, dove Chironi da sempre personalizza la sua Fiat 127 Special\, seguendo gli accostamenti cromatici tipici delle case di Le Corbusier. Non a caso la storica automobile è stata ribattezzata “Camaleonte”\, proprio per la capacità di mutare il colore della carrozzeria a seconda dei luoghi in cui sosta. \nVenerdì 1° dicembre Camaleonte sarà al centro di in una nuova versione del progetto itinerante Drive\, che unisce l’artista e i partecipanti in un percorso di riflessione urbana e immaginazione sui temi del viaggio\, della mobilità\, delle trasformazioni sociali\, dell’abitazione e dell’attraversamento di confini. Insieme ai racconti di Chironi alla guida di Camaleonte\, si potranno ascoltare le composizioni sonore nate in collaborazione con diversi musicisti e sound-artist: Francesco Brasini\, Alessandro Bosetti\, Massimo Carozzi\, Daniela Cattivelli\, Coro di Radio France\, Paolo Fresu\, Stefano Pilia\, Francesco Serra\, Henrik Svedlund\, Dominique Vaccaro\, Sophie Vitelli\, e il contributo inedito del polistrumentista nuorese Gavino Murgia. \nLo slogan di Le Corbusier “una casa è una macchina per abitare” è reinterpretato così in Nuoro Drive\, dando vita ad un ambiente mobile che condensa segni di viaggio e transito\, in un remix di storie\, traiettorie e valori. \nLa parte editoriale del progetto vedrà la luce nel 2024\, con il contributo dell’artista statunitense Charles Ray\, con cui Chironi ha avviato una collaborazione per la realizzazione di un ponte per pecore e pastori da costruirsi in Sardegna. \n  \nColor keyboard – FIAT 127 Special (Camaleonte)  \nAutocarrozzeria Santino Angioi \nzona P.i.p. Lotto 12\, 08020 Ottana (NU) \ndal lun. al ven. ore 09.00 > 18.00 \nT: +39.07841786478 \n  \n01.12.23 _ Nuoro Drive \nperformance itinerante in città. \nPartenza dal Museo MAN.  \nSono previsti cinque viaggi da 30 minuti \nOrari:15.30>16.00; 16.15>16.45; 17.00>17.30; 17.45>18.15; 18.30>19.00 \nColoro che desiderano partecipare ai viaggi di 30 minuti con l’artista possono inviare il proprio nome\, numero di telefono\, insieme alla fascia oraria specifica in cui desiderano partecipare\, all’e-mail info@museoman.it \n  \nRingraziamenti \nFondation Le Corbusier – Parigi \nFundación Casa – Città del Messico \nLacasapark Art Residency – New York \nLa Casa de la Cultura del Fondo Nacional de las Artes e BIENALSUR – Buenos Aires \nPierre Jeanneret Museum – Chandigarh \nIstituto di Cultura Italiano – Città del Messico \nCollezione Andrea Boghi – Brescia \nCollezione Anna e Francesco Tampieri – Nonantola \nOlnick Spanu Collection – New York \n  \nCristian Chironi è un artista multidisciplinare che vive tra Città del Messico e l’Italia. Usa diversi mezzi tra cui performance\, fotografia\, video\, architettura\, design\, creando spesso una sorta di interazione tra di loro. Tra le prossime mostre: Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico; CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia\, Torino. Tra le prossime performance: Ivrea (Olivetti) Drive\, Ivrea. www.cristianchironi.it \n 
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SUMMARY:Die Zauberberge - Le montagne incantate
DESCRIPTION:6 ottobre – 12 novembre 2023\nInaugurazione venerdì 6 ottobre\, ore 18:30 \nTalk sabato 7 ottobre 2023\, ore 12\nIn occasione della Giornata del Contemporaneo\, AMACI – Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani \nNuoro e Monte Verità\, tutto è iniziato qui. In due isole ideali\, due terre di frontiera e\, insieme\, di appartenenza. Luoghi magnetici e ricchi di storia\, che lo scorso aprile hanno accolto i protagonisti della mostra collettiva Die Zauberberge_Le montagne incantate. Le residenze\, realizzate in collaborazione con la Fondazione Monte Verità di Ascona\, hanno coinvolto sei artisti\, tre sardi e tre svizzeri\, che durante il periodo di ricerca si sono confrontati su temi comuni. \nGli artisti di origine svizzera – Tonatiuh Ambrosetti\, Maya Hottarek\, Lisa Lurati – hanno svolto sul territorio sardo un’indagine sulla ricca identità locale. Parallelamente\, tre giovani artisti sardi – Giaime Meloni\, Elena Muresu\, Marco Useli – hanno abitato Monte Verità e gli spazi della celebre “collina dell’utopia”\, dove architettura\, arte e danza hanno sempre dialogato in modo virtuoso. Un paradiso anarchico che ha attratto pensatori\, pittori\, scrittori\, filosofi\, progettisti da ogni angolo d’Europa: dall’anarchico Kropotkin al coreografo ungherese Rudolf von Laban\, dal dadaista Hugo Ball all’architetto Walter Gropius\, dall’artista Hans Arp a Karl Gustav Jung\, fino al grande curatore Harald Szeemann. \nLe opere esposte in Die Zauberberge_Le montagne incantate rappresentano il risultato di queste ricerche\, uno sguardo contemporaneo su luoghi simbolo di componenti primigenie\, di spiritualismo e autarchia. Sono fotografie\, sculture\, grafiche\, installazioni\, lavori forgiati a partire da un’esperienza unica\, dal cammino e dall’isolamento\, dalla bellezza selvaggia e lussureggiante della natura\, dal respiro assoluto di boschi di arcaica memoria. \nArtisti in mostra \nTonatiuh Ambrosetti \nNato a Lugano nel 1980\, nel 2006 si diploma presso l’ECAL – École cantonale d’art de Lausanne\, dove nel 2012 ottiene una cattedra come professore. Nel 2006 fonda insieme a Daniela Droz lo studio fotografico Daniela et Tonatiuh. Nel suo lavoro sviluppa la relazione conflittuale tra uomo e natura\, portando avanti una ricerca su una fotografia non-oggettiva che va oltre i confini convenzionali dell’immagine includendo anche scultura\, incisione\, disegno e installazioni sonore e video. Le sue opere sono state esposte in festival\, gallerie e musei di rilevanza internazionale\, tra cui: la prima Edizione di Alt+1000 a Rossiniere (2008); il forum ETH Hönggerberg a Zurigo (2009); la Royal Danish Accademy of fine arts\, Copenhagen\, Danemark (2011); Bâtiment d’Art Contemporain\, Genève (2014); Le musée des Arts Décoratifs\, Paris\, Francia (2015); The PRINTSPACE\, Londres\, UK (2016); il Centre d’art Contemporain Yverdon-les-Bain (2016). \nMaya Hottarek \nNata nel 1990\, è un’artista che lavora con diversi materiali e in ambiti differenti\, dalla ceramica al cinema\, dal suono a oggetti di uso comune. Ha studiato arti visive all’Università delle Arti di Berna e all’Institut Kunst di Basilea. Uno dei suoi interessi principali è quello di articolare le complesse interazioni tra individuo\, società\, economia e natura. Tra le mostre principali\, si menzionano le esposizioni alla N/A/S/L di Città del Messico\, alla Liste Art Fair di Basilea e alla Kunsthaus di Appenzell. \nLisa Lurati \nNata a Lugano nel 1989\, si è formata presso la scuola di fotografia di Vevey e all’Institut Kunst di Basilea. Il suo lavoro oscilla tra una meditazione quasi decorativa e una celebrazione estetica che\, ad uno sguardo più attento\, svela un universo caleidoscopico di simboli e segni che non si spiega mai completamente ma che arriva\, tuttavia\, a sostenere una curiosa coerenza. Fra le mostre personali recenti si ricordano: In-between things\, Galleria Ann Mazzotti\, Basilea\, 2022; Raving Cosmo\, CACY\, Yverdon-les-Bains\, 2021; Nebulosa\, Galleria Forma\, Losanna\, 2020; Scherzo. Molto allegro\, quasi presto\, Photoforum Pasquart\, Biel\, 2018. \n  \nGiaime Meloni \nNato a Cagliari nel 1984\, è un fotografo con un dottorato di ricerca in architettura\, che attualmente vive fra due isole: Île-de-France e Sardegna. Il suo lavoro esplora in maniera empirica le modalità di riproduzione e invenzione dello spazio fisico. Le sue ricerche sono state presentate in pubblicazioni e conferenze internazionali (Canada\, Francia\, Italia\, Portogallo). Nel 2017 è stato nominato tra i finalisti per il Premio Graziadei con il suo progetto Das Unheimliche. Nel 2019 è stato selezionato da CAMERA – Centro Italiano per la fotografia – per prendere parte al programma FUTURES supportato dall’Unione Europea. Nello stesso anno è tra i finalisti del Premio Francesco Fabbri per la fotografia contemporanea. Dal 2022 è professore associato presso Ecole Nationale Supérieure d’Architecture de la Ville et du Territoire de Paris Est\, dove insegna le arti e le tecniche di rappresentazione dello spazio. \nElena Muresu \nFotografa\, artista visiva e performer\, nata ad Alghero nel 1990. Ha conseguito il Master in Management Culturale per la Valorizzazione del Territorio presso 24Ore Business School\, una laurea in Pittura all’Accademia di belle arti di Sassari e in Fotografia all’Accademia di belle arti di Brera. Sviluppa parallelamente due percorsi artistici e professionali: da una parte la fotografia e il video e dall’altra la cultura urbana\, che la spingono verso l’esplorazione di molteplici linguaggi per indagare la tematica del rapporto tra l’essere umano e il proprio territorio. Dal 2021 è fotografa e videomaker per Antonio Marras. Nel 2021 espone alla XVII Mostra Internazionale di Architettura di Venezia con il video documentario “Skatepark Italy” (finalista 2022 a Via dei Corti\, festival del Cinema Indipendente\, Catania). \nMarco Useli \nPittore e incisore\, nasce a Nuoro nel 1983. Laureato all’Accademia di belle arti di Firenze nel 2007\, dopo un biennio londinese frequenta il master in Progettazione contemporanea con la pietra del Politecnico di Milano. Dal 2012 fa parte della Milano Printmakers. Sviluppa ricerche nell’ambito della grafica d’arte tra Milano e la Sardegna\, dove nel 2017 apre uno studio artistico a Dorgali. Attualmente insegna Progettazione del Design presso il Liceo artistico Francesco Ciusa di Nuoro. \n  \nFoto allestimento: Alessandro Moni \n\n		\n		\n			\n				\n			\n			\n				\n			\n			\n				\n			\n			\n				\n			\n		\n \n 
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SUMMARY:Luca Spano - After the Last Image
DESCRIPTION:a cura di Elisabetta Masala \nIl progetto è vincitore di Strategia Fotografia 2022\, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura  \nTra ciò che è visibilmente percettibile e ciò che i nostri sensi non riescono a cogliere esiste uno spazio liminale\, una trama di conflitti e potenzialità latenti. Una soglia sospesa\, che non è solo fisica ma anche mentale\, che stimola il passaggio verso nuovi livelli di conoscenza. \nIl progetto After the Last Image di Luca Spano esplora i limiti biologici e tecnologici del vedere\, indagando il rapporto tra visibile e invisibile e\, in particolare\, quella zona d’ombra compresa tra i due: l’ultimo punto conosciuto\, un’area di confine il cui mistero invita alla scoperta. \nI lavori fotografici e installativi che compongono After the Last Image\, progetto vincitore del bando Strategia Fotografia 2022\, esplorano i limiti della visione e i processi speculativi che conducono alla conoscenza del mondo. Le residenze di ricerca portate avanti durante il progetto\, parte fondamentale di ideazione\, hanno consentito di approfondire stimoli eterogenei provenienti da diverse discipline. Presso il Kunsthistorisches Institut in Florenz\, Spano ha esplorato quel filone accademico che ha come oggetto il visibile e le pratiche dello sguardo\, interrogandosi su cosa sia un’immagine e quale sia il suo ruolo nella società contemporanea. \nLe riflessioni sulle modalità con cui lo strumento visivo entra nello studio del reale ha poi portato l’artista ad associare la pratica fotografica alla geografia. Un periodo di residenza presso il Dipartimento Interateneo di Scienze\, Progetto e Politiche del Territorio (DIST) del Politecnico di Torino gli ha infatti permesso di approfondire la figura del geografo\, studioso che proprio a partire dalla vista crea quelle distorsioni dello spazio che comunemente chiamiamo “mappe”. \nDurante la residenza al Deutsches Optisches Museum di Jena\, in Germania\, Luca Spano si è soffermato su cosa significhi vedere in un processo che\, partendo dall’esperienza ottica\, arriva a considerare implicazioni culturali\, sociologiche e antropologiche. \nLa serie 12 hidden information riconsidera la centralità dell’occhio nel rapporto tra essere umano e realtà\, riprendendo una selezione di illustrazioni su problematiche della vista tratte dal manuale di oftalmologia di Theodor Axenfeld (1912)\, consultato dall’artista proprio nel Deutsches Optisches Museum. In un simile processo di decontestualizzazione\, le malattie dell’occhio vengono trattate come illustrazioni pure che\, una volta astratte\, si risolvono in forme mutevoli e affascinanti. Le pupille e le iridi diventano\, così\, pianeti di una costellazione della conoscenza. \nLe molteplici sfumature che compongono After the Last Image ci spingono ad ampliare le nostre prospettive stimolando nuove domande e nuove visioni. L’artista ci incoraggia a riflettere con maggiore consapevolezza sulla complessità dei fenomeni percettivi e sulle ambiguità che plasmano il nostro mondo. Crea un ponte tra il noto e l’ignoto e ci accompagna in un percorso di attraversamento del confine. Quell’intervallo liminale ricco di possibilità\, dove spostare i nostri limiti sempre un po’ più in là. \nBiografia \nLuca Spano (1982\, IT) è un artista multidisciplinare. Si è formato tra Europa e Stati Uniti\, con una laurea in Scienze della Comunicazione alla Sapienza di Roma\, un MA in fotografia alla London College of Communication a Londra e un MFA in arti visuali alla Cornell University a Ithaca (US). Il suo lavoro è stato esposto internazionalmente in musei\, gallerie e festival come: Triennale di Milano\, MACRO (Museo di Arte Contemporanea di Roma)\, BredaPhoto Festival (NL)\, Malta Festival (PL)\, Saavy Contemporary a Berlino (DE)\, Luis Adelantado Gallery (ES)\, Paolo Erbetta Gallery (IT)\, Caelum Gallery a New York\, Istituto di Cultura Italiana di Parigi\, Istituto di Cultura Italiana di Amburgo e l’Istituto Superiore Regionale Etnografico. \nLuca è stato artista in residenza alla Fundacion Botin (ES)\, a NoArte Paese Museo (IT)\, Künstlerischen Tatsache (DE)\, Kultur einer Digitalstadt (DE) e visiting artist a Arts Letters and Numbers Residency (US) ed altri. Il suo lavoro ha ricevuto premi e grants come la MEAD Fellowship (UK)\, CCA Grant e Einaudi research grant (US)\, The John Hartell Award (US)\, Graziadei Prize (IT)\, il Premio del Paesaggio Regione Sardegna (IT)\, New Work Prospect Art Grant (US)\, Strategia Fotografia 2022 MiBACT (IT). \nÈ stato uno dei direttori della agenzia fotografica OnOff Picture con sede a Roma\, co-direttore dell’organizzazione NYC Creative Salon a New York\, e ideatore di OCCHIO\, un laboratorio di ricerca e didattica sull’immagine con sede a Cagliari. \nIl suo lavoro è incluso in collezioni pubbliche e private come il Museo MAXXI di Roma\, la collezione di libri d’artista della Cornell University\, la collezione Graziadei e l’Istituto Superiore Regionale Etnografico Sardo. \nProgetto realizzato in collaborazione con\nDeutsches Optisches Museum\, Jena (DE)\nDipartimento Interateneo di Scienze\, Progetto e Politiche del Territorio (DIST) del Politecnico di Torino\, Torino (IT)\nKunsthistorisches Institut in Florenz\, Firenze (IT) \nCatalogo bilingue Mousse Publishing\nTesti critici di: Elisabetta Masala\, Giangavino Pazzola\, Anna Caterina Dalmasso\, Massimo Canevacci\, Luca Spano e Giovanna Corraine\, Franziska Perske e Maria Dienerowitz\, Ute Dercks\, Marco Santangelo \nUfficio Stampa\nSTUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo\nVia San Mattia 16\, 35121 Padova\nTel. +39.049.663499\nreferente Simone Raddi\, simone@studioesseci.net\nwww.studioesseci.net
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SUMMARY:Matisse - Metamorfosi
DESCRIPTION:a cura di Chiara Gatti da un progetto di Sandra Gianfreda\, curatrice al Kunsthaus Zürich con Claudine Grammont\, Cheffe du cabinet d’art graphique\, Centre Pompidou \nHenri Matisse è uno dei più grandi artisti  del Novecento\, ma di lui\, paradossalmente\, è ancora trascurata una parte importante di produzione. La figura di Matisse scultore non è\, infatti\, conosciuta nelle pieghe più sottili della sua ricerca. Sebbene la pittura sia sempre rimasta la sua modalità espressiva principale\, il “suo” linguaggio e la forma di indagine del visibile cui si dedicò per tutta la vita\, Matisse condusse in contemporanea una riflessione sulla scultura (e altresì sull’incisione) che fa di lui uno degli artisti più completi del secolo scorso. La sua versatilità ha esplorato varie tecniche simultaneamente\, con curiosità e acuta sperimentazione. Sullo sfondo di questa intelligenza poliedrica\, l’opera scultorea di Matisse rivela una vita parallela rispetto a quella del colorista\, una doppia anima votata alla materia\, al volume\, allo spazio\, che merita di essere posta in relazione – in quanto a processi e traguardi – con quella di altri grandi scultori del XX secolo\, eredi della lezione di Auguste Rodin e divenuti geni dell’avanguardia. Da Brancusi a Giacometti\, da Boccioni a Wotruba. \nPer la prima volta in Italia\, il Museo MAN dedica oggi una mostra alla scultura di Henri Matisse. Il progetto espositivo\, a cura di Chiara Gatti\, rilegge e adatta agli spazi del museo sardo\, il concept inedito e complesso della mostra Matisse Métamorphoses organizzata nel 2019 dalla Kunsthaus di Zurigo e dal Museo Matisse di Nizza. \nUn progetto destinato a ripensare Matisse\, a riconsiderare il ruolo della sua opera nel panorama dell’arte della prima metà del XX secolo\, alla luce di una più ampia ricerca estetica che vede proprio nella scultura il veicolo per nuove e rivoluzionarie soluzioni formali. In questo affondo necessario\, emerge come sia stata in particolare la figura umana il tema principe della sua tensione verso la sintesi. Dall’indagine sul corpo\, la postura\, il gesto o la fisionomia\, Matisse ha sviluppato un percorso di riduzione geometrica dell’immagine che lo ha portato verso un’astrazione ai limiti del radicale. \nCome l’artista stesso affermò nel 1908 nelle sue Notes d’un peintre: «ciò che mi interessa di più non è né la natura morta né il paesaggio\, è la figura». La figura\, non per il suo pathos\, il suo lirismo\, gli stati d’animo o la flessione esistenziale\, ma per il suo senso di presenza nello spazio e la sua ideale evoluzione nel tempo. Matisse ha interrogato infatti il corpo nella sua relazione con l’ambiente prossimo e con il mutare delle circostanze in un lasso di tempo dilatato. Ecco allora l’evoluzione di un dato naturalistico in una sintesi finale che sublima la contingenza in una dimensione di perfezione assoluta. Lo spazio condiziona\, a sua volta\, un sistema di relazioni sottili fra sostanza fisica e vuoto abitato\, fra i gesti e le linee dinamiche che essi disegnano nell’aria. \nLa mostra prende avvio\, dunque\, da una analisi del metodo di creazione dell’artista e dal suo lavoro di trasformazione della figura in variazioni seriali. Il percorso allinea sequenze di bronzi\, datate dai primi anni Dieci agli anni Trenta\, e soggetti presentati nei loro diversi stati successivi e accostati alle fonti di ispirazione dell’artista\, tra cui fotografie di nudi e modelle in posa\, oltre a una selezione essenziale di pochi dipinti in cui i motivi stessi svelano la doppia anima della sua ricerca parallela\, pittorica e scultorea\, in particolare nell’affrontare i temi dominanti del nudo\, della danza\, dell’odalisca. Attraverso circa 30 sculture e una ventina fra disegni\, incisioni\, oltre a fotografie d’epoca e pellicole originali\, la scultura di Matisse verrà posta in relazione con i soggetti di una vita\, le sue magnifiche ossessioni legate alle forme femminili\, alla ricerca fisiognomica sulle modelle\, alle attitudini e alla plasticità dei volumi. \nSullo sfondo di questa ricerca composita\, ecco allora molte figure uniche\, come Le tiaré\, di cui non esistono stadi differenti\, mentre altre si ripetono a intervalli diversi\, variando e trasformandosi\, come il celebre ciclo di Jeannette (I-V). Da qui l’artista sviluppa infatti un approccio concettuale che può essere descritto come una sorta di metodo di progressione formale. Come in una “metamorfosi”\, che ben spiega il titolo della mostra\, le sue figure evolvono da una trascrizione naturale a una sintesi radicale del dato visivo. \nAnche nella sua pittura – come è stato ampiamente studiato dalla critica in passato – è possibile rilevare tale processo di metamorfosi\, senza però giungere mai a considerare veri e propri cicli di opere come “serie”\, ma piuttosto come frutto di un lungo iter di elaborazione che trova nella scultura e nella grafica\, accostate alla pittura stessa\, strumenti di indagine connessi gli uni con gli altri\, nell’idea di un confine liquido fra tecniche. Ne è un esempio l‘Odalisca del Museo Novecento di Milano\, che trova corrispettivi e relazioni sottili e chirurgiche con disegni e bronzi coevi e di cui la mostra allineerà l’intera sequenza. \nLa mostra è realizzata in collaborazione con Manifesto Expo. \nclicca qui per ascoltare l’audioguida\nDettagli tecnici\nIn collaborazione con Kunsthaus Zürich\, Musée Matisse de Nice\nCatalogo bilingue ita/en: Sole24ore Cultura\nCoordinamento mostra a cura di Rita Moro\, Myrtille Montaud e Manifesto Expo\nTesti di Sandra Gianfreda\, Bärbel Küster\nCon la partecipazione del Museo Archeologico di Nuoro\nMedia Partnership : Radio Monte Carlo – www.radiomontecarlo.net \nUfficio Stampa\nSTUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo Via San Mattia 16\, 35121 Padova Tel. +39.049.663499\nreferente Simone Raddi\, simone@studioesseci.net www.studioesseci.net
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SUMMARY:Alice Guareschi - Je m’appelle Olympia
DESCRIPTION:a cura di Chiara Gatti\ncoordinamento di Elisabetta Masala \nProgetto vincitore del PAC2021 – Piano per l’Arte Contemporanea promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura\nIl Museo MAN di Nuoro presenta per l’estate\, negli spazi della sua project room\, Je m’appelle Olympia\, progetto vincitore del PAC2021. \n Je m’appelle Olympia nasce da una “azione per luci di sala” eseguita da Alice Guareschi\, una volta sola\, per un pubblico scelto di invitati\, il 12 aprile 2012 all’Olympia Music Hall\, iconico e leggendario teatro parigino. Le 16 fotografie che compongono questa serie sono state scattate lo stesso giorno dell’azione\, subito dopo l’attivazione dal vivo della coreografia luminosa nello spazio vuoto del teatro\, che ha coinvolto tutte le tredici piste di luci colorate\, integrate in modo permanente nell’architettura. Con inquadratura fissa\, simile ma non identica\, seguendo la precisa partitura originale composta dall’artista\, le immagini restituiscono una sequenza di diversi movimenti di luce all’interno della sala. La serie fotografica diventa così una nuova sintesi dell’immagine-idea e dell’intenzione all’origine della performance: attivare un teatro senza alcuno spettacolo\, suonarlo dal vivo\, risvegliarne la memoria latente\, la vita segreta sottratta allo sguardo dello spettatore. Scomponendo la durata dell’azione in fotogrammi\, che possono essere visti sia singolarmente sia nel loro insieme\, la declinazione spaziale dell’opera permette ora di abbracciarne l’idea in un unico sguardo. \nL’allestimento site-specific\, studiato dall’artista per il MAN\, vede esposte tutte le fotografie della serie\, accanto allo spartito musicale punteggiato\, sui righi\, dai tempi dell’azione\, dove presenze o pause delle luci si sostituiscono alle note musicali in una complessa polifonia. Allo spazio –  concepito come un piccolo teatro – si approda varcando il tendaggio dell’ingresso\, evocazione dell’accesso a una platea\, ma anche confine\, limite che separa il luogo della vita dalla sua rappresentazione. Immerso nel silenzio\, lo spazio ideale del teatro\, sottratto a voci o suoni\, mette in scena se stesso; la luce lo abita\, svelandone l’indole e la fisionomia. \n«Il punto di partenza è un’immagine: quella di una coreografia luminosa che si attiva all’improvviso nello spazio vuoto della sala\, in un momento della giornata in cui non è previsto nessuno spettacolo e il teatro riposa disabitato e silenzioso. Come un’esplosione di energia accumulata nel corso degli anni\, come la rivelazione inaspettata di una vita segreta che riguarda soltanto l’edificio. Qualche mese fa\, quando mi sono ritrovata per la prima volta all’Olympia per un concerto\, sono rimasta profondamente colpita dalla meraviglia silenziosa delle luci in relazione alla monumentalità in qualche modo romantica\, segnata dal tempo e le sue storie\, del teatro. A un punto tale che la musica è diventata un elemento quasi superfluo per me. Senza averlo previsto\, ero diventata spettatrice di un altro spettacolo. A fine serata sono uscita dalla sala per ultima\, per poter approfittare fino in fondo dell’atmosfera così potente dello spazio rimasto vuoto dopo il concerto: la percezione della scala piccolissima del mio corpo in relazione alla maestosità spettacolare del teatro\, ancora più eclatante quando sulla scena non sta accadendo nulla\, ha prodotto anch’essa su di me un effetto davvero sorprendente. Nella sospensione narrativa di questo spazio-tempo presente\, il legame tra passato e futuro sembrava di colpo mostrarsi con la sua straordinaria carica di memoria e di possibile. “Questo è lo spazio che abitano le storie”\, ho pensato. Rimasta di nuovo sola con se stessa\, la sala sembrava vibrare segretamente». Alice Guareschi\, Parigi\, 12 aprile 2012 \nOpen call\nWorkshop per adulti – rivolto a studenti d’arte\, artisti\, ricercatori\, performer\, musicisti\nMi chiamo Olympia\nGiovedì 14 – sabato 16 settembre 2023 \nNel quadro del progetto Mi chiamo Olympia\, il workshop per adulti condotto da Alice Guareschi\, in collaborazione con il dipartimento educativo del MAN\, mira al coinvolgimento diretto dei partecipanti\, stimolando lo sviluppo del pensiero critico\, il confronto e la crescita delle capacità creative. Partendo da alcuni spunti di riflessione che l’opera solleva — quali\, ad esempio\, l’idea di “attivazione di uno spazio”\, di “memoria latente di un luogo” e di “vita segreta di un edificio in assenza di spettacolo” — il lavoro si articolerà in momenti e spazi diversi\, partendo dal MAN per arrivare a esplorare e coinvolgere anche altri punti importanti del tessuto sociale e culturale di Nuoro\, tra cui il teatro civico. L’obiettivo è di creare un legame diretto tra l’opera\, l’artista\, il museo e la città\, dove i partecipanti saranno figure attive\, che attraverso il proprio coinvolgimento\, teorico e pratico\, e la propria esperienza personale\, si faranno agenti portatori di uno sguardo nuovo. \nNota biografica \nAlice Guareschi (1976) è artista visiva e filmmaker\, vive e lavora a Milano. Laureata in filosofia con una tesi sul cinema sperimentale\, articola la sua ricerca tra video\, scrittura e la creazione di oggetti. È stata artista in residenza a Parigi al Pavillon du Palais de Tokyo e alla Cité Internationale des Arts\, a Triangle\, New York\, e a Kaus Australis\, Rotterdam. Nel 2008 ha vinto la Borsa per la Giovane Arte Italiana degli Amici del Castello di Rivoli Museo di Arte Contemporanea\, e nel 2022 ha vinto il bando di produzione PAC2021 promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Dal 2018 insegna Scrittura del progetto e Ricerca creativa allo IED di Milano\, e dal 2022 Visual Arts and Curatorial Studies I alla NABA. Ha partecipato a mostre collettive e festival in Italia e all’estero\, esponendo in istituzioni pubbliche e private tra cui: Fondazione Re Rebaudengo\, Torino; Palais de Tokyo\, Parigi; Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea\, Torino; PAC\, Milano; MAMbo\, Bologna; GAMeC\, Bergamo; Mart\, Rovereto; Palazzo delle Esposizioni\, Roma; Dunkers Kulturhus\, Helsingborg; Fondation d’Entreprise Ricard\, Parigi; Accademia di Spagna e Accademia Tedesca a Villa Massimo\, Roma; Villa Arson\, Nizza. Principali mostre personali: Galleria Alessandro De March\, Milano; Galleria Sonia Rosso\, Torino; Centre Culturel Français\, Milano; Castello di Rivoli\, Torino; Istituto Italiano di Cultura\, Parigi; Microscope Gallery\, Brooklyn; Galerie DREI\, Colonia; Joey Ramone Gallery\, Rotterdam. Film festivals e screenings: Filmmaker Doc Festival\, Milano; Impakt Festival\, Utrecht; Italian Cinema London Festival; Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro; Milano Design Film Festival; La Fondazione\, Roma; Triennale di Milano; Macro\, Roma. \nUfficio Stampa\nSTUDIO ESSECI\nVia San Mattia 16\, Padova\nTel. +39.049.663499\nreferente Simone Raddi\nsimone@studioesseci.net\nwww.studioesseci.net
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DESCRIPTION:  \na cura di Chiara Gatti da un progetto di Sandra Gianfreda\, curatrice al Kunsthaus Zürich con Claudine Grammont\, Cheffe du cabinet d’art graphique\, Centre Pompidou \n  \nHenri Matisse è uno dei più grandi artisti  del Novecento\, ma di lui\, paradossalmente\, è ancora trascurata una parte importante di produzione. La figura di Matisse scultore non è\, infatti\, conosciuta nelle pieghe più sottili della sua ricerca. Sebbene la pittura sia sempre rimasta la sua modalità espressiva principale\, il “suo” linguaggio e la forma di indagine del visibile cui si dedicò per tutta la vita\, Matisse condusse in contemporanea una riflessione sulla scultura (e altresì sull’incisione) che fa di lui uno degli artisti più completi del secolo scorso. La sua versatilità ha esplorato varie tecniche simultaneamente\, con curiosità e acuta sperimentazione. Sullo sfondo di questa intelligenza poliedrica\, l’opera scultorea di Matisse rivela una vita parallela rispetto a quella del colorista\, una doppia anima votata alla materia\, al volume\, allo spazio\, che merita di essere posta in relazione – in quanto a processi e traguardi – con quella di altri grandi scultori del XX secolo\, eredi della lezione di Auguste Rodin e divenuti geni dell’avanguardia. Da Brancusi a Giacometti\, da Boccioni a Wotruba. \nPer la prima volta in Italia\, il Museo MAN dedica oggi una mostra alla scultura di Henri Matisse. Il progetto espositivo\, a cura di Chiara Gatti\, rilegge e adatta agli spazi del museo sardo\, il concept inedito e complesso della mostra Matisse Métamorphoses organizzata nel 2019 dalla Kunsthaus di Zurigo e dal Museo Matisse di Nizza. \nUn progetto destinato a ripensare Matisse\, a riconsiderare il ruolo della sua opera nel panorama dell’arte della prima metà del XX secolo\, alla luce di una più ampia ricerca estetica che vede proprio nella scultura il veicolo per nuove e rivoluzionarie soluzioni formali. In questo affondo necessario\, emerge come sia stata in particolare la figura umana il tema principe della sua tensione verso la sintesi. Dall’indagine sul corpo\, la postura\, il gesto o la fisionomia\, Matisse ha sviluppato un percorso di riduzione geometrica dell’immagine che lo ha portato verso un’astrazione ai limiti del radicale. \nCome l’artista stesso affermò nel 1908 nelle sue Notes d’un peintre: «ciò che mi interessa di più non è né la natura morta né il paesaggio\, è la figura». La figura\, non per il suo pathos\, il suo lirismo\, gli stati d’animo o la flessione esistenziale\, ma per il suo senso di presenza nello spazio e la sua ideale evoluzione nel tempo. Matisse ha interrogato infatti il corpo nella sua relazione con l’ambiente prossimo e con il mutare delle circostanze in un lasso di tempo dilatato. Ecco allora l’evoluzione di un dato naturalistico in una sintesi finale che sublima la contingenza in una dimensione di perfezione assoluta. Lo spazio condiziona\, a sua volta\, un sistema di relazioni sottili fra sostanza fisica e vuoto abitato\, fra i gesti e le linee dinamiche che essi disegnano nell’aria. \nLa mostra prende avvio\, dunque\, da una analisi del metodo di creazione dell’artista e dal suo lavoro di trasformazione della figura in variazioni seriali. Il percorso allinea sequenze di bronzi\, datate dai primi anni Dieci agli anni Trenta\, e soggetti presentati nei loro diversi stati successivi e accostati alle fonti di ispirazione dell’artista\, tra cui fotografie di nudi e modelle in posa\, oltre a una selezione essenziale di pochi dipinti in cui i motivi stessi svelano la doppia anima della sua ricerca parallela\, pittorica e scultorea\, in particolare nell’affrontare i temi dominanti del nudo\, della danza\, dell’odalisca. Attraverso circa 30 sculture e una ventina fra disegni\, incisioni\, oltre a fotografie d’epoca e pellicole originali\, la scultura di Matisse verrà posta in relazione con i soggetti di una vita\, le sue magnifiche ossessioni legate alle forme femminili\, alla ricerca fisiognomica sulle modelle\, alle attitudini e alla plasticità dei volumi. \nSullo sfondo di questa ricerca composita\, ecco allora molte figure uniche\, come Le tiaré\, di cui non esistono stadi differenti\, mentre altre si ripetono a intervalli diversi\, variando e trasformandosi\, come il celebre ciclo di Jeannette (I-V). Da qui l’artista sviluppa infatti un approccio concettuale che può essere descritto come una sorta di metodo di progressione formale. Come in una “metamorfosi”\, che ben spiega il titolo della mostra\, le sue figure evolvono da una trascrizione naturale a una sintesi radicale del dato visivo. \nAnche nella sua pittura – come è stato ampiamente studiato dalla critica in passato – è possibile rilevare tale processo di metamorfosi\, senza però giungere mai a considerare veri e propri cicli di opere come “serie”\, ma piuttosto come frutto di un lungo iter di elaborazione che trova nella scultura e nella grafica\, accostate alla pittura stessa\, strumenti di indagine connessi gli uni con gli altri\, nell’idea di un confine liquido fra tecniche. Ne è un esempio l‘Odalisca del Museo Novecento di Milano\, che trova corrispettivi e relazioni sottili e chirurgiche con disegni e bronzi coevi e di cui la mostra allineerà l’intera sequenza. \nLa mostra è realizzata in collaborazione con Manifesto Expo. \nclicca qui per ascoltare l’audioguida\n  \nDettagli tecnici \nIn collaborazione con Kunsthaus Zürich\, Musée Matisse de Nice \nCatalogo bilingue ita/en: Sole24ore Cultura \nCoordinamento mostra a cura di Rita Moro\, Myrtille Montaud e Manifesto Expo \nTesti di Sandra Gianfreda\, Bärbel Küster \nCon la partecipazione del Museo Archeologico di Nuoro \nMedia Partnership : Radio Monte Carlo – www.radiomontecarlo.net \n  \nUfficio Stampa \nSTUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo Via San Mattia 16\, 35121 Padova Tel. +39.049.663499 \nreferente Simone Raddi\, simone@studioesseci.net www.studioesseci.net \n 
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