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SUMMARY:Giusy Calia
DESCRIPTION:Giusy Calia\nAmore\, ti prego ricorda\n\n 04.09  –  04.10.2009 \n\n\n\n\n\nPer Autunno in Barbagia\, il MAN\, in collaborazione con il Comune di Bitti\, presenta la mostra di Giusy Calia Amore\, ti prego ricorda. Le opere esposte nella sala del Museo Multimediale del Canto a Tenore sono accompagnate da un video della stessa artista. \n≪Le molteplici Ofelie che abitano quei mondi d’immagini che Giusy Calia da tempo pone in essere per loro\, sono creature bellissime\, silenti\, solitarie: affiorano\, in quei mondi di acque e di luci riflesse\, di fango e di fiori\, leggiadre e intangibili come ninfee\, assorte in un sogno senza fine\, in un rammemorare segreto\, dilemmatico e dolente\, come una navigazione notturna e senza stelle≫ (Gavina Cherchi).
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SUMMARY:Maria Lai e Jorge Eielson . 100mila stelle
DESCRIPTION:a cura di Elisabetta Masala \nda un’idea di Marina Affanni e Chiara Gatti \nin collaborazione con  \nArchivio Maria Lai\, Centro Studi Jorge Eielson Firenze\, Archivio Eielson Saronno \n  \nIl Museo MAN di Nuoro presenta la prima mostra istituzionale dedicata al profondo dialogo intellettuale e affettivo che legò Maria Lai (1919-2013) all’artista peruviano Jorge Eielson (1924-2006). \nSullo sfondo di una Sardegna rurale\, immersi nei luoghi remoti dell’Ogliastra\, due autori straordinari del Novecento intrecciano la loro storia privata con quella espressiva; condividono riflessioni sul mondo e sull’estetica\, siglano opere a quattro mani\, si dedicano vicendevolmente parole e immagini. Le poesie di Jorge suggeriscono a Maria nuove fiabe per i suoi fili. La Sardegna di Maria\, il suo passato arcaico\, le sue fate\, il Mediterraneo\, nutrono i versi di Jorge e quei nodi di stoffa retaggio di una cultura sudamericana che egli porta con sé sull’isola e cuce alle iconografie primigenie della sua terra d’adozione. \nEielson aveva abbandonato il Perù nel 1948 e aveva vissuto a Parigi e in Svizzera\, prima di stabilirsi in Italia nel 1951. A Bari Sardo\, la sua vita si sposa a quella di un altro autore locale\, Michele Mulas\, a sua volta artista e testimone di una amicizia creativa che si dipana fra gli anni Ottanta e Novanta\, tracciando un sentiero di pensieri condivisi su temi lirici e ricorrenti\, come la natura e il cosmo\, la parola e l’amore. \nScrive Elena Pontiggia: «i punti di contatto nel loro lavoro\, del resto\, non mancavano. Lai e Eielson dialogavano entrambi con quella direzione di ricerca dell’arte contemporanea che utilizza come materiale la tela del quadro\, anzi ne erano fra i protagonisti. È una direzione di ricerca che in Italia va dai Sacchi di Burri alle “bende “di Scarpitta\, dalle tele imbevute di caolino di Piero Manzoni a quelle sagomate di Castellani e Bonalumi\, fino ai Volumi di Dadamaino e ai lavori di Simeti\, Mario Surbone e altri ancora. Le sue origini risalgono dunque all’informale soprattutto degli anni Cinquanta e trovano una nuova declinazione alla fine del decennio col gruppo Azimut. Le due stagioni hanno però ideali antitetici: in Burri e in Scarpitta la tela è essenzialmente materia; in Manzoni e compagni è\, per così dire\, antimateria\, è un aspetto di quell’aspirazione al silenzio che percorre il loro lavoro e vuole superare la fisicità e il grido dell’informale. Anche Eielson si serve della tela\, ma con altri intenti ancora. Nelle sue opere ha un valore fondamentale il nodo\, o quipo\, l’antico segno degli Incas\, che simboleggia un centro di energia cosmica e insieme il nucleo primo\, quasi molecolare\, di ogni essere. Già negli Assemblages Eielson aveva usato i tessuti\, che gli suggerivano una riflessione esistenziale. “Mi venne spontaneo inserire [nell’opera] degli indumenti che […] possedevano una precisa realtà esistenziale. E ci sono serie intere di camicie\, blue-jeans\, giacche e pantaloni\, vestiti da donna\, abiti da sera\, scarpe\, calze\, cravatte\, accessori d’ogni genere. […] Trattai questi indumenti in tutte le maniere possibili: strappati\, bruciati\, tagliati\, attorcigliati e finalmente annodati” ha raccontato l’artista». \nIl progetto della mostra\, firmato da Elisabetta Masala\, curatrice del MAN\, contempla una ottantina di opere di Maria Lai e di Jorge Eielson\, alcune delle quali inedite e presentate al pubblico per la prima volta\, rinvenute in collezioni private ad oggi non ancora valorizzate\, oltre che dagli archivi storici di entrambi gli autori. Il percorso si snoda attraverso una narrazione a due voci che vede dipinti\, tele\, sculture e sperimentazioni tecniche di Lai e Eielson dipanarsi per sezioni\, il paesaggio\, la poesia\, le stelle\, le geografie\, nell’idea di restituite l’armonia di un sentire comune e piccoli “nodi” che collegano in sottotraccia le ragioni antropologiche del lavoro di entrambi\, fra il passato dell’isola a quello dei nativi peruviani. \nProiezione in mostra del film di Patricia Pereyra\, Eielson Des-Nudo \nCatalogo bilingue Nomos Edizioni \nTesti critici di Martha Canfield e Marco Benacci\, Elisabetta Masala\, Elena Pontiggia e Carlos Castro Sajami\, Luis Rebaza-Soraluz\, Mariana Rodríguez Barreno \n 
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SUMMARY:Matisse
DESCRIPTION:  \na cura di Chiara Gatti da un progetto di Sandra Gianfreda\, curatrice al Kunsthaus Zürich con Claudine Grammont\, Cheffe du cabinet d’art graphique\, Centre Pompidou \n  \nHenri Matisse è uno dei più grandi artisti  del Novecento\, ma di lui\, paradossalmente\, è ancora trascurata una parte importante di produzione. La figura di Matisse scultore non è\, infatti\, conosciuta nelle pieghe più sottili della sua ricerca. Sebbene la pittura sia sempre rimasta la sua modalità espressiva principale\, il “suo” linguaggio e la forma di indagine del visibile cui si dedicò per tutta la vita\, Matisse condusse in contemporanea una riflessione sulla scultura (e altresì sull’incisione) che fa di lui uno degli artisti più completi del secolo scorso. La sua versatilità ha esplorato varie tecniche simultaneamente\, con curiosità e acuta sperimentazione. Sullo sfondo di questa intelligenza poliedrica\, l’opera scultorea di Matisse rivela una vita parallela rispetto a quella del colorista\, una doppia anima votata alla materia\, al volume\, allo spazio\, che merita di essere posta in relazione – in quanto a processi e traguardi – con quella di altri grandi scultori del XX secolo\, eredi della lezione di Auguste Rodin e divenuti geni dell’avanguardia. Da Brancusi a Giacometti\, da Boccioni a Wotruba. \nPer la prima volta in Italia\, il Museo MAN dedica oggi una mostra alla scultura di Henri Matisse. Il progetto espositivo\, a cura di Chiara Gatti\, rilegge e adatta agli spazi del museo sardo\, il concept inedito e complesso della mostra Matisse Métamorphoses organizzata nel 2019 dalla Kunsthaus di Zurigo e dal Museo Matisse di Nizza. \nUn progetto destinato a ripensare Matisse\, a riconsiderare il ruolo della sua opera nel panorama dell’arte della prima metà del XX secolo\, alla luce di una più ampia ricerca estetica che vede proprio nella scultura il veicolo per nuove e rivoluzionarie soluzioni formali. In questo affondo necessario\, emerge come sia stata in particolare la figura umana il tema principe della sua tensione verso la sintesi. Dall’indagine sul corpo\, la postura\, il gesto o la fisionomia\, Matisse ha sviluppato un percorso di riduzione geometrica dell’immagine che lo ha portato verso un’astrazione ai limiti del radicale. \nCome l’artista stesso affermò nel 1908 nelle sue Notes d’un peintre: «ciò che mi interessa di più non è né la natura morta né il paesaggio\, è la figura». La figura\, non per il suo pathos\, il suo lirismo\, gli stati d’animo o la flessione esistenziale\, ma per il suo senso di presenza nello spazio e la sua ideale evoluzione nel tempo. Matisse ha interrogato infatti il corpo nella sua relazione con l’ambiente prossimo e con il mutare delle circostanze in un lasso di tempo dilatato. Ecco allora l’evoluzione di un dato naturalistico in una sintesi finale che sublima la contingenza in una dimensione di perfezione assoluta. Lo spazio condiziona\, a sua volta\, un sistema di relazioni sottili fra sostanza fisica e vuoto abitato\, fra i gesti e le linee dinamiche che essi disegnano nell’aria. \nLa mostra prende avvio\, dunque\, da una analisi del metodo di creazione dell’artista e dal suo lavoro di trasformazione della figura in variazioni seriali. Il percorso allinea sequenze di bronzi\, datate dai primi anni Dieci agli anni Trenta\, e soggetti presentati nei loro diversi stati successivi e accostati alle fonti di ispirazione dell’artista\, tra cui fotografie di nudi e modelle in posa\, oltre a una selezione essenziale di pochi dipinti in cui i motivi stessi svelano la doppia anima della sua ricerca parallela\, pittorica e scultorea\, in particolare nell’affrontare i temi dominanti del nudo\, della danza\, dell’odalisca. Attraverso circa 30 sculture e una ventina fra disegni\, incisioni\, oltre a fotografie d’epoca e pellicole originali\, la scultura di Matisse verrà posta in relazione con i soggetti di una vita\, le sue magnifiche ossessioni legate alle forme femminili\, alla ricerca fisiognomica sulle modelle\, alle attitudini e alla plasticità dei volumi. \nSullo sfondo di questa ricerca composita\, ecco allora molte figure uniche\, come Le tiaré\, di cui non esistono stadi differenti\, mentre altre si ripetono a intervalli diversi\, variando e trasformandosi\, come il celebre ciclo di Jeannette (I-V). Da qui l’artista sviluppa infatti un approccio concettuale che può essere descritto come una sorta di metodo di progressione formale. Come in una “metamorfosi”\, che ben spiega il titolo della mostra\, le sue figure evolvono da una trascrizione naturale a una sintesi radicale del dato visivo. \nAnche nella sua pittura – come è stato ampiamente studiato dalla critica in passato – è possibile rilevare tale processo di metamorfosi\, senza però giungere mai a considerare veri e propri cicli di opere come “serie”\, ma piuttosto come frutto di un lungo iter di elaborazione che trova nella scultura e nella grafica\, accostate alla pittura stessa\, strumenti di indagine connessi gli uni con gli altri\, nell’idea di un confine liquido fra tecniche. Ne è un esempio l‘Odalisca del Museo Novecento di Milano\, che trova corrispettivi e relazioni sottili e chirurgiche con disegni e bronzi coevi e di cui la mostra allineerà l’intera sequenza. \nLa mostra è realizzata in collaborazione con Manifesto Expo. \nclicca qui per ascoltare l’audioguida\n  \nDettagli tecnici \nIn collaborazione con Kunsthaus Zürich\, Musée Matisse de Nice \nCatalogo bilingue ita/en: Sole24ore Cultura \nCoordinamento mostra a cura di Rita Moro\, Myrtille Montaud e Manifesto Expo \nTesti di Sandra Gianfreda\, Bärbel Küster \nCon la partecipazione del Museo Archeologico di Nuoro \nMedia Partnership : Radio Monte Carlo – www.radiomontecarlo.net \n  \nUfficio Stampa \nSTUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo Via San Mattia 16\, 35121 Padova Tel. +39.049.663499 \nreferente Simone Raddi\, simone@studioesseci.net www.studioesseci.net \n 
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SUMMARY:Alice Guareschi - Je m’appelle Olympia
DESCRIPTION:a cura di Chiara Gatti\ncoordinamento di Elisabetta Masala \nProgetto vincitore del PAC2021 – Piano per l’Arte Contemporanea promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura\nIl Museo MAN di Nuoro presenta per l’estate\, negli spazi della sua project room\, Je m’appelle Olympia\, progetto vincitore del PAC2021. \n Je m’appelle Olympia nasce da una “azione per luci di sala” eseguita da Alice Guareschi\, una volta sola\, per un pubblico scelto di invitati\, il 12 aprile 2012 all’Olympia Music Hall\, iconico e leggendario teatro parigino. Le 16 fotografie che compongono questa serie sono state scattate lo stesso giorno dell’azione\, subito dopo l’attivazione dal vivo della coreografia luminosa nello spazio vuoto del teatro\, che ha coinvolto tutte le tredici piste di luci colorate\, integrate in modo permanente nell’architettura. Con inquadratura fissa\, simile ma non identica\, seguendo la precisa partitura originale composta dall’artista\, le immagini restituiscono una sequenza di diversi movimenti di luce all’interno della sala. La serie fotografica diventa così una nuova sintesi dell’immagine-idea e dell’intenzione all’origine della performance: attivare un teatro senza alcuno spettacolo\, suonarlo dal vivo\, risvegliarne la memoria latente\, la vita segreta sottratta allo sguardo dello spettatore. Scomponendo la durata dell’azione in fotogrammi\, che possono essere visti sia singolarmente sia nel loro insieme\, la declinazione spaziale dell’opera permette ora di abbracciarne l’idea in un unico sguardo. \nL’allestimento site-specific\, studiato dall’artista per il MAN\, vede esposte tutte le fotografie della serie\, accanto allo spartito musicale punteggiato\, sui righi\, dai tempi dell’azione\, dove presenze o pause delle luci si sostituiscono alle note musicali in una complessa polifonia. Allo spazio –  concepito come un piccolo teatro – si approda varcando il tendaggio dell’ingresso\, evocazione dell’accesso a una platea\, ma anche confine\, limite che separa il luogo della vita dalla sua rappresentazione. Immerso nel silenzio\, lo spazio ideale del teatro\, sottratto a voci o suoni\, mette in scena se stesso; la luce lo abita\, svelandone l’indole e la fisionomia. \n«Il punto di partenza è un’immagine: quella di una coreografia luminosa che si attiva all’improvviso nello spazio vuoto della sala\, in un momento della giornata in cui non è previsto nessuno spettacolo e il teatro riposa disabitato e silenzioso. Come un’esplosione di energia accumulata nel corso degli anni\, come la rivelazione inaspettata di una vita segreta che riguarda soltanto l’edificio. Qualche mese fa\, quando mi sono ritrovata per la prima volta all’Olympia per un concerto\, sono rimasta profondamente colpita dalla meraviglia silenziosa delle luci in relazione alla monumentalità in qualche modo romantica\, segnata dal tempo e le sue storie\, del teatro. A un punto tale che la musica è diventata un elemento quasi superfluo per me. Senza averlo previsto\, ero diventata spettatrice di un altro spettacolo. A fine serata sono uscita dalla sala per ultima\, per poter approfittare fino in fondo dell’atmosfera così potente dello spazio rimasto vuoto dopo il concerto: la percezione della scala piccolissima del mio corpo in relazione alla maestosità spettacolare del teatro\, ancora più eclatante quando sulla scena non sta accadendo nulla\, ha prodotto anch’essa su di me un effetto davvero sorprendente. Nella sospensione narrativa di questo spazio-tempo presente\, il legame tra passato e futuro sembrava di colpo mostrarsi con la sua straordinaria carica di memoria e di possibile. “Questo è lo spazio che abitano le storie”\, ho pensato. Rimasta di nuovo sola con se stessa\, la sala sembrava vibrare segretamente». Alice Guareschi\, Parigi\, 12 aprile 2012 \nOpen call\nWorkshop per adulti – rivolto a studenti d’arte\, artisti\, ricercatori\, performer\, musicisti\nMi chiamo Olympia\nGiovedì 14 – sabato 16 settembre 2023 \nNel quadro del progetto Mi chiamo Olympia\, il workshop per adulti condotto da Alice Guareschi\, in collaborazione con il dipartimento educativo del MAN\, mira al coinvolgimento diretto dei partecipanti\, stimolando lo sviluppo del pensiero critico\, il confronto e la crescita delle capacità creative. Partendo da alcuni spunti di riflessione che l’opera solleva — quali\, ad esempio\, l’idea di “attivazione di uno spazio”\, di “memoria latente di un luogo” e di “vita segreta di un edificio in assenza di spettacolo” — il lavoro si articolerà in momenti e spazi diversi\, partendo dal MAN per arrivare a esplorare e coinvolgere anche altri punti importanti del tessuto sociale e culturale di Nuoro\, tra cui il teatro civico. L’obiettivo è di creare un legame diretto tra l’opera\, l’artista\, il museo e la città\, dove i partecipanti saranno figure attive\, che attraverso il proprio coinvolgimento\, teorico e pratico\, e la propria esperienza personale\, si faranno agenti portatori di uno sguardo nuovo. \nNota biografica \nAlice Guareschi (1976) è artista visiva e filmmaker\, vive e lavora a Milano. Laureata in filosofia con una tesi sul cinema sperimentale\, articola la sua ricerca tra video\, scrittura e la creazione di oggetti. È stata artista in residenza a Parigi al Pavillon du Palais de Tokyo e alla Cité Internationale des Arts\, a Triangle\, New York\, e a Kaus Australis\, Rotterdam. Nel 2008 ha vinto la Borsa per la Giovane Arte Italiana degli Amici del Castello di Rivoli Museo di Arte Contemporanea\, e nel 2022 ha vinto il bando di produzione PAC2021 promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Dal 2018 insegna Scrittura del progetto e Ricerca creativa allo IED di Milano\, e dal 2022 Visual Arts and Curatorial Studies I alla NABA. Ha partecipato a mostre collettive e festival in Italia e all’estero\, esponendo in istituzioni pubbliche e private tra cui: Fondazione Re Rebaudengo\, Torino; Palais de Tokyo\, Parigi; Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea\, Torino; PAC\, Milano; MAMbo\, Bologna; GAMeC\, Bergamo; Mart\, Rovereto; Palazzo delle Esposizioni\, Roma; Dunkers Kulturhus\, Helsingborg; Fondation d’Entreprise Ricard\, Parigi; Accademia di Spagna e Accademia Tedesca a Villa Massimo\, Roma; Villa Arson\, Nizza. Principali mostre personali: Galleria Alessandro De March\, Milano; Galleria Sonia Rosso\, Torino; Centre Culturel Français\, Milano; Castello di Rivoli\, Torino; Istituto Italiano di Cultura\, Parigi; Microscope Gallery\, Brooklyn; Galerie DREI\, Colonia; Joey Ramone Gallery\, Rotterdam. Film festivals e screenings: Filmmaker Doc Festival\, Milano; Impakt Festival\, Utrecht; Italian Cinema London Festival; Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro; Milano Design Film Festival; La Fondazione\, Roma; Triennale di Milano; Macro\, Roma. \nUfficio Stampa\nSTUDIO ESSECI\nVia San Mattia 16\, Padova\nTel. +39.049.663499\nreferente Simone Raddi\nsimone@studioesseci.net\nwww.studioesseci.net
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SUMMARY:Matisse - Metamorfosi
DESCRIPTION:a cura di Chiara Gatti da un progetto di Sandra Gianfreda\, curatrice al Kunsthaus Zürich con Claudine Grammont\, Cheffe du cabinet d’art graphique\, Centre Pompidou \nHenri Matisse è uno dei più grandi artisti  del Novecento\, ma di lui\, paradossalmente\, è ancora trascurata una parte importante di produzione. La figura di Matisse scultore non è\, infatti\, conosciuta nelle pieghe più sottili della sua ricerca. Sebbene la pittura sia sempre rimasta la sua modalità espressiva principale\, il “suo” linguaggio e la forma di indagine del visibile cui si dedicò per tutta la vita\, Matisse condusse in contemporanea una riflessione sulla scultura (e altresì sull’incisione) che fa di lui uno degli artisti più completi del secolo scorso. La sua versatilità ha esplorato varie tecniche simultaneamente\, con curiosità e acuta sperimentazione. Sullo sfondo di questa intelligenza poliedrica\, l’opera scultorea di Matisse rivela una vita parallela rispetto a quella del colorista\, una doppia anima votata alla materia\, al volume\, allo spazio\, che merita di essere posta in relazione – in quanto a processi e traguardi – con quella di altri grandi scultori del XX secolo\, eredi della lezione di Auguste Rodin e divenuti geni dell’avanguardia. Da Brancusi a Giacometti\, da Boccioni a Wotruba. \nPer la prima volta in Italia\, il Museo MAN dedica oggi una mostra alla scultura di Henri Matisse. Il progetto espositivo\, a cura di Chiara Gatti\, rilegge e adatta agli spazi del museo sardo\, il concept inedito e complesso della mostra Matisse Métamorphoses organizzata nel 2019 dalla Kunsthaus di Zurigo e dal Museo Matisse di Nizza. \nUn progetto destinato a ripensare Matisse\, a riconsiderare il ruolo della sua opera nel panorama dell’arte della prima metà del XX secolo\, alla luce di una più ampia ricerca estetica che vede proprio nella scultura il veicolo per nuove e rivoluzionarie soluzioni formali. In questo affondo necessario\, emerge come sia stata in particolare la figura umana il tema principe della sua tensione verso la sintesi. Dall’indagine sul corpo\, la postura\, il gesto o la fisionomia\, Matisse ha sviluppato un percorso di riduzione geometrica dell’immagine che lo ha portato verso un’astrazione ai limiti del radicale. \nCome l’artista stesso affermò nel 1908 nelle sue Notes d’un peintre: «ciò che mi interessa di più non è né la natura morta né il paesaggio\, è la figura». La figura\, non per il suo pathos\, il suo lirismo\, gli stati d’animo o la flessione esistenziale\, ma per il suo senso di presenza nello spazio e la sua ideale evoluzione nel tempo. Matisse ha interrogato infatti il corpo nella sua relazione con l’ambiente prossimo e con il mutare delle circostanze in un lasso di tempo dilatato. Ecco allora l’evoluzione di un dato naturalistico in una sintesi finale che sublima la contingenza in una dimensione di perfezione assoluta. Lo spazio condiziona\, a sua volta\, un sistema di relazioni sottili fra sostanza fisica e vuoto abitato\, fra i gesti e le linee dinamiche che essi disegnano nell’aria. \nLa mostra prende avvio\, dunque\, da una analisi del metodo di creazione dell’artista e dal suo lavoro di trasformazione della figura in variazioni seriali. Il percorso allinea sequenze di bronzi\, datate dai primi anni Dieci agli anni Trenta\, e soggetti presentati nei loro diversi stati successivi e accostati alle fonti di ispirazione dell’artista\, tra cui fotografie di nudi e modelle in posa\, oltre a una selezione essenziale di pochi dipinti in cui i motivi stessi svelano la doppia anima della sua ricerca parallela\, pittorica e scultorea\, in particolare nell’affrontare i temi dominanti del nudo\, della danza\, dell’odalisca. Attraverso circa 30 sculture e una ventina fra disegni\, incisioni\, oltre a fotografie d’epoca e pellicole originali\, la scultura di Matisse verrà posta in relazione con i soggetti di una vita\, le sue magnifiche ossessioni legate alle forme femminili\, alla ricerca fisiognomica sulle modelle\, alle attitudini e alla plasticità dei volumi. \nSullo sfondo di questa ricerca composita\, ecco allora molte figure uniche\, come Le tiaré\, di cui non esistono stadi differenti\, mentre altre si ripetono a intervalli diversi\, variando e trasformandosi\, come il celebre ciclo di Jeannette (I-V). Da qui l’artista sviluppa infatti un approccio concettuale che può essere descritto come una sorta di metodo di progressione formale. Come in una “metamorfosi”\, che ben spiega il titolo della mostra\, le sue figure evolvono da una trascrizione naturale a una sintesi radicale del dato visivo. \nAnche nella sua pittura – come è stato ampiamente studiato dalla critica in passato – è possibile rilevare tale processo di metamorfosi\, senza però giungere mai a considerare veri e propri cicli di opere come “serie”\, ma piuttosto come frutto di un lungo iter di elaborazione che trova nella scultura e nella grafica\, accostate alla pittura stessa\, strumenti di indagine connessi gli uni con gli altri\, nell’idea di un confine liquido fra tecniche. Ne è un esempio l‘Odalisca del Museo Novecento di Milano\, che trova corrispettivi e relazioni sottili e chirurgiche con disegni e bronzi coevi e di cui la mostra allineerà l’intera sequenza. \nLa mostra è realizzata in collaborazione con Manifesto Expo. \nclicca qui per ascoltare l’audioguida\nDettagli tecnici\nIn collaborazione con Kunsthaus Zürich\, Musée Matisse de Nice\nCatalogo bilingue ita/en: Sole24ore Cultura\nCoordinamento mostra a cura di Rita Moro\, Myrtille Montaud e Manifesto Expo\nTesti di Sandra Gianfreda\, Bärbel Küster\nCon la partecipazione del Museo Archeologico di Nuoro\nMedia Partnership : Radio Monte Carlo – www.radiomontecarlo.net \nUfficio Stampa\nSTUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo Via San Mattia 16\, 35121 Padova Tel. +39.049.663499\nreferente Simone Raddi\, simone@studioesseci.net www.studioesseci.net
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