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SUMMARY:ISOLE E IDOLI
DESCRIPTION:a cura di Chiara Gatti e Stefano Giuliani \ncon il contributo di Matteo Meschiari \nprogetto realizzato grazie alla partecipazione di: Fundació Pilar i Joan Miró\, Mallorca\, Musée du Louvre e Fondation Giacometti\, Parigi \nQuale legame profondo unisce un’isola ai suoi simulacri?  \nE come hanno assorbito e interpretato tale legame i maestri del Novecento  \nin viaggio fra Mediterraneo e Mari del Sud?  \nLa mostra “ISOLE E IDOLI”\, che inaugura la stagione estiva del Museo MAN di Nuoro\, nasce per rispondere a queste domande e per comprendere come il potere simbolico e mitico delle figure arcaiche\, custodite entro i confini dell’insularità\, si sia rigenerato\, a distanza di secoli\, nelle forme del moderno. \nIn bilico fra neolitico e alba del Novecento\, fra archeologia ed avanguardia\, fra gli idoli cicladici e le sculture lignee che Gauguin intagliò nei suoi anni di Tahiti\, il percorso fluttua fra passato e presente in cerca di ritorni\, sentimenti condivisi\, eredità genetiche\, spinte effusive destinate a riaffiorare a fasi alterne\, come nei cicli geologici\, e a guidare le mani degli autori tese a plasmare forme affini. Non\, dunque\, l’idea del viaggiatore che\, esplorando\, trova\, assorbe e replica. Ma il concetto\, più vitale\, che l’antico e il moderno si tocchino al di fuori del tempo e dello spazio\, fortissimamente nutriti da una medesima necessità: rappresentare l’altroveattraverso statue\, steli\, monoliti che personifichino l’invisibile in terra. \n«Non serve – scrive Chiara Gatti nel suo testo – il revisionismo postcoloniale per affermare che\, nella loro statura ieratica\, non vi sia nulla di primitivo\, esotico\, conturbante. È astrazione allo stato puro. Sono dee madri\, pietose e grandiose allo stesso tempo\, come prefiche egizie\, come offerenti etrusche\, come ancelle rubate alla pittura vascolare greca. E i loro sguardi che scrutano nel vuoto\, immersi in un’attesa casoratiana\, ricordano l’immobilità disarmata della Melencolia di Dürer\, allegoria dell’intelletto umano che medita sul destino del cosmo». \nPonendosi criticamente come una riflessione sui concetti odierni di alterità\, primitivismo e sulle loro ricadute nel cuore del dibattito postcoloniale – esteso ben oltre la storia dell’arte – la mostra affonda dentro ragioni antropologiche connaturate alla presenza di figure totemiche nei circoscritti perimetri di un’isola e spiega quanto maestri del calibro di Gauguin\, Pechstein\, Miró\, Arp o Matisse\, nel corso dei loro viaggi\, abbiano rielaborato tale convivenza\, proiettando le loro stesse icone statuarie nella dimensione assoluta del sacro. \nPartendo dalla prima “fuga” di Gauguin verso la Bretagna\, nel 1886\, secondo un concetto di isola come luogo ideale\, immune dalle derive del mondo civilizzato\, il percorso narra l’esperienza di Jean Arp\, che collezionava statuette cicladiche\, irretito dal loro magnetismo concentrato in un pugno\, e di Max Pechstein approdato nel 1914 nell’arcipelago di Palau\, dove visse a contatto con le comunità locali sull’isola di Angaur e vi ritrasse volti maschili solenni come divinità. «Vedevo gli idoli scolpiti in cui una trepidante pietà e il timore reverenziale di fronte all’imperscrutabile potere della natura avevano impresso speranza\, paura e soggezione\, davanti al loro ineluttabile destino». Joan Miró\, nei suoi appunti quotidiani\, evocava le statue Moai dell’Isola di Pasqua\, come riferimento potente per nuove forme scultoree\, riconoscendo in esse l’incarnazione di uno spirito ancestrale. E ancora\, Alberto Giacometti che aveva trovato la propria isola fra i massi erratici del Maloja\, fece di ogni suo ritratto un idolo\, un custode del tempio\, inginocchiato al cospetto dell’immateriale. \nScrive Matteo Meschiari nel suo testo a catalogo: «Il punto è cercare di capire non tanto la sociologia\, la filosofia e la geopolitica dell’essere e vivere l’isola\, quanto in che modo la geomorfologia Terra-Mare contenga in sé dei fossili di pensiero mitico\, in che modo l’incontro tra roccia e acqua sia una specie di campo morfogenetico in grado di generare mito. Gli stereotipi concettuali legati all’isola sono un filtro oscurante: esclusione\, separatezza\, solitudine\, naufragio\, arroccamento\, prigione\, esilio\, confino\, sono solo i più diffusi\, ma appena ci spostiamo in culture Ocean-centered come quella vichinga o quella polinesiana\, ci rendiamo conto che l’Occidente è impastoiato in un paradigma coloniale geocentrico che dà sempre priorità alle terre\, uno sguardo continentale che perpetua un modello geografico egemonico dove il mare è il vuoto. Per chi vive in mare\, al contrario\, l’acqua è il centro del mondo\, le sue mappe indicano paesaggi sommersi e moti di correnti\, mentre le isole\, soprattutto quelle oceaniche\, sono piccole pause\, zone di sospensione nell’immensità salata\, e l’arcipelago è un iperoggetto bucherellato tenuto assieme dal dinamismo delle acque\, dal pieno del mare». \nFlorence Henri\, Bretagne\, ile de Seine\, 1937-1940\, fotografia © Martini & Ronchetti\, courtesy Archives Florence Henri \nUna selezione di oltre 70 opere conta reperti archeologici in arrivo dai maggiori musei di archeologia della Sardegna\, dal Menhir Museum di Laconi e dai Musei della Bretagna\, oltre al prestito eccezionale concesso dal Dipartimento di antichità greche\, etrusche e romane del Musée du Louvre di Parigi. Accanto a questi\, le opere dei maestri moderni giungono da importanti collezioni europee\, fra cui la National Gallery Prague (per le sculture lignee di Gauguin)\, la Galleria d’arte moderna di Milano\, il Musée départemental Maurice Denis\, il Museo della città di Locarno\, la Fondation Giacometti e gli Archives Henri Matisse\, cui si aggiungono l’Archivio Florence Henri e collezioni private italiane come Diffusione Italia International Group srl e la collezione di stampe di Enrico Sesana. \nUn affondo dedicato alla Sardegna preistorica offre\, infine\, un approfondimento sul mondo dell’idolo in terra sarda\, articolato intorno a quattro nuclei tematici principali: il toro (simbolo maschile associato al culto del potere e della fertilità)\, la Dea Madre (figura femminile legata alla nascita e alla continuità della vita)\, il “capovolto” (rappresentazione dell’aldilà e del rovesciamento rituale)\, e le statue menhir antropomorfe\, veri idoli scolpiti nella pietra e destinati a dominare il paesaggio come presenze eterne. \nL’allestimento\, curato dall’architetto Giovanni Maria Filindeu\, organizza l’insieme delle opere esposte in una forma spaziale che richiama la configurazione di un arcipelago formato da piccoli raggruppamenti tematici. A guidare l’articolazione degli elementi\, sia a parete che a pavimento\, sono l’uso intenzionale e critico del colore e la scelta dei materiali. In particolare\, il celenit (un aggregato di fibre di legno e cemento) utilizzato per le basi espositive\, oltre all’impiego della sabbia lavata\, legante naturale ed evocativo\, i cui toni algidi sposano la palette estiva delle trame che disegnano mappe metafisiche. \n  \nISOLE E IDOLI | ISLANDS AND IDOLS \na cura di Chiara Gatti e Stefano Giuliani\, col contributo di Matteo Meschiari \ncoordinamento di Rita Moro e Myrtille Montaud \nallestimento di Giovanni Maria Filindeu\, con Giampaolo Scifo\, Anna Usai e Bartolomeo Filindeu \nimmagine grafica Gianfranco Setzu \ncatalogo edizioni Interlinea (italiano|inglese) \n  \nUfficio Stampa  \nSTUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo \nVia San Mattia 16\, 35121 Padova \nTel. +39.049.663499 \nreferente Simone Raddi\, simone@studioesseci.net \nwww.studioesseci.net
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SUMMARY:Isole minori_Note sul fotografico dal 1990 ad oggi
DESCRIPTION:A cura di Walter Guadagnini e Giangavino Pazzola \nCoordinamento di Elisabetta Masala \nIl MAN Museo d’Arte della Provincia di Nuoro e la Galleria Comunale d’arte di Cagliari\, sono lieti di presentare Isole minori. Note sul fotografico dal 1990 ad oggi\, una grande mostra fotografica che riunisce sedici progetti di autori e autrici internazionali sul tema della rappresentazione dell’isola dall’inizio del nuovo secolo ad oggi. \nCon inaugurazione prevista per il 26 giugno a Cagliari e il 27 giugno a Nuoro\, il progetto espositivo orienta la sua riflessione non solo alla dimensione geografica\, ma anche alla dimensione culturale e sociale dell’idea di isolanità. Curata da Walter Guadagnini e Giangavino Pazzola\, la mostra presenta le opere fotografiche di Jacopo Benassi\, Paola De Pietri\, Charles Freger\, Ralph Gibson\, Mimmo Jodice\, Salvatore Ligios\, Bernard Plossu\, Marinella Senatore\, Giovanna Silva\, Massimo Vitali\, Lorenzo Vitturi\, Vanessa Winship e George Georgiou (a Nuoro); Arianna Arcara\, Francois Xavier Gbré\, Luca Spano\, Karla Hiraldo Voleau (a Cagliari). \nFotografata in passato da grandi autori come August Sander\, Henri Cartier-Bresson\, Lisetta Carmi e tanti altri\, nella maggior parte dei casi la Sardegna è stata interpretata e trasmessa secondo una lettura reportagistica del territorio e delle comunità che abitavano le sue aree interne. Tali testimonianze hanno alimentato un immaginario sociale polarizzato tra stato centrale e periferia\, che ha prodotto rappresentazioni\, miti e ideologie che\, nel corso del tempo\, hanno condizionato sia il modo di vedersi degli isolani\, sia la percezione del contesto da parte di chi alla Sardegna guardava. La percezione stereotipata di luogo al di fuori del tempo\, una sorta di Eden\, si alternava alla visione incrinata dalla presenza – non meno esotica – dei banditi protagonisti della cronaca nera\, della periferia lontana e di altri riferimenti inerenti il tema del sottosviluppo. \nLa mostra mette in rilievo come tale rappresentazione si sia modificata nel corso degli ultimi 25 anni\, con un ampliamento dell’indagine visiva a nuove modalità di azione e relazione con territorio e comunità. Le rappresentazioni simboliche e ideologiche dello spazio insulare che ne emergono offrono uno spaccato di tematiche differenti\, che vanno dalla storia delle culture alla trasformazione della società contemporanea\, lasciando intravedere in trasparenza elementi di persistente subalternità. Guardando le coste ed il mare\, nonché l’interno dei contesti urbani più estesi\, artisti e artiste restituiscono un vocabolario visivo della Sardegna che ne consente una contestualizzazione culturale nell’area mediterranea allargata prima ancora che in quella italiana. \nApre la mostra un prologo-omaggio a quattro grandi autori attivi da molti anni\, che hanno dedicato all’isola alcune fotografie significative sia all’interno del loro percorso che nella rilettura del paesaggio sardo: la metafisica marina legata alla cultura mediterranea di Mimmo Jodice ripresa a Punta Pedrosa (1998) e a Molara (1999)\, i vagabondaggi poetici di Bernard Plossu tra Carloforte e La Maddalena (2002)\, l’ironica rivisitazione del tema del nudo di Ralph Gibson (1986) e la spettacolare documentazione della presenza turistica in spiagge come il Poetto (1995)  di Massimo Vitali introducono lo spettatore nella mostra e nel nuovo secolo. \nDivisi in stanze monografiche\, gli autori presenti al MAN di Nuoro leggono la contemporaneità nella persistenza del ruolo della maschera nel racconto di antiche tradizioni e rituali\, rivisitate da Salvatore Ligios per mettere in discussione la coscienza identitaria e la perdita degli elementi culturali locali (2007) oppure da Charles Fréger (2010-2011); oppure ancora nell’attesa eterna (e spesso invana) di una rinascita sociale\, culturale ed economica come per l’evento di inaugurazione delle architetture per il mancato summit della Maddalena (Giovanna Silva\, 2009); o nel rapporto tra passato e presente nel Monumento a Garibaldi e nelle fortificazioni di granito nell’isola di Caprera (Paola De Pietri\, 2022). Pratiche di interazione e partecipazione tra arte e comunità si manifestano nel racconto delle diverse idee di cittadinanza nelle opere di Marinella Senatore (2013) e Vanessa Winship e George Georgeou (2014). Jacopo Benassi (2021) e Lorenzo Vitturi(2022) agiscono rispettivamente a Donori e in Valle della Luna\, per affrontare concettualmente l’idea di isolamento. \nNella sede di Cagliari sono presenti quattro autori accomunati dal rapporto tra fotografia e letteratura\, a fornire un’ulteriore interpretazione e formalizzazione di tematiche come quella dei rapporti interpersonali sui quali si concentrano\, a partire dalla lettura dei racconti di Sergio Atzeni\, il lavoro inedito di  Arianna Arcara (2025) e quello di Karla Hiraldo Voleau che cerca di rileggere la Generazione Z attraverso il lascito pasoliniano di Comizi d’amore (2023)\, mentre le costruzioni di mondi tra immaginazione e documentazione di Luca Spano (2020-2021) guardano all’esperienza letteraria di DH Lawrence. Il tema del viaggio e della nuova lettura del territorio è riscontrabile nei lavori di Francois Xavier Gbré dove viene mostrata la nuova configurazione sociale ed economica successiva al fenomeno delle migrazioni\, con tutte le conseguenze che esso comporta. \nLa mostra presenta opere di straordinaria qualità visiva e propone visioni nuove di luoghi noti\, attraverso le quali si possono aprire riflessioni di diversa natura intorno ai tanti temi sollevati dalle opere esposte. La mostra è accompagnata da un catalogo bilingue edito da Interlinea\, contenente un dialogo fra i due curatori\, la riproduzione delle opere esposte e le schede biografiche e critiche degli autori e delle autrici incluse nel progetto espositivo.
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SUMMARY:Ilaria Turba. I pani del desiderio
DESCRIPTION:A cura di Elisabetta Masala \nUn desiderio\, un impasto\, un’opera condivisa.\nI pani del desiderio è un progetto artistico partecipato che prende forma da un gesto semplice e universale come modellare il pane. \nEppure\, i pani di Ilaria Turba non contengono solo farina\, acqua e lievito\, ma anche sogni\, memorie e aspirazioni comuni. In un tempo segnato da frammentazione e incertezza\, il valore simbolico e comunitario dei pani rituali del Mediterraneo viene esaltato con un atto artistico e sociale\, capace di generare empatia e ascolto. \nLa mostra Ilaria Turba. I pani del desiderio segna la fase conclusiva di un lungo viaggio tra territori\, comunità e desideri. \nDopo anni di incontri e scambi\, l’artista restituisce al pubblico il senso profondo di un’esperienza collettiva e trasformativa. Il progetto prende avvio nel 2018 nei quartieri nord di Marsiglia\, dove\, come artista associata al teatro nazionale LE ZEF\, Ilaria Turba attiva una serie di laboratori con la comunità locale. In questo contesto nascono oltre cento pani-scultura: forme uniche\, realizzate collettivamente e ispirate ai desideri di chi partecipa. \nA partire dal 2022\, I pani del desiderio si trasforma in un viaggio attraverso l’Italia\, in cui ogni tappa coinvolge musei\, festival\, associazioni locali e abitanti. Da Milano a Fontecchio\, da Firenze a Castiglione delle Stiviere\, fino al villaggio in pietra medievale di Ghesc nel Piemonte\, ogni luogo diventa occasione per rigenerare il gesto\, attivare un nuovo dialogo con le comunità\, creare forme inedite. \nL’ultima tappa italiana del progetto itinerante si svolge nel paese di Villaurbana\, in provincia di Oristano\, nell’ambito del programma della Fondazione di Sardegna AR/S – Arte Condivisa. \nÈ in Sardegna\, terra profondamente legata alla tradizione del pane rituale\, che il progetto trova il suo compimento simbolico: un ritorno alla materia\, alla memoria\, ai gesti che uniscono. Durante un rito collettivo di festa nel bosco di S’Arangiu Aresti\, l’artista ha condiviso le storie legate a ciascuno degli oltre cento pani raccolti lungo il viaggio\, prima che venissero affidati al fuoco in un gesto simbolico di trasformazione. \nCome nei rituali arcaici\, la loro metamorfosi non sancisce una fine\, ma un passaggio di rinascita. La polvere nera brillante derivata dalla combustione diventa\, così\, simbolo dei desideri che perdono la propria forma e si mescolano tra loro. Come sostiene l’artista nel video in mostra\, “le forme che spariscono rimangono nel ricordo\, nelle tracce\, nei racconti che ancora si possono tramandare. Non sono scomparse\, sono solo ritornate alla loro essenza\, che è la stessa dei desideri da cui tutto ha avuto inizio”. \nLa mostra I pani del desiderio restituisce l’intero percorso\, invitando il visitatore a ripercorrere simbolicamente il tragitto che unisce Marsiglia alla Sardegna\, attraverso una selezione di opere – alcune delle quali inedite – che trasforma il museo in uno spazio vivo di relazione\, ascolto e cura. In un presente che chiede immaginazione e nuove forme di vicinanza e umanità\, Ilaria Turba invita a partire da un gesto semplice e universale: dare forma a un desiderio e condividerlo con gli altri. \n  \nIlaria Turba \n\n\n\n\nLa ricerca dell’artista visiva Ilaria Turba si sviluppa nella creazione di progetti interdisciplinari\, partecipativi e relazionali che coinvolgono comunità\, gruppi e territori specifici\, spesso in contesti complessi e difficili. Le sue opere si radicano nello scambio diretto con le persone\, incorporando voci\, azioni e stimoli dei partecipanti\, e si traducono in installazioni\, opere nello spazio pubblico\, immagini\, oggetti\, libri d’artista\, performance e momenti di festa. Il lavoro di Ilaria Turba si distingue per coerenza\, estetica e sensibilità\, che emergono nei processi inclusivi e nella rielaborazione dei temi che sceglie di narrare. Un elemento ricorrente nelle sue creazioni è il dialogo con archivi privati e pubblici. \nIlaria Turba ha vinto la nona edizione dell’Italian Council nel 2020 e ha presentato i suoi progetti presso: Mucem\, Marseille; LE ZEF scène nationale de Marseille; Manifesta13; Centre Pompidou\, Parigi; Rencontres Internationales de la photographie d’Arles; Performative\, MAXXI L’Aquila; Festival Trajectoires\, Nantes; Fondazione Prada\, Castello di Rivoli\, Torino; Brooklyn Children’s Museum NYC; Museo della Triennale\, Milano; Festival Animac\, Catalunya; Museo Fotografia Contemporanea\, Milano; Festival Filosofia di Modena; Festival Fotografia Europea\, Reggio Emilia. \nSi ringraziano: \nFondazione di Sardegna nell’ambito di AR/S – Arte Condivisa in Sardegna \nComune di Villaurbana (OR) e i partecipanti al progetto dei Pani del desiderio a Villaurbana \nLE ZEF scène nationale de Marseille \nMucem- Museo delle civiltà dell’Europa e del Mediterraneo – Marsiglia
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